Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

venerdì 7 settembre 2012

Pensieri nani 3


Rousseau e Kant, fautori del 700, Hegel e Schopenhauer, fautori del 800, Marx e Freud, fautori del 900 …

Sempre il solito diramarsi delle soluzioni. L’uomo è buono o è cattivo? L’uomo è migliorabile o no? Nichilismo o speranza? Né l’uno né l’altro.

Questo pianeta ha prodotto la vita. La vita è materia che organizza sé stessa. Materia cosciente. Dalla materia (mater) nasce lo Spirito. Lo Spirito vivifica la Materia.
Noi siamo COLORO CHE RESPIRANO.
La definizione di vita è: ciò che respira. Anche gli alberi respirano.

Il concetto di felicità è fuorviante. Esso è in realtà il più fuorviante di tutti.
La felicità esiste, senza dubbio. Ma focalizzarsi sulla felicità è drogarsi.
Lo Spirito è benevolo e malevolo insieme. Bisogna godere della benevolenza e sopportare la malevolenza, come il navigatore sopporta la burrasca. È inutile maledire la burrasca.
Essa è parte integrante del mare. È lo scotto da pagare per avere splendide e ininterrotte giornate di sole.
Allo stesso modo è fuorviante avere una visione pessimistica o ottimistica delle cose.
Stiamo navigando e se dobbiamo navigare, dobbiamo procurarci gli strumenti per evitare le tempeste. Qualora incappassimo in una tempesta, dobbiamo avere l’esperienza per uscirne vivi.
Il male nasce dalla compressione, il bene dal’espansione. Tuttavia bisogna guardarsi dal prendere questa affermazione come assoluta.

L’uomo ha un assoluto bisogno di trascendenza. Questo termine, tuttavia, non implica una aspirazione verticale dell’essere, ma un desiderio di Altro. Il più grosso mistero  non è l’esistenza o non esistenza di Dio, ma l’esistenza dell’Altro.
Fondersi con l’Altro, capire di essere uno con tutto ciò che vive, pur restando un organismo separato, questa è la trascendenza. Questa è una aspirazione laterale, orizzontale. Vedi Levinas e il concetto del Volto dell’Altro.

In altre parole, l’amore. Concetto inflazionato e mal chiarito. Da indigestione. Si parla di amore e si annusa l’ipocrisia. È comprensibile. Nei secoli dei secoli è successo di tutto.
Ma il bisogno rimane intatto.

