Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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giovedì 27 settembre 2018

Deserto d'acqua di J. G. Ballard

Diverso tempo fa mi era venuta la balzana idea di "recensire" i libri più importanti e formativi della mia vita: non necessariamente i più belli, ma quelli che avevano dato l'impronta al mio gusto e al mio sentire letterario, i libri che mi hanno fatto risuonare qualcosa dentro, in un'eco che dopo svariati decenni ancora non si è spenta. I libri di una vita, insomma. 
Svariati impegni, problemi e circostanze imprevedibili mi hanno distolto da questo intento. Ma siccome sono uno che cerca sempre di mantenere le promesse, ecco, per la gioia dei miei 1/2 lettori, il terzo della serie (dopo Orfeo in paradiso e La montagna incantata). Grazie per l'attenzione.

All’incirca nell’estate 1977, mi trovai tra le mani questo Urania già vecchio di qualche anno e un po’ stropicciato. È stato ripubblicato di recente con il titolo Il mondo sommerso, più fedele all’originale The drowned world. Ero nella casa che avevamo all’epoca in una valle bergamasca poco turistica. Circondato da boschi e montagne, sulla terrazza, nel fresco dell’estate, lessi questa epopea del calore sfibrante, questa fine del mondo differita, questo salto all’indietro temporale verso le giungle del nostro passato filogenetico.
Allora mi attrasse l’aspetto catastrofista della storia, con il mondo prigioniero di un clima triassico tropicale, la grande metropoli di Londra trasformata in una laguna in cui elicotteri dell’ONU vanno e vengono tra i palazzi in rovina in cui vivono iguane giganti che il rumore delle pale fa spaventare e tuffare in acqua. Nell’immensa città fantasma lagunare emergono ogni tanto radure metafisiche alla De Chirico fatte di piazze e colonnati, dove squarci improvvisi in mezzo alle liane fanno balenare il riflesso intollerabile del sole sull’acqua, che rende tutto nero, invisibile.
Il retro di copertina recitava: “zanzare grosse come libellule entrano dalle finestre del Ritz di Londra” o qualcosa del genere.
Personaggi dal perfetto aplomb inglese che potevano essere essere tratti da qualche serie TV tipo Avengers, con Patrick MacGoohan e Diana Rigg, passeggiavano tra le rovine di un mondo perduto e sfinito, pronti a tutto. Per la prima volta lessi frasi tipo “le giungle autofaghe di Max Ernst” che mi spinsero a vedere chi mai fosse questo Max Ernst e che mi appassionarono da allora alla pittura surrealista. E in effetti tutto il romanzo sembra una grande carrellata di quadri surrealisti.
Ballard è riuscito a creare un connubio perfetto tra un realismo impeccabile (nella descrizione degli oggetti, delle case, del fango, delle iguane, del sudore che bagna i corpi senza speranza di sollievo) e il surrealismo della giungla che viene sempre più a coincidere con la giungla interiore. Un lento suicidio per regressione amniotica è l’ossessione di tutto il romanzo. Con quel Urania tra le mani qualcosa in me comprese che mi trovavo davanti a una grande esperienza letteraria. Il mio cervello adolescente fu letteralmente stimolato a produrre visioni di lagune formatesi tra grattacieli altissimi, di piazze misteriosamente salvate dalla marea del fango nelle quali appaiono statue bianche, marmoree, a testimonianza che il passato dell’umanità non è altro che sogno.
Soprattutto da questo romanzo imparai la luce.
In pochi romanzi come in questo la luce domina tutto.
A distanza di più di quarant’anni, se chiudo gli occhi rivedo ancora quella luce abbacinante che si riflette su una piazza bianca circondata da colonnati, con le ombre nettissime e tutto intorno la giungla immensa, sterminata, dalla quale emergono palazzi ricoperti di felci gigantesche. La luce si riflette su pavimenti di marmo bianco appena sporcati dal fango di impronte umane dirette verso l’ignoto, in qualche punto della giungla circostante. In questa luce il calore è semplicemente inconcepibile. Eppure anche qui, in questo inferno di luce, l’uomo pensa e sogna.
I sogni sono infatti la chiave d’apertura della storia.
Una squadra di ricercatori scienziati guidata da militari dell’ONU sta esplorando il sistema di enormi lagune che ricopre la città che un tempo fu Londra. Siamo alla fine del ventunesimo secolo o giù di lì e una serie di alterazioni nel sole hanno fatto aumentare la temperatura globale. Le calotte polari si sono sciolte e il livello dei mari si è alzato di decine di metri trascinando con sé innumerevoli quantità di detriti e fango che hanno seppellito tutte le città costiere e su cui è cresciuta una giungla immensa, grande come l’intero pianeta. Le temperature all’equatore raggiungono ormai gli ottanta gradi e la vita umana è possibile solo entro il circolo polare artico con gli abitanti che divengono sempre più sterili e meno numerosi. Il genere umano è votato all’estinzione: “l’albero genealogico dell’umanità si stava sistematicamente potando  da solo, risalendo alle radici e sarebbe giunto un momento in cui un secondo Adamo e una seconda Eva si sarebbero trovati soli in un nuovo Eden”.
Le temperature sono in costante aumento. È come se la natura avesse deciso di espellere l’uomo da sé, per fare proliferare antiche forme di vita, come i rettili e gli insetti.
In questo nuovo Triassico i militari e gli scienziati dell’ONU, esplorano ciò che rimane delle città sommerse dell’Europa “come tante Venezie riluttanti ad accettare l’inevitabile matrimonio con il mare”.
Il biologo Robert Kerans, membro della spedizione, è nato nel circolo polare artico, non ha mai conosciuto l’antica civiltà umana, per lui i ruderi e le rovine dei grattacieli non rappresentano nulla più di un curioso sfondo lagunare. Da mesi alberga all’ultimo piano del Ritz, ormai al pelo dell’acqua e flirta con Beatrice Dahl, una strana figura di donna che vive in un mega attico con vista su laguna e rovine, che passa il tempo prendendo il sole in terrazzo, nelle primissime ore del mattino, quando è ancora possibile resistere. Sia Kerans che Beatrice, hanno trovato la loro dimensione esistenziale nelle lagune e quando il colonello Riggs, capo della spedizione, annuncia che di lì a pochi giorni se ne dovranno andare, accusano il colpo. Alcuni degli uomini della spedizione hanno cominciato a fare strani sogni, dai quali si risvegliano alterati. Insieme allo scienziato Bodkin, Kerans indaga sugli strani sogni dell’equipaggio. Sembra che questi sogni riguardino un sole enorme, che pulsa e che sovrasta una giungla immensa, un sole che lancia un richiamo e il pulsare della luce si sovrappone alle pulsazioni cardiache. Il sogno è un richiamo fortissimo, che rende durante il giorno catatonici gli uomini, in particolare il tenente Hardman.
Quest’ultimo, alla notizia che la spedizione sta per ripartire per il circolo polare, ruba un barchino e scompare nella giungla. Inutilmente Riggs e gli altri cercano di riprenderlo. Le sue tracce si perdono verso sud, verso il grande sole che ha visto nei sogni.
Con la scomparsa di Hardman, anche Kerans comincia ad avere il sogno vivido del richiamo del sole. Bodkin, anche lui uno dei “sognatori” dà del fenomeno una spiegazione prettamente junghiana. L’inconscio si sta adattando alla regressione che è in atto nella natura, mettendo l’individuo in uno stato di profondo desiderio di annullamento in questo passato primordiale. Il grande sole del Triassico richiama giù giù dentro l’oceano dal quale siamo nati in un tempo immemorabile, in vista di una nuova rinascita o una completa dissoluzione.
Tutto il romanzo è una lunga, lenta discesa dei protagonisti verso la disgregazione, trattenuti a stento dai pochi che ancora sono attaccati alla propria umanità. Riggs è uno di questi, un militare tutto di un pezzo che per senso del dovere è inattaccabile ai sogni. Strangman, un pirata che con la sua truppa di mercenari  una mattina invade la tranquilla laguna dove Kerans, Beatrice e Bodkin si sono ritirati, abbandonando Riggs e gli altri per seguire il proprio destino regressivo, è un altro.
Feroce, egomaniaco, vitalista, Strangman detesta la giungla ed è attratto dalle vestigia del passato dell’uomo. È un collezionista, un bandito. È un colonizzatore e un pirata, un amante della cultura e un assassino. La sua crudeltà si manifesta nel massacro dei grandi alligatori che infestano la laguna e nel mondo in cui schiavizza i neri che fanno parte dell’equipaggio del suo battello a ruote.
Ma Strangman fa di più. Svuota una delle lagune, riporta alla superficie piazze e palazzi corrosi e pieni di alche che perdono così agli occhi di Kerans e Beatrice il loro splendore per rivelarsi marce e fetide come la morte. È la decisione finale. Non possono tollerare la vista del passato umano, ormai perduto. Vogliono andare avanti, verso sud, verso il sole pulsante.
Da questo momento Strangman attacca Kerans, trascinandolo in uno strano festino orgiastico con i suoi mercenari neri. Kerans viene legato a un baldacchino e portato in giro come il dio Nettuno sconfitto, per le strade asciutte e fangose poi lasciato legato nel baldacchino rovesciato su un fianco finché non sorge il sole. Nel calore terribile del mezzogiorno, Kerans riesce in qualche modo a liberarsi e a raggiungere l’ombra. Bodkin riemerge dalle strade e lo si rivede in cima alla diga con dell’esplosivo. L’acqua riprende possesso della città e la laguna fa il suo ritorno. Riggs ricompare all’orizzonte per cercare di recuperare i recalcitranti nuovi Adami e Eve, ma Kerans spara e fugge in mezzo alla giungla. La sua strada è verso sud. Cominciano le piogge e lui vaga per la foresta. Incontra Hardman nelle rovine di una vecchia chiesa. L’ombra di quello che un tempo fu il tenente Hardman, figura spettrale che non ha niente di più umano, biascica ordini insensati e ha quasi completamente perso la vista. Passano diverse notti insieme al riparo ma un mattino Kerans si accorge che Hardman è scomparso di nuovo. Incide con la canna della rivoltella un messaggio sul muro “certo che nessuno l’avrebbe mai letto. Ventisettesimo giorno mi sono riposato e mi dirigo verso sud. Tutto va per il meglio. Kerans.”
È la fine.
“Così abbandonò la laguna e si addentrò nuovamente nella giungla. Nel giro di qualche giorno si perse completamente, seguendo le lagune che si susseguivano verso sud nella pioggia e nel calore sempre più intensi, attaccato dagli alligatori e dai pipistrelli giganti, un secondo Adamo alla ricerca dei paradisi dimenticati del sole rinato.”
L’incontro con la potenza della natura indifferente che inghiotte l’io civile dell’uomo che tenta di resistere, di darsi un ordine, trova il suo senso proprio nel lasciarsi andare; all’opposto c’è l’ordine (Riggs) o il disordine consentito (Strangman). Tutto questo è  così umano, così lontano dal regno oscuro della morte e dell’istinto, è la cosiddetta normalità, il sano realismo. Anche Strangman, il criminale, ha una valenza positiva in mezzo a tutto questo richiamo mortifero. Mai come in questo romanzo il conflitto tra Eros e Thanatos è assurto a pianeta intero. Il cambiamento climatico è l’innesco per un’esplosione dell’inconscio che travolge tutto. Non a caso il surrealismo è usato da Ballard per cercare di rappresentare questo Triassico del futuro che dilaga tra il Ritz e Leicester Square, tra condizionatori d’aria e pompe idrovore, idrovolanti, impianti ad alta fedeltà, elicotteri, tutta la confortante tecnologia così reale, e le giungle autofaghe di Max Ernst o le figure spettrali di Delvaux.
Ballard è uno scrittore pittorico, moderno in senso novecentesco. Per lui Freud è un faro nel buio, cui si aggiunge Jung e il fascino degli archetipi. In lui il borghese medio britannico, non ancora solo consumatore, viene sconvolto da quello che emerge da se stesso, dal confronto del proprio io civile con la parte di sé che vuole dissolversi nel mondo. Tutti i messaggi dell’inconscio hanno un unico scopo, un’unica direzione: la dissoluzione del sé, la nascita di qualcosa di nuovo, di inconcepibile, dalle rovine della morte.
E non è forse questo quello che fa la grande letteratura? Ci fa viaggiare in mezzo alle rovine, al gran sole triassico, o sotto il gelo siberiano, o tra le stelle, o tra i relitti di un antico amore, sempre a fianco della morte, sempre in cerca della vera vita.




