Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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venerdì 1 giugno 2018

La morale dello schiavo

"Non mi sarebbe mai venuta la tentazione di entrare in un supermercato e rubarmi qualcosa da mangiare. Rubare il superfluo era indice di libertà, pensavo, rubare il necessario indice di schiavitù. Lo schiavo ruba il cibo al padrone. La musica invece è un mio diritto come uomo e se non posso avere la musica che dico io, la rubo."

Confessioni di un lavoratore non specializzato

martedì 29 dicembre 2015

Riusciamo ancora a cantare



Addio anche al 2015.
Quanti addii, come dal finestrino di un treno, prima dell’avvento del Frecciarossa, quando ancora ti potevi sporgere e addirittura, allungando la mano, toccarsi.
Tutto sommato mi sono divertito anche quest’anno.
Invecchiare è come diventare visitatori distratti di se stessi.
Il mondo va avanti come vuole e noi riusciamo ancora a cantare.
Non è poco.

sabato 24 ottobre 2015

Allegro non troppo e molto maestoso



Prendiamo ad esempio l’inizio del primo movimento del concerto per pianoforte in Si bemolle minore di Čajkovskij. Tutti lo conoscono, anche i più ignoranti, anche quelli totalmente a digiuno di musica classica. Tutti lo hanno sentito di sfuggita almeno una volta. Ebbene, è un brano meraviglioso, pieno di un pathos struggente, di un'energia vitale pura e incorrotta, è un aprirsi a vasti continenti di aria fresca, una cavalcata piena di malinconica gioia attraverso la steppa, un empito che riempie l’anima di qualcosa di grandioso, inesprimibile. Il pianoforte gioca con le settime diminuite, si esibisce megalomane in scorribande egocentriche da un capo all’altro della tastiera per poi venire risucchiato dagli umori della pianura sconfinata, su cui corre a cavallo il conte Tolstoj in cerca di gloria. È un brano prodigioso in cui è contenuto tutto l’ottocento russo, i grandi romanzi, le taighe, i mugik, il cielo sconfinato e gli echi lontani dei grandi salotti aristocratici.

Ebbene, un pezzo così stupefacente e grandioso, è in realtà solo l’Introduzione al concerto.

Tutto quello che avverrà dopo, sia pure bellissimo e scintillante, sarà una cosa completamente diversa, come se appartenesse a un’altra opera.

Čajkovskij qui ha compiuto qualcosa di inaudito. Ha letteralmente dissipato un tema bellissimo, lo ha buttato lì, lo ha evocato, lo ha volutamente sprecato, ne ha fatto dono, come un rapido schizzo, come fanno gli artisti zen che calano il pennello sulla tela noncuranti di quello che c’è prima e di quello che ci sarà dopo.

Čajkovskij ha giocato sul dispendio assoluto, sullo squilibrio, come ebbro, noncurante.
Dopo un'Introduzione così, cosa mai avrebbe potuto esserci? Qualunque cosa sarebbe sembrata fuori posto, dimessa. È l'abitudine a più di 130 anni di esecuzioni che ci fa sembrare questo concerto perfetto così com'è. È l'abitudine al suo squilibrio, che è in realtà un approccio a qualcosa di più vitale e profondo.

Com’era prevedibile, la bellezza di questo concerto non fu compresa, all’inizio. Che c’entrava quel brano introduttivo buttato lì così e mai più ripreso? Per tacere del resto, troppi accordi strani, troppe architetture traballanti: si pensi alle divagazioni scintillanti improvvisate nel mezzo di una melodia pacifica come quella del secondo movimento, ad esempio. Agli occhi dei benpensanti sembrava la composizione di un ubriaco.

Ma Čajkovskij si rifiutò di cambiare una sola nota. E fece bene.

Quando guardiamo alle cose della vita cercando sempre la giusta proporzione, cercando il modo migliore di fare e disfare, dovremmo ricordarci della profonda bellezza di questo brano iniziale, sprecato, bruciato in pochi minuti e mai più ripetuto in tutta un’opera.

Forse ha qualcosa da insegnarci.

PS. L'esecuzione di Lang Lang è stupefacente. Questo ragazzo è un folletto meraviglioso.

lunedì 27 aprile 2015

Scriabin o il colore dell'estasi



http://www.youtube.com/watch?v=h1l_UEPJi2M

Nel link, la Sonata N. 10,detta degli "insetti".

Esattamente cento anni fa, il 27 aprile 1915, a causa di una setticemia sviluppatasi da un foruncolo infetto sotto i baffi, moriva a 43 anni Aleksandr Scriabin. Figura di musicista eclettica ed eccentrica quanto altri mai, Scriabin è uno dei pochi artisti che può a rigore definirsi genio, in quanto creatore di un linguaggio proprio, originale e insieme universale.

Nasce imitando Chopin (addirittura migliorandolo, cosa incredibile) e finisce per essere totalmente se stesso, creatore di un linguaggio unico, precursore di tutti gli sperimentalismi del Novecento. Parte dal simbolismo russo, per approdare alla fantascienza. Scriabin parte dal tardo romanticismo per arrivare a una concezione dell’arte completamente multimediale. È sua l’idea della tastiera che proiettava colori. La sua concezione musicale era sinestetica, a ogni nota corrispondeva un colore.

La sua ultima opera Mysterium, incompiuta, doveva essere eseguita ai piedi dell’Himalaya, per giorni e giorni, da un’orchestra di migliaia di elementi. Scriabin riteneva che questa esecuzione avrebbe creato vibrazioni che avrebbero fatto sprofondare il vecchio mondo, facendo affiorare al suo posto uno nuovo, nel quale l’umano e il divino sarebbero stati inscindibili.

Scriabin era evidentemente un pazzoide, quasi alcolista, dedito allo studio della teosofia, quella strana mistica infarcita di stronzate spiritiste e ricerca degli ultramondi, in voga tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.

