Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

lunedì 21 settembre 2015

Benvenuti a MasterShit


Sono passati già sette anni dall’inizio della cosiddetta Crisi Mondiale del 2008. Da allora ci sono state guerre, epurazioni, imbecillità a carrettate in TV, oltre a un aumento esponenziale del cosiddetto cambiamento climatico. Gli anni dopo il 2010 (compreso) hanno registrato un clima caldissimo e/o bizzarro. Noi andiamo avanti imperterriti a sparare le nostre cazzate.

Nel 2011 abbiamo raggiunto i sette miliardi di abitanti umani su questo azzurro e marrone pianetino. Hanno esultato alla notizia, non si capisce bene perché: forse più siamo, più ci divertiamo, pensano i benpensanti. È come una grande festa, una bisboccia planetaria. Venghino, signori, che più gente entra, più bestie si vedono, diceva l’imbonitore all’ingresso dello zoo.

Ma sono contento.

Ho 80 euro in più in busta paga grazie alle giravolte dell’ennesimo ciarlatano al governo. Governo che, per inciso, in Italia è già il terzo instaurato senza che nessuno l’abbia eletto.

È l’ultimo modello di democrazia: perché far fare al cittadino la fatica di votare? E infatti il cittadino ormai è abituato: a votare non va quasi più.

La demenza sta esplodendo, dilagando, travolge ogni confine.

C’è un nuovo simpatico stato islamico del quale nessuno sentiva la mancanza, e tutto grazie alle solerti attenzioni internazionali degli Usa che hanno eletto il pianetino azzurro – marrone a loro giardinetto con gazebo incluso.

Se il mondo, prima del 2008 era inesplicabile e grottesco, da sette anni a questa parte è diventato funesto e beffardo, come una maschera di pulcinella addosso a un feroce saladino, armato di scimitarra.

In Italia, c’è stato un cambiamento: per ora, Berlusconi (almeno questo, santo dio!) ce lo siamo tolto dai coglioni. Solo che quello che c’è al suo posto, non solo non è meglio, ma ha proprio l’aria di essere quello che tirerà l’inculata finale.

In compenso sono esplosi i programmi di cucina e il fenomeno Real Time.  La TV è il centro della vita del peone. Non c’è e non ci può essere altro, tranne forse i social, per cercare di fare quattro chiacchiere o al limite scopare, come diceva il Guccini una volta.

Mangiare è la prima occupazione del cittadino moderno.

È una curiosa variazione del pese dell’Albero della Cuccagna Globale di medievale memoria, in cima al quale c’è ogni ben di dio e i peones ci si arrampicano gioiosi.

Esperti ci introducono nel regno del benessere spettatoci, cioè partecipare solo visivamente alla Grande Abbuffata delle élite. Guarda, cittadino, guarda e sogna. Con qualche pacchetto economico puoi fingere per un pomeriggio di essere ricco, mangiando cucina povera, che fa molto più chic. Nel frattempo tu, peone, ti trasformi nella brutta copia del tuo padrone. Sembra tutto indistinguibile, ma se guardi bene, il peone lo becchi sempre.

Vorrebbe ma non può, non sa. Si scopre la sua inadeguatezza a entrare nell’Universo dell’Imprenditoria Planetaria, quelli che fatturano realmente: i degni possessori di SUV, villette al mare e montagna, compartecipazioni in società off shore e così via. Eroi del nostro tempo. È la modernità stile camorra, che tra l’altro è molto televisiva.

Gli eroi dei nostri tempi sono loro.

Se gli eroi dei nostri tempi sono dei lardosi chef o dei nevrotici ristoratori, vuol dire che la Grande Crisi Globale è riuscita (almeno in Italia, ma non credo solo qui) a fare tornate il peone alle basi della vita.

Mangiare, bere, scopare, cacare.

A quando, infatti, una bella trasmissione sulla merda?

Ci sono tanti tipi di merda: sciolta, dura, marrone, scura, a torciglione, a torta di fango, a pallette. Dimmi come caghi e ti dirò chi sei.

Esperti che evacuano in cessi sistemati gli uni accanto agli altri e i concorrenti giudicano dal colore e dal profumo delle preziose deiezioni, di quali leccornie si siano cibati gli eroi del nostro tempo. Ai vincitori il titoli di MasterShit.

A pensarci bene, questa trasmissione TV esiste già, si chiama vita media.

 Giudichiamo tutti contenti del nostro diritto di poterlo fare, le cagate che il potere ci propina e siamo anche solerti a voler fare distinzioni.

Viviamo nell’illusione che la merda non sia tutta uguale.

Immagino quello che succederebbe se un innocente bambino esclamasse “ma questa è tutta cacca!”

Ma non vogliamo traviare la gioventù, il nostro passaporto per il futuro.
Bisogna imprimere nel cervello delle nuovissime generazioni che c’è merda e merda.

Il peone si consoli, non è più solo: stanno arrivando i rinforzi.

Tra altri sette anni saremo la nazione europea con più immigrati, in una superficie compelssiva di soli  301.000 km2.

Ci piacerà un sacco. Ne sono convinto. Non vedo l’ora che la zona vicino alla quale abito, diventi una piccola banlieue, colorata, vivace, piena di brio, spumeggiante, un inno alla vita che spazzi via la malinconica vecchiaia delle periferie. Era ora, santo Dio, ne sentivamo tutti il bisogno. Venite fratelli, prego, mi casa es vuestra casa, volente o nolente.

