Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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lunedì 13 gennaio 2020

Hammamet, il bianco e la morte


Il film mi ha fatto una grande impressione. Mi è sembrata una delle opere più interessanti degli ultimi anni. Non vorrei soffermarmi sulla prestazione di Favino, semplicemente superlativa. È qualcosa che capita poche volte, credo, nella carriera di un attore. In un’altra epoca sarebbe passata alla storia. Craxi ci apparso davanti, nella sua concretezza umana. Favino non ha imitato Craxi, è diventato Craxi.
Che importanza potrebbe avere la storia di un politico in totale declino, alla fine del secolo scorso, se non quella di trasmettere un messaggio di cui la gente dell’ormai inoltrato XXI secolo ha un bisogno inconfessato? E di cosa la gente ha bisogno oggi, a vent’anni di distanza dagli eventi narrati? Perché ci interessa Craxi?
Non è la storia di un successo, roba così tanto in voga oggi, ma quella di una catastrofe, senza riscatto. Cosa ci attira in essa? Forse il sentimento che nel dolore si diventa veri: nel dolore immedicabile, nella sconfitta, nel peccato, all’ombra della morte, nella polvere, si diventa umani, ci si avvicina umili al mistero. E noi abbiamo bisogno di abbassarci, in quest’epoca, un bisogno inconfessabile, di cui abbiamo vergogna. Abbiamo bisogno di guardare in faccia la verità che non vogliamo vedere, cioè che da tanti anni noi poggiamo i piedi sul vuoto e questo vuoto ci spaventa ma nello stesso tempo ci attrae. Perché portare avanti ciò che è disumano è troppo doloroso.
In una Tunisia livida, che sembra malata quanto il protagonista, si consuma l’ultima stagione di uno dei più potenti uomini politici italiani del dopoguerra. Autoesiliato per sfuggire alla prigione, Craxi mantiene intatta la sua arroganza e la sicurezza di essere nel giusto, fino alla fine, eppure ci appare capace ancora di generosità, di gentilezza, come pure di furori improvvisi. Il film non indugia sulle motivazioni politiche, non indaga sui torti e le ragioni. È come vedere gli ultimi giorni di Napoleone a Sant’Elena, quando ogni cosa è perduta e restano solo piccole vestigia di un potere antico, ombre di antichi privilegi. Craxi passa le sue giornate nella noia, nei disagi fisici, circondato dai familiari, una moglie che sembra perennemente in vacanza, una figlia che si dedica completamente a un padre che ama morbosamente, un nipotino in sovrappeso e non troppo intelligente, una servitù autoctona e spettrale.
Il vuoto riempie i grandi spazi bianchi, il cielo bianco, il deserto, i fichi d’India, I muri bianchi delle case, tutto bianco, un bianco che sottolinea l’approssimarsi della morte.
E questo mi pare il motivo nascosto di tutto il film: la morte, la sua attesa, il tempo sospeso della condanna, il desiderio di espiazione, mischiato a quello di rendersi vittima sacrificale, di andare fino in fondo al proprio destino. Craxi è una figura tragica, il che costituisce un’eccezione notevole nel panorama italiano. L’italiano, come si sa, rifugge dalla tragedia e riversa in commedia ogni cosa, che poi quasi puntualmente sfocia nella farsa. Craxi sembra, consapevolmente o no, volersi sottrarre a questo italico destino.
Figura di decisionista così atipico tra i politici italiani, ha voluto accentrare su di sé il potere e vuole, coerentemente, accentrare su di sé anche le conseguenze che la perdita di questo potere comporta. Uomo libero, pur nella sua arroganza e nel suo egocentrismo, non accetta di sottoporsi a un giudizio che ritiene ingiusto. Perché deve pagare solo lui, per una consuetudine (il finanziamento illecito ai partiti) che è sempre andata bene a tutti? Non è innocente, Craxi. Lui ha abusato del potere, lo ha conosciuto e vissuto in tutti i suoi meandri, se ne è abbeverato, ha fatto della sua vita strumento stesso del potere. E il potere lo ha risucchiato e sputato via.
Allora quello che gli resta da fare è morire. Craxi ingaggia la sua partita con la morte. Quando potrebbe tornare in Italia e farsi operare da medici validi rifiuta. Gioca con la sorte, si fa operare in Tunisia. L’operazione va bene, ma è troppo tardi. Craxi se l’è giocata fino in fondo. Nel sogno finale ritorna il ragazzino che per puro capriccio prendeva a fiondate i vetri del collegio: per pura ribellione, per puro gioco, per puro desiderio di mettersi alla prova e fare di sé il proprio destino.
Non è cattolico come Andreotti, Craxi: egli attinge più alla tragicità greca.
Si fa autore del proprio destino e va incontro all’hybris.
Andreotti si attacca al cristianesimo e cavalca tutte le ere, arrivando a tardissima età.
Craxi e Andreotti, sono due possibilità inerenti all’animo italiano: Craxi e del tipo meno diffuso e si può stare certi che è quello che finirà sempre male. È il tipo mussoliniano. Stuzzicare la bestia italiana è molto pericoloso. Dalla commedia si passa alla farsa e dalla farsa si passa alla macelleria, quando meno ce lo si aspetta.  
Non è possibile giustificare quello che in fin dei conti è stato un politico controverso e assai discutibile. Il film però non può fare a meno di renderci un personaggio notoriamente poco simpatico, sgradevole e arrogante, uno di noi: e cioè un complicato, irrisolto, dolente essere umano di fronte alla propria mortalità e all’incomprensibile mistero di un cielo bianco che ci sovrasta.

