Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

domenica 26 giugno 2016

Metodi efficaci di valutazione politica

Chi sa veramente se la GB ha fatto bene o male a uscire dalla UE. Le opinioni, come al solito, si accavallano e non portano a nulla di concreto.
Esistono però sistemi più semplici e quasi infallibili per valutare la validità di una decisione politica così epocale*: la faccia da becchino di Severgnini, il disappunto plastico della Gruber e il rosicamento di Renzi.

I megaburosauri di Bruxelles non lasceranno smantellare facillmente il loro giocattolone: troppo ci hanno guadagnato finora. Ma qualunque cosa accada, l'unica cosa certa è che l'Italia farà la sua solita politica: accodarsi al vincitore di turno, chiunque sia. E' curioso che in un sondaggio fatto su cosa pensano gli italiani della UE i risultati siano stati negativi in maggioranza. Alle stesse persone hanno poi chiesto se allora sia più giusto uscire da questa fallimentare baracca. La risposta è stata a maggioranza no. Come dire: fa schifo, ma ci restiamo, hai visto mai. Tengo famiglia.

* "Epocale" è termine eccessivo. Tra 50 anni della UE non fregherà più niente a nessuno, impegnati come saranno a non affogare nella merda che stiamo producendo ora.

lunedì 6 giugno 2016

Prove tecniche di eccetera eccetera

Suppongo che le migliaia di affezionatissimi lettori di questo blog (faccina su questo punto) si stiano chiedendo che fine ho fatto. Ci sono, ci sono, miei cari. Cambiamenti repentini di sedi lavorative e tante piccole incombenze quotidiane mi tengono lontano dal magico mondo della Rete. Ma non appena sarò riuscito a organizzarmi meglio (che vuol dire anche ritrovarci un po' di voglia) mi rifarò sentire.
Avevo promesso tutta una serie di (pseudo) recensioni letterarie e io sono uno che le promesse le mantiene. Mica ho specificato l'anno.
Vi auguro, nel frattempo tanta serenità e a presto.

mercoledì 23 marzo 2016

Promemoria


Pierre Delvaux La Venere dormiente


Domenica ho compiuto 54 anni. Una età ragguardevole, un tempo. Mio nonno paterno non ci è arrivato, è morto due mesi prima di compierli. Mia madre non ci è arrivata. Si è fermata molto prima. Proust è morto a 51 anni, Cartesio a 53, DFW a 46, Glenn Gould a 50, Gustav Mahler poco prima dei 51, PKD a 53, Moliere a 51, ecc. ecc.

Esempi illustri, come pure esempi qualunque, vanno e vengono in una specie di staffetta senza fine.

Si va avanti a superare quelli che se ne sono andati e poi toccherà a noi e l’universo continuerà nella sua opera di di disgregazione. Ogni anno un pezzo si stacca, una molecola decade, il sogno luminoso dell’eterno amore e eterna giovinezza sbiadisce ancora un po’ di più, la trama ormai scolorita fino alla semi trasparenza. Ci si vede la realtà attraverso. Ed è la realtà ad avere sempre più importanza.

Comincio a sentire l’onnipresenza della morte e nello stesso tempo la vita diviene sempre più evidente, potente, vibrante. Meno spazio alle finzioni e più alla cosa – in – sé.

Galleggiamo nel vuoto, come bolle distanti, silenziosi e stranamente sempre più felici, nonostante tutto, di quella felicità fatta di barlumi di sole anche dentro il buio.

