"Non mi sarebbe mai venuta la tentazione di entrare in un supermercato e rubarmi qualcosa da mangiare. Rubare il superfluo era indice di libertà, pensavo, rubare il necessario indice di schiavitù. Lo schiavo ruba il cibo al padrone. La musica invece è un mio diritto come uomo e se non posso avere la musica che dico io, la rubo."
Confessioni di un lavoratore non specializzato
Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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venerdì 1 giugno 2018
martedì 29 dicembre 2015
Riusciamo ancora a cantare
Addio anche al 2015.
Quanti addii, come dal finestrino di un
treno, prima dell’avvento del Frecciarossa, quando ancora ti potevi sporgere e
addirittura, allungando la mano, toccarsi.
Tutto sommato mi sono divertito
anche quest’anno.
Invecchiare è come diventare visitatori distratti di se
stessi.
Il mondo va avanti come vuole e noi riusciamo ancora a cantare.
Non è poco.
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sabato 24 ottobre 2015
Allegro non troppo e molto maestoso
Prendiamo ad esempio l’inizio del primo movimento del concerto
per pianoforte in Si bemolle minore di Čajkovskij. Tutti lo conoscono, anche i più ignoranti, anche
quelli totalmente a digiuno di musica classica. Tutti lo hanno sentito di
sfuggita almeno una volta. Ebbene, è un brano meraviglioso, pieno di un pathos
struggente, di un'energia vitale pura e incorrotta, è un aprirsi a vasti
continenti di aria fresca, una cavalcata piena di malinconica gioia attraverso
la steppa, un empito che riempie l’anima di qualcosa di grandioso,
inesprimibile. Il pianoforte gioca con le settime diminuite, si esibisce
megalomane in scorribande egocentriche da un capo all’altro della tastiera per
poi venire risucchiato dagli umori della pianura sconfinata, su cui corre a
cavallo il conte Tolstoj in cerca di gloria. È un brano prodigioso in cui è
contenuto tutto l’ottocento russo, i grandi romanzi, le taighe, i mugik, il
cielo sconfinato e gli echi lontani dei grandi salotti aristocratici.
Ebbene, un pezzo così stupefacente e grandioso, è in realtà solo l’Introduzione
al concerto.
Tutto quello che avverrà dopo,
sia pure bellissimo e scintillante, sarà una cosa completamente diversa, come se appartenesse a un’altra opera.
Čajkovskij qui ha compiuto qualcosa di inaudito. Ha
letteralmente dissipato un tema bellissimo,
lo ha buttato lì, lo ha evocato, lo ha volutamente sprecato, ne ha fatto dono, come un rapido schizzo, come fanno gli
artisti zen che calano il pennello sulla tela noncuranti di quello che c’è
prima e di quello che ci sarà dopo.
Čajkovskij ha giocato sul dispendio
assoluto, sullo squilibrio, come ebbro, noncurante.
Dopo un'Introduzione così, cosa mai avrebbe potuto esserci? Qualunque cosa sarebbe sembrata fuori posto, dimessa. È l'abitudine a più di 130 anni di esecuzioni che ci fa sembrare questo concerto perfetto così com'è. È l'abitudine al suo squilibrio, che è in realtà un approccio a qualcosa di più vitale e profondo.
Com’era prevedibile, la bellezza di questo concerto non fu
compresa, all’inizio. Che c’entrava quel brano introduttivo buttato lì così e
mai più ripreso? Per tacere del resto, troppi accordi strani, troppe
architetture traballanti: si pensi alle divagazioni scintillanti improvvisate
nel mezzo di una melodia pacifica come quella del secondo movimento, ad
esempio. Agli occhi dei benpensanti sembrava la composizione di un ubriaco.
Ma Čajkovskij si rifiutò di cambiare una sola nota. E fece bene.
Quando guardiamo alle cose della vita cercando sempre la giusta
proporzione, cercando il modo migliore di fare e disfare, dovremmo ricordarci
della profonda bellezza di questo brano iniziale, sprecato, bruciato in pochi minuti e mai più ripetuto in tutta un’opera.
Forse ha qualcosa da insegnarci.
PS. L'esecuzione di Lang Lang è stupefacente. Questo ragazzo è un folletto meraviglioso.
lunedì 21 settembre 2015
Everybody knows
lunedì 27 aprile 2015
Scriabin o il colore dell'estasi
http://www.youtube.com/watch?v=h1l_UEPJi2M
Nel link, la Sonata N. 10,detta degli "insetti".
Esattamente cento anni fa, il 27 aprile 1915, a
causa di una setticemia sviluppatasi da un foruncolo infetto sotto i baffi,
moriva a 43 anni Aleksandr Scriabin. Figura di musicista eclettica ed eccentrica quanto
altri mai, Scriabin è uno dei pochi artisti che può a rigore definirsi genio,
in quanto creatore di un linguaggio proprio, originale e insieme universale.
Nasce
imitando Chopin (addirittura migliorandolo, cosa incredibile) e finisce per
essere totalmente se stesso, creatore di un linguaggio unico, precursore di
tutti gli sperimentalismi del Novecento. Parte dal simbolismo russo, per
approdare alla fantascienza. Scriabin parte dal tardo romanticismo per arrivare
a una concezione dell’arte completamente multimediale. È sua l’idea della
tastiera che proiettava colori. La sua concezione musicale era sinestetica, a
ogni nota corrispondeva un colore.
La
sua ultima opera Mysterium,
incompiuta, doveva essere eseguita ai piedi dell’Himalaya, per giorni e giorni,
da un’orchestra di migliaia di elementi. Scriabin riteneva che questa
esecuzione avrebbe creato vibrazioni che avrebbero fatto sprofondare il vecchio
mondo, facendo affiorare al suo posto uno nuovo, nel quale l’umano e il divino
sarebbero stati inscindibili.
Scriabin
era evidentemente un pazzoide, quasi alcolista, dedito allo studio della
teosofia, quella strana mistica infarcita di stronzate spiritiste e ricerca
degli ultramondi, in voga tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.