martedì 7 agosto 2012

La democrazia è la dittatura del XXI secolo


Tu dici, la fine della Storia. Quella con la maiuscola, naturalmente, le nostre piccole storie minuscole non entrano qui. Tu dici, dunque, la fine della Storia. E io chiedo, quale Storia? Cos’è la Storia: un insieme di date, eventi tipo le Crociate, lo Sbarco in Normandia, la nascita e l’estinzione di una sconosciuta dinastia africana nel Congo del X secolo? Quando è iniziata la Storia: con i rotoli babilonesi, con l’invenzione della ruota? E quando è finita, con il crollo del Muro di Berlino, con la fine dell’URSS? E quando è ricominciata: forse in questo fastidiosamente troppo simbolico 11 settembre 2001? Cos’è la Storia, oltre che una ininterrotta serie di eventi per lo più sanguinosi? È curioso pensare invece che eventi epocali come il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS siano stati privi di spargimenti di sangue. È come se il gigante stanco si sia abbandonato alla morte e migliaia di vermi siano fuggiti dal suo immenso corpo in decomposizione. La fine della Storia, dici. Vediamo di capire. Il concetto di fine della Storia è essenzialmente hegeliano.
La Storia è un fiume le cui acque vorticose si devono placare nell’oceano della fusione di Concetto e Tempo, cioè del sapere e del soggetto, coscienza giudicante e coscienza agente. Tutto avrà termine nell’estrema riconciliazione, nell’omogeneità delle vite, in un mondo in cui tutti i bisogni di tutti saranno appagati. Questa suprema conciliazione, per Hegel, è il dominio perfetto dello Stato, non come si immagina di solito, lo Stato prussiano: Hegel ha passato gli ultimi anni di vita nel “crepuscolo” come lo chiamava, cercando di trovare “la rosa nella croce del presente” lamentando l’insufficienza della Ragione. L’immagine futura dell’Assoluto integrato, Hegel non la conobbe: è lo stato stalinista. Non, come si potrebbe pensare, il regime hitleriano: il Terzo Reich era assai poco ambivalente, i suoi fini erano troppo evidentemente distruttivi. Lo stalinismo è dunque il prodotto finale della Storia. Lo stalinismo è sanguinario, crudele e perfetto. Proprio per questo è il modello perfetto di Stato, il modello perfetto di mondo nel quale avviene la riconciliazione di tutte le contraddizioni, attraverso la forza, l’astuzia, l’inganno, la delazione, l’esilio, la morte, ma anche la lusinga, l’adescamento, la finta benevolenza. Come non vedere che, in qualche modo nascosto, cupo e terribile, lo stalinismo è il desiderio nascosto di ogni democrazia, ciò che ogni governo democratico vorrebbe inconsciamente essere? Non per niente Debord parlava dello stalinismo come del regime dello spettacolare “concentrato”. Ora viviamo nel regime dello spettacolare “diffuso”. Come non vedere l’istinto di morte che, mentre viene cacciato dalla porta, rientra dalla finestra? Hegel sperava in una riconciliazione pacifica delle contraddizioni, vedeva nella fine della Storia, la vera prima manifestazione dello Spirito Assoluto nel quale l’uomo, definito da lui il Concetto, potesse esprimire il proprio pieno potenziale, contribuendo alla collettività, felice di dare la vita per essa, in quanto l’individuo esiste solo dentro la collettività. Non si può pretendere troppo da un uomo vissuto tra il 1770 e il 1831. Tuttavia Hegel sapeva che il Concetto, la filosofia, la sapienza che è anche (forse) speranza, giungono sempre troppo tardi, sul far della sera come la nottola di Minerva. Arriva, cioè, quando la guerra e la stupidità hanno già devastato nazioni e cuori. Hegel vedeva la fine della Storia allontanarsi sempre più, come l’orizzonte al quale una nave tende ad avvicinarsi senza tuttavia poterlo mai raggiungere. Raggiungerlo veramente, significherebbe arrivare alla fine del mondo, e precipitare nel nulla ma il mondo è una sfera e dunque non ha mai fine, e il nulla è tenuto fuori, come se si fosse nell’utero materno. Il mondo non ha neppure inizio. Forse non inizierà mai, forse l’utero-mondo non partorirà mai qualcosa degno di vivere. Hegel è rimasto così, avvolto in un infinito crepuscolo fino alla morte per colera. Sarà dunque morto sostanzialmente cagando fuori l’anima. Avvolto dai fumi della febbre la sua coscienza giudicante avrà perso molta della sua proverbiale lucidità. Decisamente quel giorno del novembre 1831 per lui la Storia fu finita.
