Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

venerdì 16 gennaio 2015

A margine di Segantini



L’anima spasima di desiderio. Si strugge in movimenti purissimi. Si potesse fare di questi struggimenti strumenti di crescita interiore, di una maggiore capacità di vivere e morire, di una religione dell’amore. Amore, amore, amore, non si sa cos’è. Desiderio di carnalità totale, non è solo brama di appagamento sessuale è, piuttosto, la voglia di conoscere finalmente davvero la radice delle cose, di non esserne più esclusi, di non esserne più vinti.

Desiderio dell’anima e del corpo di vincere la morte, almeno una volta, prima che sia troppo tardi. Desiderio di fusione completa, da non potersi più distinguere, un braccio da quello dell'altra la bocca dell'uno da quella dell'altra, il piacere di darsi tutto in un fiato, per potere finalmente esistere in una sola goccia di splendente poesia.

Desiderio di pianto sulla bellezza e sul dolore e sulla gioia di tutte le cose create. Desiderio di sentire finalmente parlare le pietre, gli uccelli, gli alberi, le montagne, di sentire la voce del proprio stesso sangue che chiama.

Desiderio di perdersi e di ritrovarsi puri, bellissimi e felici.

Niente può bastare in questo deserto abbacinante di luce.
In questo moto dell’anima è contenuto tutto.

È volontà di regressione e volontà di trascendenza. Non esistono due volontà opposte, essa è una sola. Non esiste la volontà di vivere, è una definizione ridondante. La volontà è vita e morte. La volontà è questa felicità e questa tristezza, questo futile spasmo romantico e questa testa che cerca soluzioni che non ci sono.

Sordida pulsione fusionale, etica del nirvana marcescente. Qual è la strada giusta? Se dalla madre siamo sorti e alla madre dobbiamo tornare a che pro ribellarsi? O sono tutte scemenze?

Il Buddha, orfano di madre, ha elaborato una strategia per riunirsi a lei, o per sfuggirle?

Il Nirvana è lo spezzarsi della ruota delle Nascite. È la ribellione totale contro la Madre, nutrice e mortifera allo stesso tempo.

A che pro desiderare di ripetere all’infinito gli stessi errori, di rivivere le stesse smanie, quando si potrebbe trovare la quiete? E se ogni essere deve infine riaddormentarsi nelle braccia della Madre, a che pro cercare di sfuggire? A che pro cercare di andare da qualche parte? L’eroe archetipico cerca il suo glorioso destino per poi finire sempre nello stesso nulla colorato e materno.

Questa nostalgia porta a qualcosa di diverso che alla Madre? Può essere che il Buddha parta dalla ribellione alla Madre per poi ritornare per sempre in lei?

E se ci si volesse ribellare fino in fondo? Ecco Cristo, l’eroe maschile che vince addirittura la Morte e risorge, puro, invincibile in un corpo glorioso e immortale. Niente male, per un semplice bonobo.

L’uomo va fin sulla Luna per cercare il Padre e vi trova la Madre. Il cosmo è un grembo.

Bisognerebbe sfuggire a tutto ma come attuare questo piano?

Non c’è che un’unica cosa da fare: tornare alla Madre da Uomo.

La Madre non può nulla contro l’Uomo. Può solo ucciderlo, ma la morte è poca cosa se si è Uomo.

In altre parole, la pulsione fusionale è qualcosa da maneggiare con cura. Segantini non ci è riuscito. Esiste uno stupendo saggio di Karl Abraham su Segantini e la sua relazione ambivalente con la madre - pulsione fusionale. La sua lotta interiore ha prodotto capolavori splendidi che sembrano tendere direttamente al Novecento.

Solo l’Uomo può fondersi e riemergere ancora se stesso, guardare la Gorgone negli occhi, vedere Dio e non morire subito.

Solo l’uomo può sbarazzarsi di se stesso come se si togliesse un abito di dosso e immergersi nel mare fusionale, uno nel tutto. L’universo piangerà, almeno una volta, per quell’uno.

