Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

lunedì 14 ottobre 2013

Lo straccio



Passa lo straccio. Passa lo straccio.
Passa lo straccio sopra gli interstizi neri delle piastrelle bianche di questo posto bianco e tutto questo bianco si sporca così facilmente, non riesco proprio a capire perché si ostinino a fare queste piastrelle bianche nei bagni dei luoghi pubblici.
Dovrebbero fare le piastrelle nere, così lo sporco non si vedrebbe, ma poi forse non ci sarebbe neanche bisogno di qualcuno che pulisca e allora addio posto di lavoro. Quindi forse è meglio se lasciano le piastrelle bianche anche se le fessure tra una piastrella e l’altra sono sempre nere, è così difficile pulire bene.
Passa lo straccio. Strofina bene. Strofina più che puoi. Questo è il motivo perché sei qui.
Quanto tempo, ormai? Da sempre, si direbbe.
Che poi, una dice, il destino. Io ci credo al destino. Ho bisogno di crederci. Ho bisogno di credere di non avere mai avuto scelta. Perché se mi venisse il sospetto che faccio questa vita perché l’ho scelta io, meglio sarebbe spararsi. Il fatto di non avere avuto scelta mi conforta, in un certo senso. Il destino. Un soffio di vento e voilà, sei qui, un altro soffio di vento e voilà, sei di là. Che meraviglia! Nessuna responsabilità, mai. Mai assumersi una responsabilità.
La responsabilità di una vita, poi… ma che esagerazione!
Che cosa perdi tempo a pensare, pensi sempre a un sacco di cose inutili.
Passa lo straccio, invece. Passa lo straccio.

Queste righe nere tra le piastrelle non vengono mai pulite, per la miseria!
Per me è importante fare tutto per benino, non voglio che nessuno possa dire, ma quella sta qui tutti i giorni e non pulisce nulla! Perché lo dicono, lo so. Non sono mai contenti. Nessuno si accontenta mai del lavoro di un altro, è così. Il lavoro di un altro è per definizione sempre un lavoro fatto male.
Per me no, invece, io rispetto sempre il lavoro di tutti …
Certo ci sono questi stranieri che, si vede, non hanno voglia, ce l’hanno scritto in faccia. Voglia di lavorare, saltami addosso, questi stranieri! Vengono qui a fare chissà cosa, a pretendere chissà cosa, ma sotto sotto, se potessero mollerebbero il lavoro e si metterebbero a ballare o a drogarsi o a bere birra, questa gente beve troppa birra, ecco la verità.
Passa lo straccio e non pensarci. Passa lo straccio, passa lo straccio, passa lo straccio ma queste righe nere non se ne vanno!

Che poi si sentono superiori, lo vedo. Quando sono sull’autobus, si comportano come se non fossero su uno dei nostri autobus, cioè un autobus della nostra città, ma sul loro autobus! Sono tutti lì, stravaccati, in piedi o seduti e non ti fanno mai passare e se provi a infilarti in mezzo a loro per uscire dall’autobus prima che ti si chiudano le porte in faccia ti guardano pure male. Se poi cerchi un posto a sedere, niente, l’hanno già occupato loro. E poi parlano parlano parlano così tanto che mi sembra di essere a bordo della torre di Babele. Per loro tutto dovuto, tutto! Dovrebbero girare con gli occhi bassi e invece tra un po’ comanderanno loro! Comandano già loro, ecco la verità! Io non sono mai salita su un autobus pensando, questo è il mio autobus! Sempre buongiorno, buonasera, prego signora si sieda, sempre rispetto per tutti, perché io lo so che i mezzi pubblici non sono roba mia.
Niente è roba mia, qui.