Cos’è dunque la Storia? Sicuramente un flusso di eventi specificamente umani che tendono tutti al soddisfacimento di desideri più o meno uguali ma contrapposti. In sostanza la Storia è la storia di chi vince la gara per la sopravvivenza. La Storia è storia della classe dominante e dei suoi schemi difensivi, ideologici e psicologici. Da qui deriva l’illusione che con la fine pressoché spontanea dell’URSS la Storia potesse assestarsi su un indefinito ordine mondiale, più o meno pacifico, retto dal mercato globale e dalle concezioni liberali, cioè meno Stato possibile e più possibilità di speculare per tutti. Qui l’Occidente, o meglio, la classe dominante dell’Occidente, ha commesso un grosso peccato di arroganza. Ha creduto che i conti fossero ormai chiusi, una volta liquidato il suo vecchio nemico, l’Est. L’Occidente arrogante ha preferito ignorare, ritenendoli innocui o controllabili, i residui della sua antica lotta contro l’impero sovietico. Vale a dire tutti i terroristi e i fanatici integralisti, coccolati e addestrati per far fuori Ivan. Tutti noi, nati al tempo della Guerra Fredda, siamo vissuti così, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Dopo il Crollo, i cattivi si sono sparpagliati in giro e gli alleati dei buoni (ovviamente, gli occidentali) gli si sono rivoltati contro. Abbiamo vissuto per decenni in un mondo diviso da uno specchio. E ognuna delle parti rifletteva l’altra. Ora lo specchio è andato in frantumi e in cosa l’Occidente si può specchiare, ormai? Ora, tutto è Occidente, è tutto ciò che è contro di noi è brutto, straccione, fondamentalista, Altro, troppo Altro. Noi rifiutiamo di specchiarci nel nuovo specchio che è sorto dalla macerie nel frattempo. Rifiutiamo di  vedere la nostra immagine rozza e violenta che ci viene rimandata dai paesi poveri, dai paesi che bombardiamo. Fingiamo, fingiamo che la Storia sia finita, che d’ora in poi ci saranno solo guerricciole infinite di aggiustamento per eliminare chi non ci somiglia troppo, ma che sostanzialmente la nostra visione del mondo trionferà. Dobbiamo essere tutti democratici e tutti commercianti, in un modo o nell’altro. La cosa tragica è che il “nemico” di adesso, il fondamentalismo islamico, il “terrorismo” non propugna una visione radicalmente Altra, che per noi è inaccettabile, come può essere il comunismo, la rivoluzione: niente di tutto questo. Il nemico propugna gli stessi nostri valori, solo distorti, ancora più impoveriti e imbarbariti. Non ci sono più due visioni del mondo che si combattono: esiste solo lo straccione che confida in un Dio arcaico contro il manager in completo scuro che confida nella merce, o meglio, nel business, a sua volta derivazione di un Dio arcaico che nel frattempo si è evoluto. In mezzo a tutto ciò, Mafia e Stato fanno i loro giochetti. Le filosofie orientali sono neutre e anzi in realtà più tendenti a dare a Cesare quel che è di Cesare e anche di più. Business is business. Non a caso tantissimi uomini d’affari e politici orientali fanno mostra della loro fede buddista senza che questa le impedisca di commettere alcunché. Il fatto è che nell’appiattimento ideologico imperante, gli straccioni hanno alzato la testa. Ne fanno una questione di identità, cioè noi contro loro. L’identità è tutto, nel XXI secolo. Più non si capisce cosa cazzo