Nato
il giorno di Natale del 1871 (il 6 gennaio del 1872 secondo il nuovo
calendario) riteneva questo essere di buon auspicio: si considerava (ed era
considerato dai suoi, non pochi all’epoca, “discepoli”), un emissario cristico della
Nuova Arte. Curiosamente, morì il 14 aprile del 1915 (27 aprile del nuovo
calendario), giorno di Pasqua.
Può
a ben diritto essere considerato, in senso romantico un Uomo del Destino.
Fu
l’autore di incredibili speculazioni armoniche. Le sue composizioni, infatti,
erano basate su cellule armoniche più che su cellule tematiche: fu un
precursore in tutto e per tutto.
Il
fatto è che, dietro le fumisterie pseudo religiose, Scriabin celava uno spirito
di ricerca inesauribile, una devozione assoluta alla missione dell’artista.
Scriabin
credeva nell’uomo, insomma. Credeva che nella propria interiorità l’uomo
celasse le leggi da seguire per approdare sulle sponde della Felicità.
Fu
impressionista oltre Debussy, espressionista oltre Schönberg, fu totalmente se
stesso, senza condizionamenti e compromessi e per questo fu, dopo la morte,
abbastanza trascurato. La cultura sovietica non poteva tollerare deviazioni
mistiche: nonostante questo, le sue sonate per pianoforte e i suoi preludi divennero il cavallo di
battaglia per pianisti come Horowitz e Richter.
I
suoi due grandi poemi sinfonici, il Poema dell’Estasi e il Poema del Fuoco,
sono capolavori assoluti del Novecento. Il primo di essi, risente ancora della
smisurata influenza che ebbe il Tristano e Isotta di Wagner sulla musica di
fino ottocento e novecento, seppur trattata con mezzi espressivi originali. Il
secondo detto anche Prometeo è lo sviluppo completo del suo sistema, basato su
una scala musicale di sua invenzione (Do,
Re, Mi, Fa♯, Sol, La, Si♭), in cui
ogni nota, naturalmente, esprimeva un preciso grado di spiritualità.
Tutta
la musica di Scriabin, dalle sue produzioni giovanili simil chopiniane e
tonali, alle impervie composizioni mature, è pervasa da una strana, penetrante,
dolciastra sensualità.
È
musica che rapisce, che può fare male. È musica (specialmente dalla Sesta
sonata in poi) da pazzi. Un’anima
assorbita da se stessa che cerca di esternare i moti interiori rendendoli come
zaffate di pennello su una tela. Smarrita ogni coordinata tonale
(apparentemente) è musica ondivaga, allucinata. È comprensibile che possa non
piacere, questa musica che era, paradossalmente, una ricerca incessante del
piacere.
Scriabin
era un intossicato, un genio malato, allucinato, uno che apparentemente aveva
perso la bussola. In realtà la sua bussola orientava verso altri piani di
coscienza, nella regione inaccessibile ai più, chiamata Estasi.
Lasciò, oltre alla sua musica, alcune pagine di
meditazioni filosofiche, estremamente interessanti. In esse si scorge una mente
speculativa molto meno presa da fumi teologici di quel che sembra. Segno che il
genio è sempre libero, in fondo, da condizionamenti.
Scriabin auspicava l’unione completa tra arte e
filosofia. In lui si trovano echi di Nietzsche, di Schopenhauer ma trattati con
il respiro del dilettante di genio.
Sono gioco, sono libertà, sono vita,
sono sogno, sono fatica, sono sentimento.
Sono il mondo. Sono insana passione,
sono fuga frenetica, sono desiderio, sono luce. Sonoascesa creativa che accarezza
teneramente, che cattura, che brucia, distruggendo.
Resuscitando io sono torrenti furiosi
di sentimenti sconosciuti, sono il confine, sono la sommità,sono niente.
Voi, abissi del passato nati dai
raggi dei miei ricordi, e voi, vette del futuro e creazioni dei miei sogni! Voi non siete voi.
Io sono Dio!
Sono niente, sono gioco, sono
libertà, sono vita.
Io sono il confine, sono la vetta.
Io sono Dio!
Io sono la fioritura, sono la
beatitudine, sono la passione che tutto consuma, che tutto pervade.
Sono il fuoco che avvolge l'universo e lo riduce al caos.
Sono il gioco cieco delle forze
scatenate.
Sono creazione dormiente. Intelletto
a riposo.”
La cosa più bella e sconvolgente di questo universo
è che possano esistere, nella stessa dimensione spazio temporale di una piccola
vita umana, persone come Scriabin, il mistico e Schubert, il piccolo viandante: figure assolutamente
antitetiche e entrambe umanamente divine.
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mercoledì 30 aprile 2014
Schubert e l'Origine del mondo
Il mio interesse per le questioni Renzi, Berlusconi, i quattro
papi, i bonus elettorali, la destra, la sinistra, l’eterologa, i social
network, DFW, l’aldilà, i quark, la dialettica marxista è pari alla radice
quadrata di – 1.
È tutto così privo di splendore e così pieno di miserie.
C’è un punto, durante lo sviluppo del primo movimento, in cui il
canto s’interrompe per qualche istante, poi riprende da una tonalità lontana, con
qualcosa che pare totalmente nuovo, ma in realtà è un’elaborazione del tema
principale, trasformato in una melodia di bellezza struggente.
Mi sembrava come se una nuova luce fosse stata gettata sulle cose trasformandole.
Era una sensazione inesprimibile, di nostalgia deliziosa.
Chi non è fatto per i succhi romantici trova questa roba
stucchevole. Me ne rendo conto.
Io invece ho sempre provato un’attrazione magica per la musica
classica.
Quest’attrazione strideva con l’ambiente in cui vivevo e i
coetanei che frequentavo. Abitavo in uno dei quartieri più malfamati di Milano,
Quarto Oggiaro.
Ho frequentato le medie in mezzo a delinquenti pluriripetenti,
pazzi, drogati. Il bullismo era all’ordine del giorno. Il bullismo di adesso mi
fa solo ridere.
Essere un ragazzino mingherlino appassionato di musica classica
non era semplice.
Prendeva piede l’heavy metal. Venditti scalava le classifiche. C’era
Dylan (ancora), c’erano i Rolling Stones. C’erano i film di Bruce Lee. I
ragazzi si massacravano di botte per imitarlo.
Sembrava di essere in guerra.
