Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

mercoledì 27 maggio 2015

Pensieri nani 15

Risultati immagini per orfeo monteverdi harnoncourt

 http://www.youtube.com/watch?v=EcRFFmgVGlc

Ho ascoltato “L’Orfeo” di Monteverdi: lacrime di leggera gioia e dolce affanno.
 
Sarebbe interessante però, cercare di capire come immaginare una eventuale società globale migliore. L’ostacolo più grosso è dato dal semplicissimo fatto che l’uomo di quest’epoca ha come modello, da un polo all’altro, il tipo di realizzazione che può portare il denaro. Non c’è un modello di uomo nuovo cui aspirare. L’uomo è vecchio, irrimediabilmente. Ha disimparato tutto. Ha ucciso Dio e lo tiene in vita per finta. Sta uccidendo perfino la merce, ormai ridotta a immagine di riuscita paradisiaca. L’uomo si è lasciato alle spalle ogni tipo di via d’uscita. Morirà e risorgerà nel paradiso del Mulino Bianco.
Epifania di biscotti.
 
Come può evolversi l’uomo? Cambiamo domanda: l’uomo può ancora evolversi? Ha senso crederlo? Farsi queste domande significa essere, tutto sommato, ottimisti.
Voilà, da non credere: sono ottimista malgrado me stesso.
L’uomo potrebbe creare il suo stesso superamento, grazie alla tecnologia. E' un'ipotesi come un'altra.
Già ora, in ogni caso, l’uomo è superfluo: ha senso solo come consumatore.
 
Debord e l’impossibilità dell’arte. È per quello che i “bianchi” di Battisti Panella sono inarrivabili.

In buona sostanza tutto si riduce a questo: perché esiste qualcosa anziché nulla? Seguono infinite teorie e corollari.
Un esempio di tentativo di risposta letteraria a questo insolubile quesito è costituito dalla tetralogia Il mare della Fertilità di Mishima Yukio.
Personalmente ho avuto molto spesso la sensazione inspiegabile che l’io e il mondo esistano per consuetudine. L’essere è una vecchia abitudine presa da … l’essere.


Il ticchettio dell’orologio a muro scandisce il liquefarsi del mio tempo. Non mi dà angoscia, ma uno strano senso di pace. Materializza con quel suono questo mondo di sogno. A ogni ticchettio gli atomi ronzano trasformandosi nel caos della fine.
Di tutto ciò per cui si farnetica sotto il sole, niente ha più verità di questo allontanarsi placido dell’istante.
Il tempo non si può che perdere.





venerdì 8 maggio 2015

Pensieri nani 14




Ogni persona che cammina per strada è un miracolo di sublime, metafisica, idiozia.
Specialmente se è un uomo. Le donne hanno qualcosa che le salva dall’idiozia, ma non dal rimanente orrore pestilenziale del cosmo: forse è il culo. O le tette.

Il ridicolo nasce da regioni nascoste, che coincidono quasi perfettamente con la stessa oscurità del sesso e della morte.
Noi ridiamo di qualcosa, quando è totalmente nudo. Dio (indipendentemente dalla sua esistenza o inesistenza) non ride. Dio è una risata. Il pianto è sempre della creatura.

La noia non è semplicemente un vuoto da riempire. È, come dice Leopardi, il sentimento che qualunque cosa, perfino Dio, non ti basti mai e in questo è sentimento totalmente umano. La noia è quando il tuo sentimento non si ferma ai primi fenomeni ma sprofonda dentro il cuore della vita. Fin da bambino, allora, contrariamente a quanto ho sempre creduto, ho sentito il morso crudele della noia.

Finora ti sei salvato fuggendo. Ora che ti giri ad affrontare l’avversario fugge lui: o meglio, non dimostra nessuna importanza.  

Non si ama veramente qualcuno se non lo si vede dormire.

La sottile arte del fraintendimento: su di essa si basa la civiltà.

Trovare la propria poesia. Parise diceva che la poesia non ha eredi. Devi trovare quel tono, quell’accordatura sul tono principale dell’essere, che è solo tua. Alla fine non è nemmeno indispensabile essere letti da qualcuno. Tanto non esiste il lettore ideale: in Italia, poi, è un essere leggendario. Bisogna cercare le cose che ci nutrono e sono differenti per ognuno.

Chiunque abbia in bocca la parola "amore", spesso non sa di che parla.
È l’ennesima mistificazione del tutto. È egoismo codificato.
Anzi, bisogna guardarsi da chi ti parla d’amore. Sono i primi a essere appestati emotivamente. L'amore si può solo vivere. L'amore vero è silenzioso.

L’originalità è un frutto del processo elaborativo proprio dell’apparato conoscitivo umano. La vita in sé non è originale. Pur nell’infinita varietà dei fenomeni, si conduce sempre allo stesso modo: creazione e distruzione continua. L’originalità di espressione invece è una velleità moderna. Una illusione tarda  della borghesia mercantile. Ha origine, più o meno, all’inizio dell’Ottocento, con lo Sturm und Drang, il protoromanticismo e il romanticismo. Comincia con Hölderlin, con Beethoven, con Mendelssohn,  con Hugo, con Listz, con Dumas padre,  con Byron, con Goya. Prima di allora i canoni espressivi erano patrimonio comune. I compositori, ad esempio,  si copiavano tra loro le melodie senza problemi. Bach spesso copiava temi musicali da Vivaldi senza preoccuparsi.

lunedì 27 aprile 2015

Scriabin o il colore dell'estasi



http://www.youtube.com/watch?v=h1l_UEPJi2M

Nel link, la Sonata N. 10,detta degli "insetti".

