Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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mercoledì 14 ottobre 2015

Appunti spuri sul capitalismo assoluto


 
Occuparsi del capitalismo significa occuparsi di Dio, del destino umano, di metafisica, di magia, della gnosi del male e del dolore, dei sistemi utopistici, di mitologia e psicologia: solo secondariamente significa occuparsi di economia.
In altre parole, occuparsi di capitalismo, significa occuparsi delle ultime stagioni dell’uomo su questo pianeta.

 
La filosofia idealistica, ma in generale tutta la filosofia da Cartesio in poi, ha un’origine chiara, e cioè Aristotele e Platone; e un’origine scura, gli studi alchemici e ermetici.

La filosofia hegeliana è una lunga dissertazione alchemica, senza dubbio. Anche il materialismo di Marx, che riprende e rovescia apparentemente Hegel, è un rovistare nella coincidenza degli opposti e nella trasmutazione del piombo della lotta di classe, nell’oro della conciliazione suprema comunista.

A partire da Cartesio avvenne la separazione soggetto - oggetto che l’idealismo tentò di ricongiungere. La scienza moderna trasforma tutto, Solve et Coagula, Bene e Male, Dio e Satana. Dissolve il soggetto e contemporaneamente lo esalta rendendolo simile a sé: moneta da spendere.

L’attuale fase di totale immanenza ultra capitalista sul reale, è il trionfo della risoluzione del Concetto hegeliano. Tutti gli opposti sono riuniti in funzione dell’Accumulare e Dissolversi nel Capitale. Non c’è giusto o sbagliato. Il movimento è in atto e non si può fermare se non alla dissoluzione del tutto.

Siamo nella società dell’assoluta uguaglianza. Tutti sono uguali, al Sole del Capitale. Differiscono tra loro, solo dalla quantità di luce ricevuta. C’è chi è quasi completamente in ombra e chi è alla luce totale. Questi ultimi sono una cosa sola con il Capitale. Non hanno più un io nel senso pieno del termine. Le loro vite individuali coincidono completamente con il mondo. In altre parole, hanno cessato di essere umani. All'estremo opposto, coloro i quali sono lasciati nell'ombra sono i reietti, gli ultimi, gli invisibili, che si dannano perché il Padre rivolga uno sguardo misericordioso su di loro.
Invano.

 
È nota la reazione di Kant a Swedenborg, di Marx a Stirner, della sinistra hegeliana ai risvolti mistici rosacrociani della Fenomenologia dello Spirito.

Kant teme Swedenborg perché ha paura della pazzia che conduce a ogni dogmatismo, ogni follia guerresca fomentata dall’idealismo. Con l'idealismo tedesco, Kant viene messo da parte a favore di Swedenborg, senza che nessuno ci trovi nulla di strano, anzi, senza che Swedenborg o il pensiero alchemico vengano mai neppure nominati.
Inizia la colossale opera di rimozione.
Il capitalismo otto - novecentesco è un prodotto del dominio della tecnica in un tragico connubio con il dominio della metafisica del denaro. Il predominio della tecnica è un frutto del concetto di Progresso ottocentesco, ma il capitalismo assoluto va oltre il Progresso, sostituendolo con la Crescita Infinita, ancorché palesemente impossibile e proprio perché razionalmente impossibile, tenacemente perseguita in funzione demoniaca.
Il denaro è divenuto il Solve et Coagula degli alchimisti che comprende tutto il pianeta, sotto il suo dominio funesto. Il denaro è la pietra filosofale tanto ricercata dagli alchimisti. Lo sterco si è trasformato in oro e poi ritrasformato in sterco, sotto gli occhi di tutti e senza che nessuno lo trovasse strano.
Il regno di Satana è compiuto, si potrebbe dire.