Non che i Rolling Stones o l’heavy metal mi dispiacessero, solo che
non toccavano le mie corde.
Non appena mi ritrovavo solo, correvo da Schubert o Beethoven, o
Chopin, poi Mahler, Schumann ecc.
Soltanto lì, insieme a loro, mi sentivo veramente a casa. Mi
sentivo capito. Lì, le mie corde suonavano tutte, oh, sì. Facevo l’amore con la
musica. Intendo dire, non che la usassi di sottofondo mentre scopavo, all’epoca
ero tristemente vergine.
No, ero rapito dalla musica. Nello stupore.
Non sapevo nulla, non capivo nulla, ma sentivo tutto.
Ero lì. Tutto intero. La mia solitudine conteneva tutto il mondo e
se ne nutriva.
L’origine del mondo proviene da questa nostalgia deliziosa. È quando
l’anima (qualunque cosa sia) si sente tirata da tutte le parti, come se volesse
stirarsi fino a sovrapporsi a tutto.
Questo stupore ti coglie quando ti avvicini alla realtà più
profonda delle cose, il misterioso Presente.
È la stessa sensazione che ebbi quando, anni dopo, scopai per la
prima volta. Unito alla radice stessa delle cose. L’assoluto vero.
Stupore.
Anche l’Origine del mondo di Courbet, su un altro livello, è la
stessa cosa. Non è un caso che il quadro si intitoli così. Poteva intitolarsi,
l’origine dell’uomo, o l’origine della vita.
No, Courbet l’ha chiamato l’Origine del mondo.
Lo stupore della figa. Il vuoto che crea. Il piacere come perdita
e riconquista. Bla bla bla.
Non importa. Quella è l’Origine.
Si potrebbe dire che, da adolescente, compensavo l’assenza di figa
con Schubert.
Anche dopo che la figa divenne realtà nella mia vita, da sola non
bastava mai.
La figa da sola non è mai sufficiente, se non è accompagnata da una
certa dose di nostalgia deliziosa. Finché sono in grado di sentire ancora
quello stupore, va tutto bene.
Schubert pre e post coitus.
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mercoledì 2 ottobre 2013
Battisti Panella Hegel: E al posto di cose ci sono le cose 2/2
Arrivati quasi alla
fine del viaggio nei cinque bianchi, la fatica si sente. Tali e tanti i
paesaggi sonori e linguistici visitati, tanti e tali le sfaccettature degli
album precedenti, tali e tante le acrobazie del duo, che la possibilità di una
caduta all’ultimo gradino è probabile e anzi certa. È come trovarsi in un sogno
che non vuole finire, di cui ormai il fondale di cartapesta è sfondato e
tuttavia si va avanti ad assistere a scenari vuoti senza potersi svegliare.
Con
Hegel
ci si trova davanti un’opera che è difficile definire del tutto riuscita. Non
che manchino momenti belli all’interno dell’album, non che manchi la poesia e sprazzi di genialità, ma si avverte una mancanza di urgenza nel comporre che invece era presente negli altri album.
Panella in più di
una intervista aveva fatto intendere che il giochino lo stava stancando.
Battisti invece avrebbe potuto continuare all’infinito a musicare versi
improbabili, pareva averci preso gusto all’appuntamento biennale. Panella
racconta di aver voluto, quasi, sabotare l’ultimo album fornendo testi sempre
più metricamente complicati, fregandosene del senso e della musicalità. Inserisce a piene mani concetti filosofici e voli pindarici e Battisti riesce
lo stesso, magistralmente, a musicarli, come se nulla fosse: ma il risultato,
secondo me, è inferiore alle aspettative.
Gli otto pezzi di Hegel sono, ancora più che nel
precedente CSAR, in bilico tra l'essere malriuscite ripetizioni di un gioco che
ormai mostra la corda e gli ultimi veri esperimenti di avanguardia novecentesca. In certi momenti è
veramente difficile capire se sia vera una cosa o l’altra.
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giovedì 26 settembre 2013
Battisti Panella Hegel: E al posto di cose ci sono le cose 1/2
Gli anni Novanta
sono anni finali per tante cose. Il XX secolo, quello degli Orrori e delle
Meraviglie, si chiude in tono minore, nell’incertezza e nell’indistinto, proprio
come molti pezzi della produzione BP.
Finisce l’URSS e
con esso in breve tempo buona parte della geografia che conoscevamo da bambini,
finisce l’era della telefonia fissa soppiantata dai cellulari, finisce in
Italia la Prima Repubblica, finisce il PCI, finisce la festa e Jovanotti si
improvvisa autore serio: da questo si sarebbe dovuto capire come buttava il
decennio.
Gli anni Novanta sono naturalmente anche anni iniziali: comincia l’interminabile crisi economica e occupazionale che tra alti e bassi arriverà fino ai giorni nostri. Inizia il ventennio berlusconiano, con l’espandersi di tutti gli ammennicoli televisivi e una incipiente oscenità spettacolare (nel senso di Debord) che non avrà più fine. Inizia l’era di Internet, anche se ancora balbettante. Muore Cobain e il grunge finisce seppellito assieme a lui, la techno fa esplodere le discoteche e la testa di ragazzini recalcitranti a ogni forma di cultura. Spopolano l’ecstasy e il crack. Lo splendore e le miserie degli anni Novanta è magnificamente rappresentato da quel maelstrom di parole che è Infinite Jest, uscito nel 1996.
Gli anni Novanta sono naturalmente anche anni iniziali: comincia l’interminabile crisi economica e occupazionale che tra alti e bassi arriverà fino ai giorni nostri. Inizia il ventennio berlusconiano, con l’espandersi di tutti gli ammennicoli televisivi e una incipiente oscenità spettacolare (nel senso di Debord) che non avrà più fine. Inizia l’era di Internet, anche se ancora balbettante. Muore Cobain e il grunge finisce seppellito assieme a lui, la techno fa esplodere le discoteche e la testa di ragazzini recalcitranti a ogni forma di cultura. Spopolano l’ecstasy e il crack. Lo splendore e le miserie degli anni Novanta è magnificamente rappresentato da quel maelstrom di parole che è Infinite Jest, uscito nel 1996.