Tutto riporta al Cristo, archetipo dell’eroe e del sacrificio. Cristo non ha niente a che fare con il Cristianesimo di Bergoglio e degli ultimi duemila anni. Il fatto di non potere uscire dal Cristianesimo, dalla religione della pietà, ha fatto saltare il cervello di Nietzsche. Il fatto di sapere che non sarebbe mai sfuggito alla Madre, al Parsifal, lo ha distrutto. Nietzsche ha pensato che Wagner fosse un traditore del suo verbo pagano.

Nietzsche non aveva capito quanto Wagner fosse andato avanti sulla strada della redenzione. Non aveva capito quanto Wagner fosse vicino a Hegel, molto più che a Schopenhauer.  

La vita è una cosa smisurata, la donna è smisurata. L’amore vero è una forma di annientamento, è come avvicinarsi a una fornace, ma non si muore veramente, si risorge. Forse è tutto qui il famoso mistero: Eros, e il suo compagno indissolubile, Thanatos. Tutte queste belle formulette sono senz’altro suggestive, ma come si applicano alla vita del bonobo medio?

Dio è Donna – le stupide femministe non esultino inutilmente – ma non conosce se stessa.

Tutta la storia umana nasce dalla sottomissione della Donna – Dio. Ora che la Donna (giustamente) non è più sottomessa, la specie umana ha esaurito il suo compito storico.

Questi fermenti estremisti e fanatici di religioni arcaiche, sono solo rigurgiti. Non daranno luogo a niente. Indietro non si torna. La femminilizzazione totale della società coinciderà con la sua fine e sarà forse meglio così per tutti.

lunedì 12 gennaio 2015

Scontro di civiltà?



Ho un piccolo blog, dove spalmo radi pensieri nani. Sono un signor nessuno, un salariato come milioni, che campa come può, meglio di tanti e peggio di alcuni. Sono un essere vivente autocosciente (o almeno mi sembra di esserlo) che risiede sul terzo pianetino orbitante intorno a un sole di classe G, una tipica stella di media grandezza, comune nella Galassia che la mia specie ha denominato Via Lattea. Detta galassia, a sua volta fa parte di un sistema di galassie denominato (sempre dalla mia specie) Gruppo Locale, il quale è uno dei tanti gruppi di galassie di un universo immenso che ha avuto origine (sempre secondo le teorie elaborate dalla mia specie) all’incirca 13.8 miliardi di anni fa (tempo terrestre) da un’esplosione originaria.  Questo universo potrebbe essere uno tra i miliardi di miliardi di universi componenti il multiverso, immane fucina che non ha inizio né fine.

Faccio fatica, come si può comprendere, a orientarmi in tali vastità.

Però dentro di me c’è qualcosa, come un tarlo che rode, per cui ogni volta che succede qualcosa sforzo la mia testolina per cercare di comprendere (prendere dunque dentro sé)
il senso o di quello che accade. Forse è un difetto genetico, chi sa.

Insomma, sul terzo pianetino orbitante intorno alla stella classe G c’è fermento. La mia specie, alla quale mi vanto di appartenere, ha occupato tutti i buchi vitali, riuscendo persino a modificare l’intero ecosistema. La mia specie è suddivisa in varie tribù e sotto tribù il cui unico obiettivo è prosperare le une a discapito delle altre. Questo accade, probabilmente per un difetto congenito della mia specie, cioè l’incapacità di preoccuparsi del lungo termine delle proprie azioni.

La mia specie ha un elaborato senso del tempo. Vive costantemente nel passato, si illude sul presente e mente sul futuro.

La mia specie è altresì dedita alla specifica attività di sottomettere e uccidere membri di altre specie o della propria stessa specie. Siamo molto abili in questo e devo dichiarare con orgoglio che, millennio dopo millennio, siamo arrivati in cima alla catena alimentare. Non abbiamo nessun grande predatore che ci può far male.

Quasi in cima, dovrei dire. In realtà sopra di noi ci sono i vermi i quali si nutrono dei membri della mia specie che defungono. Abbiamo ovviato allo smacco inflittoci dal verme, incrementando le cremazioni, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano.

Questo lungo e decisamente inutile preambolo serve solo per introdurre il fatto che c’è fermento sul terzo pianetino.