Esattamente cento anni fa, il 27 aprile 1915, a causa di una setticemia sviluppatasi da un foruncolo infetto sotto i baffi, moriva a 43 anni Aleksandr Scriabin. Figura di musicista eclettica ed eccentrica quanto altri mai, Scriabin è uno dei pochi artisti che può a rigore definirsi genio, in quanto creatore di un linguaggio proprio, originale e insieme universale.

Nasce imitando Chopin (addirittura migliorandolo, cosa incredibile) e finisce per essere totalmente se stesso, creatore di un linguaggio unico, precursore di tutti gli sperimentalismi del Novecento. Parte dal simbolismo russo, per approdare alla fantascienza. Scriabin parte dal tardo romanticismo per arrivare a una concezione dell’arte completamente multimediale. È sua l’idea della tastiera che proiettava colori. La sua concezione musicale era sinestetica, a ogni nota corrispondeva un colore.

La sua ultima opera Mysterium, incompiuta, doveva essere eseguita ai piedi dell’Himalaya, per giorni e giorni, da un’orchestra di migliaia di elementi. Scriabin riteneva che questa esecuzione avrebbe creato vibrazioni che avrebbero fatto sprofondare il vecchio mondo, facendo affiorare al suo posto uno nuovo, nel quale l’umano e il divino sarebbero stati inscindibili.

Scriabin era evidentemente un pazzoide, quasi alcolista, dedito allo studio della teosofia, quella strana mistica infarcita di stronzate spiritiste e ricerca degli ultramondi, in voga tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.

Nato il giorno di Natale del 1871 (il 6 gennaio del 1872 secondo il nuovo calendario) riteneva questo essere di buon auspicio: si considerava (ed era considerato dai suoi, non pochi all’epoca, “discepoli”), un emissario cristico della Nuova Arte. Curiosamente, morì il 14 aprile del 1915 (27 aprile del nuovo calendario), giorno di Pasqua.

Può a ben diritto essere considerato, in senso romantico un Uomo del Destino.

Fu l’autore di incredibili speculazioni armoniche. Le sue composizioni, infatti, erano basate su cellule armoniche più che su cellule tematiche: fu un precursore in tutto e per tutto.

Il fatto è che, dietro le fumisterie pseudo religiose, Scriabin celava uno spirito di ricerca inesauribile, una devozione assoluta alla missione dell’artista.

Scriabin credeva nell’uomo, insomma. Credeva che nella propria interiorità l’uomo celasse le leggi da seguire per approdare sulle sponde della Felicità.

Fu impressionista oltre Debussy, espressionista oltre Schönberg, fu totalmente se stesso, senza condizionamenti e compromessi e per questo fu, dopo la morte, abbastanza trascurato. La cultura sovietica non poteva tollerare deviazioni mistiche: nonostante questo, le sue sonate per pianoforte e i suoi preludi divennero il cavallo di battaglia per pianisti come Horowitz e Richter.

I suoi due grandi poemi sinfonici, il Poema dell’Estasi e il Poema del Fuoco, sono capolavori assoluti del Novecento. Il primo di essi, risente ancora della smisurata influenza che ebbe il Tristano e Isotta di Wagner sulla musica di fino ottocento e novecento, seppur trattata con mezzi espressivi originali. Il secondo detto anche Prometeo è lo sviluppo completo del suo sistema, basato su una scala musicale di sua invenzione (Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si♭), in cui ogni nota, naturalmente, esprimeva un preciso grado di spiritualità.

Tutta la musica di Scriabin, dalle sue produzioni giovanili simil chopiniane e tonali, alle impervie composizioni mature, è pervasa da una strana, penetrante, dolciastra sensualità.

È musica che rapisce, che può fare male. È musica (specialmente dalla Sesta sonata in poi) da pazzi. Un’anima assorbita da se stessa che cerca di esternare i moti interiori rendendoli come zaffate di pennello su una tela. Smarrita ogni coordinata tonale (apparentemente) è musica ondivaga, allucinata. È comprensibile che possa non piacere, questa musica che era, paradossalmente, una ricerca incessante del piacere.

Scriabin era un intossicato, un genio malato, allucinato, uno che apparentemente aveva perso la bussola. In realtà la sua bussola orientava verso altri piani di coscienza, nella regione inaccessibile ai più, chiamata Estasi.

Lasciò, oltre alla sua musica, alcune pagine di meditazioni filosofiche, estremamente interessanti. In esse si scorge una mente speculativa molto meno presa da fumi teologici di quel che sembra. Segno che il genio è sempre libero, in fondo, da condizionamenti.

Scriabin auspicava l’unione completa tra arte e filosofia. In lui si trovano echi di Nietzsche, di Schopenhauer ma trattati con il respiro del dilettante di genio.

 Ecco alcuni versi di Scriabin che riassumono in parte la sua ricerca estetica, artistica e filosofica.

 
“Io sono la libertà, sono la vita, sono un sogno, sono fatica, sono desiderio ardente, incessante, sono beatitudine, sono insana passione, sono niente, sono tremito.

Sono gioco, sono libertà, sono vita, sono sogno, sono fatica, sono sentimento.

Sono il mondo. Sono insana passione, sono fuga frenetica, sono desiderio, sono luce. Sonoascesa creativa che accarezza teneramente, che cattura, che brucia, distruggendo.

Resuscitando io sono torrenti furiosi di sentimenti sconosciuti, sono il confine, sono la sommità,sono niente.

Voi, abissi del passato nati dai raggi dei miei ricordi, e voi, vette del futuro e creazioni dei miei sogni! Voi non siete voi.

Io sono Dio!

Sono niente, sono gioco, sono libertà, sono vita.

Io sono il confine, sono la vetta.