Negli anni Novanta
c’è tutto e il contrario di tutto, in atto di mescolarsi dando forma al niente
pieno di rimpianto per il passato che saranno gli anni Duemila.
A metà di questo
triste calderone, nel 1994, Battisti fa uscire l’ultimo album della sua
carriera e della sua vita mortale.
Hegel è quanto di più distante e sradicato si
possa trovare nella produzione artistica del decennio. È ancora più distante
dal mondo mercificato di quanto potessero esserlo gli altri album bianchi. Mentre
la musica pop italiana del decennio si esprime con un profluvio di flatulenze oleose e finto
etniche, Hegel si situa in un altrove
immenso: è , letteralmente, un'inaccessibile cattedrale in un deserto, una
luna bianca, pietrificata.
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giovedì 12 settembre 2013
Battisti Panella Cosa Succederà Alla Ragazza: io ti vorrei incontrare però non lo vorrei
Negli anni Novanta
imperava la techno, l’uso spasmodico delle drum machine, la musica house da un
lato, e il grunge, i Nirvana, gli scarponi slacciati e la sciatteria come
filosofia di vita, dall'altro.
Al crollo totale delle
ideologie rivolte alla salvezza dell’uomo massa, quello che restava tra le dita
dei superstiti del Moderno era la possibilità di illudersi di godere dei
vantaggi di un Mercato finalmente Illimitato, oppure la libertà di scivolare
nella depressione. Unica certezza: tutto si può comprare, o almeno desiderare.
Tutto sarebbe cambiato, nei Novanta, crisi occupazionale a parte, che già allora
si faceva sentire. Ecco il post – moderno, senza più blocchi ideologici
contrapposti.
Battisti continuava
a rimanere nascosto ai comuni mortali e a sfornare dischi biennali, prodotti e
arrangiati a Londra. Ogni volta le aspettative dei fan rimanevo frustate a
livelli tali che ormai si riteneva Battisti un caso clinico irrimediabile.
Però la sua voce,
indescrivibile, onnipresente e indimenticabile una volta che la si è ascoltata,
non riusciva a sparire dalla memoria collettiva. A questo fatto fu dovuto il
successo effimero ma notevole degli Audio 2 con canzoni e voce talmente simil –
battisti periodo Mogol che per molti fu come se Lucio si fosse miracolosamente
rimesso in carreggiata.
Da parte di
Battisti non vi fu, naturalmente, mai nessun commento sugli Audio 2.
Lui era da qualche
parte nella sua villa del varesino a godersi il giardino e lo studio di registrazione
ultramoderno. La sua voce vera arrivava soltanto attraverso i dischi bianchi,
sempre più folli, solipsisti, incomprensibili.
Ormai il confine
tra voglia di superamento dei limiti, mimetismo estremo, ricerca raffinata, desiderio
di distruggere la propria immagine del cantautore di Acqua azzurra, acqua chiara, che nonostante tutto i vecchi fan
continuavano ad appiccicargli addosso, e patologia, cominciava realmente a
diventare labile. Il disco uscito nel 1992 sembra confermare questa diagnosi
clinica, almeno in parte.
Il binomio Battisti
– Panella sfornò con la Columbia Records (il primo distacco dalla Numero Uno) otto
brani che, mentre si rivelavano ancora più ostici dal punto di vista testuale
sembravano tornare a una maggiore semplicità armonica e una adesione quasi
letterale da parte di Battisti agli stili musicali dei Novanta. I brani,
insomma erano canzoni tipiche della decade, ma talmente tipiche da cadere in una specie di iperrealismo: i pezzi
dell’album sono pezzi techno e house al cubo, con incursioni nel rap che paiono
tutto meno che necessarie, e che tuttavia, come sempre, quando si tratta di
Battisti, funzionano.
È come se il disco
CSAR fosse uno specchio che riflette in modo assolutamente distaccato il mondo
che lo circonda, così come è. Questa è forse la chiave di lettura degli ultimi due
album dei dischi bianchi e della vita stessa di Battisti. Distacco e
riflessione, nel senso di riprodurre l’immagine che si ha davanti di momento in
momento, ma che tuttavia non ci appartiene. Per potere operare in questo modo occorre
essere insieme dentro e fuori dal tempo, come i pazzi, i solipsisti o i grandi
artisti. Ciascuno giudichi secondo il suo gusto in che posizione collocare
Battisti.
Nonostante la
freddezza, la mancanza di emozioni nella voce, o forse proprio per questo, CSAR
ha molti momenti di pura bellezza e sentimenti rivelatori. Atomi che danzano al
suono delle drum machine, freddi ma consapevoli.
Proseguono le
vicende della Ragazza, pronta a ricominciare a danzare al suono glaciale degli
anni Novanta. La copertina evidenzia questo distacco sempre più profondo dal
mondo della Merce, questa noncuranza di attirare qualsiasi fruitore, con una
tremolante sigla in stampatello.
venerdì 30 agosto 2013
Battisti Panella La Sposa Occidentale: sai che non si è mai la propria vita
Con l’ormai
consueta cadenza biennale, nell’ottobre 1990 uscì il terzo album della “strana
coppia”. Copertina bianca, come sempre, con una specie di indecifrabile
ritratto dentro a un quadro. Registrato a Londra, come gli altri, si avvale
della collaborazione di un arrangiatore d’eccezione come Greg Walsh,
collaboratore, tra gli altri, dei Pink Floyd e di Battisti stesso in Una donna per amico.
Questa volta
Battisti optò per l’eliminazione totale di strumenti che non fossero
elettronici, come già aveva fatto per l’album E già.
Mentre sia in Don Giovanni che ne L’Apparenza vengono ancora utilizzati archi, pianoforti, chitarre e
bassi veri, dalla Sposa Occidentale il paesaggio diviene totalmente scevro
dalla presenza di mano umana: solo freddi apparecchi digitali e la sua voce,
masterizzata in modo da non spiccare eccessivamente. È una voce distaccata,
didascalica, con una sorta di fredda ironia appena percepibile, che vira
facilmente sui toni in falsetto.
È come se dicesse
che qui ormai niente è più serio e, nello stesso tempo, il gioco è ormai
diventato serissimo: l’ossessione di mimesi e sparizione assume proporzioni
colossali.