venerdì 29 gennaio 2016

Piccoli appunti di letteratura contemporanea (italiana)




Verrebbe da dire, "sì ma basta con questi nipotini di Bukowski allungati in salsa Gadda con una spruzzata di Pasolini e sheckerati con Bernhard". Tutti i suddetti scrittori sono morti e inimitabili. Perché non cercare una voce che sia solo la propria?
O meglio ancora tacere? Ma quest'ultima possibilità non è considerabile. Nessuno di loro, nessuno di noi, tacerà mai, almeno finché lo sfacelo sociale in corso riporterà l'umanità a un livello primitivo accettabile.



Moresco è un curioso misto di ingenuità, follia, dismisura e ostinazione. Non so se è un grande scrittore veramente (presumo non lo saprò mai), ma di sicuro ha una tenacia sorprendente. I suoi malloppi metafisico – fumettari hanno appeal per i consumatori letterari di un certo livello. Il gioco in essi, dura solo finché ti sforzi di non scoprirlo.

Gli increati ha un piglio metafisico, ma in fondo è un fumettone, un misto tra il Buzzati del Racconto a fumetti e il Philip Jose Farmer della quadrilogia del Fiume della Vita. Per la gioia degli intellettuali nostrani ci mette in mezzo anche Pasolini, giusto perché non poteva mancare. Moresco mi piace. Voglio dire, mi piace lui: i suoi libri non riesco proprio a giudicarli. Non so se mi piacciono. Devo metabolizzarli. Ha un suo mondo e questo è già qualcosa. Lui ha qualcosa che gli altri non hanno. Una tensione verso l'assoluto molto poco contemporanea. Basta questo a rendermelo degno di rispetto.


Alla mia età penso di poterlo dire senza peli sulla lingua: Bukowski ha rovinato almeno tre generazioni di lettori/aspiranti scrittori. Il tono da "marginale che però cammina in mezzo alla gente come un re perché solo lui sa (gli altri no, ovviamente) che 'tutti sono stronzi e possessori di un buco del culo, voglio dire, ci avete mai pensato che tutti hanno un buco del culo? C'è da impazzire" è troppo allettante perché non ci si caschi almeno una volta. Peccato che Buk lo facesse quarant'anni fa e alla terza volta pure lui annoiava.