Io sono Dio!

Io sono la fioritura, sono la beatitudine, sono la passione che tutto consuma, che tutto pervade.

Sono il fuoco che avvolge l'universo e lo riduce al caos.

Sono il gioco cieco delle forze scatenate.

Sono creazione dormiente. Intelletto a riposo.”

La cosa più bella e sconvolgente di questo universo è che possano esistere, nella stessa dimensione spazio temporale di una piccola vita umana, persone come Scriabin, il mistico e Schubert, il piccolo viandante: figure assolutamente antitetiche e entrambe umanamente divine.  

mercoledì 22 aprile 2015

La Montagna Incantata di Thomas Mann



 
Prendete una quantità di personaggi da non avere nulla da invidiare a Guerra e Pace, inseriteli in un contesto marginale di un’epoca di grandi rivolgimenti come quella che va dai primi anni del novecento allo scoppio della prima guerra mondiale; fate incontrare, innamorare, litigare, duellare, ridere, morire e piangere i suddetti personaggi; aggiungete a questo punto una riflessione pressoché ininterrotta sul tempo, la morte e la valenza malattia – vita ed eccovi La Montagna Incantata.

Thomas Mann è uno scrittore che, dietro la sua seriosa carica borghese, ama scherzare in modo leggero e contemporaneamente pilotare il lettore sul bordo dell’abisso, come un compagno di scuola dispettoso che con un ghigno fa finta di spingerti giù dalla finestra. Solo che Mann va fino in fondo: spinge veramente giù il lettore che desidera lasciarsi andare, dentro un precipizio inesorabile.

Questo lunghissimo romanzo è la descrizione dell’opera disgregatrice del tempo e la ricerca di ciò che può salvarci.

La storia di Hans Castorp, giovanotto ingenuo ma non privo di mezzi intellettuali, è nota.

Arrivato al sanatorio di Davos, in Svizzera, con il semplice obiettivo di far visita per qualche settimana al cugino Joachim, militare la cui carriera è stata interrotta dalla tisi, Castorp finisce per risiedervi sette lunghi anni, soggiogato dall’incanto del posto, dalla magia della possibilità di una sospensione totale dal tempo, scandito solo dai ritmi regolari del sanatorio.

Detta così, sembra solo la storia di una fuga dalla realtà da parte di un ometto sbiadito che non ha il coraggio di vivere. Nulla però sembra brulicare di vita e stimoli di ogni tipo, come quel ricovero di malati destinati a rimanervi spesso tutta la vita e a morirvi, o a non potere tornare in pianura, pena il riacutizzarsi del bacillo.

Questo limbo a duemila metri di altezza diventa, nel libro, la culla di ogni forma di pensiero occidentale.

Castorp vi perseguirà la saggezza, stimolato dall’incontro con personaggi memorabili, come Naphta, Settembrini, Mynheer Peeperkorn, Madame Chauchat, Bahrens il direttore e tanti altri.

Il tema trattato, con mezzi totalmente differenti, è quello del Deserto dei Tartari, cioè il rapporto dell’uomo con il tempo: ma mentre il capolavoro di Buzzati è spoglio e aspro e desolato, il capolavoro di Mann è rigoglioso, pieno di efflorescenze, un rigoglio che ricorda il proliferare delle muffe su un cadavere.

Ci vorrebbero diversi post solo per riassumere la storia narrata. La parabola di Castorp è un esempio, sui generis, del romanzo di formazione.

Mann utilizza i personaggi di Settembrini e Naphta per esporre tutte le ideologie contrapposte del secolo. Il razionale e liberale Settembrini con il suo ripetuto motto placet experiri, incarna l’ideale del progresso borghese, che non deve mai retrocedere dal far uso della ragione e della nobiltà d’animo per migliorare l’uomo.

Naphta invece incarna il lato oscuro di ogni ideologia. È un gesuita disilluso, che sa che le masse non possono mai emanciparsi da sole, che non crede nell’individuo, ma solo nelle strategie che spiriti superiori devono apporre per guidare l’umanità abietta e smarrita.

Entrambi i personaggi si contendono a colpi di discorsi interminabili, dialoghi fulminanti, esplorazioni vertiginose, l’animo del giovanotto.

Se ci si prendesse la briga di rileggere lo scontro verbale tra i due, protratto per pagine e pagine, si avrebbe un compendio della storia delle idee borghesi dall’Illuminismo in poi.

Mann riesce a farci entrare tutto. Ogni idea concepibile è elaborata e distrutta al fuoco dello scontro ideologico tra progresso borghese e disfatta dell’individuo.

Castorp si barcamena tra i due mentori, da cui viene affascinato in egual modo, ma (e qui la malizia di Mann sfrutta tutti i registri dell’ironia) trova sempre il modo di elaborare una sua strategia vitale, sorniona e leggera. Lui si limita a placet experiri, a seguire il flusso del tempo senza fermarsi da nessuna parte. Ha oscuramente compreso che solo la malattia, con la sua inevitabile vicinanza con la morte, offre la chiave per comprendere meglio quel fenomeno incredibile che è la vita e il suo rapporto con il tempo. Solo la conoscenza del limite estremo, ci porta nel cuore pulsante della vita.

Non a caso Settembrini definisce affettuosamente Castorp “beniamino della vita”.

Nel romanzo succedono tante, tantissime cose: impossibile registrarle tutte.

Questo romanzo è un’esperienza da vivere, bisognerebbe leggerselo piano piano, gustandoselo, portandoselo dietro come un compagno di viaggio, quasi desiderando che il viaggio non finisca mai.

