Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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lunedì 12 gennaio 2015

Scontro di civiltà?



Ho un piccolo blog, dove spalmo radi pensieri nani. Sono un signor nessuno, un salariato come milioni, che campa come può, meglio di tanti e peggio di alcuni. Sono un essere vivente autocosciente (o almeno mi sembra di esserlo) che risiede sul terzo pianetino orbitante intorno a un sole di classe G, una tipica stella di media grandezza, comune nella Galassia che la mia specie ha denominato Via Lattea. Detta galassia, a sua volta fa parte di un sistema di galassie denominato (sempre dalla mia specie) Gruppo Locale, il quale è uno dei tanti gruppi di galassie di un universo immenso che ha avuto origine (sempre secondo le teorie elaborate dalla mia specie) all’incirca 13.8 miliardi di anni fa (tempo terrestre) da un’esplosione originaria.  Questo universo potrebbe essere uno tra i miliardi di miliardi di universi componenti il multiverso, immane fucina che non ha inizio né fine.

Faccio fatica, come si può comprendere, a orientarmi in tali vastità.

Però dentro di me c’è qualcosa, come un tarlo che rode, per cui ogni volta che succede qualcosa sforzo la mia testolina per cercare di comprendere (prendere dunque dentro sé)
il senso o di quello che accade. Forse è un difetto genetico, chi sa.

Insomma, sul terzo pianetino orbitante intorno alla stella classe G c’è fermento. La mia specie, alla quale mi vanto di appartenere, ha occupato tutti i buchi vitali, riuscendo persino a modificare l’intero ecosistema. La mia specie è suddivisa in varie tribù e sotto tribù il cui unico obiettivo è prosperare le une a discapito delle altre. Questo accade, probabilmente per un difetto congenito della mia specie, cioè l’incapacità di preoccuparsi del lungo termine delle proprie azioni.

La mia specie ha un elaborato senso del tempo. Vive costantemente nel passato, si illude sul presente e mente sul futuro.

La mia specie è altresì dedita alla specifica attività di sottomettere e uccidere membri di altre specie o della propria stessa specie. Siamo molto abili in questo e devo dichiarare con orgoglio che, millennio dopo millennio, siamo arrivati in cima alla catena alimentare. Non abbiamo nessun grande predatore che ci può far male.

Quasi in cima, dovrei dire. In realtà sopra di noi ci sono i vermi i quali si nutrono dei membri della mia specie che defungono. Abbiamo ovviato allo smacco inflittoci dal verme, incrementando le cremazioni, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano.

Questo lungo e decisamente inutile preambolo serve solo per introdurre il fatto che c’è fermento sul terzo pianetino.

La mia specie vuole a tutti i costi rendersi la vita un po’ più interessante, nonostante la tendenza generale alla pigrizia mentale cui abbiamo accennato prima.

E cosa c’è di più interessante della guerra?

Pensateci.

In seimila anni di storia documentata, questa è la nostra più duratura invenzione. Ci piace, ci diverte. Amiamo soffrire e fare soffrire.

Cosa c’è dopo la guerra?

La religione, naturalmente. Ne abbiamo inventate di splendide e continuiamo a modificarle e rifinirle, come si elabora un’auto, la si accessoria, la si croma.

Insomma, ci teniamo proprio alle nostre guerre e alle nostre religioni, quaggiù sul nostro terzo pianetino dal sole.

Succede un fatto brutto, un branco di scimmie ne uccide altre in nome dell’ennesima religione e subito si alzano venti di guerra: noi o loro, scontro di civiltà, i valori ecc. ecc.

Il fatto è però, visto da un punto di vista più consono al Gruppo Locale di galassie cui facciamo parte, soltanto una scaramuccia fra tribù e sottotribù.

Poi arriva l’intellettuale di turno (cioè uno che ne sa di più della media della mia specie) e dice che siamo in guerra che le cose sono come quando era lui bambino e c’era un’altra guerra. La gente gli da retta, per forza.

Siamo in guerra.

Non devono toccare le nostra gente. La mia tribù, la più grande del pianeta, può certo armare dei macchinari che uccidono donne e bambini a distanza, ma qui da noi non vogliamo casini.

Vogliamo avere la coscienza tranquilla di pensare alle guerre altrui.

Le cose sono sempre in fermento sul terzo pianetino, Le scimmie dominanti non riescono a starsene buone nemmeno un momento.

Allora io, povera piccola scimmia pensante, una tra milioni di milioni, che faccio?