Chi è il più grande scrittore vivente? Rispondere a questa domanda è un modo per procurarsi nemici. Per cui non riponderò. Non perché io non sappia chi è il più grande scrittore vivente. Lo so ma ... non lo dirò mai.

Non discuto la letteratura di consumo (non di genere, non sempre le due cose coincidono, come qualità). Non mi interessa, ma  non la critico, esiste, tutti devono campare e così sia.
La letteratura che ha pretese culturali, quella ... nemmeno quella discuto. E' inutile discuterne. Questi sono semplici appunti, mica dichiarazioni di guerra.

I guai della letteratura contemporanea italiana sono Calvino e Pasolini. Due giganti (discutibili entrambi, ma giganti) che schiacciano le povere teste pensanti.
Io da parte mia, con la mia testa piena di stronzate, ma povera di pensiero, non ho nessun tipo di propensione né per l'uno, né per l'altro.
Io tra gli italiani prediligo Buzzati, Berto, Parise. Tutti veneti, sarà un caso. Tutti così poco ideologici. Tutti con una sottile carica di anti umanesimo, Parise suo malgrado.
Anche loro morti da tempo, ahimè, "tracimati" come direbbe Moresco.

Barocco non è Gadda, dice Gadda. Barocco è il mondo. Ma oggi il mondo è meno barocco, meno lussureggiante di quello che sembra. E' una proliferazione continua, sì, ma delle stesse cose, come le cellule tumorali, che non si diversificano, riproducono solo se stesse fino a uccidere l'organismo a cui appartengono.

Oggi vincono gli zombie. Le putrefazioni verranno affrettate dal cambiamento climatico di cui, a proposito, non vi è accenno in tutta la letteratura contemporanea italiana.
Si denuncia tutto, tranne quello (forse Moresco ne parla e infatti lui è diverso).
Non si vuole dedurre il male vero che appesta l'ecumene, cioè l'atroce proliferare e inquinare delle genti, l'invasione senza scampo della miseria materiale e spirituale, lo spettro di Dio che esala dalle pianure.

Oggi, come sempre, vince l'incomprensibile formattazione di blogspot.

mercoledì 22 aprile 2015

La Montagna Incantata di Thomas Mann



 
Prendete una quantità di personaggi da non avere nulla da invidiare a Guerra e Pace, inseriteli in un contesto marginale di un’epoca di grandi rivolgimenti come quella che va dai primi anni del novecento allo scoppio della prima guerra mondiale; fate incontrare, innamorare, litigare, duellare, ridere, morire e piangere i suddetti personaggi; aggiungete a questo punto una riflessione pressoché ininterrotta sul tempo, la morte e la valenza malattia – vita ed eccovi La Montagna Incantata.

Thomas Mann è uno scrittore che, dietro la sua seriosa carica borghese, ama scherzare in modo leggero e contemporaneamente pilotare il lettore sul bordo dell’abisso, come un compagno di scuola dispettoso che con un ghigno fa finta di spingerti giù dalla finestra. Solo che Mann va fino in fondo: spinge veramente giù il lettore che desidera lasciarsi andare, dentro un precipizio inesorabile.

Questo lunghissimo romanzo è la descrizione dell’opera disgregatrice del tempo e la ricerca di ciò che può salvarci.

La storia di Hans Castorp, giovanotto ingenuo ma non privo di mezzi intellettuali, è nota.

Arrivato al sanatorio di Davos, in Svizzera, con il semplice obiettivo di far visita per qualche settimana al cugino Joachim, militare la cui carriera è stata interrotta dalla tisi, Castorp finisce per risiedervi sette lunghi anni, soggiogato dall’incanto del posto, dalla magia della possibilità di una sospensione totale dal tempo, scandito solo dai ritmi regolari del sanatorio.

Detta così, sembra solo la storia di una fuga dalla realtà da parte di un ometto sbiadito che non ha il coraggio di vivere. Nulla però sembra brulicare di vita e stimoli di ogni tipo, come quel ricovero di malati destinati a rimanervi spesso tutta la vita e a morirvi, o a non potere tornare in pianura, pena il riacutizzarsi del bacillo.

Questo limbo a duemila metri di altezza diventa, nel libro, la culla di ogni forma di pensiero occidentale.

Castorp vi perseguirà la saggezza, stimolato dall’incontro con personaggi memorabili, come Naphta, Settembrini, Mynheer Peeperkorn, Madame Chauchat, Bahrens il direttore e tanti altri.

Il tema trattato, con mezzi totalmente differenti, è quello del Deserto dei Tartari, cioè il rapporto dell’uomo con il tempo: ma mentre il capolavoro di Buzzati è spoglio e aspro e desolato, il capolavoro di Mann è rigoglioso, pieno di efflorescenze, un rigoglio che ricorda il proliferare delle muffe su un cadavere.

Ci vorrebbero diversi post solo per riassumere la storia narrata. La parabola di Castorp è un esempio, sui generis, del romanzo di formazione.

Mann utilizza i personaggi di Settembrini e Naphta per esporre tutte le ideologie contrapposte del secolo. Il razionale e liberale Settembrini con il suo ripetuto motto placet experiri, incarna l’ideale del progresso borghese, che non deve mai retrocedere dal far uso della ragione e della nobiltà d’animo per migliorare l’uomo.

Naphta invece incarna il lato oscuro di ogni ideologia. È un gesuita disilluso, che sa che le masse non possono mai emanciparsi da sole, che non crede nell’individuo, ma solo nelle strategie che spiriti superiori devono apporre per guidare l’umanità abietta e smarrita.

Entrambi i personaggi si contendono a colpi di discorsi interminabili, dialoghi fulminanti, esplorazioni vertiginose, l’animo del giovanotto.

Se ci si prendesse la briga di rileggere lo scontro verbale tra i due, protratto per pagine e pagine, si avrebbe un compendio della storia delle idee borghesi dall’Illuminismo in poi.

Mann riesce a farci entrare tutto. Ogni idea concepibile è elaborata e distrutta al fuoco dello scontro ideologico tra progresso borghese e disfatta dell’individuo.

Castorp si barcamena tra i due mentori, da cui viene affascinato in egual modo, ma (e qui la malizia di Mann sfrutta tutti i registri dell’ironia) trova sempre il modo di elaborare una sua strategia vitale, sorniona e leggera. Lui si limita a placet experiri, a seguire il flusso del tempo senza fermarsi da nessuna parte. Ha oscuramente compreso che solo la malattia, con la sua inevitabile vicinanza con la morte, offre la chiave per comprendere meglio quel fenomeno incredibile che è la vita e il suo rapporto con il tempo. Solo la conoscenza del limite estremo, ci porta nel cuore pulsante della vita.

Non a caso Settembrini definisce affettuosamente Castorp “beniamino della vita”.

Nel romanzo succedono tante, tantissime cose: impossibile registrarle tutte.

Questo romanzo è un’esperienza da vivere, bisognerebbe leggerselo piano piano, gustandoselo, portandoselo dietro come un compagno di viaggio, quasi desiderando che il viaggio non finisca mai.

Così l’ho vissuto io tutte le volte (e sono molte) che l’ho riletto. È un’opera che contiene in sé qualcosa che si autorigenera ogni volta. È come se si accordasse sempre (nonostante sia ambientato in un tempo e in un conteso ormai lontanissimo) con la vita del presente e vi si sovrapponesse, illustrandola. 

È un libro che non ho mai potuto fare a meno di amare.