Avere sempre più passato dietro di noi, anche se irrecuperabile, anche se non ci si pensa mai, è una forza. Si cammina, come diceva Proust, sui trampoli dei propri anni e più ce ne sono, più lontano lo sguardo si porta. Il nero orizzonte si fa vicino, ma intorno c’è anche la sterminata evidenza della vita, la grandiosa epifania del tutto. È uno spettacolo commovente e sublime. È la gioia della stella che splende bruciando se stessa.

giovedì 17 marzo 2016

Il lato stanco del web


Vladimir Kush

Il blog è morto, dicono. I blog sono obsoleti e molti rimangono inattivi per mesi, per noia, mancanza di tempo, disinteresse, troppa lentezza nel gestirli.
C’è sicuramente qualcosa di vero in queste affermazioni, che peraltro non sono nuove.
Forse, semplicemente il blog rappresenta il lato stanco del web.
E la stanchezza, come sottolinea il filosofo tedesco – coreano Byung Chul – Han in un gustoso libriccino intitolato La società della stanchezza, è una reazione alla “società della prestazione” nella quale viviamo.
Superata la società del controllo, superato Foucault insieme a tutti gli altri ammennicoli francesi, ci ritroviamo precipitati dentro una “società della prestazione” che ci costringe a essere imprenditori di noi stessi, anche solo per lavorare in un call center o capire, in mezzo a valanghe di offerte, dove andare a posare il culo nella prossima vacanzina low cost. I disturbi e i disagi di cui soffriamo non sono più legati, secondo BCH, alla reazione contro la negatività causata dall’alterità, ma per eccesso di positività.
In altre parole, fino al secolo scorso l’alterità caratterizzava il nostro modo di porci nel mondo: noi, loro, competizione, identità, ecc. ecc. Oggi l’alterità è stata sostituita dalla differenza, dall’accoglienza, dall’ibridazione totale, dalla dittatura dell’Eguale.
Questo porta a un eccesso della positività. Da qui deriva il senso di rigetto, di rifiuto, che coglie molti individui sulla strada della vita.
Le nostre vite sono immerse nell’etica della sovrapproduzione. Tutto diventa possibile e tutto quindi deve poter essere fatto. Nella giungla delle possibilità sterminate (illusorie, aggiungo io) l’individuo si smarrisce, si deprime. Non sa cosa fare, e istintivamente, come autodifesa, non ha più voglia di fare niente.
Questo è il paradosso e il dramma delle nostre società opulente, informatiche, mediatiche, spettacolari: l’individuo soccombe di fronte all’imperativo morale di appartenere a se stesso. La società della positività non ha nulla da invidiare a livello di violenza sistemica, nei confronti dell’obsoleta società del controllo. L’apparente libertà (ma in realtà l’abbandono terribile) schianta l’individuo, lo lascia irrisolto, depresso, demotivato, di fronte a banconi sterminati di offerte allettanti.
In questo modo, sempre secondo BCH, libertà e costrizione coincidono all’interno dell’individuo stesso. Si arriva al paradosso che nell’attuale società della prestazione è l’individuo stesso a divenire nello stesso tempo sfruttatore e sfruttato.
Questo accade, aggiungo io, anche nei casi in cui si vive ai margini di questa società della prestazione. Siamo tutti (in un certo senso) uguali, desideriamo le stesse cose, subiamo le stesse mancanze, da qualunque parte proveniamo, Italia, Siria, Giappone, Togo, Marocco, Messico … le differenze sono ormai solo quantitative (leggi: guadagno) più che qualitative. C’è poi la questione della diversa percezione della felicità da parte di popolazioni diverse, ma questo discorso porterebbe troppo lontano.
Anche le reazioni di avversione nei confronti dei massicci flussi migratori non sono, se si bada bene, dovute all’intrusione dell’Altro cattivo e Straniero (queste maiuscole levinasiane ormai sono stucchevoli) nelle nostre vite beate, ma al terrore di dovere ulteriormente “competere” per le stesse cose. Le migrazioni sono ondate “positive” alle quali non possiamo ormai opporre questioni reali di “identità”, “nazionalità”, ecc. ecc.
La soluzione a questa “stanchezza”? Una vita più contemplativa, dice BCH. Bisogna lasciare spazio alla stanchezza, non vederla come un impedimento alla Vita Activa di cui parlava Hanna Arendt. La vita attiva è spesso una trappola. E il web, aggiungo io, è disseminato di queste trappole. Da qui ne consegue che la stanchezza epocale che stanno attraversando i blog, lungi dall’essere un problema, è forse una reazione “sana” al ciclo demente di sovrapproduzione di stronzate che ci circonda.
L’eccesso di individualizzazione ha portato a tutti i problemi che ci sono adesso.
L’individuo – massa (tutti diversi, ma tutti uguali) DEVE realizzare i propri desideri, a scapito della specie e della collettività.
Le ideologie novecentesche partivano invece dall’assunto contrario: l’individuo deve sacrificarsi in nome dell’idea, dell’utopia, della razza, della collettività, della specie.
I risultati li conosciamo. Era la “società del controllo”.
L’ideologia del XXI secolo (tutto è possibile per tutti e chi non riesce è perché non vuole veramente) ha portato alla sovrappopolazione, al riscaldamento globale, a una forma inedita di alienazione al contrario.
Senza contare che la quantità di morti ammazzati, pur se non in maniera così eclatante come nel XX secolo, non cessa di diminuire.
La stanchezza, in quest’epoca di pazzi e idioti, potrebbe dare luogo a una nuova etica.
Non è detto che succeda, beninteso.
BCH, usa un’espressione molto significativa delle conseguenze della società della prestazione: “L’eccessivo aumento delle prestazioni porta all’infarto dell’anima.”
La stanchezza dei blogger, unita a una consapevolezza sempre maggiore, costituisce uno sguardo commovente, a volte “epico” su questa nostra epoca delirante.
 