La mia specie vuole a tutti i costi rendersi la vita un po’ più interessante, nonostante la tendenza generale alla pigrizia mentale cui abbiamo accennato prima.

E cosa c’è di più interessante della guerra?

Pensateci.

In seimila anni di storia documentata, questa è la nostra più duratura invenzione. Ci piace, ci diverte. Amiamo soffrire e fare soffrire.

Cosa c’è dopo la guerra?

La religione, naturalmente. Ne abbiamo inventate di splendide e continuiamo a modificarle e rifinirle, come si elabora un’auto, la si accessoria, la si croma.

Insomma, ci teniamo proprio alle nostre guerre e alle nostre religioni, quaggiù sul nostro terzo pianetino dal sole.

Succede un fatto brutto, un branco di scimmie ne uccide altre in nome dell’ennesima religione e subito si alzano venti di guerra: noi o loro, scontro di civiltà, i valori ecc. ecc.

Il fatto è però, visto da un punto di vista più consono al Gruppo Locale di galassie cui facciamo parte, soltanto una scaramuccia fra tribù e sottotribù.

Poi arriva l’intellettuale di turno (cioè uno che ne sa di più della media della mia specie) e dice che siamo in guerra che le cose sono come quando era lui bambino e c’era un’altra guerra. La gente gli da retta, per forza.

Siamo in guerra.

Non devono toccare le nostra gente. La mia tribù, la più grande del pianeta, può certo armare dei macchinari che uccidono donne e bambini a distanza, ma qui da noi non vogliamo casini.

Vogliamo avere la coscienza tranquilla di pensare alle guerre altrui.

Le cose sono sempre in fermento sul terzo pianetino, Le scimmie dominanti non riescono a starsene buone nemmeno un momento.

Allora io, povera piccola scimmia pensante, una tra milioni di milioni, che faccio?

Anch’io sono irrequieto, vorrei capire, mi infervoro.

È giusto, no è ingiusto. I nostri valori, i loro.

Immigrazione. Petrolio. ISIS. Al Qaeda. Complotti. Realtà.

Ferrara (grande scimmia bianca) s’incazza. Avrà ragione? La destra dell’intolleranza? A sinistra dell’accoglienza? Il capitalismo? L’anticapitalismo? Il qualunquismo?

Io mi chiedo. Tante domande mi frullano nel cervello mentre alzo gli occhi al cielo bianco di questo spicchio piccolissimo di terzo pianetino.

Lo scontro di civiltà, mi chiedo, a che serve, anzi, a chi serve?

Ma poi, si può parlare di scontro di civiltà quando da un capo all’altro del pianetino  si utilizzano le stesse tecnologie, si adora lo stesso Dio, l’Immagine, l’Occhio di Mamma o Papà che ci guarda (anche se sotto forme apparentemente diverse), sotto il quale vivere e morire, che ci deve approvare o maledire? È questo l’inghippo della scimmia dominante. Per non andare in confusione mentale e tenersi insieme, è costretta a immaginarsi grandi scimmie ultraterrene che la controllano.

È una psicosi che ha avuto la sua utilità in passato, ma che adesso comincia a creare enormi problemi, perché il tipo di scimmia alla quale appartengo ha, come detto prima, occupato tutti i buchetti possibili di questo angolo di universo.

Come si è arrivati a questo? Il prezzo della benzina è sceso molto. Siamo sicuri che è un buon segno? I membri della tribù più grande hanno creduto per anni di poter trattare tutte le altre tribù come una massa di schiavi ignoranti e sottosviluppati, buoni solo per avere la manodopera. I membri della tribù più grande hanno inventato grandi parole, dietro le quali possono nascondersi. Democrazia, Libertà, Giustizia, Uguaglianza.

Sono parole immense, tuttavia non escono dalla sottile atmosfera (solo una quarantina di chilometri circa) che circonda il terzo pianetino. Urlano queste parole nella foresta dei loro simboli. Altre tribù hanno simboli diversi, ma stesse attitudini.

La scimmia dominante è intelligente, ma non vede mai troppo oltre il suo naso. E muore a catena, sotto il sole, da sempre. Senza sapere perché.

