Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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sabato 5 dicembre 2015

Pensieri nani 18



Quanto a me, io mi sono perso per strada, da un pezzo. Sto cominciando ad abituarmi e a godermi semplicemente il paesaggio che mi circonda. Non mi pare che esistano strade reali da percorrere. Sono tutte sciocchezze teoriche.
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Ho capito tutto. Ho sentito tutto. Ho visto tutto. Ho cercato tutto. Ho amato tutto. Ho pensato tutto. E nessuno lo saprà mai e non farà mai nessuna differenza.
Io la vita l’avevo già capita, da un pezzo. Sapevo tutto già a sedici anni. Sapevo già il necessario, ero dotato di tutta la perspicacia e la visione.
Ma non mi sono mai fidato di me stesso. Ormai non fa differenza, non ho più tutti questi slanci. Queste sono semplici osservazioni.
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Quelli che hanno osservato la vita da un angolo buio, l’hanno vista in pieno sole. Tutti quelli che hanno avuto torto, avevano ragione.
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Che gloriosi tentativi nella mia anonima esistenza. Nessuno saprà mai quali e quante tonnellate di basalto e strati di placche continentali ho dovuto spostare per far emergere la mia testolina dal fango.
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La cosa inconcepibile, al limite del sopruso, è che questi risulteranno essere i migliori anni della mia vita.
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La soluzione buddista all’angoscia è che la proviamo perché pensiamo di esistere come entità separate e invece, semplicemente, noi non esistiamo. Siamo parte del tutto, e se ci arrendiamo al fatto di non avere sostanza, l’angoscia si trasforma in felicità. Tutto bene, ma “chi” prova “angoscia”  o “felicità”? Se la prima nobile verità è che “la vita è sofferenza”, chi soffre? La sofferenza è un’illusione per chi? Chi si deve risvegliare?
È per questo che il Sutra del Cuore afferma che il Tathagata non è venuto per liberare gli esseri senzienti, perché non c’è nessun essere senziente. Si completa il cerchio e si arriva all’accettazione della vita per quello che è.
È una soluzione? Per chi? E le cose accadono perché accadono? E non è questo in fondo il vero nichilismo? Alla fine di tutto c’è il nhilum, direbbe Nishitani.
La vacuità va oltre il nulla e il tutto, l’essere e il non essere. Non ricompone le dualità, le assorbe. Ma in questo modo non c’è reale movimento. Non c’è reale e basta.
O meglio, c’è solo il reale. Allora si potrebbe dire che la società esiste perché l’uomo continua ad avere un pensiero dualistico. Nel futuro, quando il dualismo si sarà riassorbito, i superstiti di questa civiltà sopravvivranno in qualche modo sulla base di pochi impulsi: coltivare per mangiare un pugno di riso, qualcosa per coprirsi e infine una capannuccia per meditare e ripararsi dalle intemperie. L’ideale utopico. L’arte non sarà necessaria, perché essa è l’inevitabile conflitto tra io e società. Shibbolet.
No, l’uomo è un cazzo di animale contraddittorio. Esiste proprio perché è contradditorio, oscilla tra volontà di potenza e nirvana.
Forse, un giorno, nel futuro, sceglierà come finire.
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È assurdo definire quest’epoca come materialista. In essa, non c’è proprio nulla di materiale. Siamo in un mondo infinitamente più simbolico che in tutta la storia umana.
