Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

giovedì 8 novembre 2012

Nuovi appunti dal futuro




La vita è un messaggio, da qualcuno a qualcun altro. Un messaggio quasi sempre frainteso. Questo è tutto.

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Massima sincerità. Che vuol dire? Che ancora non ti sei trovato.

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La gioia di vederla sorridere, salutare e andare via. Non sia profanata da una assurda confidenza. Ormai godo solo della lontananza.

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Stupore di osservare come le persone desiderino essere in potere di qualcun altro. È una continua, sotterranea ammirazione per chi ci tiene per le palle. Vogliamo servire. Anzi, dovrei dire vogliono servire. Io, da quanto mi posso ricordare, non ho mai desiderato servire, né tanto meno essere servito. È forse questo il motivo della mia assoluta estraneità a questo mondo.

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Ogni cosa, ogni fenomeno, una persona, il mare, una montagna, mi lascia sempre dentro un senso di assoluta estraneità. È passato il tempo in cui le cose entravano dentro formandomi un’anima. Ora, tutto quello che mi circonda è strano, irreale. Proseguo nella vita quotidiana attraverso degli automatismi. Spesso rispondo anche appropriatamente agli stimoli esterni, come un navigatore esperto che sa indovinare le correnti.
Tuttavia il gioco dell’esistenza non fa più presa su di me. A tratti, però, affiora il ricordo di felicità passate, di antichi coinvolgimenti. Non è però il ricordo di avvenimenti precisi, che pure ci sono stati: no, è proprio il ricordo della sensazione. Io fui felice. È strano come ciò che mi procurò tanta felicità sia scomparso lasciando solo la sensazione.
Altre volte mi accade qualcosa di simile alla memoria involontaria.
Invece della madeleine di proustiana origine, un odore, un sapore, mi riportano a qualcosa di straordinariamente importante per me … ma non riesco a ricordare cosa.
Continenti immensi di passato giacciono dentro la mia anima e non so riviverli.
Se riuscissi a raggiungerli vivrei la vita dell’eterno presente.
È proprio il tempo perduto che più non si trova.

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Ogni anno ci sono un milione di suicidi in tutto il pianeta. Praticamente una persona su settemila si toglie la vita. Vuol dire che tra le migliaia di persone, corpi, facce, vestiti, che vedi in metropolitana, in strada, su una spiaggia, al lavoro, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ce n’è sicuramente qualcuna che ha già deciso e che lo farà.
Quante persone sfiorandoti, ti hanno detto addio. Non lo saprai mai.

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Non mi interessano problematiche sociali, svolte dal punto di vista di una certa ideologia.
Mi interessa l’uomo, nella sua interezza. L’uomo che scopre se stesso, l’uomo che scopre il proprio mistero, andando oltre la maschera del consumatore – consumato.
L’uomo che dice no. La maniera in cui dice no. I mille ripensamenti, le sconfitte che fanno vacillare questo no, per poi riprendersi (o non riprendersi mai).
L’uomo in rivolta, per dirla con Camus, più Lo Straniero. Ma Camus è il novecento. E il novecento, con tutto il rispetto, ormai è morto, un po' come è morto Dio  nell'ottocento.
Come si rivolta un uomo, oggi (2012) in piena epoca tardo capitalista, in piena recessione mondiale, in pieno cambiamento climatico, con la diffusione capillare di nuovi mezzi di informazione e di interazione sociale? Come si ribella, come acquista la sua autonomia spirituale, un uomo costretto a vivere in un mondo non più (come ai tempi di Camus) dominato da due fronti contrapposti, ma prigioniero di un pensiero unico, totalizzante?
Come si rivolta un uomo che la Società Unica può privare all'improvviso di ogni mezzo di sostentamento, ogni dignità, ogni contatto, sia pure superficiale, con i suoi simili?
Camus si prendeva troppo sul serio, mi pare. Viceversa l'unica cosa rivoluzionaria è l'umorismo. L'uomo dice no mandando a fare in culo chi parla di cose che non conosce. Fanculo chi parla di povertà e disoccupazione e guadagna 500000 euro l'anno. Fanculo ai poveri che sperano di azzeccare un gratta e vinci. Fanculo alla competitività, alla produttività, allo sviluppo, alle riforme. Fanculo agli intellettuali, ai tatuati, ai reality, ai modelli di vita, alla sostenibilità, la natalità, la globalizzazione.
Ognuno deve inventarsi una prassi. 
Ognuno deve salvarsi da solo, mettendosi a disposizione degli altri. Bisogna vivere un curioso mix di compassione e individualismo. Equilibrio umano. Guardarsi negli occhi, toccarsi. Basta stronzate ideologiche, basta atteggiamenti di superiorità letteraria. Nessuno sa nulla e tutti sanno tutto. Siamo costretti a essere confusi. Scostiamo da parte le merci e guardiamoci negli occhi.
Caos - ordine oscillano su una corda tesa. 
Siamo a Babilonia. 
L'uragano Sandy ci saluta e se ne va.