Le scene memorabili sono tante. L’incontro con Madame Chauchat, indolente nobildonna russa di cui Castorp si innamora;, la contesa tra Naphta e Settembrini che sfocia in un duello alla pistola nel quale l’oscuro Naphta, piuttosto che accettare il pacifismo di Settembrini, si uccide; la morte del cugino Joachim preceduta da una breve agonia, la cui accettazione del proprio destino commuove Castorp; la sessione periodica di visite, nella quale, nonostante l’evidente miglioramento della salute, Castorp si rifiuta di lasciare il sanatorio; La descrizione della vita nel sanatorio con i suoi pranzi e le sue cene sovrabbondanti, la strana gioia mista a sensualità che investe tutti i dimoranti, le feste in cui tutti si scatenano come pazzi, come se non fossero malati; il ritorno, a tre quarti del romanzo, di Madame Chauchat insieme a Mynheer Peeperkorn, un personaggio dalla vitalità smisurata del quale prima Castorp è geloso, ma di cui poi subisce il fascino.

Insomma, questo è uno di quei romanzi – mondo, come vengono definiti da certa critica i mallopponi che cercando di farci entrare tutto, in genere soffocano i lettori.

Qui però Mann costruisce un mondo in cui vorresti perdertici dentro.

Il fulcro dell’opera, secondo me, è il capitolo NEVE, situato poco dopo la metà del romanzo. È il capitolo nel quale il pensiero di Mann viene allo scoperto in tutta la sua ambiguità irrisolta.

Hans Castorp, da quel baldo giovanotto che è, decide di fare un’escursione sugli sci, sulle piste innevate intorno al sanatorio. In quei tempi non esistevano impianti di risalita, skipass e cose del genere. Sci in spalla, si cercava un posto adatto e ci si buttava.

Colto da una violenta quanto brevissima bufera, Castorp si perde in mezzo alla neve e ai boschi. Intorno a lui l’ombra delle montagne aumenta. È pomeriggio inoltrato e se non riesce a tornare prima che faccia buio, la sua situazione diventa pericolosa.

La tempesta si placa e lui trova rifugio dietro un capanno chiuso, nel quale non può entrare, ma che lo ripara dal vento. In preda alla stanchezza si assopisce, in piedi, sugli sci, appoggiato al muro del capanno.

Un sonno profondo lo avvolge e si ritrova a sognare. È un sogno vivido, come fosse la realtà. È su una bellissima spiaggia di sabbia bianca, evidentemente è una delle isole greche. Intorno a lui bellissime giovinette e bellissimi giovani, conversano, giocano, si amano. È un quadro di pace e serenità senza uguali. Tutto è perfetto, la luce meravigliosa del sole illumina un momento di eternità. È un momento assoluto, di felicità completa.

Hans cammina su quella spiaggia meravigliosa e si dirige verso un tempio lontano, mentre le ombre della sera calano. All’interno del tempio ci sono delle donne.

Castorp si avvicina in preda a una strana inquietudine. Capisce che sta per assistere a qualcosa che è l’origine della pace meravigliosa che ha visto su quella spiaggia.

Le donne si girano verso di lui e sono vecchie, rugose, con i seni grinzosi e penduli, delle orribili megere. Le vecchie sono intente a divorare, contendendoselo a morsi, il cadavere di un bambino.

Castorp intuisce con raccapriccio che qualsiasi promessa di armonia, nasconde dietro sé, nel profondo, sepolta in modo che nessuno possa vedere, un atto di violenza terribile.

In preda all’angoscia, Hans si risveglia di colpo e si ritrova appoggiato al capanno, in mezzo alla neve. Il sogno sembra essere lungo ore e ore, mentre invece il suo assopimento è durato solo qualche minuto.

La giornata non è ancora finita, il cielo si è rasserenato e lui si accorge di essere vicinissimo al sanatorio, in salvo. Ha visto la chiave di tutto, l’unicità di vita e morte incatenati in un abbraccio senza fine e se n’è tirato indietro.

“Lo sapevo che era un sogno.” “Quanto aveva sognato stava impallidendo. Quanto aveva pensato, già quella sera non gli appariva del tutto chiaro”.

Riflettendo sul sogno così inquietante Castorp (e Mann insieme a lui) arriva a una conclusione, insieme accorata e non del tutto sentita: Per riguardo alla bontà ed all'amore l'uomo non deve concedere alla morte la signoria sui propri pensieri.

Questa frase non è del tutto sincera e Mann, probabilmente, lo sapeva: ma non poteva fare a meno di arrivare a quella conclusione. Tutta l’opera di Mann (ma anche la sua stessa vita, la difficoltà di trascendere i propri impulsi omosessuali, i lunghi periodi di depressione, il suicidio del figlio Klaus) è stata tutta un confronto con la morte e il suo rapporto con la vita. Mann fuggiva, con tenacia, ma senza distanziare mai la grande avversaria dietro di sé.

Questo sterminato, bellissimo, esperienziale romanzo, si chiude con l’ingresso del mondo nella carneficina del 1914. La cultura europea arriva alla fine. Il demone della morte ha vinto, almeno apparentemente. Castorp è richiamato alle armi, dovrà abbandonare Davos per affrontare una prova dalla quale probabilmente non uscirà vivo.

Mann termina il romanzo in modo ambivalente, come tutta la sua opera in fondo, sempre in bilico tra Morte e Amore:

“Avventure della carne e dello spirito che hanno potenziato la tua semplicità, ti hanno permesso di superare nello spirito ciò che difficilmente potrai sopravvivere nella carne. Ci sono stati momenti in cui nei sogni che governavi sorse per te, dalla morte e dalla lussuria del corpo, un sogno d'amore. Chi sa se anche da questa mondiale sagra della morte, anche dalla febbre maligna che incendia tutt'intorno il cielo piovoso di questa sera, sorgerà un giorno l'amore?".

Dopo cento anni, ancora stiamo aspettando il sorgere dell'amore.
Mann incarna alla perfezione gli abissi e le luminosità della grande borghesia europea al tramonto. Un tramonto di cui noi, oggi, viviamo la notte, circondati come siamo, da morti viventi sotto forma di zombi – consumatori.

martedì 17 marzo 2015

Orfeo in Paradiso di Luigi Santucci



All’inizio degli anni settanta circolavano molti libri di successo: Il padrino, L’esorcista, Love Story, Anonimo veneziano … e c’era Orfeo in Paradiso.
Ne era stato tratto, nel 1971,  un bellissimo sceneggiato a puntate TV, con uno strepitoso Alberto Lionello (Orfeo), insieme al grande Arnoldo Foà (Monsieur des Oiseaux) e a un curioso Erminio Macario (Don Pasqua).
Per farla breve sulla scorta di questo sceneggiato qualcuno in famiglia compra il libro di Santucci. Io lo scopro in mezzo agli scaffali qualche anno dopo, avrò avuto 14 anni.
La copertina raffigurava un dipinto di Felix Vallotton e il sommarietto sotto il titolo che allora usava negli Oscar Mondadori recitava: “Un appassionante viaggio all’indietro di un figlio che cerca la madre. Un patto faustiano risolto dall’amore”.

La prospettiva del viaggio nel tempo è prettamente fantascientifica e io da adolescente ero un malato di SF. Fu con questi presupposti che mi accinsi alla lettura. A 14 anni non potevo capire la maggior parte delle cose lette, ma la scrittura, la poesia, l’atmosfera che emanava dal libro mi catturò. Quando si incontra quello che io definisco “l’universale” lo si riconosce, anche se non si hanno ancora l’età e i mezzi per comprendere appieno. Ho riletto il libro varie volte negli anni e ad ogni rilettura il testo acquisiva qualcosa in più. Questo è il segno del grande lavoro. Un capolavoro è fatto per essere riletto.
Cinquanta sfumature di grigio è fatto solo per tappezzare le pareti del cesso, probabilmente.

