Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

giovedì 8 gennaio 2015

Società dello Spettacolo vs. Terrorismo Islamico







Strage a Parigi nella redazione di Charlie Hebdo. Dodici morti. Gli assassini sono terroristi islamici offesi dalle vignette pubblicate sul giornale: tavole non particolarmente spiritose, ma decisamente irrispettose su Maometto e co.

Quelli di Charlie Hebdo hanno fatto bene a prendere per il culo per anni questi coglioni fanatici, anche se hanno pagato un prezzo altissimo. La presa per il culo è esattamente quello che meritano. Purtroppo se aizzi le bestie feroci, senza testa e senza cuore, prima o poi rischi grosso.

Hanno ammazzato anche un paio di poliziotti di cui uno ferito a terra, finendolo con un colpo in testa. Insomma sono entrati in tutto e per tutto nell’allucinazione di una guerra santa che esiste solo nelle loro menti rancide. Il momento è pericoloso. Ci manca solo la guerra di religione in questa fottuta epoca e poi siamo a posto.

È vero che questo colpo maledetto cade come il cacio sui maccheroni per le cosiddette destre. È vero che le cosiddette sinistre si sono rese responsabili in Europa di politiche dell’immigrazione semplicistiche e ottuse. È vero che, se si va a guardare bene, quando si parla di “terrorismo islamico”, si sta in realtà discutendo di come le élite dei paesi arabi e di quelli occidentali manovrino la popolazione più debole per renderla paurosa e docile nei propri confini e aggressiva nei confronti del “nemico”.

Con la caduta del comunismo il nemico più pittoresco che si poteva inventare per rendere docile il peone, è il “terrorismo islamico”.  Si è fatto di tutto per renderlo una minaccia mondiale e, per la miseria, ci sono riusciti.

Il “terrorismo islamico” attecchisce nella miseria delle metropoli occidentali, dove molti immigrati hanno solo Allah cui rivolgersi per sentirsi esistere. È alimentato dagli interessi internazionali, dall’indescrivibile guazzabuglio creato in Medio Oriente da decenni di politica USA – URSS di cui stiamo masticando i macabri avanzi ormai da troppo tempo.

È inutile parlare di Islam buono o cattivo. Non esiste una sola religione che non abbia il suo lato oscuro e in questo campo i tre monoteismi fanno a gara senza superarsi mai.

Eccoci qua, signori e signore: abbiamo trovato il “nemico” giusto per il XXI secolo, oscuro ed etnico quanto basta e dunque possiamo continuare a fare porcate e a “sottomettere” la gente, nel nome della Santa Guerra delle Libertà Democratiche, contro l’oscurantismo.

“Sottomissione” è una delle possibili traduzioni della parola Islam, sembrerebbe. Qui, però, quella che viene in continuazione sottomessa, è la volontà, l’anima e l’intelligenza delle persone, siano islamiche o occidentali. Ci stiamo addentrando sempre più nell’incubo e non ci sveglieremo tanto presto.

Nei fatti l’islamizzazione (la sottomissione) è già avvenuta. Viviamo in un’epoca che più religiosa non si può. È questo forse il senso (se non ho capito male) del nuovo romanzo di quella specie di clochard della letteratura francese che è ormai Houellebecq. Le sue provocazioni sono sempre più esplicite. L’occidente tutto vuole, meno che la libertà, da barattare con una “soumission” religiosa apparentemente inaccettabile, ma che in realtà nel profondo desideriamo tutti: assenza di delinquenza, ruoli ben definiti, possibilità di poligamia, sottomissione a Dio, totale, definitiva. È il ritratto di una simpatica utopia, il sogno oscuro che non osiamo ammettere. Houellebecq, forse non è un granché dal punto di vista dello stile letterario ma sa mettere sempre il dito nella piaga, facendosi pubblicità e vendendo milioni di copie: un perfetto alleato contro se stesso della Societé du Spectacle.

E ormai in cartellone abbiamo Società dello Spettacolo vs. Islam: la religione del capitale virtuale, contro il paradiso delle urì; la Democrazia senza popolo, contro la Teocrazia senza confini; Barbarie del Mercato Globale, contro Barbarie del fanatismo.