Un paio di settimane fa mi hanno aperto la macchina per rubarmi la batteria.
È un piccolo, gradevole antipasto di ciò che saranno degli anni Venti del XXI secolo.

martedì 8 settembre 2015

Scampoli di nornale malessere 1



Provo a immaginare cosa vuol dire essere stipato in un barcone insieme ad altre trecento persone e venire sballottato dalle onde, in preda al mal di mare e alla puzza dei miei simili, sotto al sole cocente. Ci provo e ci riesco anche: ma nulla, non riesco proprio a sentire pena. Forse avrei più pena di un formicaio investito da un torrente, o di un povero cane che rischia di affogare. Non lo so perché.
 Sicuramente c’è qualcosa che non va in me.
Sarò malvagio, ma a me i migranti hanno veramente rotto i coglioni.  Il che non vuol dire che ce l'abbia con loro, sia chiaro, poveretti. Fanno quello che farei anch'io al loro posto, ma questo non cambia la questione. Sono anni che arrivano, negli ultimi mesi sono semplicemente aumentati. C'è chi dice che sono tanti, c'è chi dice che sono una percentuale irrisoria, le solite robe all'italiana in cui non ci si riesce a mettere d'accordo nemmeno su quando mettere la pasta.
Fanno comodo a qualcuno, destabilizzano l’Europa, creano nuove schiavitù, costituiscono un bel business e chi più ne ha più ne metta. Ci guadagna Salvini a volervi fermare, ci guadagna Renzi a volerli accogliere, ci guadagnano gli scafisti, ci gudagna la Merkel, ci guadagnano tutti e ci fanno sentire più buoni se li accogliamo e più cattivi se li schifiamo.
Sono il termometro della moralità da baraccone di questa Europa, una moralità decisa sulle teste del popolo che, come dice Trilussa, che fa? Se gratta.
La responsabilità di questo massiccio “esodo” (quanto mi sta sulle palle questa parola) è della Gran Bretagna e della Francia che hanno voluto ad ogni costo distruggere Gheddafi.
Oh, ragazzi, se restava Gheddafi correvamo il rischio, noi italiani, di avere dei vantaggi nella fornitura di greggio. Non sia mai. Italiani, state al vostro posto, pensate al Parmigiano Dop, alle panzanelle e agli stivaletti griffati, altro non vi compete.
Se ci fosse una giustizia, GB e F dovrebbero essere presi d’assalto senza pietà da milioni di persone disperate. Che se le godano tutte. E invece l’Italia, abituata a essere prona rispetto ai più forti, lo piglia in culo, per l’ennesima volta. Perché è un paese in piena balcanizzazione.
Mi riesce difficile credere che GB e F, non immaginassero le conseguenze. La Germania ci guadagna ancora di più. Evviva l’Europa Unita. Fino alla prossima guerra.
Nel frattempo l'Africa cova il suo bel boom demografico, la Cina è in crisi ma recupera, tanto si compra materie prime dall'Africa, o meglio ancora da aziende occidentali che le raccolgono sul territorio (c'è in rete un articolo interessante, anche se di un paio di anni fa: non credo le cose siano cambiate molto). Nel frattempo Dio è morto, Marx è uno spettro insieme a Derrida, Nietzsche è in preda a un eterno ritorno e io ho la colite.

 
Uno spettro si aggira per l’Europa. L’autocensunsante. Autocensuranti di tutto il mondo, unitevi! Proclamate l’inizio di una nuova era. Da oggi non si potrà più, non dico parlare, ma perfino pensare che:


-          Il femminicidio, in fondo, è una stronzata. È una parola che perfino il correttore di Word ti dà come inesistente.

-        I migranti non sono una risorsa, ma una calamità. Se proprio ci teniamo che Milano, Roma e Firenze (Napoli è un caso a parte e non ho voglia di allungare a dismisura la parentesi) abbiano le loro banlieue, sarà perché avere quartieri ghetto per poveri mulitetnici fa figo, ci si possono girare un sacco de ficcion di RAI 1. Fatti da attori ricchi, naturalmente.

-          Chi ti dice che stiamo uscendo dal tunnel è una testa di cazzo. Nel tunnel ci siamo appena entrati.

-          Chi ti dice che facciamo pochi figli è un criminale. Si faccia un giro per le spiagge dell’Adriatico ad agosto. Adotti un pupo qualunque.

-          Una società civile nella cui televisione ci sono 438 programmi di cucina è una società arrivata alla frutta: come volevasi dimostrare.  Se gli eroi dei nostri tempi sono Bastianich, Cracco e quell’altro di cui non ricordo il nome, vuol dire che al centro della nostra cultura, in fondo c’è solo quello che produce merda: è il risultato finale di ogni portata, anche la più spettacolare.

-          La Bignardi e Fazio fanno bene il loro mestiere: essere gli alfieri degli autocensuranti. Di più non dico. Hai visto mai che un giorno mi invitino alla loro trasmissione. Scherzo.

-          Chi ti dice che possiamo tranquillamente vivere anche in 10 o 11 miliardi, basta redistribuire meglio le risorse, è uno che ha un agriturismo in Sardegna o una villa sull’Argentario. Mica redistribuisci meglio le sue, di risorse, in fondo. È per quello che è un autocensurante entusiasta.

-          Destra e sinistra sono categorie datate. Chi ti dice che pensarlo è da qualunquisti, in genere ha più di sessant’anni. Se occupa una posizione di privilegio  da cui dipende il tuo lavoro, devi fingere che sì, ha ragione. La destra, la sinistra, il centro e il cazzo che ti si frega.