Anch’io sono irrequieto, vorrei capire, mi infervoro.

È giusto, no è ingiusto. I nostri valori, i loro.

Immigrazione. Petrolio. ISIS. Al Qaeda. Complotti. Realtà.

Ferrara (grande scimmia bianca) s’incazza. Avrà ragione? La destra dell’intolleranza? A sinistra dell’accoglienza? Il capitalismo? L’anticapitalismo? Il qualunquismo?

Io mi chiedo. Tante domande mi frullano nel cervello mentre alzo gli occhi al cielo bianco di questo spicchio piccolissimo di terzo pianetino.

Lo scontro di civiltà, mi chiedo, a che serve, anzi, a chi serve?

Ma poi, si può parlare di scontro di civiltà quando da un capo all’altro del pianetino  si utilizzano le stesse tecnologie, si adora lo stesso Dio, l’Immagine, l’Occhio di Mamma o Papà che ci guarda (anche se sotto forme apparentemente diverse), sotto il quale vivere e morire, che ci deve approvare o maledire? È questo l’inghippo della scimmia dominante. Per non andare in confusione mentale e tenersi insieme, è costretta a immaginarsi grandi scimmie ultraterrene che la controllano.

È una psicosi che ha avuto la sua utilità in passato, ma che adesso comincia a creare enormi problemi, perché il tipo di scimmia alla quale appartengo ha, come detto prima, occupato tutti i buchetti possibili di questo angolo di universo.

Come si è arrivati a questo? Il prezzo della benzina è sceso molto. Siamo sicuri che è un buon segno? I membri della tribù più grande hanno creduto per anni di poter trattare tutte le altre tribù come una massa di schiavi ignoranti e sottosviluppati, buoni solo per avere la manodopera. I membri della tribù più grande hanno inventato grandi parole, dietro le quali possono nascondersi. Democrazia, Libertà, Giustizia, Uguaglianza.

Sono parole immense, tuttavia non escono dalla sottile atmosfera (solo una quarantina di chilometri circa) che circonda il terzo pianetino. Urlano queste parole nella foresta dei loro simboli. Altre tribù hanno simboli diversi, ma stesse attitudini.

La scimmia dominante è intelligente, ma non vede mai troppo oltre il suo naso. E muore a catena, sotto il sole, da sempre. Senza sapere perché.

Se solo tacesse per un attimo. Ma non può. È l’unica cosa che non può fare. Può volare, andare sotto il mare, solcare i cieli, esplorare i segreti più intimi della materia, ma non può tacere mai, deve sempre affollare il mondo con il suo rumore.

Come diceva una scimmia vissuta seicento anni fa, di nome Villon: Je congnois Mort qui tout consomme, / Je congnois tout, fors que moy mesmes.

A volte credo che solo il silenzio ci possa salvare.
Ma il silenzio è l’unica cosa che non possiamo fare.

giovedì 8 gennaio 2015

Società dello Spettacolo vs. Terrorismo Islamico







Strage a Parigi nella redazione di Charlie Hebdo. Dodici morti. Gli assassini sono terroristi islamici offesi dalle vignette pubblicate sul giornale: tavole non particolarmente spiritose, ma decisamente irrispettose su Maometto e co.

Quelli di Charlie Hebdo hanno fatto bene a prendere per il culo per anni questi coglioni fanatici, anche se hanno pagato un prezzo altissimo. La presa per il culo è esattamente quello che meritano. Purtroppo se aizzi le bestie feroci, senza testa e senza cuore, prima o poi rischi grosso.

Hanno ammazzato anche un paio di poliziotti di cui uno ferito a terra, finendolo con un colpo in testa. Insomma sono entrati in tutto e per tutto nell’allucinazione di una guerra santa che esiste solo nelle loro menti rancide. Il momento è pericoloso. Ci manca solo la guerra di religione in questa fottuta epoca e poi siamo a posto.

È vero che questo colpo maledetto cade come il cacio sui maccheroni per le cosiddette destre. È vero che le cosiddette sinistre si sono rese responsabili in Europa di politiche dell’immigrazione semplicistiche e ottuse. È vero che, se si va a guardare bene, quando si parla di “terrorismo islamico”, si sta in realtà discutendo di come le élite dei paesi arabi e di quelli occidentali manovrino la popolazione più debole per renderla paurosa e docile nei propri confini e aggressiva nei confronti del “nemico”.