Se solo tacesse per un attimo. Ma non può. È l’unica cosa che non può fare. Può volare, andare sotto il mare, solcare i cieli, esplorare i segreti più intimi della materia, ma non può tacere mai, deve sempre affollare il mondo con il suo rumore.

Come diceva una scimmia vissuta seicento anni fa, di nome Villon: Je congnois Mort qui tout consomme, / Je congnois tout, fors que moy mesmes.

A volte credo che solo il silenzio ci possa salvare.
Ma il silenzio è l’unica cosa che non possiamo fare.

giovedì 8 gennaio 2015

Società dello Spettacolo vs. Terrorismo Islamico







Strage a Parigi nella redazione di Charlie Hebdo. Dodici morti. Gli assassini sono terroristi islamici offesi dalle vignette pubblicate sul giornale: tavole non particolarmente spiritose, ma decisamente irrispettose su Maometto e co.

Quelli di Charlie Hebdo hanno fatto bene a prendere per il culo per anni questi coglioni fanatici, anche se hanno pagato un prezzo altissimo. La presa per il culo è esattamente quello che meritano. Purtroppo se aizzi le bestie feroci, senza testa e senza cuore, prima o poi rischi grosso.

Hanno ammazzato anche un paio di poliziotti di cui uno ferito a terra, finendolo con un colpo in testa. Insomma sono entrati in tutto e per tutto nell’allucinazione di una guerra santa che esiste solo nelle loro menti rancide. Il momento è pericoloso. Ci manca solo la guerra di religione in questa fottuta epoca e poi siamo a posto.

È vero che questo colpo maledetto cade come il cacio sui maccheroni per le cosiddette destre. È vero che le cosiddette sinistre si sono rese responsabili in Europa di politiche dell’immigrazione semplicistiche e ottuse. È vero che, se si va a guardare bene, quando si parla di “terrorismo islamico”, si sta in realtà discutendo di come le élite dei paesi arabi e di quelli occidentali manovrino la popolazione più debole per renderla paurosa e docile nei propri confini e aggressiva nei confronti del “nemico”.

Con la caduta del comunismo il nemico più pittoresco che si poteva inventare per rendere docile il peone, è il “terrorismo islamico”.  Si è fatto di tutto per renderlo una minaccia mondiale e, per la miseria, ci sono riusciti.

Il “terrorismo islamico” attecchisce nella miseria delle metropoli occidentali, dove molti immigrati hanno solo Allah cui rivolgersi per sentirsi esistere. È alimentato dagli interessi internazionali, dall’indescrivibile guazzabuglio creato in Medio Oriente da decenni di politica USA – URSS di cui stiamo masticando i macabri avanzi ormai da troppo tempo.

È inutile parlare di Islam buono o cattivo. Non esiste una sola religione che non abbia il suo lato oscuro e in questo campo i tre monoteismi fanno a gara senza superarsi mai.

Eccoci qua, signori e signore: abbiamo trovato il “nemico” giusto per il XXI secolo, oscuro ed etnico quanto basta e dunque possiamo continuare a fare porcate e a “sottomettere” la gente, nel nome della Santa Guerra delle Libertà Democratiche, contro l’oscurantismo.

“Sottomissione” è una delle possibili traduzioni della parola Islam, sembrerebbe. Qui, però, quella che viene in continuazione sottomessa, è la volontà, l’anima e l’intelligenza delle persone, siano islamiche o occidentali. Ci stiamo addentrando sempre più nell’incubo e non ci sveglieremo tanto presto.

Nei fatti l’islamizzazione (la sottomissione) è già avvenuta. Viviamo in un’epoca che più religiosa non si può. È questo forse il senso (se non ho capito male) del nuovo romanzo di quella specie di clochard della letteratura francese che è ormai Houellebecq. Le sue provocazioni sono sempre più esplicite. L’occidente tutto vuole, meno che la libertà, da barattare con una “soumission” religiosa apparentemente inaccettabile, ma che in realtà nel profondo desideriamo tutti: assenza di delinquenza, ruoli ben definiti, possibilità di poligamia, sottomissione a Dio, totale, definitiva. È il ritratto di una simpatica utopia, il sogno oscuro che non osiamo ammettere. Houellebecq, forse non è un granché dal punto di vista dello stile letterario ma sa mettere sempre il dito nella piaga, facendosi pubblicità e vendendo milioni di copie: un perfetto alleato contro se stesso della Societé du Spectacle.