-          I social, Facebook, i siti di incontri, quelli che ti spiegano il sesso in TV, in generale l’assetto della quotidianità che viviamo è una colossale merda che andrebbe fatta scivolare giù dallo sciacquone per correre finalmente in giro felice e violentare vecchiette in santa pace. O sniffare colla. O rileggere Max Stirner andando contromano in autostrada.
 

-         Viaggiare non ha mai reso più intelligente nessuno, nemmeno se usa Trivago. Il turismo è lo svago degli inutili. Se sei scemo rimani scemo anche in cima al Macchu Picchu. La prova? Milioni di stronzi si muovono su e giù per il pianeta ogni giorno e tutti questi geni in giro non si vedono. Garbage in Garbage out, come si dice.  In più, considerando che un jet inquina in un solo volo quello che fa una fabbrica in una settimana e ci sono cinquantamila voli al giorno tutti i giorni, sempre, ecco qual è il prodotto netto del turismo. La roba che respiriamo, il “buco nell’orzoro” e la faccia da cazzo di chi ti vuole raccontare ad ogni costo che a Cuba ci sono le fighe. E le palme, naturalmente.

-          I pensieri di destra sono diventati i pensieri di sinistra. Se lo pensi sei di destra. E essere di destra, per uno che non è di destra è motivo di angoscia quasi quanto essere di sinistra, per uno che non è di sinistra. Che la destra non sappia quello che fa la sinistra. La sinistra non sappia quello che fa la destra. Mi gira la testa.

Autocensuranti di tuto il mondo, uniformatevi! Vi stiamo preparando un futuro radioso.

Offerta speciale prendi uno paghi tre.

 
L’economia spiegata da Paperon de’ Paperoni. Su Topolino dalla prossima settimana. Era ora che l’economia venisse spiegata ai teneri virgulti di questa società, da qualcuno che veramente ne capisce qualcosa. Che invidia. L’avessero fatto ai miei tempi, a quest’ora avrei anch’io un deposito pieno di monete d’oro. Beate le future generazioni.

lunedì 24 agosto 2015

Piccolo schema riassuntivo di metafisica spicciola



È possibile che il mulinare delle concezioni metafisiche-religiose elaborate dalla razza umana nel corso delle ere, possa essere classificato in uno schema come quello esposto qui sotto: faccio gentilmente notare che il presente schema non ha la pretesa di essere esaustivo. Faccio altresì notare che mescolo volutamente concezioni occidentali e concezioni orientali, perché da un certo punto di vista c’è poca differenza tra i due sistemi. Se l’Oriente ha un approccio più yin, femminile e meno individualista e l’Occidente è più yang, maschile concquistatore e feroce assertore di ideali di progresso, il risultato in termini di guerre, stragi, nefandezze politiche di ogni tipo, conflitti religiosi e disprezzo per la singola vita umana è pressochè lo stesso. Un eccesso di yin genera lo yang e viceversa. Nei secoli dei secoli. Amen.

Dunque. Ogni concezione metafisica elaborata dal pensiero umano ricade più o meno in uno di questi cinque aspetti:
1. Animismo e senso di comunione con gli esseri senzienti e insenzienti. Forte tendenza a cogliere nessi causali inusuali tra gli eventi: è la fase della superstizione. In genere si riscontra nelle popolazioni primitive, ma anche nelle grandi metropoli del XXI secolo.
2. Monoteismo. Avvento della concezione di fede.
Fede in un unico Dio, oppure in un unico principio dispensatore di senso. Le tre grandi religioni monoteiste diventano la chiave per interpretare gli eventi sociali, politici, economici. Anche il marxismo e il liberismo. La fede è, da un altro punto di vista, una fregatura perché ti costringe a chiudere gli occhi sulle troppe incongruenze della realtà.
In compenso però, è un ottimo tranquillante per lo spirito.
3. Maggiore percezione della complessità delle relazioni causali. Introduzione dei concetti di karma, reincarnazione, ecc. Ricerca della liberazione dalla sete di vivere che ci incatena alla catena causale, vista come responsabile della sofferenza. Affermazione del concetto di responsabilità individuale. In genere questa concezione subisce una variazione nel senso che non si cerca più la liberazione, ma l’utilizzo consapevole della catena causale per avere vantaggi in questa vita e rinascite favorevoli. Queste fasi sono presenti nelle più avanzate civiltà orientali e culminano nel Mahayana buddhista con lo sviluppo della figura del bodhisattva, colui che vuole guidare tutti gli esseri alla salvezza attraverso la consapevolezza. Gradualmente queste idee degenerano ritornando a una specie di monoteismo sui generis (come l’amidismo giapponese) o peggio ancora, di spiritualismo magico. Nell’Occidente moderno subentrano invece, come sistema di analisi delle relazioni causali, l’astrologia e l’economia politica.
4. Razionalismo e culto del pensiero scientifico. Questa fase è presente in Occidente a partire dall’Illuminismo ed è culminata nel positivismo ottocentesco. Sradicamento dell’idea di Dio a favore dell’evoluzionismo. Tuttavia, dopo la crisi degli ideali religiosi e sociali che ha raggiunto l'apice nel secondo dopoguerra mondiale, non solo il concetto di Dio, ma anche il primato della scienza è venuto meno. Tutto si è ridotto a un pastone dove ogni tipo di credenza, superstizione e scientismo si mescolano. Ogni concezione e il suo contrario diventano possibili. Il dubbio divide elegantemente il suo regno con il dogmatismo.
E questo regno è quello dei diritti umani. Ognuno, almeno in Occidente, rivendica il diritto di pensare e credere come gli pare. Nessuno osa altresì mettere in dubbio questo diritto. Grosso modo corrisponde all’epoca attuale. È la fase dell’ottimismo della ragione, che però è anche la fase della superstizione, della fede e di una presunta responsabilità individuale, indistinguibile però da un comune senso di colpa. È tutto mescolato insieme.
Un mix ubriacante.
5. L’ultimo aspetto è quello del nichilismo.
Nulla di quanto affermato dall’uomo ha senso e tutte le concezioni filosofiche e religiose sono semplici deliri antropocentrici. L’unica soluzione possibile è l’estinzione di questa malattia perniciosa per il mondo che è diventata l’essere umano.
È chiamata anche fase del vaffanculo  a tutto.
È importante notare che le grandi masse umane non sono praticamente mai toccate dal quinto aspetto, e come potrebbero? La massa è sospesa in una specie di limbo nel quale le concezioni dell’esistenza sono fissate su un misto di antiche credenze ereditate pedissequamente dalla propria cultura d’origine, mescolate a fanatismo e superstizione o, nel caso dell’Occidente capitalista, indifferenza. Grosso modo si pensa che esiste Dio, l’aldilà, il paradiso, l’inferno, oppure la reincarnazione, che è un concetto molto più affascinante. Tutte le spiegazioni sui perché dell’esistenza sono racchiuse, più che nei testi sacri, nelle parole di qualche carismatico leader. E, in ultima analisi, non ci si pensa più di tanto.