Così l’ho vissuto io tutte le volte (e sono molte) che l’ho riletto. È un’opera che contiene in sé qualcosa che si autorigenera ogni volta. È come se si accordasse sempre (nonostante sia ambientato in un tempo e in un conteso ormai lontanissimo) con la vita del presente e vi si sovrapponesse, illustrandola. 

È un libro che non ho mai potuto fare a meno di amare.

Le scene memorabili sono tante. L’incontro con Madame Chauchat, indolente nobildonna russa di cui Castorp si innamora;, la contesa tra Naphta e Settembrini che sfocia in un duello alla pistola nel quale l’oscuro Naphta, piuttosto che accettare il pacifismo di Settembrini, si uccide; la morte del cugino Joachim preceduta da una breve agonia, la cui accettazione del proprio destino commuove Castorp; la sessione periodica di visite, nella quale, nonostante l’evidente miglioramento della salute, Castorp si rifiuta di lasciare il sanatorio; La descrizione della vita nel sanatorio con i suoi pranzi e le sue cene sovrabbondanti, la strana gioia mista a sensualità che investe tutti i dimoranti, le feste in cui tutti si scatenano come pazzi, come se non fossero malati; il ritorno, a tre quarti del romanzo, di Madame Chauchat insieme a Mynheer Peeperkorn, un personaggio dalla vitalità smisurata del quale prima Castorp è geloso, ma di cui poi subisce il fascino.

Insomma, questo è uno di quei romanzi – mondo, come vengono definiti da certa critica i mallopponi che cercando di farci entrare tutto, in genere soffocano i lettori.

Qui però Mann costruisce un mondo in cui vorresti perdertici dentro.

Il fulcro dell’opera, secondo me, è il capitolo NEVE, situato poco dopo la metà del romanzo. È il capitolo nel quale il pensiero di Mann viene allo scoperto in tutta la sua ambiguità irrisolta.

Hans Castorp, da quel baldo giovanotto che è, decide di fare un’escursione sugli sci, sulle piste innevate intorno al sanatorio. In quei tempi non esistevano impianti di risalita, skipass e cose del genere. Sci in spalla, si cercava un posto adatto e ci si buttava.

Colto da una violenta quanto brevissima bufera, Castorp si perde in mezzo alla neve e ai boschi. Intorno a lui l’ombra delle montagne aumenta. È pomeriggio inoltrato e se non riesce a tornare prima che faccia buio, la sua situazione diventa pericolosa.

La tempesta si placa e lui trova rifugio dietro un capanno chiuso, nel quale non può entrare, ma che lo ripara dal vento. In preda alla stanchezza si assopisce, in piedi, sugli sci, appoggiato al muro del capanno.

Un sonno profondo lo avvolge e si ritrova a sognare. È un sogno vivido, come fosse la realtà. È su una bellissima spiaggia di sabbia bianca, evidentemente è una delle isole greche. Intorno a lui bellissime giovinette e bellissimi giovani, conversano, giocano, si amano. È un quadro di pace e serenità senza uguali. Tutto è perfetto, la luce meravigliosa del sole illumina un momento di eternità. È un momento assoluto, di felicità completa.

Hans cammina su quella spiaggia meravigliosa e si dirige verso un tempio lontano, mentre le ombre della sera calano. All’interno del tempio ci sono delle donne.

Castorp si avvicina in preda a una strana inquietudine. Capisce che sta per assistere a qualcosa che è l’origine della pace meravigliosa che ha visto su quella spiaggia.

Le donne si girano verso di lui e sono vecchie, rugose, con i seni grinzosi e penduli, delle orribili megere. Le vecchie sono intente a divorare, contendendoselo a morsi, il cadavere di un bambino.

Castorp intuisce con raccapriccio che qualsiasi promessa di armonia, nasconde dietro sé, nel profondo, sepolta in modo che nessuno possa vedere, un atto di violenza terribile.

In preda all’angoscia, Hans si risveglia di colpo e si ritrova appoggiato al capanno, in mezzo alla neve. Il sogno sembra essere lungo ore e ore, mentre invece il suo assopimento è durato solo qualche minuto.

La giornata non è ancora finita, il cielo si è rasserenato e lui si accorge di essere vicinissimo al sanatorio, in salvo. Ha visto la chiave di tutto, l’unicità di vita e morte incatenati in un abbraccio senza fine e se n’è tirato indietro.

Lo sapevo che era un sogno.” “Quanto aveva sognato stava impallidendo. Quanto aveva pensato, già quella sera non gli appariva del tutto chiaro”.

Riflettendo sul sogno così inquietante Castorp (e Mann insieme a lui) arriva a una conclusione, insieme accorata e non del tutto sentita: Per riguardo alla bontà ed all'amore l'uomo non deve concedere alla morte la signoria sui propri pensieri.

Questa frase non è del tutto sincera e Mann, probabilmente, lo sapeva: ma non poteva fare a meno di arrivare a quella conclusione. Tutta l’opera di Mann (ma anche la sua stessa vita, la difficoltà di trascendere i propri impulsi omosessuali, i lunghi periodi di depressione, il suicidio del figlio Klaus) è stata tutta un confronto con la morte e il suo rapporto con la vita. Mann fuggiva, con tenacia, ma senza distanziare mai la grande avversaria dietro di sé.

Questo sterminato, bellissimo, esperienziale romanzo, si chiude con l’ingresso del mondo nella carneficina del 1914. La cultura europea arriva alla fine. Il demone della morte ha vinto, almeno apparentemente. Castorp è richiamato alle armi, dovrà abbandonare Davos per affrontare una prova dalla quale probabilmente non uscirà vivo.