E ormai in cartellone abbiamo Società dello Spettacolo vs. Islam: la religione del capitale virtuale, contro il paradiso delle urì; la Democrazia senza popolo, contro la Teocrazia senza confini; Barbarie del Mercato Globale, contro Barbarie del fanatismo.

Due religioni pericolose e idiote si affrontano sul terreno comune dell’ignoranza e dell’arroganza. Le morti provocate dalla Società dello Spettacolo sono meno appariscenti ma di proporzioni ciclopiche e altrettanto crudeli: si parla di più di un milione di morti finora in Iraq, migliaia in Afghanistan, per non parlare dell’interminabile e atroce conflitto Israele – Palestina.

Viene voglia di citare Panella – Battisti: Specchi opposti e riflessi, limpidi e inebetiti da se stessi.

Se le cose degenereranno (ormai non è più possibile fare previsioni), diverrà impossibile non schierarsi. Ed è proprio quello che vogliono, in fondo.

Noi siamo da questo lato del mondo. Noi siamo dalla parte della Democrazia e della Libertà (nostre), basate sulla “soumission” de le reste du monde.

Loro sono dei ruspanti fedeli in una religione arcaica, allucinante e adatta casomai a una civiltà basata sulla pastorizia, ma tecnologicamente equipaggiata. Da noi.

Il cerchio si chiude.

Resta da piangere di rabbia sulle vittime innocenti, sulla follia di questi imbecilli invasati, alimentati da un incredibilmente infantile e odioso spirito di emulazione verso quelli che loro considerano eroi. Resta di piangere di rabbia su una società confusa che, a fronte di un progresso tecnologico impressionante, non è riuscita a liberarsi da nessuna superstizione, ma le ha assunte tutte in sé, in nome di un aberrante “non si butta via niente”.

Resta da piangere di rabbia sulla follia delle creature umane, sulla disperazione di finire ammazzati, in una metropoli moderna, da un gruppo di immense teste di cazzo, in nome dell’ennesimo dio che non esiste.

Contro questa follia c’è solo da contrapporre la consapevolezza di chi siamo e di dove siamo e perché siamo a questo punto.

Contro questa follia dobbiamo smettere di essere marionette mosse sempre da qualcun altro, Allah o il Mercato. Consumatori o fedeli. Fedeli consumatori. Consumati.
Dovremmo essere tutti dei piccoli Charlie Hebdo. Già una roba del genere in Italia fa ridere solo a pensarci. Abbiamo paura della nostra stessa ombra. Figurarsi fare vignette o battute spinte sugli intoccabili. Noi abbiamo Benigni, quaggiù, non so se ci siamo capiti.
Peace and love e qualche saltello e volemose bene. Che non si sa mai che quelli fanno sul serio.

mercoledì 17 dicembre 2014

Pensieri nani 13



Benigni è un cialtrone e pure in malafede, secondo me. Se invece di fare lo pseudo francescano del cazzo, avesse avuto il coraggio di tentare una reale esegesi dei dieci comandamenti e dell'Antico Testamento in generale, con tutto il corollario di falsità, bubbole e massacri che esso comporta, gli avrebbero stroncato la carriera, ma almeno avrebbe potuto ergersi come uomo in mezzo a quel branco di scimmie in preda a allucinazione religiosa che è, in linea di massima, il popolo televisivo italiano.
Da vomitare.
Che ci si può aspettare da un paese che ascolta in massa un ridicolo guitto farneticare dei Dieci comandamenti? Nulla. È un paese morto, ormai. Passiamo, se volete, al dibattito.

Sempre in tema di celebrazioni del nulla, poco più di vent'anni fa, il 30 novembre 1994, si suicidava Guy Debord. Alcolista, personaggio inafferabile e in buona parte inafferrato, ha avuto il buon gusto di togliersi di mezzo prima di vedersi utilizzato da un sistema che aveva combattuto.