No, non c’è nulla di materialistico nemmeno nel modo in cui sfruttiamo e devastiamo la natura. Cosa c’è di meno materialistico del denaro? Nemmeno l’ostia consacrata è più simbolica di così. E cosa c’è di materialistico nella Borsa? E cosa c’è di meno materialistico dell’idea di democrazia, di uguaglianza, di libertà? Di fronte alla sofferenza e alla morte reale di migliaia di persone, la società risponde con simboli ai quali tutti devono sottomettersi. E, per finire, cosa c’è di meno materialistico del materialismo?
Il materialismo non esiste, nel mondo materiale.
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Quanti mi hanno abbandonato e quanti ho abbandonato. È stata una specie di moria. Ora mi trovo quasi completamente solo. Non l’ho fatto apposta. Dovrei essere più socievole? Ma in realtà lo sono, quando sono in compagnia sono cordiale, gentile, parlo volentieri.
Ho il vulnus che non viaggio, impossibilitato dalle mie nevrosi. In una società che ha fatto del “viaggetto” pseudo turistico uno dei perni della vita quotidiana, io mi ritrovo costantemente penalizzato.
Non condivido nulla della mentalità comune, e non posso farci niente. Non ho molto da dire alla cosiddetta gente normale. Non ho figli (altro pilastro della quotidianità), non ho una carriera, non ho un cazzo di niente in comune con nessuno che conosco.
Figli, viaggetti, stronzate da comprare. Le vite sono basate su questo. E la mia vita su cosa è basata? Su un desiderio infinito di conoscenza fine a se stessa. Su illusioni barocche, risibili. Non sono mai cresciuto. Mi butto nella vita di merda quotidiana, rimanendo me stesso. Ogni tanto riesco a divertirmi un po’.
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Perché si vive? Per il lieto fine, che non c’è quasi mai. Anzi, non c’è mai. Si vive dunque per qualcosa che non esiste.
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 Il paradiso è solo un paio di belle cosce, per una trentina di minuti. E basta.
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Va tutto bene. Tutti hanno ragione. Vale la pena esprimere un’opinione in un mondo in cui tutti hanno ragione? Le evidenze, i fatti, le “prove”, oggi meno che mai dimostrano qualcosa o fanno la differenza. In quanto a illusione e credulità la nostra epoca non ha nulla da invidiare al Medioevo.
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Realismo. Il sogno, la poesia, non mi scuotono da questo – realismo. Lo benedico.
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L’attributo “genio” si spreca, oggigiorno, per chiunque. Meno persone di genio ci sono, uniche qualificate a riconoscerlo questo “genio”, posto che esista, più le etichette si sprecano.
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 Multiculturalismo è un termine improprio. Più che altro si dovrebbe dire multi - spettacolarizzazione. Sono simulacri di esotismo, scheletri di sistemi familiari molto simili a quelli nostri degli anni cinquanta. Non c’è vera differenza ormai, tra un egiziano e un australiano. Basta guardare Real Time per rendersene conto.
La globalizzazione è quello che è: un accumulo di immagini di finta esultanza dentro le quali l’individuo e la collettività si sono irrimediabilmente perdute.
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L’uomo è un essere interamente emotivo. Conosce attraverso le emozioni. La scienza, la religione, l’arte: tutto ha basi emotive. La logica stessa è una forma di emozione, è come un gioco per ritrovare se stessi, l’equivalente infinitamente più complesso del giocare a mosca cieca o a strega comanda color.
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 Quando si accede a un livello superiore del gioco (o almeno si presume di averlo fatto) i giocatori diventano sempre meno numerosi. Una certa quantità di persone ha capito la faccenda universale e si ritrova su una pianura desolata. Allora deve adattarsi con quello che c’è.