E tuttavia anche
questo album ebbe un discreto successo, vuoi per il gradevole e apparentemente
buffo pezzo che dà il titolo all’album, vuoi perché il nome Battisti era una
calamita sufficiente per garantire la vendita di almeno qualche centinaio di
migliaia di copie, nelle prime settimane, seguito dall’inevitabile caduta
verticale una volta che il prodotto si era rivelato inascoltabile ai più. Le
radio difficilmente si arrischiavano a far passare pezzi dell’album, tranne
giusto il brano - titolo.
Battisti ormai
faceva un mondo a sé, difficile da penetrare. Il suo apparente solipsismo
presenta molte “falle, falle rudimentali, aperte come portali, per i tuoi molto
puntuali appuntamenti molto occasionali”.
In questo mondo
rarefatto si può però entrare e si può godere.
Ci si accorge, in
mezzo a questi cristalli di canzone, che c’è una gioia di correre, soli e tutti
goduti, in mezzo alla strada. Pezzi da mettere quando si corre: c’è una
sensazione di danza, movimento giocoso, spensierato, che i testi di Panella
sottolineano.
O forse si dovrebbe
dire che i testi rarefatti e giocosi di Panella trovano perfetta corrispondenza
in una musica giocosa e rarefatta.
sabato 24 agosto 2013
Battisti Panella L'apparenza: tutto è dimostrabile, soprattutto il contrario
Don Giovanni fu un
buon successo, nonostante la diversità da tutto quello che Battisti aveva
prodotto in precedenza. Fu il terzo album per vendite nel 1986 e in classifica
rimase a lungo al secondo posto.
Il pubblico era
ancora troppo abituato e affezionato al cantautore, per non accoglierne anche
le più spigolose novità. Oltre tutto, anche ai puristi della canzonetta “normale”
non poteva sfuggire che, nonostante i testi ostici, le canzoni dell’album
erano, semplicemente, belle. Entravano dentro, nell’anima e ci rimanevano a
covare emozioni come sempre indefinibili.
L’Apparenza uscì
nell’ottobre del 1988 e fu, se possibile, ancora più spiazzante dell’album
precedente. Stavolta Battisti non voleva lasciare dubbi: la nuova strada che
aveva intrapreso con Don Giovanni era avanti tutta e senza ritorno.
Se nell’album
precedente il procedimento compositivo nasceva dalla musica alle quali Panella
sovrapponeva i suoi bellettristici
versi, ora i due avevano deciso di agire al contrario. Doveva essere
Panella a sottoporre a Battisti i suoi componimenti, a metrica libera,
concernenti qualunque cosa volesse.
La musica doveva
scaturire dal verso, così com’era.
Era una sfida alla
quale i due si applicarono senza risparmiarsi. Panella non si pose limiti.
Battisti
nemmeno.
Gli arrangiamenti,
i testi, la struttura dei brani: ogni aspetto de L’Apparenza è uno schiaffo in
faccia a chi è ancora legato al ricordo del vecchio Battisti.
La copertina è
bianca, spoglia, con una credenza stilizzata disegnata da Battisti stesso.
Resta solo la sua
voce, inconfondibile, acuta, mimetica, fredda, esplicativa, a segnalare che
Lucio c’è ancora, da qualche parte, nascosto: c’è e ha deciso di parlarci.
Noi possiamo solo
ascoltare, fuggire, ignorare, o amare.
lunedì 12 agosto 2013
Battisti Panella. Don Giovanni: L'artista non sono io, sono il suo fumista
Prima
di cominciare, bisogna dire che porsi l’obiettivo di analizzare i 40 brani è da
un lato un compito ingrato e, da un altro lato, completamente inutile.
Indagare
sull’astrattismo ha sempre in sé una sfumatura di ridicolo che aumenta man mano
che l’indagine prosegue. Non si troverà l’assassino, alla fine del giallo, ma
solo il cadavere consunto di noia dell’investigatore.
Non
ci sono interpretazioni dei significati dei testi, o meglio, ce ne sono
migliaia e tutte potenzialmente valide. Molti ci hanno provato e anche con
risultati interessanti (in Rete c’è una pletora di interpretazioni: psicanalitiche,
filosofiche, matematiche, logiche). C’è chi trova nei bianchi citazioni del
Petrarca, chi i numeri di Fibonacci, chi informazioni criptate sulla vita
quotidiana del cantante … la sensazione che se ne trae è quella inquietante che
tutte queste interpretazioni potrebbero essere vere e false a un tempo.
Panella
disse a suo tempo che le parole hanno significati molteplici e che il suo
“gioco è proprio trascorrere e percorrere la parole e i sensi. Invito al ritrovamento
di un tesoro che nessuno vuole trovare. E soprattutto sfuggo il senso unico, o
meglio l’unico senso.”
L’impronta
che si ricava dalle parole di Panella è quella dell’avanguardista stanco di se
stesso: un avanguardista che non ha più bisogno di essere tale. Tutte le retroguardie
sono rientrate, ormai, e la guerra, mai vinta e mai combattuta, è finita laggiù,
da qualche parte degli ultimi anni del novecento, prima di cominciare. Panella
pare sempre parlare da dietro un sbadiglio di noia, vezzo che si concedono
molti pseudo artisti: a lui glielo si può anche perdonare. Battisti invece era
un entusiasta del lavoro, un perfezionista. La produzione BP riflette questo
strano connubio di noia partecipata: lo sforzo di tenere insieme due mondi
distanti che per otto anni ha funzionato.
I
cinque album parlano direttamente dal fondo opaco in cui le cose e le parole si
confondono. Parlano di cose oltre le cose, apparentemente riconoscibili
(L’Apparenza è un'altra parola chiave) in realtà inconoscibili e sconosciute.
Tutto
quello che si può fare è giocare con la percezione che questi brani producono e
perdersi completamente.
Il
primo dei cinque bianchi non è bianco, in realtà, ma di un marroncino beige
chiarissimo.
In
copertina un attaccapanni alquanto stilizzato da cui pende una sciarpa
d’artista, di quelle lunghissime alla Fellini, per intenderci, lascia ben poche
indicazioni sul contenuto del disco.