Gli aspetti sopra menzionati vengono vissuti dunque sempre da alcuni singoli individui, che solo dopo molto tempo riescono a influenzare le masse. Attualmente sono i grandi mezzi di comunicazione che si fanno carico di trasmettere l’insieme di credenze che costituisce l’aspetto della società moderna: questo sistema di credenze è costituito dai valori etici, tra cui il libero mercato, l’espansione economica, il diritto al benessere.
L’umanità nel suo complesso vive nel quarto aspetto.

A questi valori etici la parte della società al riparo dal bisogno aderisce con convinzione.
Negli ultimi due decenni sono diventati progressivamente importanti anche valori come i diritti umani e il rispetto delle diversità, segno di una maggiore apertura umanitaria della società mercantile. Ormai è nel nostro DNA di occidentali europei il fatto che bisogna rispettare le minoranze, almeno a parole. Questi valori rischiano di essere fortemente incrinati dalle massicce migrazioni di poveri verso il Vecchio Continente e l'Occidente in generale. Qui si vedrà se ci si crede veramente. Ne vedremo delle belle.

Al culto del benessere e del diritto ha corrisposto un inarrestabile declino del pensiero filosofico. I pensatori di professione, i sistematici: gli Spinoza, i Kant, i Cartesio, gli Hume, gli Hegel, non esistono più. Neanche coloro che gettano dubbi e spalancano abissi, gli Schopenhauer, i Nietzsche, esistono più. La società non ne sente il bisogno. Forse non ne ha mai sentito il bisogno.
E, in fondo, di abissi spalancati ce ne sono già abbastanza.

 
È altresì importante notare che gli aspetti sopra menzionati sono interconnessi tra loro e privi di punto d’arrivo. Vale a dire che il quinto aspetto non è necessariamente culminante. In genere, anzi, dal quinto aspetto si ritorna in genere al quarto o al secondo o al terzo o addirittura al primo, senza soluzione di continuità.

È per via di questo saliscendi che in genere viviamo un’esistenza abbastanza stupida, io, noi, tutti, sicuramente anche tu, caro lettore, oscuro abitante di quest’epoca.
In questo siamo fratelli, anche se non lo ammetterai mai.
Se invece, caro lettore, dovessi appartenere a qualche futuro lontano, tipo il 2100, coraggio.

giovedì 6 agosto 2015

Eatherly 1945



Io non sono un uomo

Sono una domanda

una domanda senza risposta

 

Guardo fuori dalla finestra della clinica

È lo stesso sole che nel quarantacinque brillava

È lo stesso cielo

Sole e Plutone congiunti nel torrido agosto

L’oceano sotto la carlinga una stagnola azzurra 

l motori pulsano profondi

come cuori lontani

All’orizzonte la costa brilla

nel magnifico sole

È strano come ogni devastazione

sia preceduta da un senso di pace.

Esplode il mondo in una nube gialla

e con il mondo la mia coscienza

All’inferno non c’è buio

ma una luce atroce che non lascia ombre,

un enorme punto di non ritorno

e io ci sprofondo

 

Duecentomila piccole

forme desideranti

duecentomila voci,

parole cancellate

Respiriamo ormai

frammenti umani

in eterno circolo atmosferico

inscindibili dal pulviscolo

 

Il Dio della Materia,

è un folle distruttore che ci inganna

con la favola astratta dell’amore.

 

Arriva l’infermiera

La siringa l’oblio la pace chimica

L’uomo è solo un abitudine,

forse è giusto sia così per sopravvivere

Ma io non sono un uomo

Io sono una domanda

Sono una domanda senza risposta.