Con la caduta del comunismo il nemico più pittoresco che si poteva inventare per rendere docile il peone, è il “terrorismo islamico”.  Si è fatto di tutto per renderlo una minaccia mondiale e, per la miseria, ci sono riusciti.

Il “terrorismo islamico” attecchisce nella miseria delle metropoli occidentali, dove molti immigrati hanno solo Allah cui rivolgersi per sentirsi esistere. È alimentato dagli interessi internazionali, dall’indescrivibile guazzabuglio creato in Medio Oriente da decenni di politica USA – URSS di cui stiamo masticando i macabri avanzi ormai da troppo tempo.

È inutile parlare di Islam buono o cattivo. Non esiste una sola religione che non abbia il suo lato oscuro e in questo campo i tre monoteismi fanno a gara senza superarsi mai.

Eccoci qua, signori e signore: abbiamo trovato il “nemico” giusto per il XXI secolo, oscuro ed etnico quanto basta e dunque possiamo continuare a fare porcate e a “sottomettere” la gente, nel nome della Santa Guerra delle Libertà Democratiche, contro l’oscurantismo.

“Sottomissione” è una delle possibili traduzioni della parola Islam, sembrerebbe. Qui, però, quella che viene in continuazione sottomessa, è la volontà, l’anima e l’intelligenza delle persone, siano islamiche o occidentali. Ci stiamo addentrando sempre più nell’incubo e non ci sveglieremo tanto presto.

Nei fatti l’islamizzazione (la sottomissione) è già avvenuta. Viviamo in un’epoca che più religiosa non si può. È questo forse il senso (se non ho capito male) del nuovo romanzo di quella specie di clochard della letteratura francese che è ormai Houellebecq. Le sue provocazioni sono sempre più esplicite. L’occidente tutto vuole, meno che la libertà, da barattare con una “soumission” religiosa apparentemente inaccettabile, ma che in realtà nel profondo desideriamo tutti: assenza di delinquenza, ruoli ben definiti, possibilità di poligamia, sottomissione a Dio, totale, definitiva. È il ritratto di una simpatica utopia, il sogno oscuro che non osiamo ammettere. Houellebecq, forse non è un granché dal punto di vista dello stile letterario ma sa mettere sempre il dito nella piaga, facendosi pubblicità e vendendo milioni di copie: un perfetto alleato contro se stesso della Societé du Spectacle.

E ormai in cartellone abbiamo Società dello Spettacolo vs. Islam: la religione del capitale virtuale, contro il paradiso delle urì; la Democrazia senza popolo, contro la Teocrazia senza confini; Barbarie del Mercato Globale, contro Barbarie del fanatismo.

Due religioni pericolose e idiote si affrontano sul terreno comune dell’ignoranza e dell’arroganza. Le morti provocate dalla Società dello Spettacolo sono meno appariscenti ma di proporzioni ciclopiche e altrettanto crudeli: si parla di più di un milione di morti finora in Iraq, migliaia in Afghanistan, per non parlare dell’interminabile e atroce conflitto Israele – Palestina.

Viene voglia di citare Panella – Battisti: Specchi opposti e riflessi, limpidi e inebetiti da se stessi.

Se le cose degenereranno (ormai non è più possibile fare previsioni), diverrà impossibile non schierarsi. Ed è proprio quello che vogliono, in fondo.

Noi siamo da questo lato del mondo. Noi siamo dalla parte della Democrazia e della Libertà (nostre), basate sulla “soumission” de le reste du monde.

Loro sono dei ruspanti fedeli in una religione arcaica, allucinante e adatta casomai a una civiltà basata sulla pastorizia, ma tecnologicamente equipaggiata. Da noi.

Il cerchio si chiude.

Resta da piangere di rabbia sulle vittime innocenti, sulla follia di questi imbecilli invasati, alimentati da un incredibilmente infantile e odioso spirito di emulazione verso quelli che loro considerano eroi. Resta di piangere di rabbia su una società confusa che, a fronte di un progresso tecnologico impressionante, non è riuscita a liberarsi da nessuna superstizione, ma le ha assunte tutte in sé, in nome di un aberrante “non si butta via niente”.

Resta da piangere di rabbia sulla follia delle creature umane, sulla disperazione di finire ammazzati, in una metropoli moderna, da un gruppo di immense teste di cazzo, in nome dell’ennesimo dio che non esiste.

Contro questa follia c’è solo da contrapporre la consapevolezza di chi siamo e di dove siamo e perché siamo a questo punto.

