Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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mercoledì 2 ottobre 2013

Battisti Panella Hegel: E al posto di cose ci sono le cose 2/2


Arrivati quasi alla fine del viaggio nei cinque bianchi, la fatica si sente. Tali e tanti i paesaggi sonori e linguistici visitati, tanti e tali le sfaccettature degli album precedenti, tali e tante le acrobazie del duo, che la possibilità di una caduta all’ultimo gradino è probabile e anzi certa. È come trovarsi in un sogno che non vuole finire, di cui ormai il fondale di cartapesta è sfondato e tuttavia si va avanti ad assistere a scenari vuoti senza potersi svegliare. 
Con Hegel ci si trova davanti un’opera che è difficile definire del tutto riuscita. Non che manchino momenti belli all’interno dell’album, non che manchi la poesia e sprazzi di genialità, ma si avverte una mancanza di urgenza nel comporre che invece era presente negli altri album.
Panella in più di una intervista aveva fatto intendere che il giochino lo stava stancando. Battisti invece avrebbe potuto continuare all’infinito a musicare versi improbabili, pareva averci preso gusto all’appuntamento biennale. Panella racconta di aver voluto, quasi, sabotare l’ultimo album fornendo testi sempre più metricamente complicati, fregandosene del senso e della musicalità. Inserisce a piene mani concetti filosofici e voli pindarici e Battisti riesce lo stesso, magistralmente, a musicarli, come se nulla fosse: ma il risultato, secondo me, è inferiore alle aspettative.
Gli otto pezzi di Hegel sono, ancora più che nel precedente CSAR, in bilico tra l'essere malriuscite ripetizioni di un gioco che ormai mostra la corda e gli ultimi veri esperimenti di avanguardia novecentesca. In certi momenti è veramente difficile capire se sia vera una cosa o l’altra. 


giovedì 26 settembre 2013

Battisti Panella Hegel: E al posto di cose ci sono le cose 1/2



Gli anni Novanta sono anni finali per tante cose. Il XX secolo, quello degli Orrori e delle Meraviglie, si chiude in tono minore, nell’incertezza e nell’indistinto, proprio come molti pezzi della produzione BP.
Finisce l’URSS e con esso in breve tempo buona parte della geografia che conoscevamo da bambini, finisce l’era della telefonia fissa soppiantata dai cellulari, finisce in Italia la Prima Repubblica, finisce il PCI, finisce la festa e Jovanotti si improvvisa autore serio: da questo si sarebbe dovuto capire come buttava il decennio. 
Gli anni Novanta sono naturalmente anche anni iniziali: comincia l’interminabile crisi economica e occupazionale che tra alti e bassi arriverà fino ai giorni nostri. Inizia il ventennio berlusconiano, con l’espandersi di tutti gli ammennicoli televisivi e una incipiente oscenità spettacolare (nel senso di Debord) che non avrà più fine. Inizia l’era di Internet, anche se ancora balbettante. Muore Cobain e il grunge finisce seppellito assieme a lui, la techno fa esplodere le discoteche e la testa di ragazzini recalcitranti a ogni forma di cultura. Spopolano l’ecstasy e il crack. Lo splendore e le miserie degli anni Novanta è magnificamente rappresentato da quel maelstrom di parole che è Infinite Jest, uscito nel 1996.
Negli anni Novanta c’è tutto e il contrario di tutto, in atto di mescolarsi dando forma al niente pieno di rimpianto per il passato che saranno gli anni Duemila.
A metà di questo triste calderone, nel 1994, Battisti fa uscire l’ultimo album della sua carriera e della sua vita mortale.
Hegel è quanto di più distante e sradicato si possa trovare nella produzione artistica del decennio. È ancora più distante dal mondo mercificato di quanto potessero esserlo gli altri album bianchi. Mentre la musica pop italiana del decennio si esprime con un profluvio di flatulenze oleose e finto etniche, Hegel si situa in un altrove immenso: è , letteralmente, un'inaccessibile cattedrale in un deserto, una luna bianca, pietrificata.


giovedì 12 settembre 2013

Battisti Panella Cosa Succederà Alla Ragazza: io ti vorrei incontrare però non lo vorrei