mercoledì 2 ottobre 2013

Battisti Panella Hegel: E al posto di cose ci sono le cose 2/2


Arrivati quasi alla fine del viaggio nei cinque bianchi, la fatica si sente. Tali e tanti i paesaggi sonori e linguistici visitati, tanti e tali le sfaccettature degli album precedenti, tali e tante le acrobazie del duo, che la possibilità di una caduta all’ultimo gradino è probabile e anzi certa. È come trovarsi in un sogno che non vuole finire, di cui ormai il fondale di cartapesta è sfondato e tuttavia si va avanti ad assistere a scenari vuoti senza potersi svegliare. 
Con Hegel ci si trova davanti un’opera che è difficile definire del tutto riuscita. Non che manchino momenti belli all’interno dell’album, non che manchi la poesia e sprazzi di genialità, ma si avverte una mancanza di urgenza nel comporre che invece era presente negli altri album.
Panella in più di una intervista aveva fatto intendere che il giochino lo stava stancando. Battisti invece avrebbe potuto continuare all’infinito a musicare versi improbabili, pareva averci preso gusto all’appuntamento biennale. Panella racconta di aver voluto, quasi, sabotare l’ultimo album fornendo testi sempre più metricamente complicati, fregandosene del senso e della musicalità. Inserisce a piene mani concetti filosofici e voli pindarici e Battisti riesce lo stesso, magistralmente, a musicarli, come se nulla fosse: ma il risultato, secondo me, è inferiore alle aspettative.
Gli otto pezzi di Hegel sono, ancora più che nel precedente CSAR, in bilico tra l'essere malriuscite ripetizioni di un gioco che ormai mostra la corda e gli ultimi veri esperimenti di avanguardia novecentesca. In certi momenti è veramente difficile capire se sia vera una cosa o l’altra. 


giovedì 26 settembre 2013

Battisti Panella Hegel: E al posto di cose ci sono le cose 1/2



Gli anni Novanta sono anni finali per tante cose. Il XX secolo, quello degli Orrori e delle Meraviglie, si chiude in tono minore, nell’incertezza e nell’indistinto, proprio come molti pezzi della produzione BP.
Finisce l’URSS e con esso in breve tempo buona parte della geografia che conoscevamo da bambini, finisce l’era della telefonia fissa soppiantata dai cellulari, finisce in Italia la Prima Repubblica, finisce il PCI, finisce la festa e Jovanotti si improvvisa autore serio: da questo si sarebbe dovuto capire come buttava il decennio. 
Gli anni Novanta sono naturalmente anche anni iniziali: comincia l’interminabile crisi economica e occupazionale che tra alti e bassi arriverà fino ai giorni nostri. Inizia il ventennio berlusconiano, con l’espandersi di tutti gli ammennicoli televisivi e una incipiente oscenità spettacolare (nel senso di Debord) che non avrà più fine. Inizia l’era di Internet, anche se ancora balbettante. Muore Cobain e il grunge finisce seppellito assieme a lui, la techno fa esplodere le discoteche e la testa di ragazzini recalcitranti a ogni forma di cultura. Spopolano l’ecstasy e il crack. Lo splendore e le miserie degli anni Novanta è magnificamente rappresentato da quel maelstrom di parole che è Infinite Jest, uscito nel 1996.
Negli anni Novanta c’è tutto e il contrario di tutto, in atto di mescolarsi dando forma al niente pieno di rimpianto per il passato che saranno gli anni Duemila.
A metà di questo triste calderone, nel 1994, Battisti fa uscire l’ultimo album della sua carriera e della sua vita mortale.
Hegel è quanto di più distante e sradicato si possa trovare nella produzione artistica del decennio. È ancora più distante dal mondo mercificato di quanto potessero esserlo gli altri album bianchi. Mentre la musica pop italiana del decennio si esprime con un profluvio di flatulenze oleose e finto etniche, Hegel si situa in un altrove immenso: è , letteralmente, un'inaccessibile cattedrale in un deserto, una luna bianca, pietrificata.


venerdì 20 settembre 2013

IJ



Ho finito ieri Infinite Jest. Non credo sia un lavoro da cinquantenni leggerlo. C’è qualcosa di così giovane, in fondo, di così irrisolto, che spiazza, intenerisce ma anche infastidisce.
È un colossale esercizio di bravura, con dentro una gran quantità di dolore che lo rende autentico. Mi è piaciuto? A tratti è indimenticabile, non c’è dubbio. Ma c’è qualcosa che non quadra, qualcosa di indefinibile, come se realmente il fulcro di tutto fosse ( come si evince dal titolo) uno scherzo infinito, inutile, che non fa ridere (nonostante in molti punti DFW crei situazioni che strappano involontariamente risate fragorose).
Immergersi in IJ è come fare un lungo, lunghissimo sogno, a tratti densissimo, a tratti magnifico, ma che una volta svegli cessa completamente di avere importanza. Esci da IJ con il desiderio di respirare, come dopo una lunga apnea: respirare e guardarti intorno, lasciandoti assorbire dalla tua quotidiana realtà. È  come se fossi appena scappato da dentro al cervello in ebollizione di qualcuno che non sei tu. In ogni pagina pare di sentire il flusso inarrestabile di una fantasia poderosa, sostenuta da una enorme follia razionale. Mai un’opera lascia intravedere, come IJ, l’interno del cervello di chi l’ha concepita. In questo DFW è unico tra i, diciamo, contemporanei. È a livello di P. K. Dick,, Kafka, Beckett. Vite intese come letteratura, nel bene e nel male.