Mann termina il romanzo in modo ambivalente, come tutta la sua opera in fondo, sempre in bilico tra Morte e Amore:

“Avventure della carne e dello spirito che hanno potenziato la tua semplicità, ti hanno permesso di superare nello spirito ciò che difficilmente potrai sopravvivere nella carne. Ci sono stati momenti in cui nei sogni che governavi sorse per te, dalla morte e dalla lussuria del corpo, un sogno d'amore. Chi sa se anche da questa mondiale sagra della morte, anche dalla febbre maligna che incendia tutt'intorno il cielo piovoso di questa sera, sorgerà un giorno l'amore?".

Dopo cento anni, ancora stiamo aspettando il sorgere dell'amore.
Mann incarna alla perfezione gli abissi e le luminosità della grande borghesia europea al tramonto. Un tramonto di cui noi, oggi, viviamo la notte, circondati come siamo, da morti viventi sotto forma di zombi – consumatori.

venerdì 10 aprile 2015

Kim Ki Duk o i gioielli della pietà



La noia di avere un’identità. La noia della circolarità del tempo. Il tempo non è così circolare come ci vogliono fare credere i fautori delle filosofie new age. Il fatto che le particelle quantistiche e il gatto di Schrodinger e bla bla bla, nella nostra povera piccola vita non cambia nulla. Il tempo procede in avanti verso la dissoluzione di tutto e basta.

Le temp detrouit tous, dice Gaspar Noe nel film Irréversible.

Per qualcuno che abita su Andromeda, noi non siamo ancora nati. Il pianeta Terra è quello di due milioni di anni fa: nello stesso tempo siamo vivi qui e ora. L’universo è un gigantesco aldilà della morte in differita parziale per tutti gli esseri e gli enti che vi abitano, ma questo non cambia proprio nulla per noi. Nulla di nulla. Dobbiamo passarci in mezzo a questo nulla. Tutto il dolore sarà percepito senza sconti. Tutta la cosiddetta felicità ci farà palpitare e volerà via per non tornare. Siamo prigionieri in una trappola.

È curioso come oggi ci sia solo il cinema che possa esprimere certe cose. La cosiddetta letteratura è troppo schiava di vecchie ideuzze e schifezze consortili varie.

Il cinema, certo cinema, ha molto più coraggio e arriva prima.

Il cinema è il grande romanzo del XXI secolo che nessuno può scrivere, perché tutto è diventato finzione.

Ho fatto una scorpacciata di film di Kim Ki Duk, ultimamente. Ho visto Time, Soffio, Primavera estate autunno inverno … e ancora primavera, Bad Guy, Pietà, Ferro 3 …

Mi sono incantato di fronte alla poesia di questo regista sud coreano.

Mi incanta soprattutto la possibilità che hanno gli orientali di toccare le corde del melodramma senza rendersi ridicoli. Noi occidentali, (specialmente italiani) non possiamo permettercelo. Forse l’esotismo rende più indulgenti nel giudizio.

In ogni caso ho trovato questi film dei piccoli gioielli fatti di poesia delicata, mista a violenza inumana. Kim Ki duk tocca tutte corde del suo strumento filmico. Gioca con le distorsioni temporali, gli scambi di identità, la filosofia buddista, il sesso, l’amore, l’arte e confonde le carte.

Vorrei tanto scriverne più diffusamente, ma me ne mancano tempo e forze. Ho troppa carne al fuoco, come si dice. So solo che la visione di ognuno di questi film, anche il meno riuscito, mi tocca profondamente, a riprova che dove c’è la cosiddetta “anima” qualsiasi fallacia logica o povertà di dialogo o situazione inverosimile può essere accettata senza storcimenti di naso. I critici, come solito, vadano a farsi fottere.

Dietro le apparenti semplicità e le simmetrie del sentimento, il regista sud coreano mostra una grande pietà per i propri personaggi e dalla pietà scaturisce la visione.

È un cinema fatto di silenzi, di personaggi inamovibili nelle loro passioni, di grandissima delicatezza. In Bad Guy, il pappone dal cuore buono non dice una parola in tutto il film, ma il suo sguardo carico d’amore dipinge il male e il dolore delle stesse pagliuzze d’oro che ornano i templi buddisti. Il male rimane male, ma si trasfigura.  La ragazza decide di prostituirsi per amore suo, con la naturalezza delle cose ovvie. L’amore è condividere una sigaretta e l’abitacolo di un camion, ma è qualcosa di grande come il mondo.

In Soffio la donna tradita dal marito decide senza nessuna ragione apparente di dedicare la propria vita ad alleviare le sofferenze di un condannato a morte, regalandogli amore e attenzione, quell’amore e attenzione che il marito le nega. Alla fine il marito stesso si rende “complice” di questa strana generosità. La pietà, la delicatezza sono fari che illuminano la desolata pianura di un mondo spietato e disumano.

In Primavera estate autunno inverno … e ancora primavera, la risposta è che il male è ciclico ma che l’attenzione e l’amore sono ogni volta una riscoperta.

In Ferro 3 la parabola del mondo fluttuante, immagine tipica del buddismo, è portata al massimo grado. Il protagonista (anche questa volta silenzioso dall’inizio alla fine) vive leggero come una nuvola, sfruttando gli appartamenti lasciati vuoti dagli abitanti partiti per ferie, in cui vive una vita in prestito e che poi lascia intonsi e addirittura riparando orologi o bilance o suppellettili rotti. Attenzione e cura e leggerezza, dentro al dolore del mondo.

Il protagonista di Ferro 3 sviluppa la sua abilità a un tale livello che riesce a diventare invisibile al marito della sua amata, riuscendo a vivere con lei una dimensione d’amore perfetta, la dimensione del sogno, appunto.

