"Siamo usciti dai mari preistorici un miliardo di anni fa, ci siamo evoluti dalle cellule primitive, abbiamo combattuto per vivere, abbiamo lottato e siamo morti a milioni, abbiamo sconfitto i serpenti sugli alberi, abbiamo pensato Dio, siamo sopravvissuti alle glaciazioni, abbiamo creato macchine che volano su altri mondi e apparecchi per sentire voci distanti migliaia di chilometri.
Anche in me, che sono solo un ex lavoratore non specializzato, anche nel mio sangue, c'è tutto questo. Eppure questo slancio non basta più. Ci vuole qualcos'altro."
Confessioni di un lavoratore non specializzato
Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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giovedì 7 giugno 2018
sabato 24 ottobre 2015
Allegro non troppo e molto maestoso
Prendiamo ad esempio l’inizio del primo movimento del concerto
per pianoforte in Si bemolle minore di Čajkovskij. Tutti lo conoscono, anche i più ignoranti, anche
quelli totalmente a digiuno di musica classica. Tutti lo hanno sentito di
sfuggita almeno una volta. Ebbene, è un brano meraviglioso, pieno di un pathos
struggente, di un'energia vitale pura e incorrotta, è un aprirsi a vasti
continenti di aria fresca, una cavalcata piena di malinconica gioia attraverso
la steppa, un empito che riempie l’anima di qualcosa di grandioso,
inesprimibile. Il pianoforte gioca con le settime diminuite, si esibisce
megalomane in scorribande egocentriche da un capo all’altro della tastiera per
poi venire risucchiato dagli umori della pianura sconfinata, su cui corre a
cavallo il conte Tolstoj in cerca di gloria. È un brano prodigioso in cui è
contenuto tutto l’ottocento russo, i grandi romanzi, le taighe, i mugik, il
cielo sconfinato e gli echi lontani dei grandi salotti aristocratici.
Ebbene, un pezzo così stupefacente e grandioso, è in realtà solo l’Introduzione
al concerto.
Tutto quello che avverrà dopo,
sia pure bellissimo e scintillante, sarà una cosa completamente diversa, come se appartenesse a un’altra opera.
Čajkovskij qui ha compiuto qualcosa di inaudito. Ha
letteralmente dissipato un tema bellissimo,
lo ha buttato lì, lo ha evocato, lo ha volutamente sprecato, ne ha fatto dono, come un rapido schizzo, come fanno gli
artisti zen che calano il pennello sulla tela noncuranti di quello che c’è
prima e di quello che ci sarà dopo.
Čajkovskij ha giocato sul dispendio
assoluto, sullo squilibrio, come ebbro, noncurante.
Dopo un'Introduzione così, cosa mai avrebbe potuto esserci? Qualunque cosa sarebbe sembrata fuori posto, dimessa. È l'abitudine a più di 130 anni di esecuzioni che ci fa sembrare questo concerto perfetto così com'è. È l'abitudine al suo squilibrio, che è in realtà un approccio a qualcosa di più vitale e profondo.
Com’era prevedibile, la bellezza di questo concerto non fu
compresa, all’inizio. Che c’entrava quel brano introduttivo buttato lì così e
mai più ripreso? Per tacere del resto, troppi accordi strani, troppe
architetture traballanti: si pensi alle divagazioni scintillanti improvvisate
nel mezzo di una melodia pacifica come quella del secondo movimento, ad
esempio. Agli occhi dei benpensanti sembrava la composizione di un ubriaco.
Ma Čajkovskij si rifiutò di cambiare una sola nota. E fece bene.
Quando guardiamo alle cose della vita cercando sempre la giusta
proporzione, cercando il modo migliore di fare e disfare, dovremmo ricordarci
della profonda bellezza di questo brano iniziale, sprecato, bruciato in pochi minuti e mai più ripetuto in tutta un’opera.
Forse ha qualcosa da insegnarci.
PS. L'esecuzione di Lang Lang è stupefacente. Questo ragazzo è un folletto meraviglioso.
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