giovedì 12 settembre 2013

Battisti Panella Cosa Succederà Alla Ragazza: io ti vorrei incontrare però non lo vorrei



Negli anni Novanta imperava la techno, l’uso spasmodico delle drum machine, la musica house da un lato, e il grunge, i Nirvana, gli scarponi slacciati e la sciatteria come filosofia di vita, dall'altro. 
Al crollo totale delle ideologie rivolte alla salvezza dell’uomo massa, quello che restava tra le dita dei superstiti del Moderno era la possibilità di illudersi di godere dei vantaggi di un Mercato finalmente Illimitato, oppure la libertà di scivolare nella depressione. Unica certezza: tutto si può comprare, o almeno desiderare. Tutto sarebbe cambiato, nei Novanta, crisi occupazionale a parte, che già allora si faceva sentire. Ecco il post – moderno, senza più blocchi ideologici contrapposti.
Battisti continuava a rimanere nascosto ai comuni mortali e a sfornare dischi biennali, prodotti e arrangiati a Londra. Ogni volta le aspettative dei fan rimanevo frustate a livelli tali che ormai si riteneva Battisti un caso clinico irrimediabile.
Però la sua voce, indescrivibile, onnipresente e indimenticabile una volta che la si è ascoltata, non riusciva a sparire dalla memoria collettiva. A questo fatto fu dovuto il successo effimero ma notevole degli Audio 2 con canzoni e voce talmente simil – battisti periodo Mogol che per molti fu come se Lucio si fosse miracolosamente rimesso in carreggiata.
Da parte di Battisti non vi fu, naturalmente, mai nessun commento sugli Audio 2.
Lui era da qualche parte nella sua villa del varesino a godersi il giardino e lo studio di registrazione ultramoderno. La sua voce vera arrivava soltanto attraverso i dischi bianchi, sempre più folli, solipsisti, incomprensibili.
Ormai il confine tra voglia di superamento dei limiti, mimetismo estremo, ricerca raffinata, desiderio di distruggere la propria immagine del cantautore di Acqua azzurra, acqua chiara, che nonostante tutto i vecchi fan continuavano ad appiccicargli addosso, e patologia, cominciava realmente a diventare labile. Il disco uscito nel 1992 sembra confermare questa diagnosi clinica, almeno in parte.
Il binomio Battisti – Panella sfornò con la Columbia Records (il primo distacco dalla Numero Uno) otto brani che, mentre si rivelavano ancora più ostici dal punto di vista testuale sembravano tornare a una maggiore semplicità armonica e una adesione quasi letterale da parte di Battisti agli stili musicali dei Novanta. I brani, insomma erano canzoni tipiche della decade, ma talmente tipiche da cadere in una specie di iperrealismo: i pezzi dell’album sono pezzi techno e house al cubo, con incursioni nel rap che paiono tutto meno che necessarie, e che tuttavia, come sempre, quando si tratta di Battisti, funzionano.
È come se il disco CSAR fosse uno specchio che riflette in modo assolutamente distaccato il mondo che lo circonda, così come è. Questa è forse la chiave di lettura degli ultimi due album dei dischi bianchi e della vita stessa di Battisti. Distacco e riflessione, nel senso di riprodurre l’immagine che si ha davanti di momento in momento, ma che tuttavia non ci appartiene. Per potere operare in questo modo occorre essere insieme dentro e fuori dal tempo, come i pazzi, i solipsisti o i grandi artisti. Ciascuno giudichi secondo il suo gusto in che posizione collocare Battisti.
Nonostante la freddezza, la mancanza di emozioni nella voce, o forse proprio per questo, CSAR ha molti momenti di pura bellezza e sentimenti rivelatori. Atomi che danzano al suono delle drum machine, freddi ma consapevoli.
Proseguono le vicende della Ragazza, pronta a ricominciare a danzare al suono glaciale degli anni Novanta. La copertina evidenzia questo distacco sempre più profondo dal mondo della Merce, questa noncuranza di attirare qualsiasi fruitore, con una tremolante sigla in stampatello.