è l’identità, più il tema dell’identità (e per identità si intende per lo più la religione o l’etnia di nascita) diventa cruciale. E la Storia, che non ha mai smesso di tendere al suo vero fine, cioè il godimento estremo della classe dominante, continua a procedere, macinando vite, finendo di fare a pezzi coscienza agente e coscienza giudicante, finendo di far cagare l’anima a Hegel come in quelle (per lui) atroci e definitive notti del novembre 1831. L’unica cosa che consola è pensare che vista dalla prospettiva di un osservatore vivente, che ne so, tra un migliaio di anni, questa contrapposizione in blocchi durata meno di mezzo secolo, con tutte le conseguenze che stiamo vivendo adesso, sarà forse una paginetta o due su un manuale. Quello che rimarrà, saranno invece gli sfracelli ambientali ed economici che avrà prodotto il capitale. La fine della Storia, dunque, dici. Ma la Storia può avere fine solo se c’è un fine. Se il fine è la riconciliazione, la soddisfazione del bisogno, la Storia è un’illusione. Mai nessun fine collettivo è stato realizzato veramente, consapevolmente, tranne il tentativo leninista maoista. E si sa come è andato a finire. Nel mondo cosiddetto “libero” è la stessa cosa. Ho persino il sospetto che, dopo tutto, l’elevato grado di benessere nel quale vive molta gente, sia tutto sommato casuale, non voluto dal potere. Solo in seguito, il potere si è accorto che il benessere delle classi mediobasse gli faceva comodo. Semplicemente, l’espansione dei mezzi di produzione prima e il libero mercato poi hanno consentito, marginalmente, a molti di stare bene. La classe dominante ha bisogno di consumatori, dopo tutto. Forse la vera riconciliazione umana avviene sotto il segno della merce. Da qui nasce l’illusione della Fine della Storia. Il capitalismo produce come surplus, benessere per milioni di persone, un benessere pagato a caro prezzo.
Democrazia e capitalismo sono uniti indissolubilmente. Il gioco della merce ha bisogno di persone libere di acquistarle, venderle, farle circolare. La libertà la si compra pagandola sotto forma di vita degli altri. Il capitalismo non può fare a meno di sfruttare, non può fare a meno della disuguaglianza, non può fare a meno di esternalizzare. Tutti vogliono saltare sul carrozzone. Ma nel carrozzone non c’è posto per tutti. Il surplus prima o poi finisce. Allora chi guida il carrozzone fa finta che sì, il posto c’è, anche se non è così, per prendere tempo, perché gli straccioni sperino, vivano sperando senza che niente per loro cambi mai.
Tu dici che non sai. Non lo so, non lo so che cos’è e cosa succederà, dici.
E invece lo si sa benissimo. Andrà a finire che riempiranno il carrozzone fino a sfondarlo, ma anche fino a un minuto prima della catastrofe riusciremo a far finta che non sta succedendo niente. Non a noi, perlomeno. E allora ci sarà veramente la fine della Storia, forse. Il lungo sonno della merce, dal quale non vogliamo e non possiamo destarci ci condurrà all’oblio. La Storia è sempre staliniana, sanguinaria, crudele, ambivalente, perfetta. E il maggior pericolo di quest’epoca è non vedere che lo stalinismo è il compagno oscuro della democrazia. La democrazia è stalinismo senza Stalin e (quasi) senza gulag. Come lo stalinismo inghiottiva gli avversari del regime, così la democrazia inghiotte gli avversari della merce. Anche la democrazia può essere sanguinaria, crudele e perfetta. La democrazia è la dittatura del XXI secolo, il modello imbellettato di una finta rappresentanza popolare da esprimere a suon di morti ammazzati. La democrazia ha però in sé quel residuo di giustizia per cui, in maniera quasi casuale, a volte qualcuno può farcela, a cambiare qualcosa. Ma mai l’essenziale. Chi tocca l’essenziale muore. Le monde n’est que abusion, diceva François Villon. Il mondo non è che inganno.