Nato il giorno di Natale del 1871 (il 6 gennaio del 1872 secondo il nuovo calendario) riteneva questo essere di buon auspicio: si considerava (ed era considerato dai suoi, non pochi all’epoca, “discepoli”), un emissario cristico della Nuova Arte. Curiosamente, morì il 14 aprile del 1915 (27 aprile del nuovo calendario), giorno di Pasqua.

Può a ben diritto essere considerato, in senso romantico un Uomo del Destino.

Fu l’autore di incredibili speculazioni armoniche. Le sue composizioni, infatti, erano basate su cellule armoniche più che su cellule tematiche: fu un precursore in tutto e per tutto.

Il fatto è che, dietro le fumisterie pseudo religiose, Scriabin celava uno spirito di ricerca inesauribile, una devozione assoluta alla missione dell’artista.

Scriabin credeva nell’uomo, insomma. Credeva che nella propria interiorità l’uomo celasse le leggi da seguire per approdare sulle sponde della Felicità.

Fu impressionista oltre Debussy, espressionista oltre Schönberg, fu totalmente se stesso, senza condizionamenti e compromessi e per questo fu, dopo la morte, abbastanza trascurato. La cultura sovietica non poteva tollerare deviazioni mistiche: nonostante questo, le sue sonate per pianoforte e i suoi preludi divennero il cavallo di battaglia per pianisti come Horowitz e Richter.

I suoi due grandi poemi sinfonici, il Poema dell’Estasi e il Poema del Fuoco, sono capolavori assoluti del Novecento. Il primo di essi, risente ancora della smisurata influenza che ebbe il Tristano e Isotta di Wagner sulla musica di fino ottocento e novecento, seppur trattata con mezzi espressivi originali. Il secondo detto anche Prometeo è lo sviluppo completo del suo sistema, basato su una scala musicale di sua invenzione (Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si♭), in cui ogni nota, naturalmente, esprimeva un preciso grado di spiritualità.

Tutta la musica di Scriabin, dalle sue produzioni giovanili simil chopiniane e tonali, alle impervie composizioni mature, è pervasa da una strana, penetrante, dolciastra sensualità.

È musica che rapisce, che può fare male. È musica (specialmente dalla Sesta sonata in poi) da pazzi. Un’anima assorbita da se stessa che cerca di esternare i moti interiori rendendoli come zaffate di pennello su una tela. Smarrita ogni coordinata tonale (apparentemente) è musica ondivaga, allucinata. È comprensibile che possa non piacere, questa musica che era, paradossalmente, una ricerca incessante del piacere.

Scriabin era un intossicato, un genio malato, allucinato, uno che apparentemente aveva perso la bussola. In realtà la sua bussola orientava verso altri piani di coscienza, nella regione inaccessibile ai più, chiamata Estasi.

Lasciò, oltre alla sua musica, alcune pagine di meditazioni filosofiche, estremamente interessanti. In esse si scorge una mente speculativa molto meno presa da fumi teologici di quel che sembra. Segno che il genio è sempre libero, in fondo, da condizionamenti.

Scriabin auspicava l’unione completa tra arte e filosofia. In lui si trovano echi di Nietzsche, di Schopenhauer ma trattati con il respiro del dilettante di genio.

 Ecco alcuni versi di Scriabin che riassumono in parte la sua ricerca estetica, artistica e filosofica.

 
“Io sono la libertà, sono la vita, sono un sogno, sono fatica, sono desiderio ardente, incessante, sono beatitudine, sono insana passione, sono niente, sono tremito.

Sono gioco, sono libertà, sono vita, sono sogno, sono fatica, sono sentimento.

Sono il mondo. Sono insana passione, sono fuga frenetica, sono desiderio, sono luce. Sonoascesa creativa che accarezza teneramente, che cattura, che brucia, distruggendo.

Resuscitando io sono torrenti furiosi di sentimenti sconosciuti, sono il confine, sono la sommità,sono niente.

Voi, abissi del passato nati dai raggi dei miei ricordi, e voi, vette del futuro e creazioni dei miei sogni! Voi non siete voi.

Io sono Dio!

Sono niente, sono gioco, sono libertà, sono vita.

Io sono il confine, sono la vetta.

Io sono Dio!

Io sono la fioritura, sono la beatitudine, sono la passione che tutto consuma, che tutto pervade.

Sono il fuoco che avvolge l'universo e lo riduce al caos.

Sono il gioco cieco delle forze scatenate.

Sono creazione dormiente. Intelletto a riposo.”

La cosa più bella e sconvolgente di questo universo è che possano esistere, nella stessa dimensione spazio temporale di una piccola vita umana, persone come Scriabin, il mistico e Schubert, il piccolo viandante: figure assolutamente antitetiche e entrambe umanamente divine.  

mercoledì 30 aprile 2014

Schubert e l'Origine del mondo


 

Il mio interesse per le questioni Renzi, Berlusconi, i quattro papi, i bonus elettorali, la destra, la sinistra, l’eterologa, i social network, DFW, l’aldilà, i quark, la dialettica marxista è pari alla radice quadrata di – 1.

È tutto così privo di splendore e così pieno di miserie.

 
Ricorderò sempre lo stupore che provai, quando, tredicenne, ascoltai in televisione con il monoscopio della TV svizzera, una sonata per pianoforte che poi (molti anni dopo) ho scoperto essere la D 537.

C’è un punto, durante lo sviluppo del primo movimento, in cui il canto s’interrompe per qualche istante, poi riprende da una tonalità lontana, con qualcosa che pare totalmente nuovo, ma in realtà è un’elaborazione del tema principale, trasformato in una melodia di bellezza struggente.

Mi sembrava come se una nuova luce fosse stata gettata sulle cose trasformandole.

Era una sensazione inesprimibile, di nostalgia deliziosa.

Chi non è fatto per i succhi romantici trova questa roba stucchevole. Me ne rendo conto.

Io invece ho sempre provato un’attrazione magica per la musica classica.

Quest’attrazione strideva con l’ambiente in cui vivevo e i coetanei che frequentavo. Abitavo in uno dei quartieri più malfamati di Milano, Quarto Oggiaro.