Negli anni Novanta imperava la techno, l’uso spasmodico delle drum machine, la musica house da un lato, e il grunge, i Nirvana, gli scarponi slacciati e la sciatteria come filosofia di vita, dall'altro. 
Al crollo totale delle ideologie rivolte alla salvezza dell’uomo massa, quello che restava tra le dita dei superstiti del Moderno era la possibilità di illudersi di godere dei vantaggi di un Mercato finalmente Illimitato, oppure la libertà di scivolare nella depressione. Unica certezza: tutto si può comprare, o almeno desiderare. Tutto sarebbe cambiato, nei Novanta, crisi occupazionale a parte, che già allora si faceva sentire. Ecco il post – moderno, senza più blocchi ideologici contrapposti.
Battisti continuava a rimanere nascosto ai comuni mortali e a sfornare dischi biennali, prodotti e arrangiati a Londra. Ogni volta le aspettative dei fan rimanevo frustate a livelli tali che ormai si riteneva Battisti un caso clinico irrimediabile.
Però la sua voce, indescrivibile, onnipresente e indimenticabile una volta che la si è ascoltata, non riusciva a sparire dalla memoria collettiva. A questo fatto fu dovuto il successo effimero ma notevole degli Audio 2 con canzoni e voce talmente simil – battisti periodo Mogol che per molti fu come se Lucio si fosse miracolosamente rimesso in carreggiata.
Da parte di Battisti non vi fu, naturalmente, mai nessun commento sugli Audio 2.
Lui era da qualche parte nella sua villa del varesino a godersi il giardino e lo studio di registrazione ultramoderno. La sua voce vera arrivava soltanto attraverso i dischi bianchi, sempre più folli, solipsisti, incomprensibili.
Ormai il confine tra voglia di superamento dei limiti, mimetismo estremo, ricerca raffinata, desiderio di distruggere la propria immagine del cantautore di Acqua azzurra, acqua chiara, che nonostante tutto i vecchi fan continuavano ad appiccicargli addosso, e patologia, cominciava realmente a diventare labile. Il disco uscito nel 1992 sembra confermare questa diagnosi clinica, almeno in parte.
Il binomio Battisti – Panella sfornò con la Columbia Records (il primo distacco dalla Numero Uno) otto brani che, mentre si rivelavano ancora più ostici dal punto di vista testuale sembravano tornare a una maggiore semplicità armonica e una adesione quasi letterale da parte di Battisti agli stili musicali dei Novanta. I brani, insomma erano canzoni tipiche della decade, ma talmente tipiche da cadere in una specie di iperrealismo: i pezzi dell’album sono pezzi techno e house al cubo, con incursioni nel rap che paiono tutto meno che necessarie, e che tuttavia, come sempre, quando si tratta di Battisti, funzionano.
È come se il disco CSAR fosse uno specchio che riflette in modo assolutamente distaccato il mondo che lo circonda, così come è. Questa è forse la chiave di lettura degli ultimi due album dei dischi bianchi e della vita stessa di Battisti. Distacco e riflessione, nel senso di riprodurre l’immagine che si ha davanti di momento in momento, ma che tuttavia non ci appartiene. Per potere operare in questo modo occorre essere insieme dentro e fuori dal tempo, come i pazzi, i solipsisti o i grandi artisti. Ciascuno giudichi secondo il suo gusto in che posizione collocare Battisti.
Nonostante la freddezza, la mancanza di emozioni nella voce, o forse proprio per questo, CSAR ha molti momenti di pura bellezza e sentimenti rivelatori. Atomi che danzano al suono delle drum machine, freddi ma consapevoli.
Proseguono le vicende della Ragazza, pronta a ricominciare a danzare al suono glaciale degli anni Novanta. La copertina evidenzia questo distacco sempre più profondo dal mondo della Merce, questa noncuranza di attirare qualsiasi fruitore, con una tremolante sigla in stampatello.

venerdì 30 agosto 2013

Battisti Panella La Sposa Occidentale: sai che non si è mai la propria vita



Con l’ormai consueta cadenza biennale, nell’ottobre 1990 uscì il terzo album della “strana coppia”. Copertina bianca, come sempre, con una specie di indecifrabile ritratto dentro a un quadro. Registrato a Londra, come gli altri, si avvale della collaborazione di un arrangiatore d’eccezione come Greg Walsh, collaboratore, tra gli altri, dei Pink Floyd e di Battisti stesso in Una donna per amico.
Questa volta Battisti optò per l’eliminazione totale di strumenti che non fossero elettronici, come già aveva fatto per l’album E già.
Mentre sia in Don Giovanni che ne L’Apparenza vengono ancora utilizzati archi, pianoforti, chitarre e bassi veri, dalla Sposa Occidentale il paesaggio diviene totalmente scevro dalla presenza di mano umana: solo freddi apparecchi digitali e la sua voce, masterizzata in modo da non spiccare eccessivamente. È una voce distaccata, didascalica, con una sorta di fredda ironia appena percepibile, che vira facilmente sui toni in falsetto.
È come se dicesse che qui ormai niente è più serio e, nello stesso tempo, il gioco è ormai diventato serissimo: l’ossessione di mimesi e sparizione assume proporzioni colossali.
E tuttavia anche questo album ebbe un discreto successo, vuoi per il gradevole e apparentemente buffo pezzo che dà il titolo all’album, vuoi perché il nome Battisti era una calamita sufficiente per garantire la vendita di almeno qualche centinaio di migliaia di copie, nelle prime settimane, seguito dall’inevitabile caduta verticale una volta che il prodotto si era rivelato inascoltabile ai più. Le radio difficilmente si arrischiavano a far passare pezzi dell’album, tranne giusto il brano  - titolo.
Battisti ormai faceva un mondo a sé, difficile da penetrare. Il suo apparente solipsismo presenta molte “falle, falle rudimentali, aperte come portali, per i tuoi molto puntuali appuntamenti molto occasionali”.
In questo mondo rarefatto si può però entrare e si può godere.
Ci si accorge, in mezzo a questi cristalli di canzone, che c’è una gioia di correre, soli e tutti goduti, in mezzo alla strada. Pezzi da mettere quando si corre: c’è una sensazione di danza, movimento giocoso, spensierato, che i testi di Panella sottolineano.
O forse si dovrebbe dire che i testi rarefatti e giocosi di Panella trovano perfetta corrispondenza in una musica giocosa e rarefatta.