martedì 15 marzo 2016

Confutare il confutabile


Jack Vettriano The Road to Nowhere


Vogliamo mettere il sottile piacere di confutare il confutabile? Di rinnegare le antiche credenze? Di tradire la fiducia del gregge?

È incomparabile, ripaga la solitudine che ne hai in cambio. Ho mandato all’aria i buddisti, i comunisti, gli anarchici, i chakra, le cazzate di ogni tipo. Sono libero.

Certo, non ho la pretesa di avere ragione su niente. Nemmeno credo che non ci sia un grano o anche più di verità in tutto ciò che ho confutato: semplicemente la verità contenuta in qualsivoglia ideologia, non è sufficiente per nutrirmi.

Certo, è bello credere di potere cambiare la società prima che il sole esploda: ma il modo in cui si attua il cambiamento fa tutta la differenza.

Anzitutto, ho una antipatia istintiva per chiunque affetti una pretesa superiorità morale.

Io, peccatore e uomo miserabile, non vedo intorno a me tutte queste persone irreprensibili.

La civiltà del libero mercato rende tutti inevitabilmente un po’ ipocriti.

L’ipocrisia nasce dal cercare di nascondere che si è in vendita al miglior offerente, 24/24.

E proprio io, che sono un miserabile peccatore, sono meno in vendita di tutti, da sempre.

Proprio io, che non ho certezze, non sono in grado di averne, non ho mai voluto veramente vendermi. Non ce l’avrei fatta. Non ce l’ho fatta: non per superiorità morale, ma per semplice inettitudine. Sono salvo per incapacità congenita.

C’è sempre meno da parlare di questo mondo: è ormai una noia indescrivibile, una noia complessa, ma sempre noia. Non c’è verità, non ci sono fatti, non c’è giusto, sbagliato, non ci sono uomini e donne, ma apparati di consumo. Di cosa raccontare? Automi spermatici.

L’uomo è un prodotto dei tempi, è una nozione che non è mai stata tanto vera come in quest’epoca. E per forza: non siamo mai lasciati a noi stessi, mai, per un solo istante, da New York a Rejkiavik, da Ouagadougo a Rio, da Monaco a Cinisello Balsamo. Siamo sempre in compagna di Tv, tablet, PC, Twitter, WhatsApp, Facebook, sempre connessi con qualcosa, sempre a fotografare qualcosa, sempre a guardare, guardare, guardare, guardare...