 
Il Faust di Goethe – l’alchimia – la fenomenologia dello Spirito di Hegel – le seduzioni economiche di Faust (Alvi) – la genesi dell’ulta capitalismo nello spirito demoniaco della divisione e riunione – in altre parole, il filo rosso che muove gli umani fino a far partorire alla società la mostruosità immanente del capitalismo, non è l’evoluzione tecnica dei mezzi di produzione, quanto una specie di fascinazione psicotica che lega a sè questi mezzi di produzione: resta da stabilire in cosa consiste questa fascinazione. Alla base c’è l’idea di poter accedere alla pienezza (felicità) a gradi crescenti, semplicemente comprandola. L'uomo vuole andare oltre la sua sussistenza, vuole il dominio assoluto del cosmo con il beneplacito di Dio.
Non è un caso che Marx attribuisca alla Merce, veicolo della transustaziazione del Capitale, un significato "metafisico", in contrasto con il suo ostinato materialismo.
Con l'avvento dell'ultra capitalismo, la Merce non ha nemmeno bisogno di manifestarsi direttamente.
Diventa un'Idea.

In seguito, nel XX secolo, esaurito il suo compito, Dio non basta più. Faust baratta la sua anima in cambio della conoscenza, del possesso “dell’attimo”, perché pensa che ne valga la pena. Avidità. Ma cosa c’è alla base dell’avidità? Cosa cerca l’avido? La fusione assoluta, l’incorporazione assoluta dell’oggetto della brama dentro di sé, lo distrugge per possederlo completamente e diventare grande come il mondo, coincidente con i suoi confini. È casuale la massiccia presenza, mai registrata prima nella storia, di persone sovrappeso ai limiti dell'incredibile? Io credo di no.  
L'individuo ai tempi del capitalismo assoluto del XXI, ha come obiettivo inconscio mangiare il mondo, ridurlo totalmente a esperienza fruibile.

È fuorviante cercare le origini della situazione mondiale attuale nell’ambito della semplice economia o nella geopolitica o anche nella semplice volontà di potenza. Nietzsche non ha stabilito cosa c’è dietro la volontà di potenza.

Cosa c’è dietro la volontà di potenza? Qualcosa di immenso che non possiamo stabilire ancora. Potremmo definirlo Male. Non è una connotazione moralistica. Leopardi lo ha scritto molto bene: “Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male: che ciascuna cosa esiste è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male”.

Cos'è il Male? La proliferazione continua. La Dismisura. L'oro che si moltiplica rivelandosi per quello che è: sterco. Un escremento che seppellisce la realtà. Una sottile pulsione erotica che si rovescia nel suo opposto, potremmo dire hegelianamente: pulsione di morte.

Si può andare al di là di questo?

Secondo me, sì. Però io non so come.



Da dove ha realmente origine il capitalismo assoluto? La tecnica ne è un presupposto, ma non ne costituisce l’origine. Da dove proviene? Come ha fatto Satana a estendere il suo dominio sul mondo?

Il capitalismo assoluto è un vicolo cieco filosofico e epistemologico. Come se ne esce?
Il capitalismo assoluto è nato da ciò che lo voleva all’inizio contrastare: romanticismo e
Nazionalismo.

Come uscire dal disincanto e cercare un’alternativa coerente? Come esorcizzare il mondo? Come toglierlo dal dominio di Satana - denaro? I termini religiosi la dicono lunga sulla posta in palio: l’anima del peone.

“La storia della vita sulla terra è principalmente l’effetto di una folle esuberanza: l’avvenimento dominante è stato lo sviluppo del lusso, la produzione di forme di vita sempre più onerose.”

 
Georges Bataille


 Riletto Anonima Aldilà di Robert Sheckley. Ecco quella che si può veramente definire un’opera geniale, più di tante altre e senza la pretesa di esserlo. Se si vuole capire qualcosa dell’umanità, basta leggersi Anonima Aldilà. Fa pure rima ed è avvincente, cosa che le maggior parte dei libri non è. È una rinfrescante lezione di sociopolitica e filosofia, divertente e salutare come una risata. Racconta l'estensione del Capitale, perfino sul post mortem, in modo intelligente e esilarante. Ed è stato scritto nel 1958, per noi umani del XXI e XXII secolo. Lo consiglio.