Nel
1986, in pieno decennio pop elettronico, testi intellettualoidi, densi di
richiami alle tradizioni del novecento, alla letteratura, alla psicanalisi,
mescolate a melodie accattivanti, dopo l’enorme successo di Battiato, non sono
più una novità per gli ascoltatori.
A
Drive In, trasmissione esemplare del decennio, si prendono in giro le
pretese intellettuali di Sting, che fa canzoni basandosi sulla psicanalisi di
Jung.
Perfino
i Matia Bazar cominciano a fare testi ermetici e minimalisti, con canzoni tipo Aristocratica
o Vacanze romane.
Insomma,
il pubblico è diventato onnivoro: difficile disorientarlo. La cultura ufficiale
stessa viene presa e frullata nel calderone di superficialità commerciale di
quegli anni di cosiddetto riflusso.
Tuttavia
anche nei rifluenti anni Ottanta il nuovo album di Battisti, lascia
sbalorditi pubblico e addetti ai lavori.
Dopo
quattro anni dallo sperimentale e non del tutto riuscito Eh già, con
testi della moglie (o forse di Battisti stesso? Mistero mai svelato), per di
più un nuovo album senza Mogol, è un evento che non può lasciare indifferenti.
Battisti
aveva già abituato i suoi fan a sorprese inaspettate.
Da
Anima Latina in poi (del 1974: album tra i più ricercati, raffinati e
profondi della discografia non solo di Battisti, ma della musica leggera
italiana) la coppia Battisti – Mogol esplora tutti i ritmi e i riti della
cultura popolare.
Ecologisti,
terzomondisti, ribelli, anti consumisti in un’epoca in cui era di moda esserlo,
i testi di Mogol sembrano compendiare a tratti Eros e Civiltà di
Marcuse: portavoce di un’epoca in cui l’immagine dell’intellettuale anti
borghese aveva ancora un suo senso.
Nonostante
i belli ma “furbi” testi di Mogol la curiosa e inarrivabile capacità di
Battisti di creare canzoni che echeggiano l’epoca nella quale sono state composte
e nello stesso tempo la trascendono, sembra crescere sempre più.
Marciare
insieme al tempo e esserne al di fuori: questo è il segreto di Battisti.
Gli
anni Ottanta iniziano con la fine del sodalizio con Mogol.
Sui
motivi di questo distacco tutto è stato detto ed è inutile aggiungersi ai cori
di deprecazione o felicitazione.
Gli
ultimi due album fatti con Mogol hanno un gran successo, ma qualcosa già si
nota che stona. Una donna per amico (1979) e Una giornata uggiosa
(1980) sono due perfetti successi commerciali.
Chiunque
si potrebbe accontentare. I tempi sono quelli che sono. Finita la deriva
ecologista i testi di Mogol accennano a un proto femminismo, a una incipiente
stanchezza delle ideologie. Anche la musica di Battisti sembra in qualche modo
appiattirsi nella facile melodia, nella giustificazione delle cose come
stanno, sia in senso letterale che in quello musicale.
Su
questa china a breve si può solo arrivare alla ripetizione e alla stanchezza,
la macchietta di sé stessi, la stessa irrinunciabile canzonetta di successo
ripetuta ogni anno.
Ma
Battisti non si accontenta del successo. Battisti non può e non vuole tutto
questo.
Non
vuole più, forse non lo ha mai voluto.
Lui
è diverso e lo sa. Lui è veramente diverso. È disposto a tutto.
Quello
che Battisti vuole è andare avanti, ricercare, trasformarsi, perdersi e
ritrovarsi.
Ricordiamo
sempre i due aspetti fondamentali della psicologia artistica di Battisti:
volontà mimetica e desiderio di trascendersi, non essere mai dove si
è, un modo per riconfermarsi sempre numero uno.
Patologia
e immenso valore artistico, sempre in bilico.
Volontà
di autodistruzione e desiderio feroce di perdersi dentro la propria opera,
unito a un altrettanto feroce sentimento del proprio valore.
Come
un Proust che si seppellisce in casa per completare la Recherche e
rinnega sé stesso a favore dell’opera, così Battisti rinnega la propria
immagine pubblica, azzera sé stesso definitivamente per diventare autore totale.
Ha
già smesso da qualche anno di apparire in pubblico. Ora cesserà totalmente di
cercare di favorirlo. Non concederà più interviste. L’ultima è del 1980,
per la TV svizzera.
Chi
potrà mai prendere il posto di Mogol?
Pasquale
Panella, classe 1950, incontra sulla sua strada Battisti grazie ad Adriano
Pappalardo. Tra Pappalardo e Battisti c’è una amicizia di lunga data.
I
due condividono la passione per le immersioni e Pappalardo è stato una promessa
nella scuderia della Numero Uno, la casa discografica fondata da Mogol e
Battisti. Insomma, si gioca in famiglia, si può dire.
Panella
sta scrivendo i testi per l’album di Pappalardo Oh, Era ora. Battisti ne
sta curando gli arrangiamenti. È un disco stranissimo, inconsueto, e non
stupisce che non avrà riscontro. In quell’inizio anni Ottanta pare proprio che
Battisti e suoi collaboratori si mettano di impegno per remare contro qualunque
probabilità di successo.
Battisti
rimane colpito dai testi di Panella, che usa lo pseudonimo Vanera.
Panella
ha scritto per il teatro, è un giocoliere della parola, conosce le sfumature,
dosa sentimenti e ridicolo con maestria incredibile. È, in una parola, un
poeta, un vero poeta, uno che sa. Questo basta per Battisti.
È
il 1983. Battisti vuole che Panella faccia i testi del suo prossimo disco. Lui
farà le musiche e per i testi lascia assoluta carta bianca al poeta.
È
fatta. Inizia il viaggio.
giovedì 1 agosto 2013
Battisti Panella: piccolo preambolo ai cinque bianchi
Facendo un giro per la
Rete (frase orrenda che lascia intravedere significati altrettanto orrendi) si
possono leggere un gran numero di commenti, alcuni assai articolati e
interessanti, sull’intera vicenda Battisti – Panella.
Chiunque si prenda la
briga di scriverne lo fa per lodare quella che per lui o lei è stata in ogni
caso un’esperienza fortemente vitale di fruizione artistica.