Due religioni pericolose e idiote si affrontano sul terreno comune dell’ignoranza e dell’arroganza. Le morti provocate dalla Società dello Spettacolo sono meno appariscenti ma di proporzioni ciclopiche e altrettanto crudeli: si parla di più di un milione di morti finora in Iraq, migliaia in Afghanistan, per non parlare dell’interminabile e atroce conflitto Israele – Palestina.

Viene voglia di citare Panella – Battisti: Specchi opposti e riflessi, limpidi e inebetiti da se stessi.

Se le cose degenereranno (ormai non è più possibile fare previsioni), diverrà impossibile non schierarsi. Ed è proprio quello che vogliono, in fondo.

Noi siamo da questo lato del mondo. Noi siamo dalla parte della Democrazia e della Libertà (nostre), basate sulla “soumission” de le reste du monde.

Loro sono dei ruspanti fedeli in una religione arcaica, allucinante e adatta casomai a una civiltà basata sulla pastorizia, ma tecnologicamente equipaggiata. Da noi.

Il cerchio si chiude.

Resta da piangere di rabbia sulle vittime innocenti, sulla follia di questi imbecilli invasati, alimentati da un incredibilmente infantile e odioso spirito di emulazione verso quelli che loro considerano eroi. Resta di piangere di rabbia su una società confusa che, a fronte di un progresso tecnologico impressionante, non è riuscita a liberarsi da nessuna superstizione, ma le ha assunte tutte in sé, in nome di un aberrante “non si butta via niente”.

Resta da piangere di rabbia sulla follia delle creature umane, sulla disperazione di finire ammazzati, in una metropoli moderna, da un gruppo di immense teste di cazzo, in nome dell’ennesimo dio che non esiste.

Contro questa follia c’è solo da contrapporre la consapevolezza di chi siamo e di dove siamo e perché siamo a questo punto.

Contro questa follia dobbiamo smettere di essere marionette mosse sempre da qualcun altro, Allah o il Mercato. Consumatori o fedeli. Fedeli consumatori. Consumati.
Dovremmo essere tutti dei piccoli Charlie Hebdo. Già una roba del genere in Italia fa ridere solo a pensarci. Abbiamo paura della nostra stessa ombra. Figurarsi fare vignette o battute spinte sugli intoccabili. Noi abbiamo Benigni, quaggiù, non so se ci siamo capiti.
Peace and love e qualche saltello e volemose bene. Che non si sa mai che quelli fanno sul serio.

mercoledì 17 dicembre 2014

Pensieri nani 13



Benigni è un cialtrone e pure in malafede, secondo me. Se invece di fare lo pseudo francescano del cazzo, avesse avuto il coraggio di tentare una reale esegesi dei dieci comandamenti e dell'Antico Testamento in generale, con tutto il corollario di falsità, bubbole e massacri che esso comporta, gli avrebbero stroncato la carriera, ma almeno avrebbe potuto ergersi come uomo in mezzo a quel branco di scimmie in preda a allucinazione religiosa che è, in linea di massima, il popolo televisivo italiano.
Da vomitare.
Che ci si può aspettare da un paese che ascolta in massa un ridicolo guitto farneticare dei Dieci comandamenti? Nulla. È un paese morto, ormai. Passiamo, se volete, al dibattito.

Sempre in tema di celebrazioni del nulla, poco più di vent'anni fa, il 30 novembre 1994, si suicidava Guy Debord. Alcolista, personaggio inafferabile e in buona parte inafferrato, ha avuto il buon gusto di togliersi di mezzo prima di vedersi utilizzato da un sistema che aveva combattuto.

Debord malato di nostalgia della perduta Parigi della sua giovinezza. Il Situazionismo visto come lotta naif contro la burocratizzazione dell’ecumene. È giusto che sia così, in un certo senso. Man mano che si va avanti ogni cosa trova il suo posto. Ogni illusione si manifesta per quello che è, e la vita diventa più leggera. Sono ormai lontani i tempi in cui si poteva credere e sperare in un cambiamento sociale di tipo collettivo e utopico.
Chi ci ha creduto è nel regno dei morti, adesso.