Contro questa follia dobbiamo smettere di essere marionette mosse sempre da qualcun altro, Allah o il Mercato. Consumatori o fedeli. Fedeli consumatori. Consumati.
Dovremmo essere tutti dei piccoli Charlie Hebdo. Già una roba del genere in Italia fa ridere solo a pensarci. Abbiamo paura della nostra stessa ombra. Figurarsi fare vignette o battute spinte sugli intoccabili. Noi abbiamo Benigni, quaggiù, non so se ci siamo capiti.
Peace and love e qualche saltello e volemose bene. Che non si sa mai che quelli fanno sul serio.

martedì 9 settembre 2014

Per noi figli della Rete



Sono fortunato a vivere nell’era di Internet. Negli ultimi quindici anni, ho potuto raccogliere informazioni e conoscenze, che mi sarebbe stato impossibile, o molto difficile, raggiungere, senza la rete. La mia gratitudine per questo mezzo è indiscutibile.

Il rovescio della medaglia è la perniciosa influenza, la subdola (almeno all’inizio: poi diventa evidentemente deleteria) dipendenza che dà la ricerca di continue informazioni, collegamenti, notizie, fonti, ecc.

Grazie a Internet puoi collegare tra loro cose distanti e trovarne i nessi sottili, puoi ampliare le tue percezioni della cosiddetta realtà, fino a pensare di esserti avvicinato ai bordi dello scibile umano. Si può raggiungere una enorme enciclopedizzazione dell’ecumene e sentirsi spinti ad andare ancora avanti.

Internet non è solo un ricettacolo di cazzate cosmiche, ma anche un eccezionale strumento di conoscenza.

Tutto questo è fantastico. Sai di essere tra quelli che usano Internet nel modo “giusto”. Tu cerchi cose, cerchi di sapere. Non ti accontenti di youporn. Tu utilizzi a buon fine il mezzo. Solo che a un certo punto ti trovi inghiottito dal sistema, senza neanche sapere come ci sei finito. Ti ritrovi a passare ore e ore e ore e ore della tua vita mortale a scivolare da una cosa all’altra, affidandoti unicamente a sottili associazioni d’idee. Il tempo passa, inesorabile, interi pomeriggi inghiottiti davanti allo schermo a cercare di afferrare qualcosa che, a poco a poco, ti accorgi di non potere mai cogliere interamente.

La tecnologia straordinaria, l’approccio alla conoscenza globale, si rivela un labirinto di Borges dal quale non riesci più a districarti. Cominci a pensare che potresti passare il resto della vita a cercare questo e questo e quest’altro e non arrivare mai da nessuna parte. Cominci a non capire più dove stai andando e perché cerchi quello che cerchi e che utilità può mai avere cercare stupidamente di sapere tutto. Cominci ad accorgerti che quelle poche o tante persone con cui interagisci (quasi tutte rigorosamente anonime, cioè con nickname) sono solo fantasmi che non incontrerai mai di persona e nemmeno vorresti farlo. Cominci a pensare a quanti contatti giornalieri ha il tuo blog, avvilirti se ne ha pochi, esaltarti se ne ha tanti, cominci a pensare che tutti parlano insieme, tutti parlano troppo, sussurrano, gridano, proclamano cose giuste, sbagliate, idiote, intelligenti, fondamentali o superficiali ma che hai smesso da un pezzo di riuscire a digerire, ad assimilare. Tutto sta trasformandosi in un brusio indistinto: a livello digestivo, un pastone immangiabile.

La tua ricerca si trasforma poco a poco in un persistente rumorio mentale che fa da sottofondo alle tue giornate, sovrapponendosi gradualmente alla realtà (qualunque cosa significhi questa parola) fuori dallo schermo.

 Ti accorgi di essere così abituato a rivolgerti a Internet per chiedere conferme di qualunque natura, che il volgerti all’esterno di te (Internet è un immenso cervello globale: come tale, anche se è grande come il pianeta, è chiuso in sé stesso. È un grande solipsismo planetario) ti pare persino strano.

Apparentemente fai la vita di prima, lavori, interagisci con amici e familiari, ma quel sottofondo continuo persiste. Ti accorgi di pensare, devo cercare quella cosa o postare

quell’altra, verificare questo o confutare quest’altro. Vivi contemporaneamente nel virtuale e nel reale. Niente di nuovo , in queste affermazioni, mi rendo conto. Ecco, questo è un altro problema. Il diluvio (letteralmente) di opinioni che ti bombardano quotidianamente, ti impediscono di pensare, di abbeverarti, per così dire, alla fonte originaria di te stesso, quella che sola ti può dare sollievo. Ti accorgi che la ricerca continua di qualcosa di originale da dire o da scoprire, è un vero e proprio attentato alla tua esistenza.