Scopo dell’etica (buddhista e no) è la riduzione maggiore possibile della sofferenza da parti di tutti i soggetti interessati a una determinata azione. Riduzione non vuol dire eliminazione, inteso che quest’ultima è impossibile se non attraverso l’estinzione totale (sia pure nirvanica) dei soggetti stessi.

L’etica è dunque collocata dentro e fuori la cosiddetta natura. Dentro, poiché si muove all’interno delle inevitabili leggi cosmiche: e fuori, perché tende a comportarsi come se queste leggi cosmiche potessero essere aggirate.

Tutte queste riflessioni sembrano complicate e appesantite da troppa filosofia: sia pure.
Ma se non si riesce a comprendere che la nostra epoca è la prima della storia nella quale una concezione ideologico - religiosa unica permea tutta la società umana del pianeta, non si potrà mai modificare alcunché.
Il capitalismo assoluto non è un semplice modo di produzione in cui una classe accumula ricchezze e l'altra viene sfruttata, ma una religione assoluta con i suoi sacerdoti e i suoi sacrifici umani.
Le vittime sacrificali si immolano volentieri (o quasi) per ottenere benefici dal Dio.
Per cambiare bisogna prima prendere coscienza di questo. Bisogna guardare il Male in faccia.
Solo allora si potrà dissolvere l'illusione che ci incatena.
Nessuna soluzione è certa.
 

lunedì 20 ottobre 2014

Il Giovane favoloso



Il giovane favoloso è un bel film. Non è un film perfetto, ma la bellezza non sempre coincide con la perfezione. Di Martone mi era piaciuto molto anche Morte di un matematico napoletano. Non ho visto Noi credevamo, per il semplice motivo che non sono attratto dalle vicende risorgimentali, ma il minimo che si possa dire di Martone è che è un regista onesto, preciso e robusto.

Fare un film niente meno che sulla vita di Leopardi è un’impresa rischiosissima, vuoi per la fama del recanatese, vuoi per gli infiniti pregiudizi ormai inestricabili da tanta figura storica, vuoi perché l’agiografia, il sentimentalismo o il patetismo sono sempre in agguato.

Invece Martone è riuscito a fare un film sanguigno, materico, splendidamente moderno, sulla figura più splendidamente moderna della nostra a tratti risibile storia culturale.

Elio Germano ha incarnato in modo struggente la corporeità sognante di Giacomo: questo giovane sofferente, lucidissimo, disperato e così bruciante di desiderio. Si potevano quasi sentire gli odori del bosco, lo stallatico delle vecchie piazze: passeggiavamo anche noi assieme a Leopardi per il natio borgo selvaggio al crepuscolo, in attesa di un buio totale, colmo di stelle, non ancora offeso dalla luce elettrica. Respiravano a fatica con lui. Bravissimo Elio Germano.

La natura possente, la meschina società degli uomini, i favolosi spasimi dell’amore, subito ricacciati nel dolore di non essere corrisposti, la schifosa deformità, la malattia: tutto riprende la camera di Martone, senza inutili preziosismi, senza esagerazioni, senza omissioni. Onestà e pulizia, sobrietà e nobiltà, totale oblio di sé nella materia della natura e dei corpi: l’impresa, a mio parere è riuscita. Regia e cast sono impeccabili.

Martone è riuscito a rendere, quasi magicamente, lo spirito anti romantico di Leopardi, saldamente ancorato alla ragione, al materialismo illuminista. Per questo non guastano, anche se sono un po’spiazzanti (il rischio di arruffianarsi i "contemporanei" è sempre dietro l'angolo), gli inserti di musica elettronica e la voce che canta in inglese,alternati un meraviglioso Rossini.