In Time, il film più dialogato di Kim Ki Duk, la donna vuole una nuova identità per essere sicura che l’amato non si stanchi mai di lei, portando la vicenda fino alla tragedia finale.

Il tempo che cambia tutto, “il tempo che distrugge ogni cosa”, può essere affrontato solo accettandolo. La sfrenata corsa dell’uomo che vuole vincere il tempo, così tipica della nostra epoca, lascia gli individui soli e infranti, senza più nessuna possibilità di amore.

In Pietà l’anima intrisa di male del protagonista (ma più che male, direi un vuoto in cui  solo l’essenziale del debito da saldare rimane l’unico aspetto vitale) viene scaldata dal ritrovamento della “madre”. Il meccanismo della vendetta si rivela speculare a quello della compassione. Anche in questo caso un curioso miscuglio di insegnamenti buddisti e pietà cristiana costituiscono l’humus della vicenda.

Kim Ki Duk mi viene da considerarlo un regista buddista, profondamente intriso di buddismo. Nello stesso tempo opera un mescolamento di registri tra il surreale e l’ultraviolento alla Takeshi Kitano. Ha la marcia in più della profonda poesia.

Quest’uomo sembra conoscere gli uomini e averne la giusta considerazione, cioè la pietà.

martedì 17 marzo 2015

Orfeo in Paradiso di Luigi Santucci



All’inizio degli anni settanta circolavano molti libri di successo: Il padrino, L’esorcista, Love Story, Anonimo veneziano … e c’era Orfeo in Paradiso.
Ne era stato tratto, nel 1971,  un bellissimo sceneggiato a puntate TV, con uno strepitoso Alberto Lionello (Orfeo), insieme al grande Arnoldo Foà (Monsieur des Oiseaux) e a un curioso Erminio Macario (Don Pasqua).
Per farla breve sulla scorta di questo sceneggiato qualcuno in famiglia compra il libro di Santucci. Io lo scopro in mezzo agli scaffali qualche anno dopo, avrò avuto 14 anni.
La copertina raffigurava un dipinto di Felix Vallotton e il sommarietto sotto il titolo che allora usava negli Oscar Mondadori recitava: “Un appassionante viaggio all’indietro di un figlio che cerca la madre. Un patto faustiano risolto dall’amore”.

La prospettiva del viaggio nel tempo è prettamente fantascientifica e io da adolescente ero un malato di SF. Fu con questi presupposti che mi accinsi alla lettura. A 14 anni non potevo capire la maggior parte delle cose lette, ma la scrittura, la poesia, l’atmosfera che emanava dal libro mi catturò. Quando si incontra quello che io definisco “l’universale” lo si riconosce, anche se non si hanno ancora l’età e i mezzi per comprendere appieno. Ho riletto il libro varie volte negli anni e ad ogni rilettura il testo acquisiva qualcosa in più. Questo è il segno del grande lavoro. Un capolavoro è fatto per essere riletto.
Cinquanta sfumature di grigio è fatto solo per tappezzare le pareti del cesso, probabilmente.

Luigi Santucci (1918 – 1999) è stato uno scrittore profondamente radicato a Milano. Era uno scrittore cattolico. Nella sua opera traspaiono i dubbi e i tormenti di un’anima che si misura con il mistero e la fede:, un po’ come, su un altro piano, le opere di Graham Greene.
Come penetrare il mistero del male e della morte, se tutto è creato da un Dio onnipotente e benevolo? Che risposta dare a chi è affamato d’amore, a chi ha perso l’oggetto del proprio amore?
La storia è semplice e universale. È un’indagine dolente sul significato dell’amore, sul tempo, sulla morte, sulla fede.

Anni sessanta. Un uomo di quarant’anni, in preda a una terribile disperazione per la morte della madre cui era legato da un affetto morboso, decide di uccidersi buttandosi dal tetto del Duomo. In mezzo alle glaciali forme dei santi che stanno sulle guglie, cerca di trovare il coraggio per il grande salto, ma viene fermato da un curioso personaggio che si autodefinisce Monsieur des Oiseaux. Costui gli fa una bizzarra proposta: perché lanciarsi giù verso la morte e non invece, lanciarsi all’indietro in “direzione tempo”?
Coloro che abbiamo perduto sono ancora vivi, laggiù, basta solo fare un particolare esercizio di memoria, compiere nella carne quello che Proust tentò di fare con le parole.
Si lanci, caro il mio Orfeo, in “direzione tempo”, si affidi a me, ci penso io e le farò rivedere il suo amato bene, solo apparentemente perduto.
Orfeo si lancia e atterra … nella Milano del 1893, l’anno della nascita di sua madre.

Qui comincia la storia di Orfeo, vivente e felice in una terra di morti. Tutto quello che vede è già accaduto, il passaggio di un brum, la traiettoria delle foglie che cadano, le vite dei passanti, sono già trascorse, inalterabili.
Orfeo escogita mille trucchi per stringere amicizia con i suoi nonni, ancora giovani e ignari del futuro. Riesce per tutto il libro a essere presente nella vita della madre, dalla nascita della piccola, alle mille vicissitudini della famiglia Grillo. Assiste alla gelosia impotente della nonna, convinta che il nonno la tradisca in continuazione, mentre lui pensa solo alle riunioni di teosofia e spiritismo, in voga in quegli anni. Assiste alla crescita della piccola Eva (nomen omen), quella bambina che diverrà sua madre e che pare destinata, anche se bellissima e di buona famiglia, a un destino infelice, a un cattivo matrimonio nel quale l’unico frutto buono e amatissimo è proprio il figlio Orfeo.