venerdì 19 ottobre 2012

Piccoli deliri di onnipotenza


Albert Caraco (1919 - 1971). O della lucidità estrema

Io mi barcameno da sempre tra la paura di morire e il desiderio che ci sia qualcosa oltre questa pena. Non credo in nulla e tuttavia non credo di non credere.
Non posso essere coerente, perché non posso decidermi per una visione o l’altra. Ho il vizio e la tentazione di lasciare sempre tutte le porte aperte. Il risultato è che vengo risucchiato da una corrente all'altra.
Mi spiego: da un lato credo (sempre questo fastidioso verbo in mezzo ai coglioni) che Caraco, con la sua esasperata lucidità, faccia una pippa a Cioran e arrivi al punto. Niente illusioni. Da un altro lato io, nella mia vita, ho pur tuttavia sperimentato la cosiddetta felicità. Proprio così, nella mia meschina vita ho potuto assaporare grandi gioie, pur se insieme a dolori atroci. Quindi, so che la felicità esiste.
E questa cosa pende sul piatto della bilancia.
Al di là dell’esattezza filosofica delle sue conclusioni, Caraco, era un uomo assolutamente coerente. Si definiva duro, incapace di piangere. Aveva deciso (a torto o a ragione è inutile discuterne) cosa fosse vero per lui e aveva agito di conseguenza. Questa è virtù, una caratteristica che lo rende membro di una piccola ma potente schiera di uomini tra cui ci mettiamo Montaigne: uomini coerenti con se stessi. Montaigne amava la vita, Caraco no. Entrambi hanno saputo vivere secondo le proprie scelte e hanno saputo morire.
Entrambi avevano coraggio, sia pure applicato in modo diverso.
Il coraggio è sempre la chiave di tutto.
Albert Caraco, uomo di elegante nonchalance, solitario, nomade, aveva deciso di continuare a vivere per “gentilezza verso i suoi genitori”. Dopo la morte della madre, accudì il padre per vari anni, facendogli compagnia e sostenendolo nel dolore per la perdita della moglie.
Il giorno dopo la morte del padre, prese dei sonniferi e per essere proprio sicuro di morire, si tagliò la gola con un rasoio.
Cioran, al confronto, dopo una vita di geremiadi contro l'esistenza e perorazioni a favore del suicidio, è rimasto a farsi cambiare il pannolone, demente per l'Alzheimer.
Coerenza e coraggio di Caraco, mestizia di Cioran.
Non bisogna arrivare agli estremi, o meglio, non è necessario arrivarci, a meno che non si abbia la stessa concezione esistenziale di Caraco.
Io credo, dal canto mio, che la vita sia un mistero pieno di dolore e gioia. Può darsi che sia una che l’altra siano illusioni.
Credo anche che bisogna volere bene, come dice alla fine del libro il protagonista di La vita davanti a sé, di Romain Gary.
Credo anche di cadere troppo facilmente nelle stronzate letterarie. Credo proprio che dovrei finirla qui con le idiozie: comportarmi da adulto, cioè da morto. 
Ma non credo di poterlo fare. 
Sono sempre stato un po' troppo pazzo, senza volerlo. E questa pazzia mi serve, per non morire.
Alla fine bisogna trovare anche la propria dimensione di follia. Vengo attratto da forme vitali che mi affascinano. 