Senza vedere.

Non ci lasciano soli un istante. Non ci lasciamo soli un istante. Da qui deriva la catastrofe collettiva e permanente.

 
Eternamente condannato a essere tra quelli che vengono dopo, quando tutti i giganti se ne sono andati, e camminare tra quelle immani suppellettili del pensiero, dell’arte, dell’amore passato. Eternamente condannato a inginocchiarmi di fronte a esse, eternamente condannato a cercare un orizzonte libero dalle loro ombre, al quale affacciarmi.

Distaccato da me stesso, dagli altri, dalla vita, testimone di una biologia in declino. E inspiegabilmente, a volte, felice.

 
La tecnica. Come se davvero contasse qualcosa. Non servono tecnologia, ideologia, progresso. Serve un cielo nuovo in cui riflettersi. Non ha importanza tutto questo balletto su coppie gay, adozioni, uteri in affitto, migrazioni, capitalismo. Serve solo un po’ di silenzio. Il brusio ininterrotto di questa umanità spaventosa, arriva fino a un certo punto poi svanisce. Rimane lo spazio, immenso, nero. Dove questi idioti non possono arrivare.

La specie umana si modifica. Perde in intelligenza e guadagna in capacità di utilizzare congegni di cui non sa l’origine e il funzionamento. È un idiota a sette miliardi di teste.

Le teste aumentano sempre di più. È un immenso organismo che divora tutto in nome di una visione sfocata, una fame atavica di vita che non conosce ostacoli. Edifichiamo civiltà su ipotesi azzardate e queste durano millenni. Siamo la trappola perfetta di Dio.



mercoledì 24 febbraio 2016

L'Era dell'Autocensura




“Se ne deduce che egli (Pasolini) pensa ad una società in cui pochi schiavi eterosessuali, a cui è proibito l'aborto, dovranno continuare a partorire degli eletti di classe superiore a cui sia invece consentita la libera e aristocratica pratica dell'omosessualità”

Umberto Eco, 1975

 

“Nella nostra società non è del tutto vero che gli omosessuali siano discriminati e perseguitati. [..] vengono discriminati gli omosessuali poveri. Gli omosessuali ricchi hanno diritto alle loro "pratiche preferite". [...] non sarebbe il caso di smettere di dire "noi omosessuali", per cominciare a dire "noi omosessuali proletari" e, all'occorrenza, "noi proletari"?”

Umberto Eco, 1975

 

Qui Eco, malgrado (credo) lui stesso, ha espresso una vera profezia sul futuro che ci aspetta. All’epoca tutto questo aveva il sapore di una battuta. Nel 1975 Eco poteva ancora permettersi queste uscite sul Corriere.

Dopo, morto Pasolini, è stato preso dai sensi di colpa, presumibilmente.

In seguito, il dissolversi del comunismo e dei partiti, aprirono una nuova era. I susseguenti vent’anni di berlusconismo avrebbero talmente tanto assorbito ogni aspetto della realtà, che non ci sarebbe stato più posto per altro. Individuato un nemico che vada bene a tutti, l’intellettuale si rilassa.
Una cosa però, è certa: quella libertà che avevano allora i cosiddetti intellettuali (tutti quelli che se la volevano prendere), di dire qualunque cosa pensassero veramente, giusta o sbagliata che fosse, non esiste più.
Il Soviet Europeo non ha nemmeno bisogno di censure: ci pensano gli addetti stessi ad autocensurarsi, con una auto programmazione cerebrale senza precedenti.
Il motivo è, di base, uno solo: la pagnotta.
Questa pagnotta ha veramente un grande valore, mi sa.
Un giorno, tra tanti anni, se chi ci sarà (tolto il tempo impiegato per sopravvivere) ne avrà voglia, studieranno questo curioso fenomeno.
Chiameranno quest'epoca, l'Era dell'Autocensura.

martedì 23 febbraio 2016

Il barcone va avanti da sé




Il mondo mi sopraffà, inevitabilmente. Mi sento superato in ogni cosa che penso, credo e vivo. C’è da smarrirsi, come su un pianeta straniero, di cui non si conoscono la lingua e le usanze. È colpa mia, di sicuro, non mi sono aggiornato, anche se credevo di averlo fatto.