Luigi Santucci (1918 – 1999) è stato uno scrittore profondamente radicato a Milano. Era uno scrittore cattolico. Nella sua opera traspaiono i dubbi e i tormenti di un’anima che si misura con il mistero e la fede:, un po’ come, su un altro piano, le opere di Graham Greene.
Come penetrare il mistero del male e della morte, se tutto è creato da un Dio onnipotente e benevolo? Che risposta dare a chi è affamato d’amore, a chi ha perso l’oggetto del proprio amore?
La storia è semplice e universale. È un’indagine dolente sul significato dell’amore, sul tempo, sulla morte, sulla fede.

Anni sessanta. Un uomo di quarant’anni, in preda a una terribile disperazione per la morte della madre cui era legato da un affetto morboso, decide di uccidersi buttandosi dal tetto del Duomo. In mezzo alle glaciali forme dei santi che stanno sulle guglie, cerca di trovare il coraggio per il grande salto, ma viene fermato da un curioso personaggio che si autodefinisce Monsieur des Oiseaux. Costui gli fa una bizzarra proposta: perché lanciarsi giù verso la morte e non invece, lanciarsi all’indietro in “direzione tempo”?
Coloro che abbiamo perduto sono ancora vivi, laggiù, basta solo fare un particolare esercizio di memoria, compiere nella carne quello che Proust tentò di fare con le parole.
Si lanci, caro il mio Orfeo, in “direzione tempo”, si affidi a me, ci penso io e le farò rivedere il suo amato bene, solo apparentemente perduto.
Orfeo si lancia e atterra … nella Milano del 1893, l’anno della nascita di sua madre.

Qui comincia la storia di Orfeo, vivente e felice in una terra di morti. Tutto quello che vede è già accaduto, il passaggio di un brum, la traiettoria delle foglie che cadano, le vite dei passanti, sono già trascorse, inalterabili.
Orfeo escogita mille trucchi per stringere amicizia con i suoi nonni, ancora giovani e ignari del futuro. Riesce per tutto il libro a essere presente nella vita della madre, dalla nascita della piccola, alle mille vicissitudini della famiglia Grillo. Assiste alla gelosia impotente della nonna, convinta che il nonno la tradisca in continuazione, mentre lui pensa solo alle riunioni di teosofia e spiritismo, in voga in quegli anni. Assiste alla crescita della piccola Eva (nomen omen), quella bambina che diverrà sua madre e che pare destinata, anche se bellissima e di buona famiglia, a un destino infelice, a un cattivo matrimonio nel quale l’unico frutto buono e amatissimo è proprio il figlio Orfeo.

Orfeo vive nel suo personale paradiso fatto di carrozze a cavalli, donnine con il cappellino e l’ombrellino, la sana e positiva Italia umbertina. Tutto gli scorre accanto, tutto è destinato ad accadere in modo inevitabile, perché tutto è già accaduto e lui non può in alcun modo interferire. Ma Eva, la madre, è viva. (“Sei viva. Sei una goccia materia scavata nel tempo”) E lui la può vedere ogni giorno, ha sconfitto la morte e il tempo, cadendo all’indietro grazie ai servigi di quello strano personaggio che è Monsieur des Oiseaux.

Al romanzo fanno da cornice dei precisi avvenimenti storici, ricostruiti mirabilmente da Santucci. Il primo di questi avvenimenti è la cosiddetta “rivolta del pane” del maggio 1898, stroncata nel sangue dallo spietato generale Bava Beccaris. Piazza del Duomo si riempie di morti, i soldati cannoneggiano la folla, ammazzando donne e bambini, in un’Italia giovane, che si presuppone civile. Orfeo assiste allo strazio carnale della povera gente, all’impotenza crudele degli sfruttati. Assiste partecipe, ma fino a un certo punto. Lui sa che ogni singolo destino umano o animale di quell’epoca è incastonato in una traiettoria di tempo immodificabile. Solo lui è al di fuori del tempo, sempre giovane, sempre con soldi in tasca e vestiti appropriati alla moda che cambia, forniti dall’imperscrutabile Monsieur des Oiseaux, che lo sorveglia da qualche parte, invisibile. E per lui, in quella terra di morti, conta solo Eva.

Man mano che gli anni passano, Eva, la madre, diventa una giovane bellissima anche se timida e chiusa. Adesso si tratta di trovarle un marito adeguato. Orfeo, ormai divenuto un amico di famiglia della sua ... famiglia futura, propone e dispone vari candidati adatti alla graziosa Eva. Monsieur des Oiseaux con il quale Orfeo mantiene quotidiani rapporti epistolari lo ammonisce. Badi bene, ogni cosa è già avvenuta. Lei non ha alcun potere di interferire, non ci provi neppure, pena la rottura dei nostri rapporti e dei benefici di cui lei gode ininterrottamente da anni.

Orfeo cerca di non interferire, sa come comportarsi, è diventato un mago dei travestimenti e pur di vedere la madre si traveste da cameriere per assistere alle noiose riunioni di teosofia in cui il nonno trascina la giovane Eva. Così può contemplarla, senza essere notato, offrirle dei pasticcini, assistere alla noia di lei, diciassettenne, in mezzo agli adulti che discutono oziosamente di Dio e del karma. Un professore si lancia in una filippica contro il Grande Assente, Dio, cui lui non crede. Che senso ha Dio se mio figlio di nove anni è morto per la semplice puntura di una spina di rosa? Il grido del professore non ha risposta. A Orfeo non interessano le speculazioni metafisiche, lui può vedere il volto di Eva, lui è già in Paradiso e non ha bisogno di Dio.

Ma il tempo incalza e si avvicina la Grande Guerra.
La spensierata Italia umbertina non esiste più.
Un giorno conosce Don Pasqua, un vecchio prete mezzo spretato, che fa l’erborista e che aiuta i malati con le radici e le erbe. L’incontro con il prete segna il destino dei rapporti tra Orfeo e Monsieur des Oiseaux.
In una delle più belle scene del libro Orfeo si confronta con il prete, rimbeccandolo e dicendo di non credere alle sue scempiaggini. Lui è già in paradiso e non ha bisogno di credere. Il prete afferma di credere che ogni cosa sia profondamente, inevitabilmente, destinata al bene. Ogni parola, ogni erba, ogni atomo ronza verso il bene. Il bene lo vogliamo, il male lo subiamo.
Ma sei io sono un piccolo calabrone, dice Orfeo, per me il bene è succhiare un fiore, ma questo fiore viene distrutto da te erborista per farne una tisana, qual è allora il bene?
Il bene non è forse avere ciò che si desidera? Non è forse riavere ciò che abbiamo perduto?
Noi perdiamo, dice Don Pasqua, solo quello che dovevano perdere, quello che non è nostro.
E che cosa è nostro? Chiede Orfeo.
Solo quello che è nell’amore, dice Don Pasqua. L’amore è questo costante esercizio di vedere chi ami sul letto di morte.
E il resto cos’è? chiede Orfeo.
Egoismo, caro. Santissimo egoismo.  È quella la trappola. Ma ci si può liberare. Non vedi che è un muro alto una spanna?
E poi, cosa succede?
Dopo, loro, fuori dal tempo, lavorano per restituirti tutto.
Tutto, tranne loro, dice Orfeo.
Lo so, cuore mio. Lo so, tutto è come se non avesse risposta. È l’ora delle tenebre.
Qui dovrei farti il catechismo ma non te lo faccio.
E di Satana che ne pensa?
È l’unica parola che non ha radice di speranza. Con lui cade tutto.