Si potrebbe dire che i
40 pezzi dei 5 album B - P, hanno avuto nella musica leggera, qualcosa della
forza di impatto che poté avere l’Ulisse di Joyce nella storia della
letteratura: qualcosa di imprescindibile, ma che pochi hanno voglia veramente di
affrontare.
È musica che non può e
presumibilmente non vuole, avere accesso alle masse, però trasfigura la musica di
massa, così come l’Ulisse trasfigurò il romanzo borghese.
L’accostamento romanzo –
canzone popolare è meno strano di quello che sembra. Per le moltitudini
umane, l’unico accesso alle cosiddette narrazioni, è sempre
avvenuto attraverso le canzoni. Ogni canzone è un frammento del grande monotono
o imprevedibile romanzo del mondo: un manuale di istruzioni per l’uso poetico
della vita, parafrasando Perec.
I cinque album hanno
avuto dalla loro l’inconfondibile voce acuta di Battisti, negroide,
rassicurante: è sempre lui, quello di Acqua azzurra, acqua chiara,
lasciamoci guidare, vediamo dove ci porta.
E dove portava questa
voce acuta, inconfondibile? … e ripeschiamo l'oh dello stupore col quale
incorniciamo il fragile leggero di quel che non diciamo / e poi
di che parliamo?
Dal 1986 al 1994, ogni
due anni, questa follia a due si ripeteva tra le aspettative deluse da chi si aspettava
un ritorno alla tradizione e crollo verticale delle vendite.
Battisti non c’è più. È
un’icona impazzita. Lo fa apposta. È un furbo. Chi si crede di essere.
Poi Battisti, nel 1998,
muore. Sparisce per sempre, davvero.
Per moltissima gente è
un colpo inaspettato, come la scomparsa di un parente, un amico.
Tutti gli devono
qualcosa, anche chi non lo ha amato. Solo che Battisti è Battisti – Mogol. Che
altro?
I cinque bianchi
rimangono come sfingi, con i loro enigmi. E non solo, costituiscono la
fase finale della sua produzione. Lucio Battisti non è
andato oltre Hegel. Queste cinque bizzarrie discografiche sono,
volenti o nolenti, il suo testamento.
Tutta quella musica.
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venerdì 12 luglio 2013
Battisti - Panella: una cosina dolce al di là della merce
La
dolcezza è inascoltabile … la dolcezza che io rivolsi a me … e fu per quella
dolcezza che i cinque dischi sono forse gli unici che nessuno potrà mai
ascoltare come merce.”
Pasquale
Panella
... forse
magari è estate,
cominciano
le corse tutti arrivando i primi:
i
primi in una cosa, una cosina dolce, una cosina dolce.
I
cinque album della coppia Battisti -
Panella rappresentano un unicum non solo nel panorama della cosiddetta
canzonetta popolare italiana, ma nell’insieme della produzione artistica del
secondo novecento.
Questa
affermazione può sembrare esagerata, ma viene confermata dal’assoluto
isolamento di queste opere nel segmento temporale nel quale vennero concepite.
Non c’è mai stato, letteralmente, niente del genere prima e non c’è stato
niente del genere dopo.
La
loro presenza tuttavia, non è stata invano: ciò che queste opere esprimeva di
totalmente liminare è stato utilizzato, sottotraccia, da decine di epigoni
furbi.
Il
testo che tenta di esprimere l’inesprimibile, nella canzonetta furba post
panelliana – battistiana, è divenuto un ammiccare sfrontato dalle bancarelle
della miseria mercificata.
Gli
originali, i micidiali cinque album bianchi, loro no. Loro, a detta stessa di
Panella, esistono al di là della merce. Non a caso sono stati pubblicati nell'assoluto sprezzo delle vendite, che dal primo al quinto album sono calate più o meno in caduta verticale. Non essendo merce, i cinque album non possono essere
classificati.
Non
ammettono valore d’uso, solo un ipotetico valore di scambio.
Con
i cinque album si procede per sottrazioni: non si può dire cosa esprimano, a
livello emotivo o semplicemente musicale. Chi ne viene attratto, lo è per (come
direbbe Panella) “tutt’altri motivi”.
Un
ripetuto ascolto concede certamente, di poter entrare nell’universo stilistico
dei testi. Alcuni significati possono essere afferrati, sottintesi,
evidenziati, ma il risultato sarebbe lo stesso marginale.
La
cosa sconvolgente dei cinque album è che essi sono, così come stanno, perfetti: oggetti inavvicinabili dalle
quali emanano tuttavia vibrazioni profonde, vitali, seminali.
Chi
viene risucchiato nel loro universo si ritrova a canticchiare strofe
improbabili con il tono epico e la lacrimuccia di chi stia declamando l’Infinito
o cantando la Traviata.
Questa musica così apparentemente asettica, queste liriche così ostiche,
indecifrabili non
provengono dalle “emozioni” (titolo famosissimo del primo Battisti), ma da
qualcosa che arriva prima di esse, oppure ancora, da dopo.
Dopo
la liberazione dei fardelli emotivi, dopo la fine delle nevrosi o delle rime
cuore – amore, c’è l’universo traslucido dei cinque album.
Essi
non possono in nessun modo piacere alle masse: nello stesso tempo non è
necessario aver chissà quali basi culturali per sprofondarvi dentro. È sufficiente accogliere l’incredibile sollievo
di non doversi agganciare a nulla, ma di lasciarsi “viaggiare” da musiche, testi e pre - testi, i quali esprimono tutti, in primissimo luogo, un senso di danza.
La
danza percorre tutto l’itinerario dei cinque album: il movimento leggero,
giocoso, ilare, delle parole, della musica, degli oggetti, del “prospero per la
pipa universale”, della distrazione, del cibo –donna, tutto senza fermarsi mai,
“come fosse la fine”.
Sono
album finali e non poteva essere che così: svettano in mezzo allo sterminato magazzino della canzonetta,
bianchi, puri, incontaminati eppure densi di vita e gioia, per chi se ne lascia
travolgere.