Cominci a renderti conto che per arrivare alla sapienza (qualunque cosa sia, e se esiste), ti devi sbarazzare del desiderio di informarti, studiare, verificare. Lo scibile è talmente vasto che, anche se fosse possibile accoglierlo tutto nel proprio cervello, farebbe poca o nessuna differenza, di fronte alla vita per quello che è.

Non parlo dei social network, che io non frequento. Immagino però che il concetto sia identico, anche se l’obiettivo non è la conoscenza, ma la più vasta possibile interazione sociale, che è già in sé una contraddizione in termini. Quanta più gente conosci, tanto meno puoi interagirci veramente. Il risultato è solitudine e stupidità, esattamente come chi ricerca la conoscenza.

Parrebbe proprio che, siano i fini perseguiti nobili o idioti, il risultato di un eccessivo uso di Internet sia solitudine e/o stupidità.

L’obiezione che si può porre è semplice ed evidente: è un fatto puramente individuale arrivare a questi punti. Come in tutte le cose anche Internet è una questione di moderazione, di sale in zucca, per così dire. Se sei una persona tendente alle ossessioni, sarai ossessionato da qualunque cosa, Internet, l’Inter, la figa, qualche sostanza stupefacente, ecc. ecc.

Ma certo, nessun dubbio che sia così.

Ritengo difficile però, che una persona, anche la più avveduta e magari non più giovanissima, che posta quasi quotidianamente sul proprio blog o su altri, non sia vittima di questa illusione/delusione. I più ossessionati possono essere da ricovero, non c’è dubbio: gli altri, credono di vivere normalmente con quel brusio nel cervello.

È per questo che credo di dover ridurre la dose di Internet nella mia vita: non più di una volta alla settimana e al massimo un’ora, un’ora e mezza.

È altresì importante lasciare cadere il desiderio di sapere immediatamente una cosa o un’altra. In questo momento della mia vita, è molto più importante non sapere, piuttosto che sapere. Non è un elogio dell’ignoranza, che ho sempre trovato un modo ipocrita di ribadire la propria superiorità: no, è una strategia di pulizia mentale.

La nota parabola zen che spiega come se una tazza venga troppo colmata di tè, questo fuoriesca dal bordo e si disperde senza poter essere bevuto, è illuminante.

La coppa della saggezza deve essere prima svuotata, perché ne si possa attingere. Più la riempi, più perdi per strada l’essenziale. Con Internet riempiamo le nostre vite, le nostre menti , fino a farle scoppiare. Dopo non ci entra più niente.

Inoltre è evidente che le ossessioni perseguitano il cervello umano dall’alba dei tempi. In un certo senso la vita stessa è un’ossessione. È per questo che negli insegnamenti sapienziali è predicato il distacco.

Succedeva la stessa cosa a Faust: la sua dannazione era che la continua ricerca della sapienza lo aveva portato alla disperazione di un circolo vizioso. Solo il patto demoniaco dell’eterna giovinezza e dell’illusione di essere utile a qualcuno poteva riscattarlo. Ma alla fine viene salvato dall’Eterno Femminino. Finale mediocre, grande opera. Un pelo di figa tira più di una quadriglia di buoi.

Ci salva la pietas, ci salva la grande mamma cosmica, con il suo amore incondizionato. Ci salva niente, non c’è nulla da cui salvarsi. I miti sono meccanismi di sopravvivenza. Le ossessioni sono i loro binari morti. La vita è quello che è.

 

Ho nostalgia dei tempi prima di Internet. A ripensarci, non ricordo nemmeno come facevo a sapere le cose che sapevo. Libri che rimandavano a libri, probabilmente. Frequentazioni di biblioteche, meno roba quantitativamente da assimilare, che più facilmente ti entrava dentro a formare la tua carne, le tue ossa e i tuoi pensieri. Provo pena per chi era troppo piccolo o addirittura non era nato, prima di Internet. Quanti cieli aperti si sono persi.