Dopo questo colloquio Orfeo riceve una lettera infuriata di Monsieur des Oiseaux che sancisce la rottura dei rapporti tra loro. D’ora in poi lo strano figuro si limiterà a sorvegliare Orfeo a distanza pronto a toglierli il privilegio del passato a ogni suo errore.

Scoppia la prima guerra mondiale. Orfeo segue Don Pasqua a Caporetto.
Santucci descrive con cura e partecipazione l’immane tragedia che colpì specialmente il popolo semplice. Nel frattempo Eva si è innamorata di un bell’ufficiale che però perde una gamba proprio a Caporetto. Il matrimonio viene annullato dalla famiglia.
Un capitano innamorato da sempre di Eva non viene però ricambiato.
La giovane si innamora di un violinista, ma la famiglia oppone mille rifiuti e il giovane viene allontanato. Ogni tentativo di Orfeo di fare accasare Eva con qualcuno che lei possa amare fallisce miseramente.

Il destino è immutabile. Leandro, il padre di Orfeo, un giovanotto sparuto e insignificante, ma con una discreta posizione, si innamora pazzamente di Eva e la corteggia disperatamente, come se ne andasse della sua vita. Si fa trovare ogni giorno, ogni notte, in preda a una pulsione irrefrenabile, sotto le sue finestre. Eva ha già 24 anni, ormai è “vecchia”, deve sposarsi, la tradizione lo impone. Lei prova un misto di repulsione e attrazione per Leandro, non sa come comportarsi, è disperata.

Orfeo tenta l’ultima carta. Travestito da pittore, con la scusa di fare un ritratto alla bella Eva Grillo, le si rivela. Vuole impedire l’infelicità di Eva, anche a costo di non nascere mai.
Mi riconosci Eva? Non sono pittore, non so leggere la mano. Mi riconosci?
Non sposare Leandro.
Lei lo guarda, poi fa il gesto di aggiustargli il bavero, un gesto automatico tra madre e figlio, un gesto che ha trasceso passato, presente e futuro.
Vai via, gli dice lei.  Se ti prendono, ti faranno male.
Orfeo, disperato si allontana da Eva, mentre Monsieur des Oiseaux si avvicina per portarlo via. Orfeo si gira e vede Eva dare un bacio a Leandro e dirgli avremo un figlio, vero? Un maschio.
Il mondo intorno si sfalda e la realtà della Milano “presente”, degli anni sessanta  riappare, attraverso “il suono di un’ambulanza che lacera l’aria della città come un pazzo lacera un prezioso dipinto”.

Questo è un piccolo libro pressoché inesauribile. Santucci qui, è sicuramente stato toccato da quella Grazia in cui credeva.
Il patto faustiano di godere illimitatamente dell’amato bene senza l’orrendo scempio del tempo che passa e dello scandalo della morte non poteva che essere risolto così, con un gesto di doppia rinuncia. Il figlio rinuncia a se stesso ma la madre rinuncia alla presunta felicità coniugale per avere il figlio, quel figlio. L’amore è riconoscersi, sempre e dovunque, dentro l’immane opera del tempo.
L’amore è lasciare andare, è, come dice Don Pasqua, esercitarsi a perdere mille volte l’oggetto amato perché tenerlo a sé nell’egoismo equivale a non farlo nascere mai.
Dio deve incarnarsi e può incarnarsi, solo nell’amore di una madre.
Non siamo noi forse sempre e comunque in una terra di morti? Siamo sempre il passato di qualcuno che esisterà quando non ci saremo più. Siamo come le galassie lontane, qualcuno ci vede anche se non esistiamo più. E così facciamo anche noi, osserviamo la luce di chi non c'è già più, in un continuo rincorrersi del tempo. Solo Dio è tutto il tempo contemporaneamente. E se è così, Dio decide anche ogni singolo atto di ribellione. L'etica cattolica non ha posto per la libertà vera, in fondo.
Don Pasqua definisce Dio la trappola d'amore.

Eva anziana si fa leggere da Orfeo, poco prima della morte, i magnifici versi del Paradiso di Dante: Vergine madre, figlia del tuo figlio. Madre e figlio sono insieme esempio di rapporto morboso e di amore vero. Ma qual è, in fondo, il vero rapporto che lega le creature al suo creatore?
La risposta di Santucci è aperta, come sempre nelle grandi opere letterarie. Opere così, destano interrogativi che non smettono mai di risuonare nell’anima, per tutta una vita.

martedì 10 marzo 2015

Sedimenti letterari



In questi giorni mi è balenata l'insana idea di elencare e "recensire" alcuni dei romanzi che, letti tra i 15 e i 25 anni (più o meno), hanno lasciato un'impronta indelebile e condizionatrice nel mio gusto letterario. Insomma si tratta di quei libri che se non li avessi mai letti non sarei quello che sono. Non che essere quello che sono sia necessariamente un bene. La questione è scevra di implicazioni giudicanti. Si tratta di semplici dati di fatto.


Lo so, lo so che non dovrei perdere tempo con queste sciocchezze, quando il governo Renzi, il quantitative easing, Putin, l'ISIS, la terza guerra mondiale, il cambiamento climatico, Pippo, Pluto e Paperino, complottano per rovesciare il bell'ordine del mondo. Però io al bell'ordine del mondo non ci ho mai creduto e il merito ( o il demerito) è proprio di queste letture precoci, onnivore e variegate che mi hanno “formato”, in un modo o nell’altro.
Ho scelto nove testi tra i tanti che potevo mettere. Sono quelli, non potevano essere altri, magari più belli. Alcuni di questi romanzi sono universali, altri non sono forse dei capolavori veri e propri, altri lo sono (come quello di Santucci) ma sono caduti quasi totalmente nell'oblio.
Piano piano, con i miei modesti mezzi, post dopo post, cercherò di "illustrare" (brevemente, per carità) la magia di questi libri, o almeno, la magia che essi hanno operato su di me.
Ecco i magnifici nove, in ordine rigorosamente casuale:
Orfeo in Paradiso di Luigi Santucci


La montagna incantata di Thomas Mann


Deserto d’acqua di James G. Ballard


Un oscuro scrutare di Philip K Dick


Il male oscuro di Giuseppe Berto


Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati


Moby Dick di Hermann Melville


I Buddenbrook di Thomas Mann


Dissipatio H. G. di Guido Morselli

venerdì 20 settembre 2013

IJ



Ho finito ieri Infinite Jest. Non credo sia un lavoro da cinquantenni leggerlo. C’è qualcosa di così giovane, in fondo, di così irrisolto, che spiazza, intenerisce ma anche infastidisce.
È un colossale esercizio di bravura, con dentro una gran quantità di dolore che lo rende autentico. Mi è piaciuto? A tratti è indimenticabile, non c’è dubbio. Ma c’è qualcosa che non quadra, qualcosa di indefinibile, come se realmente il fulcro di tutto fosse ( come si evince dal titolo) uno scherzo infinito, inutile, che non fa ridere (nonostante in molti punti DFW crei situazioni che strappano involontariamente risate fragorose).
Immergersi in IJ è come fare un lungo, lunghissimo sogno, a tratti densissimo, a tratti magnifico, ma che una volta svegli cessa completamente di avere importanza. Esci da IJ con il desiderio di respirare, come dopo una lunga apnea: respirare e guardarti intorno, lasciandoti assorbire dalla tua quotidiana realtà. È  come se fossi appena scappato da dentro al cervello in ebollizione di qualcuno che non sei tu. In ogni pagina pare di sentire il flusso inarrestabile di una fantasia poderosa, sostenuta da una enorme follia razionale. Mai un’opera lascia intravedere, come IJ, l’interno del cervello di chi l’ha concepita. In questo DFW è unico tra i, diciamo, contemporanei. È a livello di P. K. Dick,, Kafka, Beckett. Vite intese come letteratura, nel bene e nel male.