Debord malato di nostalgia della perduta Parigi della sua giovinezza. Il Situazionismo visto come lotta naif contro la burocratizzazione dell’ecumene. È giusto che sia così, in un certo senso. Man mano che si va avanti ogni cosa trova il suo posto. Ogni illusione si manifesta per quello che è, e la vita diventa più leggera. Sono ormai lontani i tempi in cui si poteva credere e sperare in un cambiamento sociale di tipo collettivo e utopico.
Chi ci ha creduto è nel regno dei morti, adesso.


Tutta la società umana è disfunzionale.
Ormai si vive di rimedi, non di strutture solide. Tutto è divenuto una folle corsa alla guarigione. Siamo una folla di incurabili.
Ormai ci consoliamo con i complotti. Non ci capacitiamo che tutto questo casino è frutto soltanto del caso e della stupidità.
Dobbiamo rinascere, come crisalidi. Il problema è che stiamo esaurendo le sostanze nutritive contenute nel bozzolo. Rischiamo di morire prima di uscirne fuori.
Cosa saremo?

Rivisto Enter the Void di Gaspar Noe. Geniale.
Mi erano piaciuti tantissimo anche Carne e Seul contre tous. Mi piace l’assoluta, voluta, divertita esagerazione con la quale Noe scardina tutto il comune sentire. Dalla pedofilia alla pornografia, tutto è vivibile sullo stesso piano, poiché tutto è inganno.
Mi piace questo regista, mi piace il fatto che se ne sbatta i coglioni di tutto e faccia esattamente quello che vuole, ridendosene delle critiche negative. Addirittura stupendosi allegramente se nessuno fischia alle sue prime.
Capolavoro assoluto di visione, Enter the Void è stupore glaciale e solitudine esistenziale. La vita e la morte secondo il Bardo Thodol negli anni Duemila. La vita è diventata dimensione irraggiungibile. Unica salvezza reincarnarsi nel grembo della propria madre. Illusione o verità, non contano. Nell’apparenza della vita, conta solo la carne, una carne qualsiasi.

Si dice che gli uomini sognino di tornare nell’utero materno a coronamento dei propri desideri di nirvana amniotico. Io non credo di desiderarlo, io voglio scappare a gambe levate dall’utero e essere fino in fondo un ragazzaccio bastardo che sfida a sputi gli dei.

 Il mondo è pieno di gente che la sa lunga. Io non voglio mai saperla lunga. Amo stupirmi.
Amo accogliere in me le visioni.

È sempre e solo il corpo che trionfa, anche nella sua disfatta.

 Una volta di più mi convinco che le opinioni avvelenano l’anima. Se si riesce a innalzarsi sopra di tutte le opinioni, si incontra la poesia.

 Tutto è Piacere e Dolore, Amore e Morte, fino all’ultimo tempo del film. Poi c’è il nero dello schermo. Quello che avviene dopo è un lungo dibattito sull’oblio e relative ricette.

 L’incredibile somma di tutti gli anni in cui non c’eravamo e quelli in cui non ci saremo più, fa scattare una strana forma di sgomento. L’aria intorno si mette persino a vibrare.
Non può essere, ti dici. È proprio così, infatti: non può essere.

 Ci può essere una terza via oltre la cretina affermazione di sé e il totale assorbimento dell’io nell’alveo dell’essere? C’è una alternativa tra il nirvana e il vitalismo osceno?
In altre parole, in che modo proseguire il cammino dopo la morte di Dio, senza doverne per forza resuscitare dei simulacri?

In fondo sono tutte questioni poco interessanti. È molto più interessante il culo di quella ragazza che è passata poco fa davanti a queste vetrate. Forse in questo c’è contenuta la risposta. Sì, vogliamo l’eternità, no, non la vogliamo.
 