Le vite portate all'estremo della coerenza trovo che siano eleganti, come equazioni matematiche. Folli e dolorose. Uomini pazzi e forti. Non ce ne sono più. 
Oggi nessuno è forte. Nessuno è niente. Forse nessuno lo è mai stato. Almeno, io non lo sono. Inganni e auto inganni. Solo la coerenza fino al fanatismo, nella sua follia, può dare un senso alla vita. Ma il prezzo da pagare è troppo alto. 
Finché si è attaccati alla vita è meglio rimettersi le maschere della finzione sociale. Sotto le maschere la vita palpita, che è  tutto quello che conta. Vivere, vivere, è tutto. 
Mistero, buio, luce. Miseria. Grandezza. 
Ogni cosa è contenuta, in sordina, in queste sterili giornate che viviamo, giorno dopo giorno, lontani da ogni idea di rivoluzione, nel mondo sempre uguale del Capitale.
L'istinto della pazzia, però, rimane.
Dovrei uscire e schiantarmi con la macchina, per vedere se c’è la luce di là.
Dovrei ricominciare a drogarmi. Ricominciare adesso, a 50 anni. Dovrei fare delle orge. Tutte cose già fatte, ma che solo adesso potrei apprezzare pienamente. Allora c'era la smania di accumulare esperienze, anche stupide e improduttive, ora c'è il desiderio di vivere la realtà in un delirio sensuale definitivo. Alla scemenza giovanile è subentrata la decadenza. In fondo è tutto così banale. 
Dovrei fare qualcosa, non so cosa, ma sarà qualcosa di enorme, diceva Re Lear. 
Shakespeare la sapeva lunga sugli uomini. 
Piccoli deliri di onnipotenza. Ogni tanto mi capita. Subentra il pudore, che rimette a posto tutto.
Alla fine solo i pazzi vivono. Per questo dobbiamo custodire la nostra pazzia come un tesoro prezioso. Al giorno d'oggi la pazzia è sprecata. Tutti fanno i pazzi. Pazzo è bello, dicono. Gli spot pubblicitari sono pieni di gente pazza, che crede di essere divertente. 
La gente mediocre finge di essere pazza e invece è solo fastidiosa. Si ubriacano alle feste e si comportano come teste di cazzo. Fanno i goderecci ma dietro le loro facce traspare solo l'idiozia. Tutti osannano i pazzi, ma la pazzia vera è un’altra cosa. La pazzia è osare andare fino in fondo ai propri deliri di onnipotenza e farsi sputare addosso. Farsi crocifiggere e fondare una religione. Abbracciare i passanti. Aspettare l'alba in cima al Krakatoa.
Restare vivi è la vera pazzia. 
Pazzia vuol dire essere posseduti dal dio Pan. 
Pan, da cui deriva panico.
Io soffro di attacchi di panico, so cosa vuol dire essere posseduti da quel dio. 
L'altra faccia della pazzia è il terrore. L'altra faccia dell'ebbrezza è l'incubo. 
Pazzia è pagare il prezzo della propria esistenza. Fottere la merce. Essere un servo che tratta con noncuranza un re. Fare l'equilibrista sopra le frasi fatte. Amare un volto di donna e seguirlo nella folla. Sparare addosso alla televisione accesa.
Andare dovunque, quando non c'è nessun posto dove andare. Nel mezzo del dolore, notare la forma di una grondaia in mezzo alla luce del giorno e sentirsi tranquilli.
Seguitare giorno dopo giorno e dirsi, va bene così, lo rifarei. Anche se non ne posso più. Fino all'ultimo respiro. 