martedì 30 luglio 2013

Oltre la cupola del Truman Show



Tra gli scrittori contemporanei, mancano le cosiddette figure “tragiche”, quelle vite che diventano paradigma della condizione umana o perlomeno di un’epoca. Si è cercato in Italia, di costruirne una con Roberto Saviano, il quale, pur essendo probabilmente un bravo ragazzo, è totalmente inserito nel circuito delle opinioni politicamente corrette. Da Saviano non ci si attende lo sguardo nell’abisso. Da nessuno ce lo si attende, in genere.
Non ricordo chi ha detto che si comprende di più un’epoca dai suoi romanzi, che dalle teorie scientifiche.
L’Ottocento, il secolo borghese, ha creato il romanzo delle grandi individualità in cerca o in conflitto con sé stesse e il mondo.
Il Novecento, secolo della fisica quantistica e della “scoperta” dell’inconscio, ha creato i grandi romanzi della dissoluzione dell’individuo o del suo problematico riscatto.
Il Duemila, secolo di Internet e della Mercificazione Totale, ha portato all’impossibilità della sincerità.
Già David Foster Wallace, parlava dell’ironia come della malattia della modernità, vista come il sintomo dell’impotenza di chi ha imparato ad amare la propria gabbia.
Il Duemila è il secolo che ha abolito l’esterno di sé stesso. Viviamo in un Unico Mondo Dal Quale è Impossibile Uscire. Niente alternative date all’esistente. Universo al Capolinea.
I romanzi del Duemila (e le serie TV) descrivono, descrivono, descrivono, ciò che non ha più bisogno di essere descritto: il totale dissolvimento dell’identità umana nella merce, la totale codificazione delle esperienze umane, così completa da potere essere allineata su uno scaffale di un supermercato.
Il romanzo del Duemila è stato sostituito dalle serie TV americane, sempre più complesse, articolate, profonde, ma attenzione: proprio questa sempre più esasperata complessità umana, ne rivela il paradosso di base: tutto è già detto, tutto è già fatto, ognuno di noi si deve soltanto accomodare nel proprio disagio preferito.
Il risultato finale è sempre uno: ti mostro lo schifo della società per farti abituare. Ti devi abituare a mangiare e respirare merda, perché questa è la realtà e questo è il migliore mondo reale che possiamo offrirti. 
Non c’è più evasione dalla sofferenza, ma l’esorcizzare la stessa assumendone dosi massicce.
Le dosi massicce di iperrealismo quotidiano hanno il solo scopo di narcotizzarci.
Eppure l’arte dovrebbe avere l’obbiettivo di andare oltre, o almeno, provarci: vedere cosa c’è oltre il muro della cupola del Truman Show (altra metafora ampiamente abusata).
I romanzi, protagonisti della società di ogni secolo, da strumenti di indagine della condizione umana, sono diventati illustrazioni di illustrazioni.
Chi pubblica oggi, è inserito in una determinata, seppure ampia cornice.
I solchi sono stati tracciati e chi esce dai solchi viene ignorato.
Cessate le ideologie, quelle stesse che hanno negli anni Sessanta e Settanta decretato il fallimento di Morselli scrittore, è rimasta la potentissima ed esclusiva ideologia del profitto, che screma tutto quello da cui si potrebbe ricavare poco in termini economici.
L’uomo deve pur attaccarsi a qualcosa e accumulare è un sistema come un altro (forse un po'più dannoso di altri) per lenire l’angoscia. Una intera società nella quale sono crollati i fondamenti religiosi e ideologici deve pur sopravvivere a sé stessa. Accumulare, o tentare di accumulare, o tentare di imitare chi riesce ad accumulare, o ancora passare il tempo interessandosi delle vite dei protagonisti dell’accumulo, oppure ancora riempire il proprio tempo di preoccupazioni assolutamente materiali, è un modo per tappare tutti i buchi.
Se persino la cosiddetta spiritualità funziona oggi ad accumulo di esperienze “a pagamento”, diventa chiaro che il sistema sta funzionando alla grande, sebbene si sentano i primi sinistri scricchiolii.
La società nella quale viviamo non è più la società della grande borghesia contrapposta alle altre classi sociali, nella quale la borghesia stessa recitava la parte del giudice e dell’accusato. Ora viviamo in un mondo assolutamente immaginario, nel senso proprio di “immagine”, in una fantasmagoria dove le parti da recitare sono un numero limitato, sempre le stesse, mentre gli uomini, invece, non sono mai stati così tanti di numero.
La compassione stessa ricade sotto un regime codificato dalle vecchie religioni rivelate o dalle nuove religioni commerciali.
Il proliferare sconvolgente di istituzioni di beneficenza è il chiaro sintomo di cattiva coscienza e deliberato intento di lasciare tutto com’è.
È chiaro che al romanzo oggi, viene chiesto di illustrare e quindi giustificare, più o meno subdolamente, quello che ci circonda.
La società, grande madre che ingloba tutti, vincitori e vinti, trae piacere dalle storie di gente sofferente, che ce la fa o soccombe, ma non tollera che si mettano in discussione le sue fondamenta.
In che modo si potrebbe mettere in discussione le fondamenta della società?
Basterebbe scrivere a chiare lettere che è la fine: che il sistema che alimenta tutti è in via di esaurimento e che tra qualche decennio il cambiamento antropologico sarà inevitabile.
Basterebbe creare personaggi che pensino o vivano situazioni opposte a quelle che si ritengono “spendibili” nel panorama attuale: un uomo picchiato da una donna, un omosessuale stupido e razzista, un islamico fintamente tollerante e filosofo, in realtà superstizioso e ignorante, una donna che desidera essere stuprata, un lavoratore che muore sul lavoro perché cialtrone e negligente, un leghista buono, un democratico cattivo, un ebreo razzista e ignorante, uomini impotenti e donne insoddisfatte, rapporti sessuali scadenti, vacanze inutili, guru inetti, rapporti che stanno in piedi per affetto e amicizia, problemi veri e rimedi fasulli, problemi fasulli e rimedi veri, bambini insopportabili, aborti desiderati e riusciti, suicidi dovuti, preti atei, atei credenti, scienziati limitati, vera violenza di classe, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, eugenetica e controllo della popolazione, distruzione dei buoni sentimenti, creazioni di veri sentimenti.
Dostoevskij poteva permettersi di essere un sublime conservatore. Ora necessitano scrittori sublimemente disposti a sacrificarsi per distruggere veramente il cancro osceno del politicamente corretto.
Servono scrittori che non si limitino a dirci che siamo nel Truman Show, ma che inizino le loro storie, proprio dal punto in cui l’uomo merce esce dal buco nel muro e entra nella Realtà, magari per scoprire che non c'è rimasto niente, o non c'è mai stato niente. 