martedì 24 luglio 2012

Panico spread



Lo spread sale.
Un tizio uccide 12 persone da qualche parte in America. Ci si stupisce del perché accadano certe cose. Bisognerebbe stupirsi del perché non accadono più spesso.
Qualcuno decide per qualcun altro e nella maggior parte dei casi quest'altro lascia fare.
Lo spread sale.
Scambio di flebo uccide neonato.
Lo spread sale.
La Siria vuole usare le armi chimiche. Previsto lancio di detersivo. Raffica di esplosioni in Iraq.
Lo spread. Sale.
Monti dice che è colpa di chi diffonde indiscrezioni sullo scudo anti spread. Che sale.
Un esperto dice che non esiste governo che possa risolvere il problema della speculazione finanziaria. Chissà perché, credevo bastasse proibirla per legge: una bella legge internazionale. Chi specula viene condannato a morte. Crimini contro l'umanità. Sembra che non si possa fare.
Milan, via Ibra e Thiago. Non ci dormo la notte.
Cassano diviene fondamentale. Mio dio.
Lo spread sale. Lo spread sale le scale, gradino, dopo gradino.
Noi, chiusi a chiave, nel caldo immane, tra l'odore del vape e il condizionatore acceso solo in soggiorno. Vai in cucina e stramazzi per l'escursione termica.
Lo spread sale.
Baleari, altro che crisi. Non c'è spread, lì. Solo figa vogliosa di incontri e vita spericolata. Arrivarci costa poco. Restarci un po' di più. Annientati dal niente. People from Ibiza.
Lo spread ansima dietro la porta. Leggero leggero. E' sul pianerottolo.
Ti dici, che vale tutto questo? Perché a me? A noi?
Lo spread, dal pianerottolo, lancia un sibilo, sottile, continuo, persistente.
Lo stai pagando caro questo benessere, in fondo, Un po' troppo esigenti, questi qui. Questi qui, chi? Come è successo tutto questo? Quando l'abbiamo deciso? Ce ne hanno mai parlato prima? Non ricordo, non ricordo. Le cose ti piombano addosso e non sai perché lo fanno, ma loro, le cose, lo sanno. Bimbo cade dal 10° piano. Vittima della vita anticipata. Lo spot della coca cola è italiano.
O my god. O my god. OMG!
Lo spread gira la maniglia della porta chiusa.
Siamo impietriti, la televisione accesa su Real Time farfuglia nefandezze da ore e noi fissiamo quella cazzo di porta, attoniti. Spettro default. Ci prenderanno il frigo. La macchina del caffé. La carta igienica. Non potremo più andare al Brico.
Damasco, 20 fucilati. Ecco come nutrire il vostro cane. Carne riso verdure. Fargli fare moto.
Lo spread batte alla porta.
Una teenager si opera più volte per sfondare. O per essere sfondata. Russe, sexy e trasgressive. Mescolano in dosi sapientissime giovinezza e istigazione allo stupro.
Inter Juve duello infinito.
Lo spead preme la porta. Sempre più, la porta si incurva.
Viaggio a Lourdes, partenza da Orio al Serio, 5 giorni pensione completa 470 euro. Lo spread spalanca la porta, ma non  riusciamo a vederlo, un buio colossale, improvviso, avvolge l'appartamento, il condominio, il quartiere, la città, la nazione, il continente, il pianeta. Un rumore sordo, l'esplosione originaria deve essere stata così, silenziosa, buia. Saldi 30% su oreficeria, gioielleria, argento, permuta.
In mezzo al buio, una luce. Diventa sempre più forte.
La TV.
Polvere fotonica sullo schermo. Sfrigola. Cambia lo scenario.
Dal balcone cominciano a vedersi nuove costellazioni. Tira vento.