lunedì 12 agosto 2013

Battisti Panella. Don Giovanni: L'artista non sono io, sono il suo fumista



Prima di cominciare, bisogna dire che porsi l’obiettivo di analizzare i 40 brani è da un lato un compito ingrato e, da un altro lato, completamente inutile.
Indagare sull’astrattismo ha sempre in sé una sfumatura di ridicolo che aumenta man mano che l’indagine prosegue. Non si troverà l’assassino, alla fine del giallo, ma solo il cadavere consunto di noia dell’investigatore.
Non ci sono interpretazioni dei significati dei testi, o meglio, ce ne sono migliaia e tutte potenzialmente valide. Molti ci hanno provato e anche con risultati interessanti (in Rete c’è una pletora di interpretazioni: psicanalitiche, filosofiche, matematiche, logiche). C’è chi trova nei bianchi citazioni del Petrarca, chi i numeri di Fibonacci, chi informazioni criptate sulla vita quotidiana del cantante … la sensazione che se ne trae è quella inquietante che tutte queste interpretazioni potrebbero essere vere e false a un tempo.
Panella disse a suo tempo che le parole hanno significati molteplici e che il suo “gioco è proprio trascorrere e percorrere la parole e i sensi. Invito al ritrovamento di un tesoro che nessuno vuole trovare. E soprattutto sfuggo il senso unico, o meglio l’unico senso.”
L’impronta che si ricava dalle parole di Panella è quella dell’avanguardista stanco di se stesso: un avanguardista che non ha più bisogno di essere tale. Tutte le retroguardie sono rientrate, ormai, e la guerra, mai vinta e mai combattuta, è finita laggiù, da qualche parte degli ultimi anni del novecento, prima di cominciare. Panella pare sempre parlare da dietro un sbadiglio di noia, vezzo che si concedono molti pseudo artisti: a lui glielo si può anche perdonare. Battisti invece era un entusiasta del lavoro, un perfezionista. La produzione BP riflette questo strano connubio di noia partecipata: lo sforzo di tenere insieme due mondi distanti che per otto anni ha funzionato.
I cinque album parlano direttamente dal fondo opaco in cui le cose e le parole si confondono. Parlano di cose oltre le cose, apparentemente riconoscibili (L’Apparenza è un'altra parola chiave) in realtà inconoscibili e sconosciute.
Tutto quello che si può fare è giocare con la percezione che questi brani producono e perdersi completamente.