Ho frequentato le medie in mezzo a delinquenti pluriripetenti, pazzi, drogati. Il bullismo era all’ordine del giorno. Il bullismo di adesso mi fa solo ridere.

Essere un ragazzino mingherlino appassionato di musica classica non era semplice.

Prendeva piede l’heavy metal. Venditti scalava le classifiche. C’era Dylan (ancora), c’erano i Rolling Stones. C’erano i film di Bruce Lee. I ragazzi si massacravano di botte per imitarlo.

Sembrava di essere in guerra.

Non che i Rolling Stones o l’heavy metal mi dispiacessero, solo che non toccavano le mie corde.

Non appena mi ritrovavo solo, correvo da Schubert o Beethoven, o Chopin, poi Mahler, Schumann ecc.

Soltanto lì, insieme a loro, mi sentivo veramente a casa. Mi sentivo capito. Lì, le mie corde suonavano tutte, oh, sì. Facevo l’amore con la musica. Intendo dire, non che la usassi di sottofondo mentre scopavo, all’epoca ero tristemente vergine.

No, ero rapito dalla musica. Nello stupore.

Non sapevo nulla, non capivo nulla, ma sentivo tutto.

Ero lì. Tutto intero. La mia solitudine conteneva tutto il mondo e se ne nutriva.

L’origine del mondo proviene da questa nostalgia deliziosa. È quando l’anima (qualunque cosa sia) si sente tirata da tutte le parti, come se volesse stirarsi fino a sovrapporsi a tutto.

Questo stupore ti coglie quando ti avvicini alla realtà più profonda delle cose, il misterioso Presente.

È la stessa sensazione che ebbi quando, anni dopo, scopai per la prima volta. Unito alla radice stessa delle cose. L’assoluto vero.

Stupore.

Anche l’Origine del mondo di Courbet, su un altro livello, è la stessa cosa. Non è un caso che il quadro si intitoli così. Poteva intitolarsi, l’origine dell’uomo, o l’origine della vita.

No, Courbet l’ha chiamato l’Origine del mondo.

Lo stupore della figa. Il vuoto che crea. Il piacere come perdita e riconquista. Bla bla bla.

Non importa. Quella è l’Origine.

Si potrebbe dire che, da adolescente, compensavo l’assenza di figa con Schubert.

Anche dopo che la figa divenne realtà nella mia vita, da sola non bastava mai.

La figa da sola non è mai sufficiente, se non è accompagnata da una certa dose di nostalgia deliziosa. Finché sono in grado di sentire ancora quello stupore, va tutto bene.

Schubert pre e post coitus.

mercoledì 2 ottobre 2013

Battisti Panella Hegel: E al posto di cose ci sono le cose 2/2


Arrivati quasi alla fine del viaggio nei cinque bianchi, la fatica si sente. Tali e tanti i paesaggi sonori e linguistici visitati, tanti e tali le sfaccettature degli album precedenti, tali e tante le acrobazie del duo, che la possibilità di una caduta all’ultimo gradino è probabile e anzi certa. È come trovarsi in un sogno che non vuole finire, di cui ormai il fondale di cartapesta è sfondato e tuttavia si va avanti ad assistere a scenari vuoti senza potersi svegliare. 
Con Hegel ci si trova davanti un’opera che è difficile definire del tutto riuscita. Non che manchino momenti belli all’interno dell’album, non che manchi la poesia e sprazzi di genialità, ma si avverte una mancanza di urgenza nel comporre che invece era presente negli altri album.
Panella in più di una intervista aveva fatto intendere che il giochino lo stava stancando. Battisti invece avrebbe potuto continuare all’infinito a musicare versi improbabili, pareva averci preso gusto all’appuntamento biennale. Panella racconta di aver voluto, quasi, sabotare l’ultimo album fornendo testi sempre più metricamente complicati, fregandosene del senso e della musicalità. Inserisce a piene mani concetti filosofici e voli pindarici e Battisti riesce lo stesso, magistralmente, a musicarli, come se nulla fosse: ma il risultato, secondo me, è inferiore alle aspettative.
Gli otto pezzi di Hegel sono, ancora più che nel precedente CSAR, in bilico tra l'essere malriuscite ripetizioni di un gioco che ormai mostra la corda e gli ultimi veri esperimenti di avanguardia novecentesca. In certi momenti è veramente difficile capire se sia vera una cosa o l’altra. 


giovedì 26 settembre 2013

Battisti Panella Hegel: E al posto di cose ci sono le cose 1/2



Gli anni Novanta sono anni finali per tante cose. Il XX secolo, quello degli Orrori e delle Meraviglie, si chiude in tono minore, nell’incertezza e nell’indistinto, proprio come molti pezzi della produzione BP.
Finisce l’URSS e con esso in breve tempo buona parte della geografia che conoscevamo da bambini, finisce l’era della telefonia fissa soppiantata dai cellulari, finisce in Italia la Prima Repubblica, finisce il PCI, finisce la festa e Jovanotti si improvvisa autore serio: da questo si sarebbe dovuto capire come buttava il decennio. 
Gli anni Novanta sono naturalmente anche anni iniziali: comincia l’interminabile crisi economica e occupazionale che tra alti e bassi arriverà fino ai giorni nostri. Inizia il ventennio berlusconiano, con l’espandersi di tutti gli ammennicoli televisivi e una incipiente oscenità spettacolare (nel senso di Debord) che non avrà più fine. Inizia l’era di Internet, anche se ancora balbettante. Muore Cobain e il grunge finisce seppellito assieme a lui, la techno fa esplodere le discoteche e la testa di ragazzini recalcitranti a ogni forma di cultura. Spopolano l’ecstasy e il crack. Lo splendore e le miserie degli anni Novanta è magnificamente rappresentato da quel maelstrom di parole che è Infinite Jest, uscito nel 1996.
Negli anni Novanta c’è tutto e il contrario di tutto, in atto di mescolarsi dando forma al niente pieno di rimpianto per il passato che saranno gli anni Duemila.
A metà di questo triste calderone, nel 1994, Battisti fa uscire l’ultimo album della sua carriera e della sua vita mortale.
Hegel è quanto di più distante e sradicato si possa trovare nella produzione artistica del decennio. È ancora più distante dal mondo mercificato di quanto potessero esserlo gli altri album bianchi. Mentre la musica pop italiana del decennio si esprime con un profluvio di flatulenze oleose e finto etniche, Hegel si situa in un altrove immenso: è , letteralmente, un'inaccessibile cattedrale in un deserto, una luna bianca, pietrificata.