Sono l’ultima domanda

Dopo non ne sarà fatta più nessuna.

venerdì 10 luglio 2015

Pensieri nani 16


L'Absinthe di Leszek Sokół

Beckett aveva ragione da vendere: non c’è niente di più ridicolo dell’infelicità.
Sono un uomo ridicolo e non ho niente a che fare con Dostoevskij, molto più con Fantozzi.

Tenere un diario “intimo” per anni significa rendersi conto di ripetere sempre le stesse cose. Anche questo l’ho già scritto. Ci muoviamo in tondo.



Le dotte (si fa per dire) analisi psicosociali in cui mi producevo fino a un paio di anni fa, mi fanno solo ridere, ora. Sono di un’ignoranza esemplare. Sto declinando. Sto iniziando a marcire senza essere ancora maturo. Il mondo supera in fretta tutti. Ma qual è questo mondo? La TV? Gli addetti alle opinioni? Il mondo è qui, dentro e fuori di me, immenso, inspiegato. Il mondo, la sua presenza, va oltre qualunque stronzata della mia testa o di chiunque. Questa è la mia unica speranza.


Puntare alle stelle e tirare fuori un poliziottesco.
Puntare a Thomas Bernhard e tirare fuori Tomas Milian.


A caccia dell’eterna baldoria, troviamo solo la depressione. La tecnologia va bene. è l’uomo che va male. Se la tecnologia sostituisse l’uomo, sarebbe una cosa rispondente a logica. Ma la tecnologia non sostituisce l’uomo. È l’uomo che si impoverisce a contatto con troppi esemplari di se stesso. L’uomo ha perso il desiderio di pensare, di capire, di cercare. Ha perso il senso di sé. È giusto che venga sostituto da una macchina.
Imbecilli che si agitano al suono dell’ennesimo spot.


Fin che siamo in vita, dobbiamo sperare di poter costruire una società migliore.
Sarebbe bello poter creare qualcosa in cui ci sentissimo fratelli e sorelle, tutti confederati, come dice Leopardi. Siamo soli e abbandonati, dispersi in un universo strano e ostile. Potremmo amarci una volta per sempre.
Sarebbe bello nascere e morire in seno a una comunità di amici.
Sarebbe bello pensare che la sfortuna non esista e che ogni cosa è rimediabile che la morte è solo un passaggio verso una vita migliore e tutte queste stronzate.
Sarebbe bello sentire la pienezza della vita senza doversi per questo scolare un litro di birra.
Sarebbe bello scrivere cose che riempiano la vita delle persone, le facciano volare, superare i propri limiti, desiderare una società diversa, senza arroganza, senza stupidità …
Sarebbe bello fare fiorire questa inguaribile tristezza, renderla viva e comica.
Sarebbe bello ridere di tutto, senza avere più paura nel cuore.
Sarebbe bello imbroccare un cavallo vincente.
Sarebbe bello che la terra fosse piatta e infinita e il sole ci ruotasse intorno e che Dio vegliasse dall’alto, sopra il settimo cielo e alla fine degli eoni la Città Celeste scendesse dall’Empireo e sostituisse quella Terrena.
Sarebbe bello che l’eternità si sentisse eternamente, che le foglie cadessero senza cadere e i morti tornassero a vivere, giovani, sani e felici.
Sarebbe bello trovare sollievo infinito e sollevare la testa senza avere vertigini, perché tutto rimarrà così per immemorabile tempo.

Nella mente di un turista, tra un rutto, una scoreggia e un ticket per un giro in barca, non passa nulla, solo la beatitudine animale di essere lontani dal lavoro una settimana.
Che cosa passa nella mente di un terrorista?
I turisti sono dalla parte giusta della vita. Loro sono la vita. Il terrorista è la morte.
I turisti hanno diritto alla frittura di pesce e alla gita in pedalò, cazzo.
È nel turismo che si rivela la parentesi di morte nel quadro più generale di disfatta dell’intelletto.
La nascita di obbrobri come l’Isis è la diretta conseguenza dell’allargarsi a macchia d’olio della scempiaggine umana. A sovrapproduzione di esperienze fasulle, come le esperienze turistiche, si sviluppano per reazione, follie dettate dal risentimento da esclusione al parco dei divertimenti mascherato da religione e abilmente pilotate da interessi internazionali.
L’individuo è annullato da queste forze. Zombi contro fanatici. So già chi vincerà.
Gli zombi sono infinitamente più numerosi. Non è auspicabile la vittoria di nessuno dei due, ma dovendo scegliere il meno peggio, io sto con gli zombi.

Ho avuto per qualche istante la percezione precisa che la vita è tutta qui e non c’è altro e che qualunque pretesa metafisica è un’illusione, una specie di ubriachezza del pensiero e delle emozioni. La vita è tutta qui, non significa una limitazione, ma la percezione di una potenza immensa, agghiacciante nella sua sconfinatezza. È come se ciascuno di noi, per qualche motivo, entrando in questo mondo, fosse stato ammesso alla Presenza del Reale.
Questa Presenza è talmente incredibile, come essere esposti a un sole bianco accecante, che la mente crea subito trucchi per adattarcisi.

 C’è un bellissimo libro di Pär Lagerkvist che si intitola Ospite della Realtà. Il titolo, da solo, costituisce un programma. È la biografia dell’autore stesso, premio Nobel nel 1951. Ciascuno di noi, però, non è altro che questo: un ospite della realtà.