giovedì 27 dicembre 2012

Budd(h)ismo o dell’illuminazione illusa




Il mio inizio buddista è stato tutto fuorché casuale. Da sempre affascinato dalle religioni orientali, quando ho saputo che una mia amica praticava una specie di buddismo giapponese mi ci sono fiondato, come si dice. Era da un po’ di tempo che la vedevo cambiata, più sicura di sé, meno casinista e più concreta, ma lì per lì non ci avevo fatto troppo caso.
Il motivo per cui mi sono voluto buttare nel buddismo era che, pur ritenendomi ormai irrimediabilmente ateo, avevo una fame di spiritualità non appagata. Volevo qualcosa che desse un senso al tutto e che, in più, funzionasse. Il cambiamento della mia amica e la promessa che situazioni concrete trovassero soluzioni meravigliose, mi fecero decidere al grande passo (per me) di fidarmi di una qualche dottrina.
E così, un bel giorno di maggio 1988 ho iniziato a recitare il mantra e a imparare il libretto del sutra. Gongyo e daimoku e Nam Myoho Renge Kyo. Il Buddismo, senza acca, di origine giapponese.
Per raccontare tutto quello che ho vissuto e sperimentato ci vorrebbero pagine e pagine. Sono rimasto nell’universo della Soka Gakkai, questa apparentemente perfetta organizzazione laica buddista, da praticante indefesso (cioè costante fino al masochismo) fino al 2002.
Devo dire che i primi anni sono stati belli. Conoscevo un sacco di persone, visitavo un sacco di posti nuovi, il mio umore (loro lo chiamano stato vitale) era quasi sempre buono. Stavo bene, veramente. Ero giovane, mi divertivo. La pratica mi dava la possibilità (o l’illusione) di potere risolvere qualunque problema della vita quotidiana mi si parasse davanti.
Più o meno velocemente i miei amici di prima del buddismo sparirono per lasciare il posto a nuovi amici, tutti buddisti, ovviamente. Era una cosa naturale, che chi non condividesse con me la gioia della “verità assoluta”, dopo un po’ sparisse. 
Per come sto descrivendo la faccenda, tutto sembra essere il deliro di un malato e in certo senso può essere così, ma è veramente difficile spiegare la fascinazione assoluta che mi aveva pervaso, per questa pratica. Mi sembrava di aver trovato la risposta a tutte le mie domande: perché la mia vita è così come è? Perché molti si danno da fare e non ottengono mai nulla? Perché al mondo c’è tutta questa sofferenza? Esiste una vita dopo la morte? Ecc, ecc.
Mi sono reso conto di questa fascinazione assoluta soltanto dopo che me ne sono tirato fuori.

mercoledì 14 novembre 2012

È tutto lo stesso




Perché queste Cronache babilonesi? Perché mi trovo sempre a scrivere dall’orlo del’abisso. Perché vorrei sapere qualcosa e non so nulla di nulla. Perché sono bombardato da informazioni in misura massiccia e la mia vita si rattrappisce in risposta.

Sono pienamente consapevole di ogni mio mutamento, come pure del ridicolo insito in esso, eppure non riesco a fare affiorare nessuna descrizione certa di quanto mi accade.
Nella mia vita sono stato:
Buddista
Ateo
Negazionista
Possibilista
Spiritualista
Comunista
Materialista
Agnostico
Mistico
Fondamentalista
Catastrofista
Complottista
Anti complottista
Individualista
Collettivista

Ondate successive di pensiero mi hanno colto e mi hanno mutato. Una ondivaga inquietudine mi porta da una parte all’altra dello spettro cognitivo. Non mi convinco mai di nulla perché so che non c’è un posto dove mi posso fermare.
L’unico porto sicuro è il senso del mio corpo un po' indolenzito.

Ora cosa sono? La mia fase attuale si può definire in una sorta di disillusione incantata.
Sono disilluso da una vita che rimane un mistero che incanta.
Sto imparando a vivere. Ecco una frase che non significa nulla. Che vuol dire “imparare a vivere”? Si impara a nuotare, non a vivere. Se dici che stai imparando a vivere ti stai riferendo a qualcos’altro.
Si impara piuttosto a lasciare andare: schemi mentali, costruzioni ideologiche, rivestimenti bizzarri, idee fisse, sottrazioni di immagini sovrapposte alla realtà. Si impara a disimparare.