Leopardi era un uomo che trascendeva il suo tempo. Tutto aveva visto, tutto aveva sentito, questo ragazzo, tutto aveva compreso di sé e dei suoi simili, della natura e dell’arte, della posizione ridicola dell'uomo nell'universo.

I dialoghi del film sono tutti basati su scritti di Leopardi e dei contemporanei. Nella realtà non sono avvenuti se non per lettera, ma l’invenzione cinematografica, d’altronde necessaria, rende scorrevole il tutto. Ogni frase pronunciata proviene da leopardi, dal suo pensiero, dalle sue emozioni.

Non trovo utile soffermarmi sugli eterni vizi degli italiani: la pigrizia, il conformismo, il bigottismo, sono gli stessi dei tempi di Giacomo, tuttalpiù coadiuvati da qualche tecnologia. Oggi i “pulcinelli” e i “baroni fottuti”, viaggiano in auto e diteggiano sugli smartphone, ma sono gli stessi, che, cialtroni e puzzolenti, molestavano il giovane per le strade di Napoli.  Oggi gli addetti alla cultura fanno i promoter, come allora, di chi possa raccontare ancora belle favole non troppo crudeli e possibilmente con un bel finale.

Oggi, come allora, rane granchi e topi schiamazzano e farneticano di “progresso”, “ripresa dei consumi”, “diritto al lavoro”, “modelli sostenibili”: il tutto, in mezzo allo sfascio che avanza. Il giovane Giacomo ne sarebbe atterrito e divertito fino alle lacrime.

 Il film ritrae molto bene la diversità di Leopardi: diverso nel corpo, diverso nell’anima. La sofferenza gli ha permesso di vedere il volto spaventoso (orrendo e favoloso a un tempo) del reale. L’isolamento culturale in cui egli ha vissuto, è tipico, ancora adesso, in Italia, nei confronti di chi ha qualcosa di veramente nuovo da dire.

Qualcosa di simile (pur nella differenza totale del contesto e dei temperamenti) è quello che è accaduto a Pasolini. La sua diversità, non solo sessuale, la sua basica disperazione lucida, lo rendeva una figura magari stimatissima ma priva di seguito, un caso isolato: nessuno come lui prima, nessuno come lui dopo. In questo Leopardi e Pasolini sono simili.

Non si poteva chiedere a Martone più di quello che ha dato: uno scorcio realistico su una grande anima alla ricerca della impossibile felicità nella bella e indifferente Italia.

Martone getta luce anche sul desiderio immenso di amore e di vita del giovane favoloso. L’amicizia con Ranieri, i possibili risvolti omosessuali (ma non dimentichiamoci che il concetto di amicizia nell’ottocento era un po’ diverso da quello di “compagni di bisboccia” che c’è adesso), tutto viene esplorato con realismo e senza dargli un’enfasi non necessaria.

Leopardi, nella sua sofferente vita, ha avuto nell’amicizia quello che gli era stato negato nell’amore. E proprio a Napoli, sotto il duplice segno della natura matrigna e dell’amicizia fraterna, egli concepisce la Ginestra, il suo Manifesto programmatico, tanto citato a destra e manca, quanto poco ascoltato.

La sala dove ho visto il film era gremita di gente di ogni età.

I commenti, all’uscita erano i soliti: “è un po’ lento”, poveretto”, però l’attore è bravo”, sì, però lui era troppo disperato”, “bello, ma la filosofia è un po’ troppo negativa”.

Insomma il destino di Leopardi continua anche adesso: la gente ne è attratta e respinta allo stesso tempo, oggi come nel 1830.  È come se si avesse oscuramente bisogno di Giacomo, il fratello saggio e sofferente, perché ci dica qualcosa che non vogliamo ascoltare, che non ascolteremo, ma che sappiamo ci farà bene: l’amara medicina del vero, la possibilità spaventosa, finalmente, di essere liberi sotto il cielo.