Orfeo vive nel suo personale paradiso fatto di carrozze a cavalli, donnine con il cappellino e l’ombrellino, la sana e positiva Italia umbertina. Tutto gli scorre accanto, tutto è destinato ad accadere in modo inevitabile, perché tutto è già accaduto e lui non può in alcun modo interferire. Ma Eva, la madre, è viva. (“Sei viva. Sei una goccia materia scavata nel tempo”) E lui la può vedere ogni giorno, ha sconfitto la morte e il tempo, cadendo all’indietro grazie ai servigi di quello strano personaggio che è Monsieur des Oiseaux.

Al romanzo fanno da cornice dei precisi avvenimenti storici, ricostruiti mirabilmente da Santucci. Il primo di questi avvenimenti è la cosiddetta “rivolta del pane” del maggio 1898, stroncata nel sangue dallo spietato generale Bava Beccaris. Piazza del Duomo si riempie di morti, i soldati cannoneggiano la folla, ammazzando donne e bambini, in un’Italia giovane, che si presuppone civile. Orfeo assiste allo strazio carnale della povera gente, all’impotenza crudele degli sfruttati. Assiste partecipe, ma fino a un certo punto. Lui sa che ogni singolo destino umano o animale di quell’epoca è incastonato in una traiettoria di tempo immodificabile. Solo lui è al di fuori del tempo, sempre giovane, sempre con soldi in tasca e vestiti appropriati alla moda che cambia, forniti dall’imperscrutabile Monsieur des Oiseaux, che lo sorveglia da qualche parte, invisibile. E per lui, in quella terra di morti, conta solo Eva.

Man mano che gli anni passano, Eva, la madre, diventa una giovane bellissima anche se timida e chiusa. Adesso si tratta di trovarle un marito adeguato. Orfeo, ormai divenuto un amico di famiglia della sua ... famiglia futura, propone e dispone vari candidati adatti alla graziosa Eva. Monsieur des Oiseaux con il quale Orfeo mantiene quotidiani rapporti epistolari lo ammonisce. Badi bene, ogni cosa è già avvenuta. Lei non ha alcun potere di interferire, non ci provi neppure, pena la rottura dei nostri rapporti e dei benefici di cui lei gode ininterrottamente da anni.

Orfeo cerca di non interferire, sa come comportarsi, è diventato un mago dei travestimenti e pur di vedere la madre si traveste da cameriere per assistere alle noiose riunioni di teosofia in cui il nonno trascina la giovane Eva. Così può contemplarla, senza essere notato, offrirle dei pasticcini, assistere alla noia di lei, diciassettenne, in mezzo agli adulti che discutono oziosamente di Dio e del karma. Un professore si lancia in una filippica contro il Grande Assente, Dio, cui lui non crede. Che senso ha Dio se mio figlio di nove anni è morto per la semplice puntura di una spina di rosa? Il grido del professore non ha risposta. A Orfeo non interessano le speculazioni metafisiche, lui può vedere il volto di Eva, lui è già in Paradiso e non ha bisogno di Dio.

Ma il tempo incalza e si avvicina la Grande Guerra.
La spensierata Italia umbertina non esiste più.
Un giorno conosce Don Pasqua, un vecchio prete mezzo spretato, che fa l’erborista e che aiuta i malati con le radici e le erbe. L’incontro con il prete segna il destino dei rapporti tra Orfeo e Monsieur des Oiseaux.
In una delle più belle scene del libro Orfeo si confronta con il prete, rimbeccandolo e dicendo di non credere alle sue scempiaggini. Lui è già in paradiso e non ha bisogno di credere. Il prete afferma di credere che ogni cosa sia profondamente, inevitabilmente, destinata al bene. Ogni parola, ogni erba, ogni atomo ronza verso il bene. Il bene lo vogliamo, il male lo subiamo.
Ma sei io sono un piccolo calabrone, dice Orfeo, per me il bene è succhiare un fiore, ma questo fiore viene distrutto da te erborista per farne una tisana, qual è allora il bene?
Il bene non è forse avere ciò che si desidera? Non è forse riavere ciò che abbiamo perduto?
Noi perdiamo, dice Don Pasqua, solo quello che dovevano perdere, quello che non è nostro.
E che cosa è nostro? Chiede Orfeo.
Solo quello che è nell’amore, dice Don Pasqua. L’amore è questo costante esercizio di vedere chi ami sul letto di morte.
E il resto cos’è? chiede Orfeo.
Egoismo, caro. Santissimo egoismo.  È quella la trappola. Ma ci si può liberare. Non vedi che è un muro alto una spanna?
E poi, cosa succede?
Dopo, loro, fuori dal tempo, lavorano per restituirti tutto.
Tutto, tranne loro, dice Orfeo.
Lo so, cuore mio. Lo so, tutto è come se non avesse risposta. È l’ora delle tenebre.
Qui dovrei farti il catechismo ma non te lo faccio.
E di Satana che ne pensa?
È l’unica parola che non ha radice di speranza. Con lui cade tutto.

Dopo questo colloquio Orfeo riceve una lettera infuriata di Monsieur des Oiseaux che sancisce la rottura dei rapporti tra loro. D’ora in poi lo strano figuro si limiterà a sorvegliare Orfeo a distanza pronto a toglierli il privilegio del passato a ogni suo errore.

Scoppia la prima guerra mondiale. Orfeo segue Don Pasqua a Caporetto.
Santucci descrive con cura e partecipazione l’immane tragedia che colpì specialmente il popolo semplice. Nel frattempo Eva si è innamorata di un bell’ufficiale che però perde una gamba proprio a Caporetto. Il matrimonio viene annullato dalla famiglia.
Un capitano innamorato da sempre di Eva non viene però ricambiato.
La giovane si innamora di un violinista, ma la famiglia oppone mille rifiuti e il giovane viene allontanato. Ogni tentativo di Orfeo di fare accasare Eva con qualcuno che lei possa amare fallisce miseramente.