giovedì 20 settembre 2012

Tormento dell'azione


Piene di fango e sterpi,
ondate violente e cieli solcati
da lampi errabondi,
dentro me.
Devo fare quel che c’è da fare:
contenermi il mondo dentro,
non farlo tracimare,
ricacciare la tristezza.
cercare gioia e pienezza.

Un ricamo di valli rosate,
delicati pomeriggi di sole,
un mare infinito tra riva e riva
dentro me.
Devo fare quel che c’è da fare:
conquistare il mondo
cogliere un fiore,
farmi immolare,
racimolare le scorte di tutti gli eserciti della terra
dichiarare guerra per un pezzo di pane
fango furore esilio
offrire una scodella di benevolenza
e comunque ribollire
in ogni caso ribollire
sempre ribollire
di amore per le cose create
di odio per le stesse cose
Questo è il tormento dell’azione.

lunedì 17 settembre 2012

Amour fou 2


Quello che mi fa incazzare
Quello che mi fa proprio incazzare
Quello che assolutamente mi fa incazzare
È questo continuo procrastinare
Questo imperterrito incepparsi
Delle cose, degli eventi.
Questo andare, venire, fermarsi
A pochi passi da me
E quando mi chino a raccogliere
Il vento porta via un’altra stagione
La trascina lontano, verso il mare
Oltre il mare del mare
E mi lascia qui, prigioniero
Notte dopo notte dopo notte
Devo dotarmi di ganci a uncino
Devo dotarmi di molle ai piedi
Devo dotarmi di spirito compassionevole
Arrendevole ed obliquo
Scendere come l’acqua dai gradini di una chiesa
Raccogliermi in penitenza
Ai livelli più bassi dell’esistenza
Per tutti i peccati non commessi
Farmi asciugare dal vento
lontano da tutte le possibilità
Ci sono giorni che sono giorni
Altri giorni che sono abissi
Ci sono fantasmi che rincorri
E fantasmi che possiedi
Ma quello che mi fa incazzare
Quello che mi fa proprio incazzare
Quello che assolutamente mi fa incazzare
È vedere le tue gambe nude
Fiori di bronzo e carne
Vedere le tue gambe
E non poterle toccare

sabato 15 settembre 2012

Amour fou


Nel cerchio magico
Il tuo viso - goccia di luna, occhi grandi
Mi segue ovunque io danzi la mia danza
Il tuo viso – goccia di luna con i capelli rossi
È inevitabile come una certezza
Inevitabile toccarsi e lasciarsi
Perdersi e ritrovarsi
Danziamo con il flusso della marea
Orbitando l’una intorno all’altro
Come scaltri pianeti
Questa sensuale eternità
Ci lascia senza fiato
La tua bocca pronta sulla mia
Le note di una canzone
Il calore delle tue cosce
Il terremoto del tuo cuore
Allora è vero, gridi al mio orecchio
Allora è vero, penso, ma non rispondo
Fosse possibile
Ti prenderei qui sopra la terra nuda
Voleremmo fino alla spiaggia
Per sfinirci ancora e ancora e ancora
Fosse possibile
Fosse almeno un po’ possibile
Ritrovarsi dopo milioni di anni passati
La sorpresa che ci ha fatto il tempo – ora, qui
Riduce tutto a poca cosa
Il resto del mondo è soltanto
Un cencio sbiadito appeso in un angolo
Insieme al passato e al futuro
Naufraghi su questo prato di stelle
Occhi conficcati negli occhi
Occhi che sanno ogni cosa
Occhi grandi, perduti
Nel continuo stupore di riconoscersi
Tutto quello che conta
Siamo noi due
Tutto quello che conta
È in questo metro quadro di follia.

***

Vita mia che corri lontano
indossando quel tuo bel culo, fermati.
Passa e ripassami davanti, fino a farmi impazzire,
girati, guardami, rigirati, inchiodami nel cervello
quel tuo sublime dondolio.
Nei tuoi glutei riposa il senso più profondo
Nei tuoi fianchi paradiso e inferno
Voglio essere una bestia nel tuo canile
Voglio scoppiarti dentro in mille fiamme blu
Fammi straparlare, fammi strabuzzare gli occhi
Fammi uggiolare come un cane, fammelo leccare
Il tuo culo, presente passato e futuro
Il tuo culo che rende possibile il mondo
Voglio gridarti dentro al culo, voglio sentirlo
Dio supremo del tuo culo, tu non sai
Tu non sai, Dio mio, cosa sei.

venerdì 7 settembre 2012

Pensieri nani 3


Rousseau e Kant, fautori del 700, Hegel e Schopenhauer, fautori del 800, Marx e Freud, fautori del 900 …

Sempre il solito diramarsi delle soluzioni. L’uomo è buono o è cattivo? L’uomo è migliorabile o no? Nichilismo o speranza? Né l’uno né l’altro.

Questo pianeta ha prodotto la vita. La vita è materia che organizza sé stessa. Materia cosciente. Dalla materia (mater) nasce lo Spirito. Lo Spirito vivifica la Materia.
Noi siamo COLORO CHE RESPIRANO.
La definizione di vita è: ciò che respira. Anche gli alberi respirano.

Il concetto di felicità è fuorviante. Esso è in realtà il più fuorviante di tutti.
La felicità esiste, senza dubbio. Ma focalizzarsi sulla felicità è drogarsi.
Lo Spirito è benevolo e malevolo insieme. Bisogna godere della benevolenza e sopportare la malevolenza, come il navigatore sopporta la burrasca. È inutile maledire la burrasca.
Essa è parte integrante del mare. È lo scotto da pagare per avere splendide e ininterrotte giornate di sole.
Allo stesso modo è fuorviante avere una visione pessimistica o ottimistica delle cose.
Stiamo navigando e se dobbiamo navigare, dobbiamo procurarci gli strumenti per evitare le tempeste. Qualora incappassimo in una tempesta, dobbiamo avere l’esperienza per uscirne vivi.
Il male nasce dalla compressione, il bene dal’espansione. Tuttavia bisogna guardarsi dal prendere questa affermazione come assoluta.