venerdì 19 ottobre 2012

Piccoli deliri di onnipotenza


Albert Caraco (1919 - 1971). O della lucidità estrema

Io mi barcameno da sempre tra la paura di morire e il desiderio che ci sia qualcosa oltre questa pena. Non credo in nulla e tuttavia non credo di non credere.
Non posso essere coerente, perché non posso decidermi per una visione o l’altra. Ho il vizio e la tentazione di lasciare sempre tutte le porte aperte. Il risultato è che vengo risucchiato da una corrente all'altra.
Mi spiego: da un lato credo (sempre questo fastidioso verbo in mezzo ai coglioni) che Caraco, con la sua esasperata lucidità, faccia una pippa a Cioran e arrivi al punto. Niente illusioni. Da un altro lato io, nella mia vita, ho pur tuttavia sperimentato la cosiddetta felicità. Proprio così, nella mia meschina vita ho potuto assaporare grandi gioie, pur se insieme a dolori atroci. Quindi, so che la felicità esiste.
E questa cosa pende sul piatto della bilancia.
Al di là dell’esattezza filosofica delle sue conclusioni, Caraco, era un uomo assolutamente coerente. Si definiva duro, incapace di piangere. Aveva deciso (a torto o a ragione è inutile discuterne) cosa fosse vero per lui e aveva agito di conseguenza. Questa è virtù, una caratteristica che lo rende membro di una piccola ma potente schiera di uomini tra cui ci mettiamo Montaigne: uomini coerenti con se stessi. Montaigne amava la vita, Caraco no. Entrambi hanno saputo vivere secondo le proprie scelte e hanno saputo morire.
Entrambi avevano coraggio, sia pure applicato in modo diverso.
Il coraggio è sempre la chiave di tutto.
Albert Caraco, uomo di elegante nonchalance, solitario, nomade, aveva deciso di continuare a vivere per “gentilezza verso i suoi genitori”. Dopo la morte della madre, accudì il padre per vari anni, facendogli compagnia e sostenendolo nel dolore per la perdita della moglie.
Il giorno dopo la morte del padre, prese dei sonniferi e per essere proprio sicuro di morire, si tagliò la gola con un rasoio.
Cioran, al confronto, dopo una vita di geremiadi contro l'esistenza e perorazioni a favore del suicidio, è rimasto a farsi cambiare il pannolone, demente per l'Alzheimer.
Coerenza e coraggio di Caraco, mestizia di Cioran.
Non bisogna arrivare agli estremi, o meglio, non è necessario arrivarci, a meno che non si abbia la stessa concezione esistenziale di Caraco.
Io credo, dal canto mio, che la vita sia un mistero pieno di dolore e gioia. Può darsi che sia una che l’altra siano illusioni.
Credo anche che bisogna volere bene, come dice alla fine del libro il protagonista di La vita davanti a sé, di Romain Gary.
Credo anche di cadere troppo facilmente nelle stronzate letterarie. Credo proprio che dovrei finirla qui con le idiozie: comportarmi da adulto, cioè da morto. 
Ma non credo di poterlo fare. 
Sono sempre stato un po' troppo pazzo, senza volerlo. E questa pazzia mi serve, per non morire.
Alla fine bisogna trovare anche la propria dimensione di follia. Vengo attratto da forme vitali che mi affascinano. 
Le vite portate all'estremo della coerenza trovo che siano eleganti, come equazioni matematiche. Folli e dolorose. Uomini pazzi e forti. Non ce ne sono più. 
Oggi nessuno è forte. Nessuno è niente. Forse nessuno lo è mai stato. Almeno, io non lo sono. Inganni e auto inganni. Solo la coerenza fino al fanatismo, nella sua follia, può dare un senso alla vita. Ma il prezzo da pagare è troppo alto. 
Finché si è attaccati alla vita è meglio rimettersi le maschere della finzione sociale. Sotto le maschere la vita palpita, che è  tutto quello che conta. Vivere, vivere, è tutto. 
Mistero, buio, luce. Miseria. Grandezza. 
Ogni cosa è contenuta, in sordina, in queste sterili giornate che viviamo, giorno dopo giorno, lontani da ogni idea di rivoluzione, nel mondo sempre uguale del Capitale.
L'istinto della pazzia, però, rimane.
Dovrei uscire e schiantarmi con la macchina, per vedere se c’è la luce di là.
Dovrei ricominciare a drogarmi. Ricominciare adesso, a 50 anni. Dovrei fare delle orge. Tutte cose già fatte, ma che solo adesso potrei apprezzare pienamente. Allora c'era la smania di accumulare esperienze, anche stupide e improduttive, ora c'è il desiderio di vivere la realtà in un delirio sensuale definitivo. Alla scemenza giovanile è subentrata la decadenza. In fondo è tutto così banale. 
Dovrei fare qualcosa, non so cosa, ma sarà qualcosa di enorme, diceva Re Lear. 
Shakespeare la sapeva lunga sugli uomini. 
Piccoli deliri di onnipotenza. Ogni tanto mi capita. Subentra il pudore, che rimette a posto tutto.
Alla fine solo i pazzi vivono. Per questo dobbiamo custodire la nostra pazzia come un tesoro prezioso. Al giorno d'oggi la pazzia è sprecata. Tutti fanno i pazzi. Pazzo è bello, dicono. Gli spot pubblicitari sono pieni di gente pazza, che crede di essere divertente. 
La gente mediocre finge di essere pazza e invece è solo fastidiosa. Si ubriacano alle feste e si comportano come teste di cazzo. Fanno i goderecci ma dietro le loro facce traspare solo l'idiozia. Tutti osannano i pazzi, ma la pazzia vera è un’altra cosa. La pazzia è osare andare fino in fondo ai propri deliri di onnipotenza e farsi sputare addosso. Farsi crocifiggere e fondare una religione. Abbracciare i passanti. Aspettare l'alba in cima al Krakatoa.
Restare vivi è la vera pazzia. 
Pazzia vuol dire essere posseduti dal dio Pan. 
Pan, da cui deriva panico.
Io soffro di attacchi di panico, so cosa vuol dire essere posseduti da quel dio. 
L'altra faccia della pazzia è il terrore. L'altra faccia dell'ebbrezza è l'incubo. 
Pazzia è pagare il prezzo della propria esistenza. Fottere la merce. Essere un servo che tratta con noncuranza un re. Fare l'equilibrista sopra le frasi fatte. Amare un volto di donna e seguirlo nella folla. Sparare addosso alla televisione accesa.
Andare dovunque, quando non c'è nessun posto dove andare. Nel mezzo del dolore, notare la forma di una grondaia in mezzo alla luce del giorno e sentirsi tranquilli.
Seguitare giorno dopo giorno e dirsi, va bene così, lo rifarei. Anche se non ne posso più. Fino all'ultimo respiro. 

venerdì 3 febbraio 2012

Wislawa Szymborska (2.7.1923 - 1.2.2012)


Monologo per Cassandra

Sono io, Cassandra.
E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.

È vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.

Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde -
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla è più facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.

Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di –

È andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.

sabato 28 gennaio 2012

28 gennaio 1972


"Dio che non esisti ti prego /che almeno su questa grande nave / che mi porta via / le cabine siano ... ben areate" /
"Ma se non esiste perché lo preghi?" /
"Non esiste fintantoché non ci credo / finché continuo a vivere come viviamo tutti / desiderando / ma se io lo chiamo ..." /
"Troppo tardi" /
"Per la forza terribile / dell'anima mia, forse vile, trascurabile in sé / però anima nella piena portata del termine /
se lo chiamo verrà."