Il destino è immutabile. Leandro, il padre di Orfeo, un giovanotto sparuto e insignificante, ma con una discreta posizione, si innamora pazzamente di Eva e la corteggia disperatamente, come se ne andasse della sua vita. Si fa trovare ogni giorno, ogni notte, in preda a una pulsione irrefrenabile, sotto le sue finestre. Eva ha già 24 anni, ormai è “vecchia”, deve sposarsi, la tradizione lo impone. Lei prova un misto di repulsione e attrazione per Leandro, non sa come comportarsi, è disperata.

Orfeo tenta l’ultima carta. Travestito da pittore, con la scusa di fare un ritratto alla bella Eva Grillo, le si rivela. Vuole impedire l’infelicità di Eva, anche a costo di non nascere mai.
Mi riconosci Eva? Non sono pittore, non so leggere la mano. Mi riconosci?
Non sposare Leandro.
Lei lo guarda, poi fa il gesto di aggiustargli il bavero, un gesto automatico tra madre e figlio, un gesto che ha trasceso passato, presente e futuro.
Vai via, gli dice lei.  Se ti prendono, ti faranno male.
Orfeo, disperato si allontana da Eva, mentre Monsieur des Oiseaux si avvicina per portarlo via. Orfeo si gira e vede Eva dare un bacio a Leandro e dirgli avremo un figlio, vero? Un maschio.
Il mondo intorno si sfalda e la realtà della Milano “presente”, degli anni sessanta  riappare, attraverso “il suono di un’ambulanza che lacera l’aria della città come un pazzo lacera un prezioso dipinto”.

Questo è un piccolo libro pressoché inesauribile. Santucci qui, è sicuramente stato toccato da quella Grazia in cui credeva.
Il patto faustiano di godere illimitatamente dell’amato bene senza l’orrendo scempio del tempo che passa e dello scandalo della morte non poteva che essere risolto così, con un gesto di doppia rinuncia. Il figlio rinuncia a se stesso ma la madre rinuncia alla presunta felicità coniugale per avere il figlio, quel figlio. L’amore è riconoscersi, sempre e dovunque, dentro l’immane opera del tempo.
L’amore è lasciare andare, è, come dice Don Pasqua, esercitarsi a perdere mille volte l’oggetto amato perché tenerlo a sé nell’egoismo equivale a non farlo nascere mai.
Dio deve incarnarsi e può incarnarsi, solo nell’amore di una madre.
Non siamo noi forse sempre e comunque in una terra di morti? Siamo sempre il passato di qualcuno che esisterà quando non ci saremo più. Siamo come le galassie lontane, qualcuno ci vede anche se non esistiamo più. E così facciamo anche noi, osserviamo la luce di chi non c'è già più, in un continuo rincorrersi del tempo. Solo Dio è tutto il tempo contemporaneamente. E se è così, Dio decide anche ogni singolo atto di ribellione. L'etica cattolica non ha posto per la libertà vera, in fondo.
Don Pasqua definisce Dio la trappola d'amore.

Eva anziana si fa leggere da Orfeo, poco prima della morte, i magnifici versi del Paradiso di Dante: Vergine madre, figlia del tuo figlio. Madre e figlio sono insieme esempio di rapporto morboso e di amore vero. Ma qual è, in fondo, il vero rapporto che lega le creature al suo creatore?
La risposta di Santucci è aperta, come sempre nelle grandi opere letterarie. Opere così, destano interrogativi che non smettono mai di risuonare nell’anima, per tutta una vita.

martedì 10 marzo 2015

Sedimenti letterari



In questi giorni mi è balenata l'insana idea di elencare e "recensire" alcuni dei romanzi che, letti tra i 15 e i 25 anni (più o meno), hanno lasciato un'impronta indelebile e condizionatrice nel mio gusto letterario. Insomma si tratta di quei libri che se non li avessi mai letti non sarei quello che sono. Non che essere quello che sono sia necessariamente un bene. La questione è scevra di implicazioni giudicanti. Si tratta di semplici dati di fatto.


Lo so, lo so che non dovrei perdere tempo con queste sciocchezze, quando il governo Renzi, il quantitative easing, Putin, l'ISIS, la terza guerra mondiale, il cambiamento climatico, Pippo, Pluto e Paperino, complottano per rovesciare il bell'ordine del mondo. Però io al bell'ordine del mondo non ci ho mai creduto e il merito ( o il demerito) è proprio di queste letture precoci, onnivore e variegate che mi hanno “formato”, in un modo o nell’altro.
Ho scelto nove testi tra i tanti che potevo mettere. Sono quelli, non potevano essere altri, magari più belli. Alcuni di questi romanzi sono universali, altri non sono forse dei capolavori veri e propri, altri lo sono (come quello di Santucci) ma sono caduti quasi totalmente nell'oblio.
Piano piano, con i miei modesti mezzi, post dopo post, cercherò di "illustrare" (brevemente, per carità) la magia di questi libri, o almeno, la magia che essi hanno operato su di me.
Ecco i magnifici nove, in ordine rigorosamente casuale:
Orfeo in Paradiso di Luigi Santucci


La montagna incantata di Thomas Mann


Deserto d’acqua di James G. Ballard


Un oscuro scrutare di Philip K Dick


Il male oscuro di Giuseppe Berto


Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati


Moby Dick di Hermann Melville


I Buddenbrook di Thomas Mann


Dissipatio H. G. di Guido Morselli