Sogno che un giorno sarò fuori da questa confusione e vedrò e sentirò la vita in modo più bello e più chiaro. Sogno che questa “notte oscura” che sto attraversando diventi un tesoro prezioso. Ma sono anche consapevole che tutto questo potrebbe essere soltanto l’ennesima illusione, la pretesa di un lieto fine, la riuscita eroica di chi dal dolore arriva all’illuminazione. Potrebbe essere, in sostanza, l’ennesima presa per il culo.
Viviamo nella pretesa dell’estasi catartica, del progresso infinito, del “per aspera ad astra”.
La vita però non è così. Non è lineare, consequenziale, non ha trama, né necessariamente lieto fine, non ha necessariamente consolazione e neppure necessariamente desolazione inevitabile. È la pretesa della catarsi che ci frega. La catarsi avviene solo se lasci la presa.
In altre parole, la pretesa della catarsi potrebbe essere frutto dell’ennesima sottile arroganza che ci fa credere centro degli eventi.
È esemplare l’errore che fece DFW quando cercò di eliminare gli antidepressivi. La sua mente si ottenebrò completamente. La sua pretesa letteraria filosofica psicoanalitica che ci fosse una luce alla fine del tunnel, che si potesse attuare un processo junghiano di individuazione, lo tradì. Potette sfuggire alla sofferenza devastante solo uccidendosi.
È pericoloso giocare con i concetti. In genere la gente si salva perché non pensa così tanto.
Vuole solo vivere, poche cose, semplici, delineate. Se appena si pretende di più, si cercano astrazioni inarrivabili come il “genio”, l’“arte”, il “sublime”, la “catarsi”, il “nirvana”, il gioco può diventare pericoloso.







 

lunedì 22 giugno 2015

"Sono i ricchi che fanno i poveri"



Stamattina ho sentito in TV un tale di cui non ricordo il nome ma solo la faccia da cazzo, dire che l’Italia dovrebbe trasformarsi in un paese dedito solamente al turismo. Solo in questo modo aumenterebbe considerevolmente il PIL o stronzate del genere. In che modo questo tipo preconizzava il futuro turistico dell’Italia? Semplice: bisogna creare tantissime piccole nicchie di qualità, dove ci sia accesso a pochi turisti ma che possono pagare tantissimo. L’idea ha un suo senso. Si evita il deturpamento delle bellezze italiche e si fa circolare solo gente ricchissima. L’economia decolla. All’obiezione della conduttrice che in questo modo si arricchirebbero solo in pochi, il benpensante ha replicato che “Sono i ricchi che fanno i poveri, Se ci sono più ricchi, anche i poveri stanno bene”.
Non credo che sia una risposta ingenua. È, invece, l’ingenua formulazione di un articolo di fede del cosiddetto liberismo. Se circola più ricchezza, anche i poveracci ne trarranno beneficio, come i cani che mangiano gli avanzi che cadono dalla mensa del padrone.
Una simile concezione è talmente atroce che avrei preso questo bel tomo e gli avrei fatto pulire i cessi di qualche nota e bellissima località turistica per il resto della vita, almeno avrebbe potuto sperimentare da solo i benefici che sicuramente gli sarebbero ricaduti addosso.


Siamo bombardati ogni giorno da queste idiozie. Ci affliggono con le storie patetiche dei migranti ogni giorno e ora perché dobbiamo vivere nella colpa di non sentire il desiderio di ospitarli. Questa gente che mai e poi mai vivrà uno svantaggio dal punto di vista personale per l’afflusso vertiginoso di migranti, ha la pretesa di far sentire in colpa chi invece ne avrebbe svantaggio. La classe dominante si permette di redarguire, di spiegare qual è l’emozione giusta da avere nei confronti degli eventi. Contemporaneamente ci sono quelli che cavalcano il malcontento popolare, ma mica perché sono dalla parte del popolo, no: sono semplici questioni di voto.
La verità, pura e semplice, è che il popolo non esiste più o non è mai esistito, se non come rappresentazione di chi muove i fili di milioni di burattini.
L’incontenibile esplosione demografica dei paesi più poveri è la causa principale delle massicce migrazioni. Non sono le guerre, o lo sono solo in parte, la causa della fuga in massa di migliaia di persone. Questo è quello che vogliono farci credere.
E in ogni caso, le guerre combattute nelle zone periferiche del mondo, sono tutte il risultato delle politiche espansionistiche specialmente degli Stati Uniti.

Io non riesco a provare molta empatia per i cosiddetti migranti: non riesco perché, in primo luogo, mi ci sento obbligato. E un’imposizione, anche se apparentemente in fin di bene, rimane sempre tale. Il puntare al disastro, al dolore, alla tragedia, sono armi retoriche che caricano il cittadino (la cui responsabilità è decisamente marginale) di colpe oscure. Tu che vivi in paradiso, come puoi osare essere indifferente alla sofferenze dei tuoi fratelli?
Chi ha la colpa di avere provocato questa destabilizzazione in Libia? Lo sappiamo chi ce l’ha. Che se li becchino loro i migranti. Dietro questo flusso inarrestabile di persone c’è l’occidentalizzazione del mondo che si ritorce contro gli occidentali. È per questo che la politica dell’accoglienza mi disturba.

