Affermare che destra e sinistra sono involucri svuotati di senso, non significa affatto che le istanze (le aspirazioni, le idee) dietro a questo concetti siano venute meno. C’è bisogno di ritrovare una certa identità comunitaria, di popolo (destra), come c’è bisogno di prendersi cura degli svantaggiati, degli ultimi (sinistra). C’è bisogno di redistribuzione delle ricchezze in senso egalitario (sinistra), come c’è bisogno di riconoscere che l’uguaglianza può diventare una trappola (destra). C’è assoluto bisogno che i diritti umani di base siano rispettati (sinistra), come c’è altrettanto bisogno del più lucido realismo nel giudicare gli eventi (destra). C’è bisogno, insomma di un nuovo modo di ripensare la realtà sociale nel senso di un superamento del capitalismo (sinistra) che tenga però anche conto che alcune pulsioni umane sono incancellabili e vanno gestite (destra).
Gli aspetti oscuri della destra (razzismo, violenza, intolleranza), si sono scagliati contro gli aspetti oscuri della sinistra (classismo, violenza, intolleranza). L’errore degli ultimi duecento anni (errore terribile, foriero delle più grandi tragedie) è aver visto come opposti dei fenomeni che sono complementari.
In buona sostanza la destra può essere vista come “esistenziale”, cioè propugna una natura umana immutabile, individuale, gerarchica, territoriale, tradizionale, che va mantenuta, “conservata”. La sinistra è “normativa” afferma che la natura umana ha un’origine nei rapporti socio economici e può essere dunque corretta, e va corretta, in senso collettivistico, dinamico, tecnico, extraterritoriale, sganciato dalle pastoie di qualsivoglia “tradizione” e che il “progresso sociale e tecnologico” è la direzione sulla quale puntare la barra del timone.
Forse sarebbe un’ambizione troppo grande puntare a una unione di queste forme complementari? Sì, probabilmente sì. L’uomo non è pronto a fare questo salto. Non è pronto a unire compassione e grazia e giustizia, dentro di sé. Libertà, uguaglianza, fraternità. Troppa libertà disgrega. Troppa uguaglianza soffoca. Fu per questo che Robespierre, illustre carnefice e vittima della libertà e dell’uguaglianza, fece aggiungere agli obiettivi primari della Rivoluzione la fraternità, unica forza che può impedire i massacri. Unica forza che può unire le forze complementari. Unica forza che non entra mai in campo se non raramente e per brevi, intensissimi momenti che però ci hanno consentito finora di non spazzarci via dal pianeta.
È così. La destra non sarà mai sconfitta. E nemmeno la sinistra. Esse esistono come forze complementari dell’animo umano.
I “populismi” di quest’ultimo decennio sono un mescolamento di destra e sinistra, una polverizzazione, un omogeneizzato di tutto quello che è stato il conflitto sociale degli ultimi cento anni. A tratti, nel pulviscolo, si riconosce qualcosa, ma tutto resta essenzialmente indistinto. Questo omogeneizzato di destra – sinistra è il risultato della distruzione sistematica della coscienza individuale nel capitalismo liberista. Dato che il cittadino consumatore deve solo tutelare i propri vantaggi di consumo e niente altro, le politiche sociali ed economiche, sono sempre più schematiche. Nel voto “di pancia” che ha fatto vincere in Italia e in altre zone dell’Europa i “populismi”, giace la sofferenza dell’irrisolto, il tentativo estremamente goffo dell’individuo di riprendersi una sorta di collettivo che la società liberista ha fatto letteralmente sparire.
Bisogna fare attenzione a non sottovalutare il bisogno di “populismo” che ha l’uomo medio di questo tempo. Può essere criticabile, puerile, mediocre, ma il dolore che sottende questi movimenti, è reale, è anzi, l’unica cosa reale rimasta.
Siamo tutti orfani di qualcosa, in quest’epoca. Ci curiamo con dei surrogati. Giochiamo con concetti svuotati perché non abbiamo la forza di tornare umani, o diventare veramente tali, una buona volta.
Che significa diventare “umani”? Significa compiere in sé quella totalità, la fraternità, che ci sfugge sempre e che in quest’epoca non è nemmeno più un miraggio, accecati come siamo dai fantasmi della libertà e dell’uguaglianza.
(continua)
Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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venerdì 22 giugno 2018
venerdì 1 giugno 2018
La morale dello schiavo
"Non mi sarebbe mai venuta la tentazione di entrare in un supermercato e rubarmi qualcosa da mangiare. Rubare il superfluo era indice di libertà, pensavo, rubare il necessario indice di schiavitù. Lo schiavo ruba il cibo al padrone. La musica invece è un mio diritto come uomo e se non posso avere la musica che dico io, la rubo."