Tutta la società umana è disfunzionale.
Ormai si vive di rimedi, non di strutture solide. Tutto è divenuto una folle corsa alla guarigione. Siamo una folla di incurabili.
Ormai ci consoliamo con i complotti. Non ci capacitiamo che tutto questo casino è frutto soltanto del caso e della stupidità.
Dobbiamo rinascere, come crisalidi. Il problema è che stiamo esaurendo le sostanze nutritive contenute nel bozzolo. Rischiamo di morire prima di uscirne fuori.
Cosa saremo?

Rivisto Enter the Void di Gaspar Noe. Geniale.
Mi erano piaciuti tantissimo anche Carne e Seul contre tous. Mi piace l’assoluta, voluta, divertita esagerazione con la quale Noe scardina tutto il comune sentire. Dalla pedofilia alla pornografia, tutto è vivibile sullo stesso piano, poiché tutto è inganno.
Mi piace questo regista, mi piace il fatto che se ne sbatta i coglioni di tutto e faccia esattamente quello che vuole, ridendosene delle critiche negative. Addirittura stupendosi allegramente se nessuno fischia alle sue prime.
Capolavoro assoluto di visione, Enter the Void è stupore glaciale e solitudine esistenziale. La vita e la morte secondo il Bardo Thodol negli anni Duemila. La vita è diventata dimensione irraggiungibile. Unica salvezza reincarnarsi nel grembo della propria madre. Illusione o verità, non contano. Nell’apparenza della vita, conta solo la carne, una carne qualsiasi.

Si dice che gli uomini sognino di tornare nell’utero materno a coronamento dei propri desideri di nirvana amniotico. Io non credo di desiderarlo, io voglio scappare a gambe levate dall’utero e essere fino in fondo un ragazzaccio bastardo che sfida a sputi gli dei.

 Il mondo è pieno di gente che la sa lunga. Io non voglio mai saperla lunga. Amo stupirmi.
Amo accogliere in me le visioni.

È sempre e solo il corpo che trionfa, anche nella sua disfatta.

 Una volta di più mi convinco che le opinioni avvelenano l’anima. Se si riesce a innalzarsi sopra di tutte le opinioni, si incontra la poesia.

 Tutto è Piacere e Dolore, Amore e Morte, fino all’ultimo tempo del film. Poi c’è il nero dello schermo. Quello che avviene dopo è un lungo dibattito sull’oblio e relative ricette.

 L’incredibile somma di tutti gli anni in cui non c’eravamo e quelli in cui non ci saremo più, fa scattare una strana forma di sgomento. L’aria intorno si mette persino a vibrare.
Non può essere, ti dici. È proprio così, infatti: non può essere.

 Ci può essere una terza via oltre la cretina affermazione di sé e il totale assorbimento dell’io nell’alveo dell’essere? C’è una alternativa tra il nirvana e il vitalismo osceno?
In altre parole, in che modo proseguire il cammino dopo la morte di Dio, senza doverne per forza resuscitare dei simulacri?

In fondo sono tutte questioni poco interessanti. È molto più interessante il culo di quella ragazza che è passata poco fa davanti a queste vetrate. Forse in questo c’è contenuta la risposta. Sì, vogliamo l’eternità, no, non la vogliamo.
 
Il vero cambiamento è accorgersi che si può essere felici solo sull’orlo di un burrone e che non c’è niente di tragico in questo.

venerdì 5 dicembre 2014

L'essenza del desiderio





Godard definiva questa inquadratura "la più triste di tutta la storia del cinema".
Io in verità non ci trovo tristezza. Ci trovo il più erotico e seducente sguardo mai dato a un povero spettatore dell'esistenza. Essere guardato così, come si guarda chi ti vuole trovare. E nel trovarti vuole che tu ti perda, senza più io né tu. Smarrito ogni confine. Essere guardato così, come celebrare un appuntamento con l'essenza del desiderio.
Essere guardato così, è il senso della vita.

giovedì 20 novembre 2014

Pensieri nani 12



Oggi uscivo dalla metropolitana in preda ai miei soliti malesseri quando mi ha affiancato un barbone o comunque uno dei tanti reduci da qualche reparto psichiatrico post Basaglia che guardandomi mi ha sussurrato due o tre volte “Siamo quasi arrivati”.  L’ho ringraziato per la solidarietà e ho sentito un brivido lungo la schiena.