venerdì 30 agosto 2013

Battisti Panella La Sposa Occidentale: sai che non si è mai la propria vita



Con l’ormai consueta cadenza biennale, nell’ottobre 1990 uscì il terzo album della “strana coppia”. Copertina bianca, come sempre, con una specie di indecifrabile ritratto dentro a un quadro. Registrato a Londra, come gli altri, si avvale della collaborazione di un arrangiatore d’eccezione come Greg Walsh, collaboratore, tra gli altri, dei Pink Floyd e di Battisti stesso in Una donna per amico.
Questa volta Battisti optò per l’eliminazione totale di strumenti che non fossero elettronici, come già aveva fatto per l’album E già.
Mentre sia in Don Giovanni che ne L’Apparenza vengono ancora utilizzati archi, pianoforti, chitarre e bassi veri, dalla Sposa Occidentale il paesaggio diviene totalmente scevro dalla presenza di mano umana: solo freddi apparecchi digitali e la sua voce, masterizzata in modo da non spiccare eccessivamente. È una voce distaccata, didascalica, con una sorta di fredda ironia appena percepibile, che vira facilmente sui toni in falsetto.
È come se dicesse che qui ormai niente è più serio e, nello stesso tempo, il gioco è ormai diventato serissimo: l’ossessione di mimesi e sparizione assume proporzioni colossali.
E tuttavia anche questo album ebbe un discreto successo, vuoi per il gradevole e apparentemente buffo pezzo che dà il titolo all’album, vuoi perché il nome Battisti era una calamita sufficiente per garantire la vendita di almeno qualche centinaio di migliaia di copie, nelle prime settimane, seguito dall’inevitabile caduta verticale una volta che il prodotto si era rivelato inascoltabile ai più. Le radio difficilmente si arrischiavano a far passare pezzi dell’album, tranne giusto il brano  - titolo.
Battisti ormai faceva un mondo a sé, difficile da penetrare. Il suo apparente solipsismo presenta molte “falle, falle rudimentali, aperte come portali, per i tuoi molto puntuali appuntamenti molto occasionali”.
In questo mondo rarefatto si può però entrare e si può godere.
Ci si accorge, in mezzo a questi cristalli di canzone, che c’è una gioia di correre, soli e tutti goduti, in mezzo alla strada. Pezzi da mettere quando si corre: c’è una sensazione di danza, movimento giocoso, spensierato, che i testi di Panella sottolineano.
O forse si dovrebbe dire che i testi rarefatti e giocosi di Panella trovano perfetta corrispondenza in una musica giocosa e rarefatta.

sabato 24 agosto 2013

Battisti Panella L'apparenza: tutto è dimostrabile, soprattutto il contrario



Don Giovanni fu un buon successo, nonostante la diversità da tutto quello che Battisti aveva prodotto in precedenza. Fu il terzo album per vendite nel 1986 e in classifica rimase a lungo al secondo posto.
Il pubblico era ancora troppo abituato e affezionato al cantautore, per non accoglierne anche le più spigolose novità. Oltre tutto, anche ai puristi della canzonetta “normale” non poteva sfuggire che, nonostante i testi ostici, le canzoni dell’album erano, semplicemente, belle. Entravano dentro, nell’anima e ci rimanevano a covare emozioni come sempre indefinibili.
L’Apparenza uscì nell’ottobre del 1988 e fu, se possibile, ancora più spiazzante dell’album precedente. Stavolta Battisti non voleva lasciare dubbi: la nuova strada che aveva intrapreso con Don Giovanni era avanti tutta e senza ritorno.
Se nell’album precedente il procedimento compositivo nasceva dalla musica alle quali Panella sovrapponeva i suoi bellettristici  versi, ora i due avevano deciso di agire al contrario. Doveva essere Panella a sottoporre a Battisti i suoi componimenti, a metrica libera, concernenti qualunque cosa volesse.
La musica doveva scaturire dal verso, così com’era.
Era una sfida alla quale i due si applicarono senza risparmiarsi. Panella non si pose limiti.
Battisti nemmeno.    
Gli arrangiamenti, i testi, la struttura dei brani: ogni aspetto de L’Apparenza è uno schiaffo in faccia a chi è ancora legato al ricordo del vecchio Battisti.
La copertina è bianca, spoglia, con una credenza stilizzata disegnata da Battisti stesso.
Resta solo la sua voce, inconfondibile, acuta, mimetica, fredda, esplicativa, a segnalare che Lucio c’è ancora, da qualche parte, nascosto: c’è e ha deciso di parlarci.
Noi possiamo solo ascoltare, fuggire, ignorare, o amare.