giovedì 12 settembre 2013

Battisti Panella Cosa Succederà Alla Ragazza: io ti vorrei incontrare però non lo vorrei



Negli anni Novanta imperava la techno, l’uso spasmodico delle drum machine, la musica house da un lato, e il grunge, i Nirvana, gli scarponi slacciati e la sciatteria come filosofia di vita, dall'altro. 
Al crollo totale delle ideologie rivolte alla salvezza dell’uomo massa, quello che restava tra le dita dei superstiti del Moderno era la possibilità di illudersi di godere dei vantaggi di un Mercato finalmente Illimitato, oppure la libertà di scivolare nella depressione. Unica certezza: tutto si può comprare, o almeno desiderare. Tutto sarebbe cambiato, nei Novanta, crisi occupazionale a parte, che già allora si faceva sentire. Ecco il post – moderno, senza più blocchi ideologici contrapposti.
Battisti continuava a rimanere nascosto ai comuni mortali e a sfornare dischi biennali, prodotti e arrangiati a Londra. Ogni volta le aspettative dei fan rimanevo frustate a livelli tali che ormai si riteneva Battisti un caso clinico irrimediabile.
Però la sua voce, indescrivibile, onnipresente e indimenticabile una volta che la si è ascoltata, non riusciva a sparire dalla memoria collettiva. A questo fatto fu dovuto il successo effimero ma notevole degli Audio 2 con canzoni e voce talmente simil – battisti periodo Mogol che per molti fu come se Lucio si fosse miracolosamente rimesso in carreggiata.
Da parte di Battisti non vi fu, naturalmente, mai nessun commento sugli Audio 2.
Lui era da qualche parte nella sua villa del varesino a godersi il giardino e lo studio di registrazione ultramoderno. La sua voce vera arrivava soltanto attraverso i dischi bianchi, sempre più folli, solipsisti, incomprensibili.
Ormai il confine tra voglia di superamento dei limiti, mimetismo estremo, ricerca raffinata, desiderio di distruggere la propria immagine del cantautore di Acqua azzurra, acqua chiara, che nonostante tutto i vecchi fan continuavano ad appiccicargli addosso, e patologia, cominciava realmente a diventare labile. Il disco uscito nel 1992 sembra confermare questa diagnosi clinica, almeno in parte.
Il binomio Battisti – Panella sfornò con la Columbia Records (il primo distacco dalla Numero Uno) otto brani che, mentre si rivelavano ancora più ostici dal punto di vista testuale sembravano tornare a una maggiore semplicità armonica e una adesione quasi letterale da parte di Battisti agli stili musicali dei Novanta. I brani, insomma erano canzoni tipiche della decade, ma talmente tipiche da cadere in una specie di iperrealismo: i pezzi dell’album sono pezzi techno e house al cubo, con incursioni nel rap che paiono tutto meno che necessarie, e che tuttavia, come sempre, quando si tratta di Battisti, funzionano.
È come se il disco CSAR fosse uno specchio che riflette in modo assolutamente distaccato il mondo che lo circonda, così come è. Questa è forse la chiave di lettura degli ultimi due album dei dischi bianchi e della vita stessa di Battisti. Distacco e riflessione, nel senso di riprodurre l’immagine che si ha davanti di momento in momento, ma che tuttavia non ci appartiene. Per potere operare in questo modo occorre essere insieme dentro e fuori dal tempo, come i pazzi, i solipsisti o i grandi artisti. Ciascuno giudichi secondo il suo gusto in che posizione collocare Battisti.
Nonostante la freddezza, la mancanza di emozioni nella voce, o forse proprio per questo, CSAR ha molti momenti di pura bellezza e sentimenti rivelatori. Atomi che danzano al suono delle drum machine, freddi ma consapevoli.
Proseguono le vicende della Ragazza, pronta a ricominciare a danzare al suono glaciale degli anni Novanta. La copertina evidenzia questo distacco sempre più profondo dal mondo della Merce, questa noncuranza di attirare qualsiasi fruitore, con una tremolante sigla in stampatello.

venerdì 30 agosto 2013

Battisti Panella La Sposa Occidentale: sai che non si è mai la propria vita



Con l’ormai consueta cadenza biennale, nell’ottobre 1990 uscì il terzo album della “strana coppia”. Copertina bianca, come sempre, con una specie di indecifrabile ritratto dentro a un quadro. Registrato a Londra, come gli altri, si avvale della collaborazione di un arrangiatore d’eccezione come Greg Walsh, collaboratore, tra gli altri, dei Pink Floyd e di Battisti stesso in Una donna per amico.
Questa volta Battisti optò per l’eliminazione totale di strumenti che non fossero elettronici, come già aveva fatto per l’album E già.
Mentre sia in Don Giovanni che ne L’Apparenza vengono ancora utilizzati archi, pianoforti, chitarre e bassi veri, dalla Sposa Occidentale il paesaggio diviene totalmente scevro dalla presenza di mano umana: solo freddi apparecchi digitali e la sua voce, masterizzata in modo da non spiccare eccessivamente. È una voce distaccata, didascalica, con una sorta di fredda ironia appena percepibile, che vira facilmente sui toni in falsetto.
È come se dicesse che qui ormai niente è più serio e, nello stesso tempo, il gioco è ormai diventato serissimo: l’ossessione di mimesi e sparizione assume proporzioni colossali.
E tuttavia anche questo album ebbe un discreto successo, vuoi per il gradevole e apparentemente buffo pezzo che dà il titolo all’album, vuoi perché il nome Battisti era una calamita sufficiente per garantire la vendita di almeno qualche centinaio di migliaia di copie, nelle prime settimane, seguito dall’inevitabile caduta verticale una volta che il prodotto si era rivelato inascoltabile ai più. Le radio difficilmente si arrischiavano a far passare pezzi dell’album, tranne giusto il brano  - titolo.
Battisti ormai faceva un mondo a sé, difficile da penetrare. Il suo apparente solipsismo presenta molte “falle, falle rudimentali, aperte come portali, per i tuoi molto puntuali appuntamenti molto occasionali”.
In questo mondo rarefatto si può però entrare e si può godere.
Ci si accorge, in mezzo a questi cristalli di canzone, che c’è una gioia di correre, soli e tutti goduti, in mezzo alla strada. Pezzi da mettere quando si corre: c’è una sensazione di danza, movimento giocoso, spensierato, che i testi di Panella sottolineano.
O forse si dovrebbe dire che i testi rarefatti e giocosi di Panella trovano perfetta corrispondenza in una musica giocosa e rarefatta.