P.S Nei post successivi tenterò, nei limiti delle mie capacità, di esaminare album dopo album i cinque "bianchi". Ce ne vorrà di tempo e voglia ...
martedì 6 marzo 2012
La più grossa sfiga
Io a Lucio Dalla invidio la morte: un bel colpo, improvviso, zac, fuori dai coglioni in un lampo, al colmo di una vita stravissuta, non troppo giovane, né troppo vecchio. Si è risparmiato il rincoglionimento, il pannolone, l'esclusione dal mondo come relitto del tempo che fu.
C'è gente che ha proprio tutte le fortune.
Dalla era credente: ahinoi, mi si deve indicare un solo cantante famoso che non sia credente.
Qua in Italia, i preti sono sempre grandi amici dei cantanti, li frequentano, tengono omelie quando schiattano.
La gente dello spettacolo contribuisce a trascinare il popolo in quella strana fascinazione che è la Chiesa Cattolica: una organizzazione onnipresente che si occupa di indicare all'italiano che c'è un Dio buono che pensa a lui.
E meno male. Figurati se non ci pensava.
Ecco, a me questi cantanti e cantautori credenti infastidiscono un po'. Voglio dire, non ti lasciano un'alternativa.
Nessuno mai che bestemmi, che faccia una canzone di denuncia contro la pedofilia ecclesiastica, o a favore del pagamento del'Ici anche per le chiese. Mai uno che faccia una canzone a favore, che ne so, della fecondazione assistita, del'aborto, dell'eutanasia, del controllo delle nascite.
Nessuno che dica più che la vita della gente è mediamente stupida, vuota e inutile. Una volta si arrischiavano, adesso no.
No, solo canzoni su come è bella la vita anche se ci sono i poverelli con la pelle di un altro colore, è dura senza lavoro, ma ce la faremo.
Mi aspetterei da un artista una canzone sulla condizione delle suore costrette a soddisfare le proprie voglie in modi macchinosi, oppure pezzi in cui qualcuno dice, Sai che c'è? ammazza un manager, starai meglio te. Ammazzane due, ammazzane tre, fai star bene anche me... Un Vasco Rossi che biascica Vooglio rapinare/ una banca in questa vita/ prima che in questa vita/ una banca rapini me ...
Sarebbe molto più educativo.
Macché, sembrano tutti complici di un'associazione per delinquere. Ci credo che Dio li favorisce. Anche Dalla.
E vai con Padre Pio, vai con la Madonna, vai coi poverelli d'Africa, vai con l'Opus Dei, vai con i finanziamenti alle opere pie ecc, ecc, ecc. Vai con case sparpagliate in tutta Italia, un patrimonio di milioni, macchine sportive, ecc, ecc, ecc.
C'è stato decisamente un Dio buono che si è occupato di Lucio e un po' meno del resto d'Italia.
I cassintegrati possono consolarsi ascoltando Dalla, il milionario che li capiva.
Intendiamoci, a me Dalla piaceva. Quando è morto ho pensato, eccone un altro sparito. Ora abbiamo solo Vasco Rossi e Ligabue: per il nuovo che avanza, i Modà.
Dalla era un poeta. Veramente. Metteva fieno in cascina, ma era un poeta. Faceva tramite con Dio, assieme a Padre Pio.
Popolo di santi, navigatori, eroi, cantanti, calciatori, ne abbiamo perso un altro.
Adesso deve venirne fuori uno come Pietro L'Aretino. Uno che vada in TV a picchiare Bruno Vespa, che sfidi la galera, che dica finalmente la verità: avere la Chiesa Cattolica sul suolo italico è stata la più grossa sfiga che potesse capitare a un popolo.
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mercoledì 21 settembre 2011
Waiting for the miracle
Auguri, Leonard.
sabato 10 settembre 2011
Un gioiello di carnale gioia in mezzo agli astri
Gli ultimi quartetti di Beethoven sono capolavori assoluti di melodia, profondità, ricerca strutturale e suono.
La totale sordità nella quale il compositore era sprofondato negli ultimi 10-15 anni di vita, aveva come acuito il senso interiore della necessità compositiva.
Ogni cosa ha origine da un centro e quel centro, ormai, è solo interiore.
I vincoli formali della musica sette-ottocentesca crollano, i vincoli stessi della vita materiale diventano labili e nasce questo.
L'uomo ha vinto la forma, è diventato tutt'uno con essa.
Ogni singolo movimento del quartetto op. 132 è splendido, un pezzo di universo cosmico racchiuso in qualche centinaio di battute.
Ma il terzo, signore e signori!
Il terzo è qualcosa di più.
E' una Canzona (sic!) di ringraziamento di un convalescente alla Divinità per la propria guarigione.
Una preghiera laica di una bellezza indicibile, una elaborazione quasi postmoderna del profondo studio di Beethoven su Palestrina. Una esplorazione dell'infinito, la smaterializzazione delle particelle, lo sciogliersi dell'anima nelle correnti fotoniche del mondo.
Calmo, solenne, inevitabile, assoluto: se mai quest'ultima parola possa avere un senso, con Beethoven l'acquista.
Eppure Beethoven non è uomo unilaterale.
In sé contiene estremi.
Nel mezzo di un tale movimento astrale, nella lenta rotazione delle galassie, appare, ripetuto due volte in forma leggermente variata, la Gioia.
La Gioia, che nella Nona appare istituzionalizzata, pomposa, faticosa, qui è Divina, leggera, una danza intorno all'Immortale amata, l'Amore, la Salute, la Carne e Gioia, Gioia.
Lacrime dolcissime di Gioia.
Sei tornata, finalmente, per sempre restare, qui con me, per sempre.
Tutto scondinzola di felicità, come un cane che rivede il padrone, due amanti che si ritrovano dopo anni, tutto trema alla sensazione inimitabile che ogni fatica è stata ricompensata.
Invece dopo l'esultazione, ecco, riprende la calma, solenne meditazione astrale.
Perché Beethoven ha sentito di dover ripetere due volte l'ingresso della Gioia?
Perché la rotazione incessante degli astri non si può fermare e il Destino pur sempre reclama.
E anche quest'ultimo vincolo si deve sciogliere.
Dopo l'ultimo spegnersi dell'ultimo sussulto, l'infinito reclama.
Il viaggio dell'anima continua.
Eppure quei due momenti sono tutto, sono indimenticabili, valgono l'intero quartetto e forse l'intera Vita.
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