martedì 10 luglio 2012

Notte di crisi di mezza età


Ho passato tutta la scorsa notte in un vuoto e doloroso stupore. Ho architettato, mentre le ore scorrevano in una specie di melassa vischiosa e zeppa di zanzare e sudore, migliaia di omicidi e violenze di ogni tipo, ai danni di tutti gli umani conosciuti e sconosciuti. Non sopportavo più il mondo, le cose, le dinamiche di affetti e illusioni, sempre le stesse. Mi sono lasciato andare a una rabbia impotente e infantile. Ero in preda a una smania atroce che contrastava stranamente con il mio giacere supino nel letto. Pochi movimenti, non eccessivamente agitati, mi sono solo alzato un paio di volte a pisciare, sono andato sul balcone a contemplare le luci della tangenziale, il distante ronzio continuo della gente che si muove sempre, ad ogni ora, anche in questo momento. Qualche sirena di polizia, lontano. Le luci lontane dell’aeroporto, nessun volo notturno da qui.
Mi sono rimesso a letto in preda a un furore ansioso. Allora è cominciata la domanda, pressante, semplice, come tutte le domande vere.
Che cosa vuoi, alla fine? Tu, che cosa vuoi? Cosa vuoi?
Non sapevo dare che risposte confuse, vaghe, ottuse e la domanda continuava.
Che cosa vuoi?
Non essere qui, pensavo, non essere in alcun modo qui, mi dicevo, ma senza convinzione, né alternativa, né un dove.
Che cosa vuoi? Che cosa vuoi?
La domanda si spegneva contro il chiarore che entrava dalle persiane semi aperte.
Cosa vuoi? Cosa vuoi?
Non lo so, non essere qui, ma nemmeno, qui va bene, un’altra donna, forse sì, ma nemmeno, morire, no, morire no, la vita è un peso, ma la morte mi fa orrore, vorrei anzi vivere per sempre anche se questo voler vivere per sempre è un concetto poco chiaro, come il resto, dopotutto.
E d’altra parte, vivere, sì, ma in che modo? Non certo come stai vivendo ora.
Sempre che si possa chiamare vita questa processione stitica di giorni vuoti che ti portano ogni volta più vicino alla fine. La fine inevitabile di questa idiozia. Ecco, questo non lo vuoi, non che tu abbia veramente la presunzione di sfuggire al comune destino, ma non vuoi arrivarci così. Hai ancora da vivere, anche se la vita è dolore, un dolore immenso, continuo, un peso sul cuore e dietro gli occhi. Ecco, è questo dolore di vivere, impensabile, mai provato così, che mi fa smaniare. Non è un dolore per qualcosa, ma è dolore per tutto.
Mi fa male il mondo. Mi duole la vita. Non mi sono mai sentito così. Non è cattiva digestione. È qualcos’altro.
Cosa vuoi? Cosa vuoi?
Andare via, andare via da qui. Andare dove nessuno mi possa trovare, dove posso rannicchiarmi in un angolo, come una bestia ferita e rimanere lì, così, finché il dolore non passa. Andarmene da qui. Ma poi qui hai tutto quello che ti serve, tutto quello che ami, anche se questo dolore che senti cancella l’amore. L’amore, anzi, diventa uno scherzo feroce, l’ennesima illusione. La verità è solo questa atroce solitudine. Non puoi andartene, non serve, non è questo.
Cosa vuoi, allora? Cosa vuoi?
Niente di concreto, né di fattibile usciva da dentro di me, sentivo solo il tempo, il mio tempo che passava, irreversibile, mentre la notte si liquefaceva nel calore. Ma non era il calore che soffrivo, era questa insistente domanda senza risposta.
Che cosa vuoi?
Voglio non soffrire così, pensavo, l’unica cosa che voglio è non soffrire così, non spegnermi in questo vuoto. È la coscienza, pensavo, è la coscienza che mi porta questo dolore. È questa coscienza di me stesso che mi paralizza, mi ha sempre paralizzato. E adesso nel cuore della notte, mentre tutti dormono, lei dorme, la vita intera veglia e dorme allo stesso tempo ed è più grande e distante che mai … c’è questa cosa.
Fossi più ottuso, fossi meno presente a me stesso, potrei … vivere. O almeno dormire.
No, non è la strada giusta. Non si baratta il dolore con l’idiozia. Almeno, io non lo voglio fare, non ci sono ancora costretto.
Che cosa vuoi? Che cosa vuoi?
Voglio essere un io senza paura. Per il tempo che mi rimane. Ecco, ci siamo, questo potrebbe essere accettabile. Rimanere nella coscienza, che è origine del dolore, senza paura. Non fuggire.
Che cosa vuoi? Che cosa vuoi?
Non voglio più sentire questa atroce, ingiustificata, paura di vivere che mi annienta.
Voglio vivere nel sole, nella pioggia, nel vento, nel dolore e nella gioia, senza paura. Voglio poter cadere dentro la vita, precipitarci attraverso lanciando un grido di potenza.
Voglio essere il Dio di me stesso, senza colpe, senza peccati, senza freni.
Libero dalla paura di morire. Libero di vivere. Libero di morire. Libero di essere. Niente meno. Impresa colossale, al di là delle mie forze, eppure unica impresa che valga la pena di intraprendere.
Non ho risposto alla domanda. Essa continua tuttora e continuerà, perché la risposta non può essere in alcun modo verbale. So come dovrei rispondere.
Ma sono ancora paralizzato dalla paura, che si trasforma in furore, che si trasforma in angoscia, che si trasforma in solitudine, che si trasforma in insoddisfazione, che si trasforma in infelicità, in morte, in distruzione.
Non so come andrà a finire. La paura è tutto ciò che ho sempre avuto. Compagna di ogni attimo della mia vita. Cagna fedele, mi lecca la mano a ogni passo.
O paura che mi separi dal precipizio di perdere me stesso, o forse di ritrovarmi, non so.
Invece devo imparare a morire a me stesso, per rinascere.
Forse il prezzo da pagare è la sanità mentale, forse rimarrei spezzato se cercassi di varcare il confine. Questo pensiero è figlio della paura stessa.
Se non imparo a morire, non imparerò a vivere.
Questo non sarebbe un problema, se vita e morte fossero evitabili. Ma poiché non lo sono, devo risolvere questo dilemma. Devo imparare a morire, per rinascere.
Cosa me lo impedisce? L’attaccamento a questa parte di me timorosa, il bambino pauroso che tenta di preservarsi da un modo cattivo e ostile. Il bambino mai cresciuto, che non crede in sé stesso, che si atterrisce fino allo sfinimento di fronte all’ignoto.
Non cerco la felicità, cerco la libertà dalla paura. Forse sono la stessa cosa. L’espansione dell’io, inteso non come meccanismo egocentrico, ma come stimolo a fare qualcosa che possa essere di aiuto anche agli altri. Cerco la mia dignità, la mia forza.
Sono ancora lontano, molto lontano dalla meta. Rischio seriamente di morire lungo il percorso senza aver fatto un passo avanti. Ne sono consapevole.
La mia follia, la mia vita, la mia paura, il frutto dei miei giorni. Tutto può cambiare. Oppure tutto può rivelarsi giusto così com’è.
Sono preso nel mezzo. Non posso andare né avanti né indietro. Per ora.