Il vero cambiamento è accorgersi che si può essere felici solo sull’orlo di un burrone e che non c’è niente di tragico in questo.

venerdì 5 dicembre 2014

L'essenza del desiderio





Godard definiva questa inquadratura "la più triste di tutta la storia del cinema".
Io in verità non ci trovo tristezza. Ci trovo il più erotico e seducente sguardo mai dato a un povero spettatore dell'esistenza. Essere guardato così, come si guarda chi ti vuole trovare. E nel trovarti vuole che tu ti perda, senza più io né tu. Smarrito ogni confine. Essere guardato così, come celebrare un appuntamento con l'essenza del desiderio.
Essere guardato così, è il senso della vita.

giovedì 20 novembre 2014

Pensieri nani 12



Oggi uscivo dalla metropolitana in preda ai miei soliti malesseri quando mi ha affiancato un barbone o comunque uno dei tanti reduci da qualche reparto psichiatrico post Basaglia che guardandomi mi ha sussurrato due o tre volte “Siamo quasi arrivati”.  L’ho ringraziato per la solidarietà e ho sentito un brivido lungo la schiena.

 La teodicea è una forma di autismo.

 L’idea dell’aldilà mi sembra addirittura un eccesso di zelo nei confronti delle nostre abitudini. Non possiamo fare a meno di considerarci indispensabili.

 Oggi pensavo al concetto di pompino. Ho visto con gli occhi della mente una donna che si adoperava a succhiarmi quell’appendice così importante per la struttura psichica del maschio e ho pensato che era veramente una cosa ridicola, come pure ridicolo è tutto l’atto sessuale, con le nostre appendici e i nostri buchi e tutto questo fremere che sembra così decisivo ma non è nulla di più di qualche scarica elettrica. Siamo l’ottativo dei girini che si agitano in uno stagno.

 Vorrei solo …

 Sono stupefatto da questa esistenza. Da come si è svolta. Di cosa consiste. Bisogna agire alla luce del sole. La luce del sole è tutto: ma senza esagerazioni.

 Il romanzo nasce dall’impossibilità di smettere di (non) rispondere alla domanda: che cosa significa vivere la vita di un essere umano?

Le piogge continue hanno sputtanato la centrale del teleriscaldamento A2A della mia zona. Risultato: tre giorni senza riscaldamento, né tele, né altro. In più, la doccia non manda acqua calda. Idraulico che va e viene. Diagnosi e prognosi incerte.
Benvenuti negli anni Dieci.

 Polemiche. B. sta sulle palle a  C. perché non è abbastanza simile ad A. che però nelle sue motivazioni tende sempre a dimenticare le ragioni di D. che è così vicino alle ragioni di E., cui gli interessi in comune con A. non posso certo essere dimenticati. Il passato di F. getta cattiva luce sulle sue connivenze con C. che si difende puntando il dito su D. e le marchette fatte quando lavorava per conto di E. In tutto questo B. cerca di districarsi lasciando scontenti tutti, in primo luogo E. che non dimentica i favori ricevuti quando A. era al potere. F. a questo punto passa all’attacco provocando perfino le ire di H. fino a quel momento tenutosi fuori da ogni disputa. A. si infuria rivangando le antiche connivenze di H. con B., C., D. e perfino E.  F. si incazza perché si sente escluso. Giunti al culmine della contesa interviene Z. cui tutti si inchinano, anche B., pur con qualche pacato distinguo.
C. invita B. a prendere un caffè. Ci sarà anche F. Parleranno male, sottovoce, di Z.