Il primo dei cinque bianchi non è bianco, in realtà, ma di un marroncino beige chiarissimo.
In copertina un attaccapanni alquanto stilizzato da cui pende una sciarpa d’artista, di quelle lunghissime alla Fellini, per intenderci, lascia ben poche indicazioni sul contenuto del disco.
Nel 1986, in pieno decennio pop elettronico, testi intellettualoidi, densi di richiami alle tradizioni del novecento, alla letteratura, alla psicanalisi, mescolate a melodie accattivanti, dopo l’enorme successo di Battiato, non sono più una novità per gli ascoltatori.
A Drive In, trasmissione esemplare del decennio, si prendono in giro le pretese intellettuali di Sting, che fa canzoni basandosi sulla psicanalisi di Jung.
Perfino i Matia Bazar cominciano a fare testi ermetici e minimalisti, con canzoni tipo Aristocratica o Vacanze romane.
Insomma, il pubblico è diventato onnivoro: difficile disorientarlo. La cultura ufficiale stessa viene presa e frullata nel calderone di superficialità commerciale di quegli  anni di cosiddetto riflusso.
Tuttavia anche nei rifluenti anni Ottanta il nuovo album di Battisti, lascia sbalorditi pubblico e addetti ai lavori.
Dopo quattro anni dallo sperimentale e non del tutto riuscito Eh già, con testi della moglie (o forse di Battisti stesso? Mistero mai svelato), per di più un nuovo album senza Mogol, è un evento che non può lasciare indifferenti.
Battisti aveva già abituato i suoi fan a sorprese inaspettate.
Da Anima Latina in poi (del 1974: album tra i più ricercati, raffinati e profondi della discografia non solo di Battisti, ma della musica leggera italiana) la coppia Battisti – Mogol esplora tutti i ritmi e i riti della cultura popolare.
Ecologisti, terzomondisti, ribelli, anti consumisti in un’epoca in cui era di moda esserlo, i testi di Mogol sembrano compendiare a tratti Eros e Civiltà di Marcuse: portavoce di un’epoca in cui l’immagine dell’intellettuale anti borghese aveva ancora un suo senso.
Nonostante i belli ma “furbi” testi di Mogol la curiosa e inarrivabile capacità di Battisti di creare canzoni che echeggiano l’epoca nella quale sono state composte e nello stesso tempo la trascendono, sembra crescere sempre più.
Marciare insieme al tempo e esserne al di fuori: questo è il segreto di Battisti.
Gli anni Ottanta iniziano con la fine del sodalizio con Mogol.
Sui motivi di questo distacco tutto è stato detto ed è inutile aggiungersi ai cori di deprecazione o felicitazione.
Gli ultimi due album fatti con Mogol hanno un gran successo, ma qualcosa già si nota che stona. Una donna per amico (1979) e Una giornata uggiosa (1980) sono due perfetti successi commerciali.
Chiunque si potrebbe accontentare. I tempi sono quelli che sono. Finita la deriva ecologista i testi di Mogol accennano a un proto femminismo, a una incipiente stanchezza delle ideologie. Anche la musica di Battisti sembra in qualche modo appiattirsi nella facile melodia, nella giustificazione delle cose come stanno, sia in senso letterale che in quello musicale.
Su questa china a breve si può solo arrivare alla ripetizione e alla stanchezza, la macchietta di sé stessi, la stessa irrinunciabile canzonetta di successo ripetuta ogni anno.
Ma Battisti non si accontenta del successo. Battisti non può e non vuole tutto questo.
Non vuole più, forse non lo ha mai voluto.
Lui è diverso e lo sa. Lui è veramente diverso. È disposto a tutto.
Quello che Battisti vuole è andare avanti, ricercare, trasformarsi, perdersi e ritrovarsi.
Ricordiamo sempre i due aspetti fondamentali della psicologia artistica di Battisti: volontà mimetica e desiderio di trascendersi, non essere mai dove si è, un modo per riconfermarsi sempre numero uno.
Patologia e immenso valore artistico, sempre in bilico.
Volontà di autodistruzione e desiderio feroce di perdersi dentro la propria opera, unito a un altrettanto feroce sentimento del proprio valore.
Come un Proust che si seppellisce in casa per completare la Recherche e rinnega sé stesso a favore dell’opera, così Battisti rinnega la propria immagine pubblica, azzera sé stesso definitivamente per diventare autore totale.
Ha già smesso da qualche anno di apparire in pubblico. Ora cesserà totalmente di cercare di favorirlo. Non concederà più interviste. L’ultima è del 1980, per la TV svizzera.
Chi potrà mai prendere il posto di Mogol?
Pasquale Panella, classe 1950, incontra sulla sua strada Battisti grazie ad Adriano Pappalardo. Tra Pappalardo e Battisti c’è una amicizia di lunga data.
I due condividono la passione per le immersioni e Pappalardo è stato una promessa nella scuderia della Numero Uno, la casa discografica fondata da Mogol e Battisti. Insomma, si gioca in famiglia, si può dire.
Panella sta scrivendo i testi per l’album di Pappalardo Oh, Era ora. Battisti ne sta curando gli arrangiamenti. È un disco stranissimo, inconsueto, e non stupisce che non avrà riscontro. In quell’inizio anni Ottanta pare proprio che Battisti e suoi collaboratori si mettano di impegno per remare contro qualunque probabilità di successo.
Battisti rimane colpito dai testi di Panella, che usa lo pseudonimo Vanera.
Panella ha scritto per il teatro, è un giocoliere della parola, conosce le sfumature, dosa sentimenti e ridicolo con maestria incredibile. È, in una parola, un poeta, un vero poeta, uno che sa. Questo basta per Battisti.
È il 1983. Battisti vuole che Panella faccia i testi del suo prossimo disco. Lui farà le musiche e per i testi lascia assoluta carta bianca al poeta.
È fatta. Inizia il viaggio.