L’uomo ha un assoluto bisogno di trascendenza. Questo termine, tuttavia, non implica una aspirazione verticale dell’essere, ma un desiderio di Altro. Il più grosso mistero  non è l’esistenza o non esistenza di Dio, ma l’esistenza dell’Altro.
Fondersi con l’Altro, capire di essere uno con tutto ciò che vive, pur restando un organismo separato, questa è la trascendenza. Questa è una aspirazione laterale, orizzontale. Vedi Levinas e il concetto del Volto dell’Altro.

In altre parole, l’amore. Concetto inflazionato e mal chiarito. Da indigestione. Si parla di amore e si annusa l’ipocrisia. È comprensibile. Nei secoli dei secoli è successo di tutto.
Ma il bisogno rimane intatto.

martedì 7 agosto 2012

La democrazia è la dittatura del XXI secolo


Tu dici, la fine della Storia. Quella con la maiuscola, naturalmente, le nostre piccole storie minuscole non entrano qui. Tu dici, dunque, la fine della Storia. E io chiedo, quale Storia? Cos’è la Storia: un insieme di date, eventi tipo le Crociate, lo Sbarco in Normandia, la nascita e l’estinzione di una sconosciuta dinastia africana nel Congo del X secolo? Quando è iniziata la Storia: con i rotoli babilonesi, con l’invenzione della ruota? E quando è finita, con il crollo del Muro di Berlino, con la fine dell’URSS? E quando è ricominciata: forse in questo fastidiosamente troppo simbolico 11 settembre 2001? Cos’è la Storia, oltre che una ininterrotta serie di eventi per lo più sanguinosi? È curioso pensare invece che eventi epocali come il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS siano stati privi di spargimenti di sangue. È come se il gigante stanco si sia abbandonato alla morte e migliaia di vermi siano fuggiti dal suo immenso corpo in decomposizione. La fine della Storia, dici. Vediamo di capire. Il concetto di fine della Storia è essenzialmente hegeliano.
La Storia è un fiume le cui acque vorticose si devono placare nell’oceano della fusione di Concetto e Tempo, cioè del sapere e del soggetto, coscienza giudicante e coscienza agente. Tutto avrà termine nell’estrema riconciliazione, nell’omogeneità delle vite, in un mondo in cui tutti i bisogni di tutti saranno appagati. Questa suprema conciliazione, per Hegel, è il dominio perfetto dello Stato, non come si immagina di solito, lo Stato prussiano: Hegel ha passato gli ultimi anni di vita nel “crepuscolo” come lo chiamava, cercando di trovare “la rosa nella croce del presente” lamentando l’insufficienza della Ragione. L’immagine futura dell’Assoluto integrato, Hegel non la conobbe: è lo stato stalinista. Non, come si potrebbe pensare, il regime hitleriano: il Terzo Reich era assai poco ambivalente, i suoi fini erano troppo evidentemente distruttivi. Lo stalinismo è dunque il prodotto finale della Storia. Lo stalinismo è sanguinario, crudele e perfetto. Proprio per questo è il modello perfetto di Stato, il modello perfetto di mondo nel quale avviene la riconciliazione di tutte le contraddizioni, attraverso la forza, l’astuzia, l’inganno, la delazione, l’esilio, la morte, ma anche la lusinga, l’adescamento, la finta benevolenza. Come non vedere che, in qualche modo nascosto, cupo e terribile, lo stalinismo è il desiderio nascosto di ogni democrazia, ciò che ogni governo democratico vorrebbe inconsciamente essere? Non per niente Debord parlava dello stalinismo come del regime dello spettacolare “concentrato”. Ora viviamo nel regime dello spettacolare “diffuso”. Come non vedere l’istinto di morte che, mentre viene cacciato dalla porta, rientra dalla finestra? Hegel sperava in una riconciliazione pacifica delle contraddizioni, vedeva nella fine della Storia, la vera prima manifestazione dello Spirito Assoluto nel quale l’uomo, definito da lui il Concetto, potesse esprimire il proprio pieno potenziale, contribuendo alla collettività, felice di dare la vita per essa, in quanto l’individuo esiste solo dentro la collettività. Non si può pretendere troppo da un uomo vissuto tra il 1770 e il 1831. Tuttavia Hegel sapeva che il Concetto, la filosofia, la sapienza che è anche (forse) speranza, giungono sempre troppo tardi, sul far della sera come la nottola di Minerva. Arriva, cioè, quando la guerra e la stupidità hanno già devastato nazioni e cuori. Hegel vedeva la fine della Storia allontanarsi sempre più, come l’orizzonte al quale una nave tende ad avvicinarsi senza tuttavia poterlo mai raggiungere. Raggiungerlo veramente, significherebbe arrivare alla fine del mondo, e precipitare nel nulla ma il mondo è una sfera e dunque non ha mai fine, e il nulla è tenuto fuori, come se si fosse nell’utero materno. Il mondo non ha neppure inizio. Forse non inizierà mai, forse l’utero-mondo non partorirà mai qualcosa degno di vivere. Hegel è rimasto così, avvolto in un infinito crepuscolo fino alla morte per colera. Sarà dunque morto sostanzialmente cagando fuori l’anima. Avvolto dai fumi della febbre la sua coscienza giudicante avrà perso molta della sua proverbiale lucidità. Decisamente quel giorno del novembre 1831 per lui la Storia fu finita.
Cos’è dunque la Storia? Sicuramente un flusso di eventi specificamente umani che tendono tutti al soddisfacimento di desideri più o meno uguali ma contrapposti. In sostanza la Storia è la storia di chi vince la gara per la sopravvivenza. La Storia è storia della classe dominante e dei suoi schemi difensivi, ideologici e psicologici. Da qui deriva l’illusione che con la fine pressoché spontanea dell’URSS la Storia potesse assestarsi su un indefinito ordine mondiale, più o meno pacifico, retto dal mercato globale e dalle concezioni liberali, cioè meno Stato possibile e più possibilità di speculare per tutti. Qui l’Occidente, o meglio, la classe dominante dell’Occidente, ha commesso un grosso peccato di arroganza. Ha creduto che i conti fossero ormai chiusi, una volta liquidato il suo vecchio nemico, l’Est. L’Occidente arrogante ha preferito ignorare, ritenendoli innocui o controllabili, i residui della sua antica lotta contro l’impero sovietico. Vale a dire tutti i terroristi e i fanatici integralisti, coccolati e addestrati per far fuori Ivan. Tutti noi, nati al tempo della Guerra Fredda, siamo vissuti così, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Dopo il Crollo, i cattivi si sono sparpagliati in giro e gli alleati dei buoni (ovviamente, gli occidentali) gli si sono rivoltati contro. Abbiamo vissuto per decenni in un mondo diviso da uno specchio. E ognuna delle parti rifletteva l’altra. Ora lo specchio è andato in frantumi e in cosa l’Occidente si può specchiare, ormai? Ora, tutto è Occidente, è tutto ciò che è contro di noi è brutto, straccione, fondamentalista, Altro, troppo Altro. Noi rifiutiamo di specchiarci nel nuovo specchio che è sorto dalla macerie nel frattempo. Rifiutiamo di  vedere la nostra immagine rozza e violenta che ci viene rimandata dai paesi poveri, dai paesi che bombardiamo. Fingiamo, fingiamo che la Storia sia finita, che d’ora in poi ci saranno solo guerricciole infinite di aggiustamento per eliminare chi non ci somiglia troppo, ma che sostanzialmente la nostra visione del mondo trionferà. Dobbiamo essere tutti democratici e tutti commercianti, in un modo o nell’altro. La cosa tragica è che il “nemico” di adesso, il fondamentalismo islamico, il “terrorismo” non propugna una visione radicalmente Altra, che per noi è inaccettabile, come può essere il comunismo, la rivoluzione: niente di tutto questo. Il nemico propugna gli stessi nostri valori, solo distorti, ancora più impoveriti e imbarbariti. Non ci sono più due visioni del mondo che si combattono: esiste solo lo straccione che confida in un Dio arcaico contro il manager in completo scuro che confida nella merce, o meglio, nel business, a sua volta derivazione di un Dio arcaico che nel frattempo si è evoluto. In mezzo a tutto ciò, Mafia e Stato fanno i loro giochetti. Le filosofie orientali sono neutre e anzi in realtà più tendenti a dare a Cesare quel che è di Cesare e anche di più. Business is business. Non a caso tantissimi uomini d’affari e politici orientali fanno mostra della loro fede buddista senza che questa le impedisca di commettere