 La teodicea è una forma di autismo.

 L’idea dell’aldilà mi sembra addirittura un eccesso di zelo nei confronti delle nostre abitudini. Non possiamo fare a meno di considerarci indispensabili.

 Oggi pensavo al concetto di pompino. Ho visto con gli occhi della mente una donna che si adoperava a succhiarmi quell’appendice così importante per la struttura psichica del maschio e ho pensato che era veramente una cosa ridicola, come pure ridicolo è tutto l’atto sessuale, con le nostre appendici e i nostri buchi e tutto questo fremere che sembra così decisivo ma non è nulla di più di qualche scarica elettrica. Siamo l’ottativo dei girini che si agitano in uno stagno.

 Vorrei solo …

 Sono stupefatto da questa esistenza. Da come si è svolta. Di cosa consiste. Bisogna agire alla luce del sole. La luce del sole è tutto: ma senza esagerazioni.

 Il romanzo nasce dall’impossibilità di smettere di (non) rispondere alla domanda: che cosa significa vivere la vita di un essere umano?

Le piogge continue hanno sputtanato la centrale del teleriscaldamento A2A della mia zona. Risultato: tre giorni senza riscaldamento, né tele, né altro. In più, la doccia non manda acqua calda. Idraulico che va e viene. Diagnosi e prognosi incerte.
Benvenuti negli anni Dieci.

 Polemiche. B. sta sulle palle a  C. perché non è abbastanza simile ad A. che però nelle sue motivazioni tende sempre a dimenticare le ragioni di D. che è così vicino alle ragioni di E., cui gli interessi in comune con A. non posso certo essere dimenticati. Il passato di F. getta cattiva luce sulle sue connivenze con C. che si difende puntando il dito su D. e le marchette fatte quando lavorava per conto di E. In tutto questo B. cerca di districarsi lasciando scontenti tutti, in primo luogo E. che non dimentica i favori ricevuti quando A. era al potere. F. a questo punto passa all’attacco provocando perfino le ire di H. fino a quel momento tenutosi fuori da ogni disputa. A. si infuria rivangando le antiche connivenze di H. con B., C., D. e perfino E.  F. si incazza perché si sente escluso. Giunti al culmine della contesa interviene Z. cui tutti si inchinano, anche B., pur con qualche pacato distinguo.
C. invita B. a prendere un caffè. Ci sarà anche F. Parleranno male, sottovoce, di Z.

 Umberto Veronesi ha affermato che il cancro e Auschwitz sono, secondo lui, la prova che Dio non esiste. Il pensiero in sé non è eccessivamente originale (qualcosa del genere l’aveva detta Primo Levi negli anni 70) ma ha scatenato polemiche a non finire sui giornali on line. Male incolse il Veronesi che si è dovuto buscare una contro risposta da quell’ineffabile genio di Zichichi. E va bene, ci sta pure che il testimonial della Teiera Volante e dello Spaghetto del supermondo difenda il suo sponsor.
Quello che fa tristezza è la valanga di commenti insultanti indirizzati a Veronesi da parte del popolo del web, sui vari giornali on line. Su centinaia di commenti un buon 70 % erano di insulti al vecchio professore che si era permesso di negare l’esistenza del Buon Dio che manda il cancro ai bambini.
Il livello dei commenti era da licenza media scarsa. Gli argomenti addotti per confutare il povero Veronesi andavano dal “sentito dire” a citazioni a cazzo di cane della Bibbia.
Insomma, una vera e propria giungla di idiozie nelle quali si rischiava di impantanarsi per non riprendersi più.
Se il prof Veronesi avesse fatto queste dichiarazioni in Gran Bretagna, se ne sarebbero fregati. Se le avesse fatte in Francia, ancora di più. Negli Usa avrebbe rischiato il linciaggio mediatico. In Iran l’avrebbero forse imprigionato. In Arabia Saudita impiccato. In qualunque paese del Sudamerica avrebbero fatto come in Italia, dove è stato ricoperto di merda.
Questo la dice lunga sul nostro livello. A livello culturale siamo poco sopra l’Iran e alla pari con il Sudamerica. Consoliamoci: nonostante il Vaticano in casa, tutto sommato siamo più tolleranti che negli Stati Uniti.
Prospetto una simpatica guerra di religione combattuta da imbecilli con lo smartphone, la mannaia o il crocifisso, che mentre uccidono gli sporchi atei mandano preghiere per i loro bambini malati, al Dio che da sempre continua a non ascoltarli, forse perché, come suggerisce Veronesi, è improbabile che ci sia. Ma non ditelo a Zichichi.

venerdì 14 novembre 2014

Un buco con la realtà intorno



Perché mi sto interessando al cosiddetto Realismo Speculativo?