Alla ricerca del bosone perduto


Signori, signore, è arrivato il bosone di Higgs, la particella che fa sì che le cose abbiano massa. Hanno pubblicizzato l’evento, come se fosse specie una rivelazione religiosa. La particella di Dio, la risposta scientifica alla Madonna Nera. Ultimamente gli scienziati si sprecano un po' troppo con i nomi a effetto. Arriva il nuovo bosone: e adesso che succede? Tutto, cioè molto, cioè niente, cioè ricominciamo daccapo.
Hanno speso milioni di dollari per creare fasci di energia a milioni e milioni di elettronvolt e vedere cosa succedeva. Hanno visto succedere qualcosa che grosso modo si adattava alla loro teoria detta Modello Standard e così si sono avvicinati a … cosa?
A cosa si sono avvicinati? La vicinanza di qualcosa, (vicinanza, non coincidenza), a una teoria, rende questa teoria realtà?
Se l’universo fosse un modello matematico sarebbe fantastico … ma non lo è.
La Big Science, secondo me, sta cominciando a perdere il lume della ragione. Si comporta come se stesse valutando il volume del flogisto.
Sono anni che si cerca questa teoria unificatrice del tutto, è diventata una questione metafisica. Si ha bisogno del centro unificatore, olistico, supremo, per giustificare un universo gerarchico.
La suprema armonia, l’amore universale, le particelle di sodio nell’acqua minerale, la gara a chi ha il bosone più grosso …
In mancanza del trastullo religioso gli scienziati si inventano una metafisica alla Comte.
Chi prova a dire qualcosa in contrario viene tacciato di essere un oscurantista.
Il punto non è essere contro la scienza, da cui deriva la tecnica della quale beneficiamo tutti, dai surgelati ai navigatori satellitari, ai preservativi al gusto di fragola, ai chips per regolare i pagamenti delle mignotte thailandesi, ficcate in vagina e abilitate a segnare gli scatti (no, forse questo non l'hanno ancora inventato: ma se ci fosse sarebbe basato sulla fisica delle particelle) ... insomma, chi si sogna di denigrare la scienza? Dopotutto adesso non si muore più di raffreddore, ma di obesità, o di cancro indotto dal progresso. Meglio che morire di difterite.
Chi vorrebbe mai tornare a credere nella terra piatta?
Come farebbe un satellite a girare intorno a una terra piatta?
La scienza è una gran cosa. Però non sempre è così scientifica, oggettiva, rigorosa, pura, come dovrebbe essere. Ci si dimentica che è una attività umana e che gli umani sono sempre delle teste di cazzo, anche se vincono il Premio Nobel.
Chissà tra cento anni di tutte queste astruse teorie, dal Big Bang, alle super stringhe, al Modello Standard, cosa sarà rimasto. Si accettano scommesse. Probabilmente resterà molto poco.
Dopo anni di esperimenti con fasci di energia sempre più fenomenali per produrre bosoni sempre più inverosimili, man mano che gli stanziamenti si faranno sempre più scarsi, gli scienziati si accorgeranno che questo giochino non porta assolutamente da nessuna parte. Semplicemente non c’è fine alla faccenda.
Non ci sarà mai la macchina del tempo. Né si supererà mai la velocità della luce, né si vincerà mai in alcun modo la morte. O forse sì, ma in un modo che ancora non possiamo immaginarci e che probabilmente non ha niente a che fare con l bosone di Higgs che forse non è ancora lui, ma un altro simile. Stanno cercando nella direzione sbagliata.
La forza più possente dell’universo, la gravità, è ancora inspiegata. Le forze, in generale, sono inspiegate. Gli abbiamo solo dato un nome e sembra che ci appartengano. Ma né ci appartengono, né sappiamo qualcosa di più.
Camus diceva che la scienza man mano che progredisce lascia il posto alla poesia. Il Modello Standard è un poema matematico, probabilmente (per gli intenditori) elegante, splendido.
E il mondo resta assurdo.
Dio e i suoi derivati (modello ormai desueto di spiegazione) o il nulla e i suoi derivati (modello poco appetibile ai mercati). Alternativa ancora non c’è. E il problema più importante, come diceva il buon Albert, è se la vita valga o no la pena di essere vissuta. Tutti rispondono sì, naturalmente, senza riflettere. Né c’è da stupirsi. Non c’è alternativa.
L’altro Albert invece diceva che Dio non gioca a dadi con il mondo. Come ho già scritto da qualche altra parte, questa piccola frase contiene in sé ben quattro affermazioni idealistiche. Dio? Gioca? Dadi? Mondo?
Ognuno gioca con i concetti o con le particelle che lo divertono di più.