alcunché. Il fatto è che nell’appiattimento ideologico imperante, gli straccioni hanno alzato la testa. Ne fanno una questione di identità, cioè noi contro loro. L’identità è tutto, nel XXI secolo. Più non si capisce cosa cazzo è l’identità, più il tema dell’identità (e per identità si intende per lo più la religione o l’etnia di nascita) diventa cruciale. E la Storia, che non ha mai smesso di tendere al suo vero fine, cioè il godimento estremo della classe dominante, continua a procedere, macinando vite, finendo di fare a pezzi coscienza agente e coscienza giudicante, finendo di far cagare l’anima a Hegel come in quelle (per lui) atroci e definitive notti del novembre 1831. L’unica cosa che consola è pensare che vista dalla prospettiva di un osservatore vivente, che ne so, tra un migliaio di anni, questa contrapposizione in blocchi durata meno di mezzo secolo, con tutte le conseguenze che stiamo vivendo adesso, sarà forse una paginetta o due su un manuale. Quello che rimarrà, saranno invece gli sfracelli ambientali ed economici che avrà prodotto il capitale. La fine della Storia, dunque, dici. Ma la Storia può avere fine solo se c’è un fine. Se il fine è la riconciliazione, la soddisfazione del bisogno, la Storia è un’illusione. Mai nessun fine collettivo è stato realizzato veramente, consapevolmente, tranne il tentativo leninista maoista. E si sa come è andato a finire. Nel mondo cosiddetto “libero” è la stessa cosa. Ho persino il sospetto che, dopo tutto, l’elevato grado di benessere nel quale vive molta gente, sia tutto sommato casuale, non voluto dal potere. Solo in seguito, il potere si è accorto che il benessere delle classi mediobasse gli faceva comodo. Semplicemente, l’espansione dei mezzi di produzione prima e il libero mercato poi hanno consentito, marginalmente, a molti di stare bene. La classe dominante ha bisogno di consumatori, dopo tutto. Forse la vera riconciliazione umana avviene sotto il segno della merce. Da qui nasce l’illusione della Fine della Storia. Il capitalismo produce come surplus, benessere per milioni di persone, un benessere pagato a caro prezzo.
Democrazia e capitalismo sono uniti indissolubilmente. Il gioco della merce ha bisogno di persone libere di acquistarle, venderle, farle circolare. La libertà la si compra pagandola sotto forma di vita degli altri. Il capitalismo non può fare a meno di sfruttare, non può fare a meno della disuguaglianza, non può fare a meno di esternalizzare. Tutti vogliono saltare sul carrozzone. Ma nel carrozzone non c’è posto per tutti. Il surplus prima o poi finisce. Allora chi guida il carrozzone fa finta che sì, il posto c’è, anche se non è così, per prendere tempo, perché gli straccioni sperino, vivano sperando senza che niente per loro cambi mai.
Tu dici che non sai. Non lo so, non lo so che cos’è e cosa succederà, dici.
E invece lo si sa benissimo. Andrà a finire che riempiranno il carrozzone fino a sfondarlo, ma anche fino a un minuto prima della catastrofe riusciremo a far finta che non sta succedendo niente. Non a noi, perlomeno. E allora ci sarà veramente la fine della Storia, forse. Il lungo sonno della merce, dal quale non vogliamo e non possiamo destarci ci condurrà all’oblio. La Storia è sempre staliniana, sanguinaria, crudele, ambivalente, perfetta. E il maggior pericolo di quest’epoca è non vedere che lo stalinismo è il compagno oscuro della democrazia. La democrazia è stalinismo senza Stalin e (quasi) senza gulag. Come lo stalinismo inghiottiva gli avversari del regime, così la democrazia inghiotte gli avversari della merce. Anche la democrazia può essere sanguinaria, crudele e perfetta. La democrazia è la dittatura del XXI secolo, il modello imbellettato di una finta rappresentanza popolare da esprimere a suon di morti ammazzati. La democrazia ha però in sé quel residuo di giustizia per cui, in maniera quasi casuale, a volte qualcuno può farcela, a cambiare qualcosa. Ma mai l’essenziale. Chi tocca l’essenziale muore. Le monde n’est que abusion, diceva François Villon. Il mondo non è che inganno.