Per farla un po’ finita con gli esistenzialismi, le fenomenologie, gli idealismi e le pippe mentali francesi. Perché, devo ammetterlo, mi affascina la tenebrosa atmosfera nordica, i cieli plumbei e le belle ragazze dalla pelle bianca. In altre parole, mi accosto al RS perché mi sarebbe piaciuto essere inglese o norvegese e comunque mi piacciono le nordiche.

Dal punto di vista filosofico (al di là degli scherzi), mi affascina poter pensare qualcosa che è aldilà del pensiero stesso, la realtà. Il vero aldilà esiste e non c’è bisogno di cercarlo dopo la morte. Esso è prima e dopo di essa. Esso è ciò che continua mentre i fenomeni appaiono e svaniscono e anzi, esso è l’infinito oltre che ci guarda da fuori.

Le filosofie monolitiche, dialettiche, sono noiose, antropocentriche. Dentro il nostro cosmo protetto, non facciamo che passare da uno specchio all’altro. Può darsi che non sia possibile sfuggire al perimetro della nostra mente ma sappiamo che qualcosa là fuori, esiste. Per sempre. E non è Dio. È la Realtà. Forse è la sessa cosa.

Kant era attratto da Swedenborg e ne temeva la deriva visionaria. Il filosofo di Kőnisberg subiva la malia della cosmogonia del profeta pazzo. Ha cercato si sottrarvisi con un libretto intitolato Sogni di un visionario. Era affascinato dalla netta divisione tra terra e cielo, con il cielo visto come ottativo più bello della vita reale, una divina duplicazione, vera e propria fantascienza. Kant ha relegato in seguito tutto ciò nel regno del noumeno, inavvicinabile dominio degli angeli che sono uomini e non lo sono allo stesso tempo.

Kant ha cambiato la sua vita attraverso Swedenborg. Per paura di perdere la ragione egli ha creato la sua cosmogonia ordinata, priva di pazzia quanto più possibile. La storia del pensiero occidentale è, dal tempo di Kant, una storia di rimozioni.

A partire da Kant la prima cosa che è stata rimossa è stata la realtà, da allora semplicemente definita cosa in sé.  La cosa in sé è la chiave della comprensione. È la cosa in sé il problema e il fatto che non si possa toccarla, sentirla, pensarla, se non attraverso noi stessi. Abbiamo unito soggetto e oggetto in una cosa sola, sempre e comunque convinti della superiorità del soggetto. Ma è l’oggetto la chiave di tutto. Noi emergiamo dalla realtà degli oggetti, oggetti a nostra volta, con una particolare forma di cecità. Siamo un buco nel tessuto del mondo, fatto di percezioni. Siamo il buco. Un buco con la Realtà intorno.

Rendersene conto è il primo passo.

lunedì 20 ottobre 2014

Il Giovane favoloso



Il giovane favoloso è un bel film. Non è un film perfetto, ma la bellezza non sempre coincide con la perfezione. Di Martone mi era piaciuto molto anche Morte di un matematico napoletano. Non ho visto Noi credevamo, per il semplice motivo che non sono attratto dalle vicende risorgimentali, ma il minimo che si possa dire di Martone è che è un regista onesto, preciso e robusto.

Fare un film niente meno che sulla vita di Leopardi è un’impresa rischiosissima, vuoi per la fama del recanatese, vuoi per gli infiniti pregiudizi ormai inestricabili da tanta figura storica, vuoi perché l’agiografia, il sentimentalismo o il patetismo sono sempre in agguato.

Invece Martone è riuscito a fare un film sanguigno, materico, splendidamente moderno, sulla figura più splendidamente moderna della nostra a tratti risibile storia culturale.