martedì 7 maggio 2013

Pensieri nani 6




Il gene “egoista”,  è solo un altro tipo di mitologia.  Il “meme” lo è ancora di più. Ma, in generale, tutta la scienza teorica confina con la mitologia.
Bisognerebbe ritornare al concreto. Proprio quello che in questa società non si può fare.
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È incredibile quanta mancanza di speranza sia possibile sopportare.
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Soffrire nella carne. Espressione di precisione assoluta.
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È morto Andreotti. C’è dunque speranza che anche Berlusconi un giorno, ci lasci.
Il problema è non crepare prima di lui, cosa sempre possibile. La vita media dei peones, si sta accorciando. Sono i caimani, gli squali, i figli di puttana, che campano sempre più.
Anche dal punto di vista dell’aspettativa di vita, una classe sociale non è uguale a un’altra.
L’atroce longevità dei politici è la nostra condanna. Questi vecchi merdosi regnano su anime morte.
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Come ci si ribella, oggi, nel XXI secolo? Voglio dire, oggi che ribellione e contro ribellione sono appannaggio delle pubblicità, oggi che la società e la natura stessa, come la conosciamo, sono in un vicolo cieco, come si costruisce una vera alternativa?
Ecco qualcosa su cui pensare lungo questo secolo, nel suo lento ma inesorabile discendere da Internet alle fogne cosmiche.
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L’uomo è una risposta sbagliata alla domanda: come utilizzare tutto questo?
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La compassione è l’unica vera risposta e l’unica vera domanda.
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L’esattezza di pensiero comporta un pensiero che debba essere esatto. Ma se non c’è pensiero, tutto quello che se ne ricava è tritume. E che pensiero ci può mai essere? Siamo alla fine dei tempi. Una fine lunghissima, eterna. Siamo entrati nell’eternità della fine dei tempi. 
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Quando tutto va in pezzi, solo la disciplina può salvarti. Ricordalo sempre. La disciplina è tutto ciò che puoi avere. 
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Non ti sei mai concesso di essere libero. Non sai neppure cos’è la libertà. Non hai mai provato a respirare veramente. Essere libero è non avere paura. Niente altro.