sabato 24 agosto 2013

Battisti Panella L'apparenza: tutto è dimostrabile, soprattutto il contrario



Don Giovanni fu un buon successo, nonostante la diversità da tutto quello che Battisti aveva prodotto in precedenza. Fu il terzo album per vendite nel 1986 e in classifica rimase a lungo al secondo posto.
Il pubblico era ancora troppo abituato e affezionato al cantautore, per non accoglierne anche le più spigolose novità. Oltre tutto, anche ai puristi della canzonetta “normale” non poteva sfuggire che, nonostante i testi ostici, le canzoni dell’album erano, semplicemente, belle. Entravano dentro, nell’anima e ci rimanevano a covare emozioni come sempre indefinibili.
L’Apparenza uscì nell’ottobre del 1988 e fu, se possibile, ancora più spiazzante dell’album precedente. Stavolta Battisti non voleva lasciare dubbi: la nuova strada che aveva intrapreso con Don Giovanni era avanti tutta e senza ritorno.
Se nell’album precedente il procedimento compositivo nasceva dalla musica alle quali Panella sovrapponeva i suoi bellettristici  versi, ora i due avevano deciso di agire al contrario. Doveva essere Panella a sottoporre a Battisti i suoi componimenti, a metrica libera, concernenti qualunque cosa volesse.
La musica doveva scaturire dal verso, così com’era.
Era una sfida alla quale i due si applicarono senza risparmiarsi. Panella non si pose limiti.
Battisti nemmeno.    
Gli arrangiamenti, i testi, la struttura dei brani: ogni aspetto de L’Apparenza è uno schiaffo in faccia a chi è ancora legato al ricordo del vecchio Battisti.
La copertina è bianca, spoglia, con una credenza stilizzata disegnata da Battisti stesso.
Resta solo la sua voce, inconfondibile, acuta, mimetica, fredda, esplicativa, a segnalare che Lucio c’è ancora, da qualche parte, nascosto: c’è e ha deciso di parlarci.
Noi possiamo solo ascoltare, fuggire, ignorare, o amare.


lunedì 12 agosto 2013

Battisti Panella. Don Giovanni: L'artista non sono io, sono il suo fumista



Prima di cominciare, bisogna dire che porsi l’obiettivo di analizzare i 40 brani è da un lato un compito ingrato e, da un altro lato, completamente inutile.
Indagare sull’astrattismo ha sempre in sé una sfumatura di ridicolo che aumenta man mano che l’indagine prosegue. Non si troverà l’assassino, alla fine del giallo, ma solo il cadavere consunto di noia dell’investigatore.
Non ci sono interpretazioni dei significati dei testi, o meglio, ce ne sono migliaia e tutte potenzialmente valide. Molti ci hanno provato e anche con risultati interessanti (in Rete c’è una pletora di interpretazioni: psicanalitiche, filosofiche, matematiche, logiche). C’è chi trova nei bianchi citazioni del Petrarca, chi i numeri di Fibonacci, chi informazioni criptate sulla vita quotidiana del cantante … la sensazione che se ne trae è quella inquietante che tutte queste interpretazioni potrebbero essere vere e false a un tempo.
Panella disse a suo tempo che le parole hanno significati molteplici e che il suo “gioco è proprio trascorrere e percorrere la parole e i sensi. Invito al ritrovamento di un tesoro che nessuno vuole trovare. E soprattutto sfuggo il senso unico, o meglio l’unico senso.”
L’impronta che si ricava dalle parole di Panella è quella dell’avanguardista stanco di se stesso: un avanguardista che non ha più bisogno di essere tale. Tutte le retroguardie sono rientrate, ormai, e la guerra, mai vinta e mai combattuta, è finita laggiù, da qualche parte degli ultimi anni del novecento, prima di cominciare. Panella pare sempre parlare da dietro un sbadiglio di noia, vezzo che si concedono molti pseudo artisti: a lui glielo si può anche perdonare. Battisti invece era un entusiasta del lavoro, un perfezionista. La produzione BP riflette questo strano connubio di noia partecipata: lo sforzo di tenere insieme due mondi distanti che per otto anni ha funzionato.
I cinque album parlano direttamente dal fondo opaco in cui le cose e le parole si confondono. Parlano di cose oltre le cose, apparentemente riconoscibili (L’Apparenza è un'altra parola chiave) in realtà inconoscibili e sconosciute.
Tutto quello che si può fare è giocare con la percezione che questi brani producono e perdersi completamente.