Elio Germano ha incarnato in modo struggente la corporeità sognante di Giacomo: questo giovane sofferente, lucidissimo, disperato e così bruciante di desiderio. Si potevano quasi sentire gli odori del bosco, lo stallatico delle vecchie piazze: passeggiavamo anche noi assieme a Leopardi per il natio borgo selvaggio al crepuscolo, in attesa di un buio totale, colmo di stelle, non ancora offeso dalla luce elettrica. Respiravano a fatica con lui. Bravissimo Elio Germano.

La natura possente, la meschina società degli uomini, i favolosi spasimi dell’amore, subito ricacciati nel dolore di non essere corrisposti, la schifosa deformità, la malattia: tutto riprende la camera di Martone, senza inutili preziosismi, senza esagerazioni, senza omissioni. Onestà e pulizia, sobrietà e nobiltà, totale oblio di sé nella materia della natura e dei corpi: l’impresa, a mio parere è riuscita. Regia e cast sono impeccabili.

Martone è riuscito a rendere, quasi magicamente, lo spirito anti romantico di Leopardi, saldamente ancorato alla ragione, al materialismo illuminista. Per questo non guastano, anche se sono un po’spiazzanti (il rischio di arruffianarsi i "contemporanei" è sempre dietro l'angolo), gli inserti di musica elettronica e la voce che canta in inglese,alternati un meraviglioso Rossini.

Leopardi era un uomo che trascendeva il suo tempo. Tutto aveva visto, tutto aveva sentito, questo ragazzo, tutto aveva compreso di sé e dei suoi simili, della natura e dell’arte, della posizione ridicola dell'uomo nell'universo.

I dialoghi del film sono tutti basati su scritti di Leopardi e dei contemporanei. Nella realtà non sono avvenuti se non per lettera, ma l’invenzione cinematografica, d’altronde necessaria, rende scorrevole il tutto. Ogni frase pronunciata proviene da leopardi, dal suo pensiero, dalle sue emozioni.

Non trovo utile soffermarmi sugli eterni vizi degli italiani: la pigrizia, il conformismo, il bigottismo, sono gli stessi dei tempi di Giacomo, tuttalpiù coadiuvati da qualche tecnologia. Oggi i “pulcinelli” e i “baroni fottuti”, viaggiano in auto e diteggiano sugli smartphone, ma sono gli stessi, che, cialtroni e puzzolenti, molestavano il giovane per le strade di Napoli.  Oggi gli addetti alla cultura fanno i promoter, come allora, di chi possa raccontare ancora belle favole non troppo crudeli e possibilmente con un bel finale.

Oggi, come allora, rane granchi e topi schiamazzano e farneticano di “progresso”, “ripresa dei consumi”, “diritto al lavoro”, “modelli sostenibili”: il tutto, in mezzo allo sfascio che avanza. Il giovane Giacomo ne sarebbe atterrito e divertito fino alle lacrime.

 Il film ritrae molto bene la diversità di Leopardi: diverso nel corpo, diverso nell’anima. La sofferenza gli ha permesso di vedere il volto spaventoso (orrendo e favoloso a un tempo) del reale. L’isolamento culturale in cui egli ha vissuto, è tipico, ancora adesso, in Italia, nei confronti di chi ha qualcosa di veramente nuovo da dire.

Qualcosa di simile (pur nella differenza totale del contesto e dei temperamenti) è quello che è accaduto a Pasolini. La sua diversità, non solo sessuale, la sua basica disperazione lucida, lo rendeva una figura magari stimatissima ma priva di seguito, un caso isolato: nessuno come lui prima, nessuno come lui dopo. In questo Leopardi e Pasolini sono simili.

Non si poteva chiedere a Martone più di quello che ha dato: uno scorcio realistico su una grande anima alla ricerca della impossibile felicità nella bella e indifferente Italia.

Martone getta luce anche sul desiderio immenso di amore e di vita del giovane favoloso. L’amicizia con Ranieri, i possibili risvolti omosessuali (ma non dimentichiamoci che il concetto di amicizia nell’ottocento era un po’ diverso da quello di “compagni di bisboccia” che c’è adesso), tutto viene esplorato con realismo e senza dargli un’enfasi non necessaria.