 Umberto Veronesi ha affermato che il cancro e Auschwitz sono, secondo lui, la prova che Dio non esiste. Il pensiero in sé non è eccessivamente originale (qualcosa del genere l’aveva detta Primo Levi negli anni 70) ma ha scatenato polemiche a non finire sui giornali on line. Male incolse il Veronesi che si è dovuto buscare una contro risposta da quell’ineffabile genio di Zichichi. E va bene, ci sta pure che il testimonial della Teiera Volante e dello Spaghetto del supermondo difenda il suo sponsor.
Quello che fa tristezza è la valanga di commenti insultanti indirizzati a Veronesi da parte del popolo del web, sui vari giornali on line. Su centinaia di commenti un buon 70 % erano di insulti al vecchio professore che si era permesso di negare l’esistenza del Buon Dio che manda il cancro ai bambini.
Il livello dei commenti era da licenza media scarsa. Gli argomenti addotti per confutare il povero Veronesi andavano dal “sentito dire” a citazioni a cazzo di cane della Bibbia.
Insomma, una vera e propria giungla di idiozie nelle quali si rischiava di impantanarsi per non riprendersi più.
Se il prof Veronesi avesse fatto queste dichiarazioni in Gran Bretagna, se ne sarebbero fregati. Se le avesse fatte in Francia, ancora di più. Negli Usa avrebbe rischiato il linciaggio mediatico. In Iran l’avrebbero forse imprigionato. In Arabia Saudita impiccato. In qualunque paese del Sudamerica avrebbero fatto come in Italia, dove è stato ricoperto di merda.
Questo la dice lunga sul nostro livello. A livello culturale siamo poco sopra l’Iran e alla pari con il Sudamerica. Consoliamoci: nonostante il Vaticano in casa, tutto sommato siamo più tolleranti che negli Stati Uniti.
Prospetto una simpatica guerra di religione combattuta da imbecilli con lo smartphone, la mannaia o il crocifisso, che mentre uccidono gli sporchi atei mandano preghiere per i loro bambini malati, al Dio che da sempre continua a non ascoltarli, forse perché, come suggerisce Veronesi, è improbabile che ci sia. Ma non ditelo a Zichichi.

venerdì 14 novembre 2014

Un buco con la realtà intorno



Perché mi sto interessando al cosiddetto Realismo Speculativo?

Per farla un po’ finita con gli esistenzialismi, le fenomenologie, gli idealismi e le pippe mentali francesi. Perché, devo ammetterlo, mi affascina la tenebrosa atmosfera nordica, i cieli plumbei e le belle ragazze dalla pelle bianca. In altre parole, mi accosto al RS perché mi sarebbe piaciuto essere inglese o norvegese e comunque mi piacciono le nordiche.

Dal punto di vista filosofico (al di là degli scherzi), mi affascina poter pensare qualcosa che è aldilà del pensiero stesso, la realtà. Il vero aldilà esiste e non c’è bisogno di cercarlo dopo la morte. Esso è prima e dopo di essa. Esso è ciò che continua mentre i fenomeni appaiono e svaniscono e anzi, esso è l’infinito oltre che ci guarda da fuori.

Le filosofie monolitiche, dialettiche, sono noiose, antropocentriche. Dentro il nostro cosmo protetto, non facciamo che passare da uno specchio all’altro. Può darsi che non sia possibile sfuggire al perimetro della nostra mente ma sappiamo che qualcosa là fuori, esiste. Per sempre. E non è Dio. È la Realtà. Forse è la sessa cosa.

Kant era attratto da Swedenborg e ne temeva la deriva visionaria. Il filosofo di Kőnisberg subiva la malia della cosmogonia del profeta pazzo. Ha cercato si sottrarvisi con un libretto intitolato Sogni di un visionario. Era affascinato dalla netta divisione tra terra e cielo, con il cielo visto come ottativo più bello della vita reale, una divina duplicazione, vera e propria fantascienza. Kant ha relegato in seguito tutto ciò nel regno del noumeno, inavvicinabile dominio degli angeli che sono uomini e non lo sono allo stesso tempo.

Kant ha cambiato la sua vita attraverso Swedenborg. Per paura di perdere la ragione egli ha creato la sua cosmogonia ordinata, priva di pazzia quanto più possibile. La storia del pensiero occidentale è, dal tempo di Kant, una storia di rimozioni.

A partire da Kant la prima cosa che è stata rimossa è stata la realtà, da allora semplicemente definita cosa in sé.  La cosa in sé è la chiave della comprensione. È la cosa in sé il problema e il fatto che non si possa toccarla, sentirla, pensarla, se non attraverso noi stessi. Abbiamo unito soggetto e oggetto in una cosa sola, sempre e comunque convinti della superiorità del soggetto. Ma è l’oggetto la chiave di tutto. Noi emergiamo dalla realtà degli oggetti, oggetti a nostra volta, con una particolare forma di cecità. Siamo un buco nel tessuto del mondo, fatto di percezioni. Siamo il buco. Un buco con la Realtà intorno.

Rendersene conto è il primo passo.