I poveri migranti devono ricaricare i cellulari. A Ventimiglia un bravo cittadino li ha forniti di un pannello solare all’uopo. Chissà che compagnia telefonica usano, che tariffe hanno. Se li intervistano, scappano tutti da guerre e sono tutti laureati come minimo in ingegneria. Sono bravi, puliti, sono il nostro prossimo futuro. Non portano idee nuove, o nuova cultura, no: portano le stesse idee che abbiamo noi, gli stessi obiettivi e desideri di una vita migliore, che significa “voglio avere il diritto di consumare cellulari, automobili, voglio studiare quelle cose che mi serviranno per avere più soldi domani e voglio fare figli che faranno le stesse cose domani e dopodomani” e fino allo spegnimento del sole.

Nessuno se la sente di negare a queste persone una possibilità: è pur vero che ogni tanto biglietti della lotteria milionari vengono incassati. La fortuna di pochi passa per le disgrazie di molti e le illumina. Ce l’ha fatta tizio, ce la posso fare anch’io o tuttalpiù un mio pronipote: a un essere umano basta questo spiraglio per infilarsi, è il destino commovente di tutti noi.

Scappano da guerre. In realtà quelli che scappano veramente da guerre sono una minoranza. Nessun paese li vuole: sono tutti così crudeli e cattivi? Solo l’italiano è bravo e accoglie, magari con il mugugno.
D’altra parte noi abbiamo papa Francesco, il Peter Sellers del Vaticano che ci delizia con le sue stronzate celestiali.
La colpa della sovrappopolazione è il capitalismo? In parte sì. In parte no. In parte è fenomeno culturale. Chi è povero fa figli, che sono l’unica ricchezza. È sempre stato così.
È una ricchezza morale, etica. Una volta i figli si mandavano nei campi. Ora si devono prendere cura di chi rimane a casa, mandando possibilmente soldi.

Si auspica questa meravigliosa, utopistica redistribuzione delle ricchezze. Se mai una tale favoletta trovasse luogo nella realtà, sarebbe l’inizio di un disastro ancora maggiore dei precedenti. L’umanità concorde si troverebbe tutta complice nel consumare ancora di più.
Salvo che il buon Francesco non auspichi una collettività mondiale di buontemponi, un bel villaggio globale fatto di casupole, lavori a rotazione, la sera nei cortili a raccontarsi antiche storie. Sarebbe bello e un po’ noioso. Ma le moltitudini sterminate potrebbero mai accontentarsi di un pannello solare per ricaricare i cellulari, sterminate mense pubbliche, immensi parchi gioco e condomini: una specie di Unione Sovietica Mondiale, ma più buona? Siamo così sicuri che anche una simile società consumerebbe meno  quell’8% di suolo coltivabile del pianeta per nutrirsi? Oppure, in nome della concordia, nove, dieci undici miliardi di anime future si accontenteranno di una scodella di riso o di avena?
La mia sensazione (ma io sono ignorante e potrei sbagliarmi) è che tutti farneticano senza sapere di cosa parlano. C’è chi tira in ballo Marx  o Keynes, come se i due (quale dei due si valuta secondo le proprie credenze)  avessero la risposta pronta per qualunque evenienza.
È il capitalismo, bellezza, dicono. Le alternative sono redistribuzione o comunismo.
La verità è che la soluzione a questo problema non la conosce nessuno e forse non c’è.
 I ricchi faranno i poveri come dice la faccia di cazzo in TV. È quello che hanno sempre fatto. I poveri sono semplicemente ricchi senza soldi.
I flussi continueranno fino al mescolamento totale.Questa cosa in fisica si chiama entropia.

venerdì 5 giugno 2015

Collettività e cattiva coscienza



Le questioni collettive mi ripugnano per un difetto della mia costituzione psichica. Tuttavia mi rendo conto che sono io stesso un animale sociale, immerso fino ai capelli nella collettività, in un umore fatto di amore e repulsione.

Poiché la mia ripugnanza della politica e dei fenomeni collettivi, nasce in buona parte dalla frequentazione nel passato di gente che invece ci sguazzava a proprio uso e consumo, non posso fare altro che osservare e cercare di capire.

Quello che sono riuscito a vedere come collante della collettività è qualcosa di molto simile a una sorta di cecità, un impulso cieco a fare, a stabilirsi al centro della corrente. È una sorta di agitazione che impedisce al genere umano di fermarsi un attimo. Cerca soluzioni a problemi che esso stesso (il genere umano) si crea. L’assoluta autoreferenzialità umana è sconcertante.
Nietzsche la chiamava volontà di potenza e sebbene questa definizione suoni mitologica e poco scientifica rende bene l’idea.

Le questioni collettive mi ripugnano, dicevo. Se cerco di indagare a fondo in questa ripugnanza, trovo una pulsione all’isolamento molto forte in me.
Certo, ho anch’io una vita sociale, degli affetti, sono spesso cordiale, almeno da qualche anno a questa parte.

Sono sempre stato uno che se mi si chiedono in prestito dei soldi e ce li ho, li do e mi dimentico di richiederli. Sono uno che, almeno fino a poco tempo fa, se qualcuno mi avesse chiesto di accompagnarlo dalla parte opposta della città alle sei del mattino, lo avrei fatto (e l’ho fatto). Se qualcuno mi chiede una mano, non riesco a ignorarlo, anche se è un estraneo, mica perché sono bravo, no: è una semplice impostazione mentale. Ne ho passate tante e lo so come ci si sente a essere abbandonati al proprio destino. Non voglio essere proprio io quello che abbandona. È solo ultimamente che ho imparato a mettere dei paletti, come si dice, a proteggermi: forse perché con l’età, la fatica di sprecare il tempo comincio a sentirla di più che il senso di colpa di dover dire di no.
Ecco dunque che, sebbene mi ripugni la collettività, ho una buona tolleranza per gli individui che mi attraversano la vita. Io mi faccio sempre da parte, tengo aperta la porta, evito di sovrappormi, non mi è mai importato di essere il centro della scena.
Sono quello che si dice una brava persona.