Leopardi, nella sua sofferente vita, ha avuto nell’amicizia quello che gli era stato negato nell’amore. E proprio a Napoli, sotto il duplice segno della natura matrigna e dell’amicizia fraterna, egli concepisce la Ginestra, il suo Manifesto programmatico, tanto citato a destra e manca, quanto poco ascoltato.

La sala dove ho visto il film era gremita di gente di ogni età.

I commenti, all’uscita erano i soliti: “è un po’ lento”, poveretto”, però l’attore è bravo”, sì, però lui era troppo disperato”, “bello, ma la filosofia è un po’ troppo negativa”.

Insomma il destino di Leopardi continua anche adesso: la gente ne è attratta e respinta allo stesso tempo, oggi come nel 1830.  È come se si avesse oscuramente bisogno di Giacomo, il fratello saggio e sofferente, perché ci dica qualcosa che non vogliamo ascoltare, che non ascolteremo, ma che sappiamo ci farà bene: l’amara medicina del vero, la possibilità spaventosa, finalmente, di essere liberi sotto il cielo.

lunedì 13 ottobre 2014

L'ultimo messia di P. W. Zapffe




Questo saggio è disponibile in rete soltanto in un farraginoso e antiquato inglese (tradotto a sua volta non si sa quanto bene dal norvegese). Da qui, oltre che da una mia certa imperizia, nasce la poca scorrevolezza di alcuni periodi. Credo però che il senso generale si comprenda benissimo e trovo questo testo del 1933 straordinariamente attuale. Peter Wessel Zapffe, filosofo norvegese, scalatore, non è l'ultimo di una serie di “pensatori” che hanno avuto il coraggio o la mancanza di capacità auto illusorie, di scartare ogni facile soluzione, in un secolo come il XX che di facili e mortali soluzioni ne trovò tante, troppe. Non voglio parteggiare per una certa corrente filosofica “pessimista”, in quanto credo che “pessimismo” sia un termine abusato e fuorviante. Si tratta più che altro di realismo. Il realismo sta conoscendo una costante ma inarrestabile rinascita dopo essere stato soffocato da secoli di idealismo e soluzioni salvifiche marxiste, cattoliche e quant’altro. Pur non condividendo in toto la visione nichilista di Zapffe (se c'è una cosa che non ha bisogno di motivazioni è proprio la vita, secondo me), c'è qualcosa di stranamente consolante in queste pagine. Allegria di naugragi, come si dice.
Cos’è la realtà fuori dall’oggetto, fuori dalla condanna del kantismo dell’inaccessibilità del noumeno? Cosa ci spinge, cosa ci parla dentro? Da cosa scappiamo?

Cercare il reale credo sia il primo passo verso la maturità individuale, come pure di specie. E Dio solo sa (se esiste, naturalmente) quanto bisogno abbia l’uomo di diventare finalmente maturo. E Dio solo sa quanto siamo ancora lontani dall’esserlo. Giochiamo con le leve del mondo e ci pasticciamo dentro e l’immenso meccanismo ci si sta rivolgendo contro. È sotto gli occhi di tutti, ormai.

 L’ultimo Messia

Peter Wessel Zapffe

 I.

Una notte di un tempo remotissimo, un uomo si svegliò e vide se stesso. Vide che era nudo nell’immensità, senza patria nel suo stesso corpo. Tutte le cose si dissolvevano nel suo pensiero: meraviglia dopo meraviglia, orrore dopo orrore, tutto si svelava alla sua mente.

Anche la donna si svegliò e disse che era tempo di uccidere. Ed egli prese il suo arco e la freccia, frutto del connubio di spirito e mano e uscì sotto le stelle.

Mentre le bestie arrivavano presso la pozza d’acqua dove era solito aspettarle, egli non sentì più il balzo della tigre nel suo sangue, ma un grande salmo di fratellanza nel dolore tra tutti i viventi.

Quel giorno non fece ritorno con la preda e quando lo ritrovarono, la luna seguente, era seduto, morto, presso la pozza d’acqua.
II.

 Cos’era successo? Una breccia nella profonda unità della vita, un paradosso biologico, un abominio, un’esagerazione di portata disastrosa. La vita aveva superato il suo obiettivo, staccandosi via dal resto.