Certo, se guardo fuori dalla finestra, il mondo è sempre quello: alberi, case, cani che cagano nei giardinetti, passanti che si affrettano per andare chissà dove, il traffico, lo smog, il cielo che attraversa tutte le sfumature possibili tra il blu, il grigio e il rosa –

Dov’è allora, l’orribile sensazione che mi sto perdendo qualcosa?

Qui, ora, non c’è peccato. Il dolore avvampa solo quando guardo la TV o il web o leggo qualche giornale: allora la sensazione che mi assale è che il cosiddetto consorzio civile sia diretto da gruppi di clan collusi tra loro, una banda di cialtroni ben pagati per dire quelle che sono, come minimo, delle inesattezze perpetue.

Nessuna perplessità sulle immigrazioni: le cause, i numeri, l’inserimento, dove li mettiamo, il fatto che siano quasi tutti islamici –

Nessuna perplessità demografica: mai un sospetto che siamo troppi, anzi molti hanno il coraggio di parlare di inverno demografico –

Nessuna perplessità sul nodo storico del lavoro: il lavoro è ormai inutile, ma viene usato come arma formidabile di ricatto contro intere classi sociali e sbandierato come vessillo elettorale. Solo che ormai per lavoro si intende l’epopea quasi western delle PMI.

Loro sono protagoniste e il vecchio Cipputi stia chiuso in cesso a curarsi la prostata.

Nessuna perplessità su alcuni nodi storici: la Resistenza, la Shoah, il comunismo, il novecento in generale, gli USA –

Nessuno che critica MAI le opere letterarie, teatrali, musicali, che il collettivo industrial – culturale decide di promuovere. Le critiche le si possono fare solo su alcuni fenomeni stranieri e sempre molto garbatamente: il risultato è la sensazione estraniante che siano tutti, più o meno, sempre sulla stessa lunghezza d’onda, il che è perlomeno sospetto.

Nessuna perplessità sull’obiettivo della crescita: è evidente che siamo in un epoca di declino capitalista, il sistema, semplicemente, è saturo. Orbene, in questa situazione evidente anche a un imbecille, le vene dell’opinione pubblica vengono dopate con dosi massicce di “ripresa”, “crescita”, “eccellenza”, “progresso” e le voci contrarie vengono ignorate o, qualora per qualche motivo non possano esserlo, denigrate, sminuite, avvilite, vilipese, scartate.

È un sistema che si autoalimenta con l’inganno. Un sistema mondiale, colossale, di autoinganno. Una rete satellitare di mezze verità, illusioni, vere e proprie bugie, omissioni.

La cosiddetta gente comune, nasce, vive e muore nella irrealtà.

In un mondo dove una cosa e il suo contrario convivono senza che nessuna delle due assuma i contorni di una verità condivisa, l’ansia non può che prevalere.

Il desiderio di fuga corona tutto.

In Italia la cosiddetta sinistra è ormai un cadavere vivente che azzanna chi gli sta intorno, un vero e proprio zombie che gorgoglia dalla sua bocca fetida promesse impossibili da mantenere. È un Frankenstein creato con tronconi del vecchio PCI, della vecchia DC, del vecchio PSI, del vecchio … del vecchio, insomma. L’età anagrafica dei protagonisti è ininfluente. È la stessa merda che si rigenera per partenogenesi.