Il primo dei cinque bianchi non è bianco, in realtà, ma di un marroncino beige chiarissimo.
In copertina un attaccapanni alquanto stilizzato da cui pende una sciarpa d’artista, di quelle lunghissime alla Fellini, per intenderci, lascia ben poche indicazioni sul contenuto del disco.
Nel 1986, in pieno decennio pop elettronico, testi intellettualoidi, densi di richiami alle tradizioni del novecento, alla letteratura, alla psicanalisi, mescolate a melodie accattivanti, dopo l’enorme successo di Battiato, non sono più una novità per gli ascoltatori.
A Drive In, trasmissione esemplare del decennio, si prendono in giro le pretese intellettuali di Sting, che fa canzoni basandosi sulla psicanalisi di Jung.
Perfino i Matia Bazar cominciano a fare testi ermetici e minimalisti, con canzoni tipo Aristocratica o Vacanze romane.
Insomma, il pubblico è diventato onnivoro: difficile disorientarlo. La cultura ufficiale stessa viene presa e frullata nel calderone di superficialità commerciale di quegli  anni di cosiddetto riflusso.
Tuttavia anche nei rifluenti anni Ottanta il nuovo album di Battisti, lascia sbalorditi pubblico e addetti ai lavori.
Dopo quattro anni dallo sperimentale e non del tutto riuscito Eh già, con testi della moglie (o forse di Battisti stesso? Mistero mai svelato), per di più un nuovo album senza Mogol, è un evento che non può lasciare indifferenti.
Battisti aveva già abituato i suoi fan a sorprese inaspettate.
Da Anima Latina in poi (del 1974: album tra i più ricercati, raffinati e profondi della discografia non solo di Battisti, ma della musica leggera italiana) la coppia Battisti – Mogol esplora tutti i ritmi e i riti della cultura popolare.
Ecologisti, terzomondisti, ribelli, anti consumisti in un’epoca in cui era di moda esserlo, i testi di Mogol sembrano compendiare a tratti Eros e Civiltà di Marcuse: portavoce di un’epoca in cui l’immagine dell’intellettuale anti borghese aveva ancora un suo senso.
Nonostante i belli ma “furbi” testi di Mogol la curiosa e inarrivabile capacità di Battisti di creare canzoni che echeggiano l’epoca nella quale sono state composte e nello stesso tempo la trascendono, sembra crescere sempre più.
Marciare insieme al tempo e esserne al di fuori: questo è il segreto di Battisti.
Gli anni Ottanta iniziano con la fine del sodalizio con Mogol.
Sui motivi di questo distacco tutto è stato detto ed è inutile aggiungersi ai cori di deprecazione o felicitazione.
Gli ultimi due album fatti con Mogol hanno un gran successo, ma qualcosa già si nota che stona. Una donna per amico (1979) e Una giornata uggiosa (1980) sono due perfetti successi commerciali.
Chiunque si potrebbe accontentare. I tempi sono quelli che sono. Finita la deriva ecologista i testi di Mogol accennano a un proto femminismo, a una incipiente stanchezza delle ideologie. Anche la musica di Battisti sembra in qualche modo appiattirsi nella facile melodia, nella giustificazione delle cose come stanno, sia in senso letterale che in quello musicale.
Su questa china a breve si può solo arrivare alla ripetizione e alla stanchezza, la macchietta di sé stessi, la stessa irrinunciabile canzonetta di successo ripetuta ogni anno.
Ma Battisti non si accontenta del successo. Battisti non può e non vuole tutto questo.
Non vuole più, forse non lo ha mai voluto.
Lui è diverso e lo sa. Lui è veramente diverso. È disposto a tutto.
Quello che Battisti vuole è andare avanti, ricercare, trasformarsi, perdersi e ritrovarsi.
Ricordiamo sempre i due aspetti fondamentali della psicologia artistica di Battisti: volontà mimetica e desiderio di trascendersi, non essere mai dove si è, un modo per riconfermarsi sempre numero uno.
Patologia e immenso valore artistico, sempre in bilico.
Volontà di autodistruzione e desiderio feroce di perdersi dentro la propria opera, unito a un altrettanto feroce sentimento del proprio valore.
Come un Proust che si seppellisce in casa per completare la Recherche e rinnega sé stesso a favore dell’opera, così Battisti rinnega la propria immagine pubblica, azzera sé stesso definitivamente per diventare autore totale.
Ha già smesso da qualche anno di apparire in pubblico. Ora cesserà totalmente di cercare di favorirlo. Non concederà più interviste. L’ultima è del 1980, per la TV svizzera.
Chi potrà mai prendere il posto di Mogol?
Pasquale Panella, classe 1950, incontra sulla sua strada Battisti grazie ad Adriano Pappalardo. Tra Pappalardo e Battisti c’è una amicizia di lunga data.
I due condividono la passione per le immersioni e Pappalardo è stato una promessa nella scuderia della Numero Uno, la casa discografica fondata da Mogol e Battisti. Insomma, si gioca in famiglia, si può dire.
Panella sta scrivendo i testi per l’album di Pappalardo Oh, Era ora. Battisti ne sta curando gli arrangiamenti. È un disco stranissimo, inconsueto, e non stupisce che non avrà riscontro. In quell’inizio anni Ottanta pare proprio che Battisti e suoi collaboratori si mettano di impegno per remare contro qualunque probabilità di successo.
Battisti rimane colpito dai testi di Panella, che usa lo pseudonimo Vanera.
Panella ha scritto per il teatro, è un giocoliere della parola, conosce le sfumature, dosa sentimenti e ridicolo con maestria incredibile. È, in una parola, un poeta, un vero poeta, uno che sa. Questo basta per Battisti.
È il 1983. Battisti vuole che Panella faccia i testi del suo prossimo disco. Lui farà le musiche e per i testi lascia assoluta carta bianca al poeta.
È fatta. Inizia il viaggio.