giovedì 28 giugno 2012

Modesta proposta per rivendicare un non diritto

Ci dica, gentilissima ministra del lavoro, chiaro e tondo e in mondovisione, quali sono i nostri diritti.
Il lavoro, Lei l'ha escluso: non è un diritto, non può esserlo.
Ok, il lavoro non è un diritto.
Ci può allora dire, gentilmente, a cosa abbiamo diritto?
Abbiamo diritto a cercarcelo, il lavoro? Certo, ma non a trovarlo. E ci mancherebbe. Che pretese.
Abbiamo i diritto di campare? Certo, nessuno ci ammazza, siamo in democrazia. Ma come campiamo sono cazzi nostri: se ce la facciamo bene, altrimenti, vuol dire che siamo inadatti a sopravvivere in democrazia. Lo diceva anche Darwin.
Abbiamo diritto alla salute? Certo, ma se ci ammaliamo e non abbiamo soldi sono cazzi nostri. Lo sapete voi quanti soldi si spendono perché un sacco di gente si fa prescrivere esami su esami che non gli servono? Questi pezzenti ipocondriaci si sono approfittati per troppo tempo della sanità pubblica. Quindi, se davvero stanno male, paghino, sennò, cazzi loro.
E poi, ministra, vediamo: a cosa abbiamo diritto?
Abbiamo il diritto di decidere della nostra vita? Certo, ma non possiamo morire quando ne abbiamo abbastanza. Altrimenti arriva Ferrara e ci bersaglia con centinaia di bottigliette d'acqua. Va a sapere perché.
Abbiamo il diritto di votare? Certo, ma senza nessuna scelta oggettiva, in quanto i politici sono sempre gli stessi da decenni e non li possiamo mandare via: è purtuttavia vero che molti, anche potendo mandarli via, tendono a rivotarli ogni volta, perché in Italia esistono due forze tettoniche invincibili: la pigrizia e il voto di scambio.
Abbiamo il diritto, tramite referendum, di scegliere a livello popolare cosa vogliamo, anzi, cosa non vogliamo? Certo, il referendum in Italia è montaliano. Peccato che quello che non vogliamo ce lo rifilano lo stesso.
Non vogliamo il nucleare: ecco il nucleare.
Non vogliamo il finanziamento pubblico ai partiti: ecco il finanziamento pubblico ai partiti.
Non vogliamo che l'acqua venga privatizzata: l'acqua viene privatizzata.
Cara ministra, è evidente che siamo pieni di diritti: dopotutto non viviamo in una democrazia?
I nostri diritti sono come le ferie segnate dentro la busta paga di una cooperativa: sono solo figurativi. Viviamo in uno Stato di diritto figurativo. Basta solo che ci sia scritto che c'è il diritto, mica ci deve essere davvero. Noi italiani mica facciamo storie.
Noi italiani, cara ministra, si è pieni di fantasia: ci basta pensare di avercelo un diritto e siamo tutti contenti. Se poi arriva qualcuno a dirci che non ce l'abbiamo, 'sto diritto, ce la si prende un po' ma poi ci passa. Basta che la Nazionale vinca stasera e tutto va a posto. Se perde ci arrabbiamo: ma mica con lei, ministra, non sia mai, con i giocatori e con l'allenatore.
Ci mancherebbe che ci arrabbiamo con lei, ministra. Anzi, io la capisco, ministra: lei è per l'emancipazione dell'uomo dalle tribolazione.
Lei lo sa che il lavoro non è un diritto, ma una sofferenza, una schiavitù, il tripalium da cui origina travaglio (la parola, non il giornalista). Nella sua lungimiranza lei vuole affrancarci tutti.
Lei è una utopista, ministra.
Che livello di pensiero. Lei passerà alla storia: la prima minstra del lavoro il cui compito è impedire alla gente di lavorare.
Io la vorrei premiare, ministra, per il suo splendido contributo.
Vorrei che lei non lavorasse più, mai più. Non che lei abbia mai veramente lavorato, ci mancherebbe, ma davvero, desiderei che la sua illustre persona venisse preservata da questo inutile scempio del dover lavorare, per sempre.
Ecco, lei non lavori più, lasci perdere.
Certo, dovrebbe anche rinunciare a quello che guadagna ... che dice, un piccolo sacrificio ci sta, no, ministra? Suvvia, il lavoro non è mica un diritto sancito dalla Costituzione (d'altra parte lei cosa ne sa della Costituzione?) ... è solo una seccante pretesa da parte di gente che non ha né arte, né parte ...
Lei è a un livello superiore. Eserciti il suo non diritto, ministra. Non lavori, non guadagni, non mangi, non abiti nelle sue cazzo di case (quante ne ha?). Viva in povertà, libera sotto il cielo del non diritto.
Ci dia l'esempio, ministra. Si lasci morire di fame in diretta. Quello che ci mette, ci mette. La seguiremo fino alla fine. Speriamo che molti suoi illustri colleghi seguano il suo luminoso esempio.
Le assicuro che gli applausi non mancheranno.

lunedì 11 giugno 2012

Per G. R. (1871 - 1941)




Per G. R. (1871 - 1941)
Come pioggia
gocce di pioggia

Niente eroismo quaggiù
la paura non porta consiglio
la durezza porta
un sonno
di legno e ossa
di legno e fango
gocce di legno e pietra
Si continua
non si sa perché
né quando si è iniziato
né quando si arriverà
né dove si arriverà
lo scenario è vuoto
niente memoria
niente libri quaggiù
solo tu e io
solo noi

Lo specchio
la camera vuota
il riflesso nullo
del cielo
cantilena mattutina
sprofondo
sprofondo
sempre più in alto
niente memoria
niente libri quaggiù
solo tu e io
solo noi

Morale come pazzia
pazzia come morale
morale impazza
pazzia moralista
il morale è a terra
terra in vista
niente memoria
niente libri quaggiù
solo tu e io
solo noi

Dio non c’è
Dio finora
non è mai stato
Dio è quello che c’è
dopo
Dio è la prassi
Dio lo dobbiamo
ancora costruire
approntare ponti di legno
su fiumi lontani
e sotto e sopra e in mezzo
costruire Dio
in milioni d’atti d’amore
niente memoria
niente libri quaggiù
solo tu e io
solo noi

Non ai vincitori
ma ai vinti
va la percezione
del bianco
del suono
del calore
ogni oggi
è diverso
da ogni ieri
e ogni domani
da ogni oggi,
ogni oggi
contraddice
ogni ieri
e ogni domani
ogni oggi
niente memoria
niente libri quaggiù
solo tu e io
solo noi