Confessioni di un lavoratore non specializzato
Confessioni di un lavoratore non specializzato
lunedì 22 agosto 2011
Pensieri oziosi sull'utilità e il danno del destino nella vita
La vita scivola via, ostinatamente. Potessimo essere alberi, o rocce, o gabbiani. Essere parte, insomma della potenza. Al di là del destino, al di là dell’orribile quantità di destino che ci è destinata.
Potere ricavare dalla propria vita qualcosa, qualsiasi cosa. Come Montaigne, dalla semplice osservazione della propria limitata individualità, ricavare per soprammercato il mondo intero. Il nemico più forte è la pigrizia. Chi ha voglia di menarsela per le proprie eterne cazzate?
Pensieri oziosi sull'utilità e il danno del destino nella storia
Afferrare i pensieri. La difficoltà più grande.
Pensare a quello che l’umanità si è persa.
Se Spinoza fosse vissuto fino a 70 anni avrebbe elaborato una visione magari diversa dal suo affermativo panteismo e se Sartre fosse vissuto fino al crollo dell’URSS, chissà cosa avrebbe detto.
Se Merleau-Ponty non fosse stato stroncato da un un infarto a 53 anni fin dove si sarebbe spinta la sua indagine sul visibile e invisibile? Forse sarebbe stato più grande di Sartre. Se Mozart fosse vissuto fino ai 70 anni sarebbe stato completamente contemporaneo di Beethoven e Schubert.
Se poi Schubert fosse vissuto fino all’epoca di Brahms, settantenne nel 1867?
E Chopin vecchissimo, intorno al 1886, registrato al pianoforte da uno dei primi fonografi a cilindro? Cosa sarebbe successo?
Se Lenin fosse vissuto in buona salute fino agli 80 anni, dritto in sella fino al 1950, cosa sarebbe successo in Unione Sovietica? Niente stalinismo.
Oppure se Stalin fosse vissuto fino al 1969?
E se Roosevelt non fosse morto nel 1945, se Kennedy o Martin Luther King non fossero mai stati assassinati, se Aldo Moro fosse stato rilasciato dalle Brigate Rosse?
E se Leopardi fosse giunto a tarda età? Che ne avrebbe detto della Comune di Parigi del 1871?
E se Nietzsche non fosse impazzito? Cosa ne sarebbe stato della filosofia se lui, perfettamente lucido, avesse imperversato fino al 1920?
E che dire di Jack London alle prese con la bomba atomica? O Marcel Proust a braccetto con Malraux per i boulevard nel 1947?
O Adorno che commenta alla sua maniera il crollo del Muro di Berlino?
O Pollock che commenta Basquiat?
L'elenco potrebbe continuare, interminabile.
Gesù Cristo non muore sulla croce, Alessandro Magno raggiunge la tarda età, Cesare non viene pugnalato, ecc. ecc. ecc.
È come se tutto dipendesse dalla dissoluzione di poche molecole. La morte crea la storia attraverso continue interruzioni nel compimento individuale.
I secoli pullulano di date che bloccano il destino su un percorso aspro e improbabile.
Emerge una cosa e ne scompare arbitrariamente un’altra.
Tutto sembra incastrarsi così perfettamente, a posteriori, e nello stesso tempo gli individui, le entità psicobiologiche, sembrano così poco importanti.
La fine del mondo e l'inizio di un altro.
Viviamo inesorabilmente sulla morte degli altri.
Prendiamo esempio da esseri che, se fossero vissuti, probabilmente ci avrebbero deluso.
Il presente ha sempre ragione. Hegel.
Il reale, a volte, sembra razionale.
Magari è solo una presa per il culo.
giovedì 11 agosto 2011
Contorsioni mentali di un lumpen proletar
Fossi anche il più clamoroso cretino, voglio esserne totalmente consapevole.
La perfetta coscienza dei miei moventi e atti resti almeno come conquista.
Esacerbare il proprio narcisismo con la pretesa della più completa lucidità.
Sapere di non avere neanche questo.
Rimanere un idiota che vuole farsi bello di fronte a un pubblico inesistente.
Cercare un senso nel non senso.
Illudersi di essere intelligente.
Illudersi di sapere di illudersi di essere intelligente.
Illudersi di sapere di illudersi di sapere.
Siamo buchi. Tappiamo buchi.
Con un po’ di sforzo si potrebbe comprendere la pochezza che c’è in ogni cosa.
Dietro la pochezza la magnificenza, dietro pochezza e magnificenza, moti browniani. Hume rimane forse l’unico che ha azzeccato qualcosa.
Ma sono stanco di girare intorno alle solite cazzate.
Rimane il discorso sul suicidio di Camus. La vita vale la pena di essere vissuta?
Neanche su questo c’è concordanza.
Ognuno decide per sé. Se lo può.
Il fatto che non tutti credano di potere, apre il campo a nuove indagini.
Nasce la società civile.
Resta il fatto che al cosiddetto uomo moderno, l’unica libertà rimasta è quella di farsi fuori.
Per il resto non c’è libertà alcuna, o se c’è, è un margine sottile sottile.
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