giovedì 1 agosto 2013

Battisti Panella: piccolo preambolo ai cinque bianchi



Facendo un giro per la Rete (frase orrenda che lascia intravedere significati altrettanto orrendi) si possono leggere un gran numero di commenti, alcuni assai articolati e interessanti, sull’intera vicenda Battisti – Panella.
Chiunque si prenda la briga di scriverne lo fa per lodare quella che per lui o lei è stata in ogni caso un’esperienza fortemente vitale di fruizione artistica.
Si potrebbe dire che i 40 pezzi dei 5 album B - P, hanno avuto nella musica leggera, qualcosa della forza di impatto che poté avere l’Ulisse di Joyce nella storia della letteratura: qualcosa di imprescindibile, ma che pochi hanno voglia veramente di affrontare.
È musica che non può e presumibilmente non vuole, avere accesso alle masse, però trasfigura la musica di massa, così come l’Ulisse trasfigurò il romanzo borghese.
L’accostamento romanzo – canzone popolare è meno strano di quello che sembra. Per le moltitudini umane, l’unico accesso alle cosiddette narrazioni, è sempre avvenuto attraverso le canzoni. Ogni canzone è un frammento del grande monotono o imprevedibile romanzo del mondo: un manuale di istruzioni per l’uso poetico della vita, parafrasando Perec.
I cinque album hanno avuto dalla loro l’inconfondibile voce acuta di Battisti, negroide, rassicurante: è sempre lui, quello di Acqua azzurra, acqua chiara, lasciamoci guidare, vediamo dove ci porta.
E dove portava questa voce acuta, inconfondibile? … e ripeschiamo l'oh dello stupore col quale incorniciamo il fragile leggero di quel che non diciamo / e poi di che parliamo?
Dal 1986 al 1994, ogni due anni, questa follia a due si ripeteva tra le aspettative deluse da chi si aspettava un ritorno alla tradizione e crollo verticale delle vendite.
Battisti non c’è più. È un’icona impazzita. Lo fa apposta. È un furbo. Chi si crede di essere.
Poi Battisti, nel 1998, muore. Sparisce per sempre, davvero.
Per moltissima gente è un colpo inaspettato, come la scomparsa di un parente, un amico.
Tutti gli devono qualcosa, anche chi non lo ha amato. Solo che Battisti è Battisti – Mogol. Che altro?
I cinque bianchi rimangono come sfingi, con i loro enigmi. E non solo, costituiscono la fase finale della sua produzione.  Lucio Battisti non è andato oltre Hegel. Queste cinque bizzarrie discografiche sono, volenti o nolenti, il suo testamento
Tutta quella musica.

venerdì 12 luglio 2013

Battisti - Panella: una cosina dolce al di là della merce



La dolcezza è inascoltabile … la dolcezza che io rivolsi a me … e fu per quella dolcezza che i cinque dischi sono forse gli unici che nessuno potrà mai ascoltare come merce.

Pasquale Panella

 ... forse magari è estate,
cominciano le corse tutti arrivando i primi:
i primi in una cosa, una cosina dolce, una cosina dolce.

I cinque album della coppia Battisti  - Panella rappresentano un unicum non solo nel panorama della cosiddetta canzonetta popolare italiana, ma nell’insieme della produzione artistica del secondo novecento.
Questa affermazione può sembrare esagerata, ma viene confermata dal’assoluto isolamento di queste opere nel segmento temporale nel quale vennero concepite. Non c’è mai stato, letteralmente, niente del genere prima e non c’è stato niente del genere dopo.
La loro presenza tuttavia, non è stata invano: ciò che queste opere esprimeva di totalmente liminare è stato utilizzato, sottotraccia, da decine di epigoni furbi.
Il testo che tenta di esprimere l’inesprimibile, nella canzonetta furba post panelliana – battistiana, è divenuto un ammiccare sfrontato dalle bancarelle della miseria mercificata.
Gli originali, i micidiali cinque album bianchi, loro no. Loro, a detta stessa di Panella, esistono al di là della merce. Non a caso sono stati pubblicati nell'assoluto sprezzo delle vendite, che dal primo al quinto album sono calate più o meno in caduta verticale. Non essendo merce, i cinque album non possono essere classificati.
Non ammettono valore d’uso, solo un ipotetico valore di scambio.  
Con i cinque album si procede per sottrazioni: non si può dire cosa esprimano, a livello emotivo o semplicemente musicale. Chi ne viene attratto, lo è per (come direbbe Panella) “tutt’altri motivi”.
Un ripetuto ascolto concede certamente, di poter entrare nell’universo stilistico dei testi. Alcuni significati possono essere afferrati, sottintesi, evidenziati, ma il risultato sarebbe lo stesso marginale.
La cosa sconvolgente dei cinque album è che essi sono, così come stanno, perfetti: oggetti inavvicinabili dalle quali emanano tuttavia vibrazioni profonde, vitali, seminali.
Chi viene risucchiato nel loro universo si ritrova a canticchiare strofe improbabili con il tono epico e la lacrimuccia di chi stia declamando l’Infinito o cantando la Traviata.
Questa musica così apparentemente asettica, queste liriche così ostiche, indecifrabili non provengono dalle “emozioni” (titolo famosissimo del primo Battisti), ma da qualcosa che arriva prima di esse, oppure ancora, da dopo.
Dopo la liberazione dei fardelli emotivi, dopo la fine delle nevrosi o delle rime cuore – amore, c’è l’universo traslucido dei cinque album.
Essi non possono in nessun modo piacere alle masse: nello stesso tempo non è necessario aver chissà quali basi culturali per sprofondarvi dentro. È  sufficiente accogliere l’incredibile sollievo di non doversi agganciare a nulla, ma di lasciarsi “viaggiare” da musiche, testi e pre - testi, i quali esprimono tutti, in primissimo luogo, un senso di danza.
La danza percorre tutto l’itinerario dei cinque album: il movimento leggero, giocoso, ilare, delle parole, della musica, degli oggetti, del “prospero per la pipa universale”, della distrazione, del cibo –donna, tutto senza fermarsi mai, “come fosse la fine”.

Sono album finali e non poteva essere che così: svettano in mezzo allo sterminato magazzino della canzonetta, bianchi, puri, incontaminati eppure densi di vita e gioia, per chi se ne lascia travolgere.