Vittima epocale di un senso di colpa cronico, dovuto al fatto di sentire oscuramente di avere alimentato più che altro leggende su se stessa e di essere l’incarnazione della più odiosa e ipocrita borghesia salottiera – industriale - comunicativa, la sinistra difende a spada tratta le “minoranze”: impone la difesa delle “minoranze” ai poveri cristi in piena lotta sociale, getta in faccia alla classe medio bassa le “minoranze” da sostenere irrorandola di sensi di colpa e propaganda, serie TV e programmi di cucina.

Ottiene così di non rappresentare mai veramente fino in fondo il paese. E si domanda il perché.

Vive, la sinistra, in preda al suo immaginario letterario, soffre costituzionalmente di incapacità di vedere la realtà. Fa i suoi sporchi interessi completamente convinta che siano interessi collettivi. È assurdamente sincera nella sua ipocrisia: un caso da DSM-IV di dissociazione collettiva.

La sinistra sarebbe veramente da psicanalizzare. E in Italia, in buona sostanza la “realtà” propinataci quotidianamente in TV è di sinistra. I suoi seguaci più profondamente ipnotizzati sono i cittadini con un livello di istruzione superiore: questo la dice lunga sulla differenza tra avere un’istruzione superiore e possedere capacità critiche.

La destra è invece ormai (per fortuna, direi) l’ombra di se stessa, ridicola nel difendere concetti – contenitore come “identità nazionale”, confini”, “bandiere”, “altolà all’immigrazione” pur con un blando accenno alla “ripresa”: niente insomma, che possa smuovere le masse, tranne che per un ricorso alla “pancia” della nazione, ma senza alcuna proposta accettabile.  La Le Pen e Salvini difficilmente faranno la differenza in un’Europa che sta andando a ramengo. Qualora avessero la maggioranza (ma non è affatto scontato che possa succedere), potrebbero fare ben poco e lo sanno anche loro. L’inerzia spaventosa  del colossale baraccone non la fermi con qualche veto o slogan o legge simil razzista.
I loro sono slogan per vincere le elezioni alla faccia degli idioti.

La destra più intellettuale è ancora alle prese con Evola, Drieu la Rochelle, Gentile, persino Pasolini, con un recupero tardivo e impossibile del fascismo e con l’annettersi alcune figure storiche “ibride”: tentativi che hanno un loro fascino ma che aumentano il guazzabuglio infernale delle opinioni. Il vero cavallo di battaglia della destra intellettuale è  lo sputtanamento della “sinistra” (e in questo raggiunge livelli impareggiabili, davvero godibili: ma è come sparare sulla croce rossa).

Insomma le sponde dell’utopia sono lontanissime, invisibili. A nuoto non ci arriveremmo mai. Si affacciano scenari inquietanti, alla Houellebecq? Difficile da dire.

Finché il barcone regge, la pseudo democrazia nella quale viviamo può ancora sfoggiare i suoi mille travestimenti.

Se il barcone dovesse affondare… beh, veramente, si salvi chi può.

L’inerzia è lunga, lunghissima ancora … forse.

I clan di cialtroni che comandano sanno che conviene a tutti mandare avanti questa fiera delle vanità. I disoccupati si crogiolano nell’idea che domani, forse, vinceranno un Milionario, oppure troveranno posto nell’azienda del cugino di secondo grado.

I migranti pensano di venire qui e trovare il sol dell’avvenire. Conviene farglielo pensare, da qualche parte come esercito di lavoratori di riserva (come diceva Marx) li possiamo mettere e insomma dopo non sono cazzi nostri, pensano. Ma sì, un po’ di polizia, qualche muro, qualche associazione culturale, qualche fiction TV dove sono tutti buoni e integrati e in qualche modo altri trenta milioni di poveracci possiamo farceli stare.

E il barcone va avanti per un altro po’, e le sponde di utopia sono laggiù da qualche parte in mezzo alla nebbia.

Tanto nel lungo termine, come si dice …