Non c’è un fatto al quale posso aggrapparmi, una fede definitiva che posso abbracciare, sono intriso di impermanenza.
Lascio fare alla mia vita, che conosce ciò di cui ho bisogno più di me stesso. Cerco solo di essere consapevole senza che questa consapevolezza mi paralizzi.
Che vuol dire “lascio fare alla mia vita”?
Forse che per vita intendo un superiore istinto di conservazione? Sì, può darsi.
La vita è una colossale strategia di sopravvivenza. Non sempre, certo.
A che pro cercare di sapere qualcosa?
Il fatto è che se anche non vuoi credere, la credenza si insinua e informa di sé i tuoi atti.
Allora bisognerebbe coltivare il distacco del frutto dall’atto. Sarvakarmaphalatyaga
È un termine buddista.
Significa agire senza cercare soluzioni, meriti, frutti, doni. Agire e basta. Oppure non agire e basta.
Sentire la libertà di questo concetto. Sentire il Vuoto, il Non Condizionato, forse l’estrema delle illusioni. Se non sei condizionato puoi essere qualunque cosa, fare qualunque cosa. 
È tutto Vuoto. Non c'è più niente da temere, né la crisi, né la disoccupazione, né la morte.
È lo stesso, dice Thomas Bernhard. È tutto lo stesso, dice ne La cantina. 
Qualunque cosa facciamo, è lo stesso.
È difficile da accettare, quasi impossibile, perché i nostri condizionamenti culturali ci portano a vedere un mucchio di differenze in quello che facciamo. Va bene così.
Ma se arrivi a percepire il Vuoto, la tua vita cambia. Esternamente sei lo stesso. Mangi, lavori, scopi, pisci, caghi, ti formi delle opinioni, ti incazzi, aggiusti le cose che si rompono (se ci riesci), paghi le bollette, porti la macchina dal carrozziere.
Ma dentro si è creato un distacco. È tutto lo stesso, ti dici, e sei diventato in grado di divertirti. Ti diverte lo spettacolo di te stesso e degli altri che si danno un gran daffare.
Ballerini che si muovono a scatti sul gran palcoscenico, rivolti in mille direzioni diverse.
Allora ridi di più. 
Puoi perfino trovare soluzioni apparenti a problemi apparenti

giovedì 24 novembre 2011

Cos'è nuovo?


Martin Heidegger (1889 - 1976), il fottuto nazista, distingueva la chiacchiera dalla vita autentica.
Guten Abend, Herr Professor.

Ronald D. Laing (1927-1989).
Antipsichiatria e fenomenologia. Sniffava coca assieme a Timothy Leary (1920 – 1996)

Benedetto XVI (1927 - ) e la fenomenologia antirelativistica. Una fissazione tipica di chi si sente il terreno franare sotto i piedi. Entro il 2200 non rimarrà quasi nulla della Chiesa Cattolica e molto poco di tutto il resto.

Alla fine c’è solo la morte a cui pensare. Il resto sono chiacchiere. Lo diceva il fottuto nazista.

Dhammapada (V sec. d. C.) : non c’è strada e non c’è viaggiatore.
Neanche il bigliettaio c’è, suppongo.

martedì 2 agosto 2011

Il Formidabile



Se si potessero assimilare tutte le teorie scientifiche, tutte le opere filosofiche e artistiche, tutte le dottrine religiose in un colpo solo e  a fondo, se un essere favoloso potesse leggere tutti i libri e interiorizzarli, comprendere e interiorizzare tutte le formule, questo essere saprebbe, senza ombra di dubbio, che sono tutti trastulli.
Trastulli d’animali. Come accoppiarsi. Come mangiare. Come masturbarsi. Diversivi.
Nel flusso prodigioso del tempo, queste insignificanti analisi, che pure sono costate anni di vita, sforzi indicibili e spesso la vita stessa ai suoi ricercatori, sono solo lo zampettare di un topo che esplora da un capo all’altro, ininterrottamente, la sua gabbietta.
Eppure il Formidabile è tutto intorno. Produce déi a getto continuo.
Il Formidabile è ciò che la percezione potrebbe percepire se non fosse soggetta a innumerevoli limitazioni.
Questo significa che il Formidabile si può sempre e solo intravedere.
Una metafora buddista parla di un cavallo bianco visto passare veloce come un lampo dal buco di una serratura.  Il cavallo bianco rappresenta la fugacità dell’esistenza.
Il Formidabile è lo slancio infinito del cavallo.