Se da un lato sono sempre stato disposto a mettermi in secondo piano per evitare al mio ego di straripare, da un altro punto di vista il mio mettermi in disparte è sempre stato segno di un imbarazzante disamore per la vita. Manco di vitalità e ce ne vuole una buona dose per desiderare tanto di intervenire nel “collettivo”. Penso proprio che nel regime sovietico sarei stato mandato nei campi per scarso amore per il popolo.

Da giovane avevo un po’ di entusiasmo e quando frequentavo la mia bella e brava associazione buddista per la pace nel mondo, credevo sul serio che l’umanità potesse progredire e trovare una dimensione collettiva di pace.
Adesso, la sola idea che qualcosa del genere possa essere possibile, mi deprime.
Niente mi mette più tristezza nel pensare alla società umana come a una propaggine di un telefilm della serie Don Matteo o un’ininterrotta sequenza di giornate da oratorio.

La salvezza dell’individuo giace nella collettività, non c’è dubbio. Un uomo solo, vale nulla: ma l’individuo nel salvarsi, perde anche quel piccolo irriducibile tarlo che può a volte trasformarsi nel male, ma può anche generare un cambiamento di prospettive.
Il progresso (qualunque cosa sia, negativa o positiva) non si è svolto facendo marciare tutti in fila per tre. Sono gli individui solitari che hanno creato tutto. Gli organuli delle cellule, fanno nutrire le stesse, ma hanno origine da una specie d’infiltrazione parassitaria di un microrganismo in un altro. Allo stesso modo la società progredisce (qualunque cosa voglia dire) grazie agli apparenti outsider.

Questa è certo una concezione tutt’altro che originale, lo so.

Può darsi che la collettività mi faccia schifo, semplicemente perché non sono adeguato a farvi parte. Sono come un bambino disadattato che gioca da solo in un angolo di cortile.
Detto per inciso, mi è capitato molto spesso di sentirmi così durante la mia merdosa infanzia.

E allora tutto questo peana di cazzate sulla collettività, trova la sua giustificazione.
Mi rode la mia cattiva coscienza.
Sento che non faccio, non penso e non sono quello che dovrei, come cittadino di quest’epoca.
Non sono a favore delle cose che migliorano il mondo.
A me fa cagare chi pretende di migliorare il mondo.
Non riesco proprio ad amare chi s’impegna per il sociale, chi ama i cuccioli, chi si prende cura dei bambini africani, degli handicappati, di tutta la miseria del mondo. Non riesco proprio ad amare chi ha fiducia nel progresso e nella crescita, chi ritiene la sua presenza nel mondo indispensabile. Non solo non riesco ad amarli, mi fanno paura.

La stessa cosa si applica alla politica, anche se qui l’appello alla collettività e al progresso è funzionale al mestiere del politico.  Ormai però il re è talmente nudo che gli si vedono gli organi interni, le trippe intente a digerire tutto quello che si sono mangiati delle vite della collettività.
L’uomo è assurdo sia quando commette il male, sia quando fa il bene.
Se fa il bene, l’orrore aumenta, perché in genere il bene è beata giustificazione di qualcosa che è male per qualcun altro. Si edificano chiese sopra i cimiteri, banche sopra il sangue nei campi, progresso sopra il cervello delle persone, si fa la beneficienza a chi, in fondo, si considera inferiore. Il sommo bene tende a escludere dall’amore universale chi ne fa vedere i difetti. Chi vede le crepe nel meraviglioso edificio collettivo una volta era messo a morte, oggi è semplicemente ignorato. Tutto deve procedere bene, in nome della collettività: per le lamentele ci sono i talk show.

È per questo motivo che in quest’epoca meravigliosa i film e i libri devono preferibilmente avere un bel finale. È l’ideologia cristiana, dopotutto, dalla quale deriva anche il senso di progresso dell’ideologia comunista. Cattolicesimo, protestantesimo, marxismo e capitalismo hanno eretto i loro altari all’happy end.
Solo che chi come me ha quel tarlo, l’happy end, lo teme.

A che serve sproloquiare così, dicono i bene pensanti.  
Cerca piuttosto di fare qualcosa di costruttivo per chi verrà dopo, i posteri.
I posteri, queste luride merde. C’è qualcosa di più infido dei posteri?
I posteri non possono fare mai altro che tradirti.
Io sono un postero del Manzoni e lo schifo. Sono un postero di tutte le ideologie e le temo. Sono un postero del postmoderno e mi sento svenire al pensiero.
Dei posteri non è mai fregato niente a nessuno. I posteri se ne fregheranno completamente di noi, avranno cose molto più importanti da fare.

Ripenso ai temi che scrivevo al liceo. Non li ricordo. Però ero bravo. Avevo le idee chiare.
C’era tanto da capire, allora. Perché non sapevo ancora un cazzo. Ora che so tante cose, non riesco più a capire niente.
Ho perso il centro e il baricentro. Barcollo.
Mi riprendo e vado avanti, senza fermarmi, come tutti.
Voglio semplicemente adempiere la mia missione: vivere bene ed essere felice, senza dispiacere troppo agli dei.