Una specie troppo pesantemente armata di uno spirito possente, era divenuta una minaccia per la propria salvezza. La sua arma era una spada senza elsa, una lama a doppio taglio che scinde ogni cosa: colui che la brandisce deve afferrare la spada e rivolgere il suo taglio contro di sé.

 Nonostante i suoi nuovi occhi, l’uomo era ancora radicato nella materia, la sua anima imbastita di essa e subordinata alle sue cieche leggi. Eppure egli poteva vedere la materia come estranea, comparare se stesso a tutti i fenomeni e sentire i propri processi vitali.

Egli torna alla natura come un ospite non invitato, invano stendendo le mani per implorare una riconciliazione con la propria fattrice: la natura non risponde più. Essa ha realizzato un miracolo con l’uomo ma non lo riconosce più. Egli ha perso diritto di residenza nell’universo, ha mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza ed è stato espulso dal Paradiso. Egli ha potere sul mondo ma lo maledice, avendolo preso in cambio dell’armonia della propria anima, della propria innocenza, dell’intima pace nelle braccia della vita.

 Così l’uomo rimane con le sue visioni, tradito dall’universo, tra stupore e paura.
Anche le bestie conoscono la paura, nelle tempeste, nelle zanne del leone.
Ma l’uomo conosce la paura della vita stessa, perfino del suo stesso essere.
La vita è per la bestia potenza, calore e gioco e lotta e rabbia e piegare il capo sotto la legge del più forte. Nelle bestie la paura è limitata al presente, nell’uomo diventa paura del mondo e disperazione.
Non appena il bambino compare sul fiume della vita, il ruggito della cascata della morte sale alto nella valle, sempre più vicino, a strappargli ogni gioia.
L’uomo appartiene alla terra, la quale respira come un grande polmone. Ogni volta che espira, la vita sgorga da tutti i suoi pori e si slancia verso il sole. Quando inspira, invece, un lamento di dissoluzione passa tra le moltitudini, e i corpi cadono a terra come grandine.
Non solo il proprio destino l’uomo vede: i cimiteri si spalancano sotto il suo sguardo, le lamentazioni dei dissolti millenni salgono verso di lui da quelle orribili forme decomposte, i sogni delle madri tornati polvere.
La cortina del futuro si solleva per rivelare un incubo di ripetizioni infinite, l’insensata dissipazione di materiale organico. La sofferenza di miliardi di umani fa il suo ingresso dentro di lui attraverso la porta della compassione; da tutto ciò che vede, sorge una risata che si burla di ogni richiesta di giustizia, di ogni principio ordinatore. Vede se stesso uscire dal grembo della madre, tende la sua mano nell’aria ed essa ha cinque diramazioni.
Da dove viene questo diabolico numero cinque e che cosa ha a che fare con la mia anima?
Egli non è più ovvio per se stesso. Tocca il proprio corpo con assoluto orrore: questo sei tu e fin qui puoi estenderti e non oltre.
Porto del cibo con me che ieri era un animale che poteva ancora correre per conto suo.
Lo mastico e diventa parte di me: allora, dove finisco io e dove inizio?
Tutte le cose sono incatenate insieme in cause ed effetti e tutto ciò che cerca di afferrare si dissolve prima che il pensiero lo comprenda. Presto comincia a scorgere le meccaniche anche nel suo ambiente, nel sorriso della sua amata. Alla fine, le caratteristiche di ogni cosa sono le sue. Niente esiste senza di lui, tutte linee convergono verso di lui, il mondo non è altro che uno spettrale eco della sua voce. Salta in piedi urlando a squarciagola, vorrebbe vomitare se stesso sulla terra insieme al suo impuro pasto; sente incombere la pazzia e vorrebbe darsi la morte prima di perderne la capacità.
Ma mentre soppesa l’imminente morte, ne afferra anche la natura e le cosmiche implicazioni. La sua immaginazione creativa costruisce nuove spaventose prospettive dietro la cortina della morte e vede che anche lì non c’è salvezza.
Adesso può discernere i contorni dei propri termini biologico - cosmici: egli è il prigioniero senza speranza dell’universo, destinato a prospettive ignote
Da quel momento è in uno stato di panico senza fine.