P.S Nei post successivi tenterò, nei limiti delle mie capacità, di esaminare album dopo album i cinque "bianchi". Ce ne vorrà di tempo e voglia ...

martedì 6 marzo 2012

La più grossa sfiga


Io a Lucio Dalla invidio la morte: un bel colpo, improvviso, zac, fuori dai coglioni in un lampo, al colmo di una vita stravissuta, non troppo giovane, né troppo vecchio. Si è risparmiato il rincoglionimento, il pannolone, l'esclusione dal mondo come relitto del tempo che fu.
C'è gente che ha proprio tutte le fortune.
Dalla era credente: ahinoi, mi si deve indicare un solo cantante famoso che non sia credente.
Qua in Italia, i preti sono sempre  grandi amici dei cantanti, li frequentano, tengono omelie quando schiattano.
La gente dello spettacolo contribuisce a trascinare il popolo in quella strana fascinazione che è la Chiesa Cattolica: una organizzazione onnipresente che si occupa di indicare all'italiano che c'è un Dio buono che pensa a lui.
E meno male. Figurati se non ci pensava.
Ecco, a me questi cantanti e cantautori credenti infastidiscono un po'. Voglio dire, non ti lasciano un'alternativa.
Nessuno mai che bestemmi, che faccia una canzone di denuncia contro la pedofilia ecclesiastica, o a favore del pagamento del'Ici anche per le chiese. Mai uno che faccia una canzone a favore, che ne so, della fecondazione assistita, del'aborto, dell'eutanasia, del controllo delle nascite.  
Nessuno che dica più che la vita della gente è mediamente stupida, vuota e inutile. Una volta si arrischiavano, adesso no.
No, solo canzoni su come è bella la vita anche se ci sono i poverelli con la pelle di un altro colore, è dura senza lavoro, ma ce la faremo.
Mi aspetterei da un artista una canzone sulla condizione delle suore costrette a soddisfare le proprie voglie in modi macchinosi, oppure pezzi in cui qualcuno dice, Sai che c'è? ammazza un manager, starai meglio te. Ammazzane due, ammazzane tre, fai star bene anche me... Un Vasco Rossi che biascica Vooglio rapinare/ una banca in questa vita/ prima che in questa vita/ una banca rapini me ...
Sarebbe molto più educativo.
Macché, sembrano tutti complici di un'associazione per delinquere. Ci credo che Dio li favorisce. Anche Dalla.
E vai con Padre Pio, vai con la Madonna, vai coi poverelli d'Africa, vai con l'Opus Dei, vai con i finanziamenti alle opere pie ecc, ecc, ecc. Vai con case sparpagliate in tutta Italia, un patrimonio di milioni, macchine sportive, ecc, ecc, ecc.
C'è stato decisamente un Dio buono che si è occupato di Lucio e un po' meno del resto d'Italia.
I cassintegrati possono consolarsi ascoltando Dalla, il milionario che li capiva.
Intendiamoci, a me Dalla piaceva. Quando è morto ho pensato, eccone un altro sparito. Ora abbiamo solo Vasco Rossi e Ligabue: per il nuovo che avanza, i Modà.
Dalla era un poeta. Veramente. Metteva fieno in cascina, ma era un poeta. Faceva tramite con Dio, assieme a Padre Pio.
Popolo di santi, navigatori, eroi, cantanti, calciatori, ne abbiamo perso un altro.
Adesso deve venirne fuori uno come Pietro L'Aretino. Uno che vada in TV a picchiare Bruno Vespa, che sfidi la galera, che dica finalmente la verità: avere la Chiesa Cattolica sul suolo italico è stata la più grossa sfiga che potesse capitare a un popolo.

sabato 10 settembre 2011

Un gioiello di carnale gioia in mezzo agli astri



Gli ultimi quartetti di Beethoven sono capolavori assoluti di melodia, profondità, ricerca strutturale e suono.
La totale sordità nella quale il compositore era sprofondato negli ultimi 10-15 anni di vita, aveva come acuito il senso interiore della necessità compositiva. 
Ogni cosa ha origine da un centro e quel centro, ormai, è solo interiore.
I vincoli formali della musica sette-ottocentesca crollano,  i vincoli stessi della vita materiale diventano labili e nasce questo.
L'uomo ha vinto la forma, è diventato tutt'uno con essa.
Ogni singolo movimento del quartetto op. 132 è splendido, un pezzo di universo cosmico racchiuso in qualche centinaio di battute. 
Ma il terzo, signore e signori!
Il terzo è qualcosa di più. 
E' una Canzona (sic!) di ringraziamento di un convalescente alla Divinità per la propria guarigione.
Una preghiera laica di una bellezza indicibile, una elaborazione quasi postmoderna del profondo studio di Beethoven su Palestrina. Una esplorazione dell'infinito, la smaterializzazione delle particelle, lo sciogliersi dell'anima nelle correnti fotoniche del mondo. 
Calmo, solenne, inevitabile, assoluto: se mai quest'ultima parola possa avere un senso, con Beethoven l'acquista.
Eppure  Beethoven non è uomo unilaterale. 
In sé contiene estremi.
Nel mezzo di un tale movimento astrale, nella lenta rotazione delle galassie, appare, ripetuto due volte in forma leggermente variata, la Gioia.
La Gioia, che nella Nona appare istituzionalizzata, pomposa, faticosa, qui è Divina, leggera, una danza intorno all'Immortale amata, l'Amore, la Salute, la Carne e Gioia, Gioia. 
Lacrime dolcissime di Gioia.
Sei tornata, finalmente, per sempre restare, qui con me, per sempre. 
Tutto scondinzola di felicità, come un cane che rivede il padrone, due amanti che si ritrovano dopo anni, tutto trema alla sensazione inimitabile che ogni fatica è stata ricompensata.
Invece dopo l'esultazione, ecco, riprende la calma, solenne meditazione astrale.
Perché Beethoven ha sentito di dover ripetere due volte l'ingresso della Gioia?
Perché la rotazione incessante degli astri non si può fermare e il Destino pur sempre reclama.
E anche quest'ultimo vincolo si deve sciogliere. 
Dopo l'ultimo spegnersi dell'ultimo sussulto, l'infinito reclama.
Il viaggio dell'anima continua. 
Eppure quei due  momenti sono tutto, sono indimenticabili, valgono l'intero quartetto e forse l'intera Vita.