mercoledì 6 novembre 2013

Fisica teorica e mal di universo



Le acrobazie della fisica teorica applicata alla cosmologia sono sconcertanti. Si passa dalla teoria del multiverso; alle teoria delle brane; al Big Rip (che ha preso il posto del Big Crunch, passato di moda da quando c’è la materia oscura); a una curiosissima teoria di ciclicità da eterno ritorno attraverso l’entropia per cui l’universo mentre sta per spegnersi completamente si riaccende (cioè, non lo stesso universo, uno nuovo); alla supersimmetria; all’universo a 11 dimensioni; alla teoria che spiega che non esiste il Big Bang ma la materia si forma spontaneamente nel vuoto cosmico creando l’espansione; alla materia oscura e  alla energia oscura (che non sono la stessa cosa, anche se secondo alcuni scienziati lo sono); all’universo che sta accelerando l’espansione, anzi no, la sta rallentando, anzi no, sta sia accelerando che rallentando; all’universo che è piatto, anzi no è a curvatura negativa, anzi no, è a curvatura positiva, anzi è a forma di sella di cavallo; al Big Bang che è avvenuto 13,7 miliardi di anni fa, anzi 13,8, anzi meno, anzi più; alla Teoria del Tutto; al Bosone di Higgs che forma una specie di marmellata nella quale scorrono le particelle per cui acquisiscono massa; all’antimateria che potrebbe spiegare la materia oscura; alla teoria delle stringhe; all’universo in cui lo spin delle particelle è levogiro al contrario della materia oscura le cui particelle sono destrogire, il che spiega sia l’invisibilità della materia oscura, sia l’accelerazione dell’espansione universale; alle costanti cosmologiche che non sono più costanti ma cambiano costanza a seconda della zona di universo di riferimento (come dire che non ci sono costanti e basta) … c’è da farsi venire il mal di mare, anzi il mal di universo.
Quando le teorie sono così tante da accavallarsi e confondersi le une con le altre, un comune mortale può cominciare a sospettare che a qualcuno stia dando di volta il cervello.

Oppure si può cominciare a desiderare che i cosiddetti giornalisti scientifici passino allo sport o alle cronache rosa e pubblichino un articolo di scienza riguardante la fisica teorica (ma ormai un po’ tutto) una volta, massimo due volte l’anno, e solo se proprio non se ne può fare a meno.

venerdì 18 ottobre 2013

Tra Destra e Sinistra: gocce di acqua umana



Odio i fascisti di oggi. Quelli di ieri non li ho conosciuti. Odio i comunisti che ho conosciuto. Ipocriti e borghesi più di tutti gli altri messi insieme. Sono quelli che hanno contribuito, anno dopo anno, a quello che c'è oggi, senza battere ciglio. Sono quelli che hanno tradito i lavoratori tante di quelle volte da lasciare senza fiato. 
Sono quelli che nel 1980 volevano picchiare il mio amico M. Aveva detto (candidamente, da quel pazzo che era), durante un’assemblea studentesca, di avere avuto contatti con il Fronte delle Gioventù. Era successo il finimondo. Volevano linciarlo. E pensare che questi compagni così pronti a massacrare il nemico incarnato in un ragazzetto di 18 anni, sono poi diventati tutti dei rotti in culo borghesi, con la lingua attaccata ai soldi.
Solo F., mio professore di storia, ha impedito che picchiassero M., che dopotutto, ripeto, era solo un ragazzo di 18 anni.
F., attuale leader di un microscopico partito che vanta ancora il nome "comunista", è l’unico vero comunista di cui ho rispetto.

giovedì 17 ottobre 2013

Pensieri nani 8


Uomo e verità: un ossimoro.

Donne che si muovono svelte vestite quasi come paggetti medievali.

La gentilezza è così importante.

Una qualche forma di intelligenza pervade tutti, in fondo. Noi siamo Dio, collettivamente. Un dio stronzo, per lo più. Frammenti di questa divinità sbucano da dentro di noi, a volte, nei momenti impensati.

Wittgenstein: il mondo è tutto ciò che accade.
Ma non solo. Il mondo è tutto ciò che accadrà. Che è sempre accaduto. Il mondo è inevitabile.  È la totalità dell’inevitabile.

Vivere è tutta questione di estetica.

Due giorni a casa con febbre, vomito e diarrea per un bel virus influenzale. Non ho provato neanche per un minuto la voglia di leggere o informarmi di qualcosa. Fluttuando nella nebbia della febbre e della debolezza, la mia mente si accontentava di vividi dormiveglia e sogni improbabili a ripetizione. Tutta l’arte, tutta la letteratura, la scienza, erano diventate completamente prive di importanza.
La realtà per quello che è.

Chi cerca Dio, chi la pazzia, chi una ruota di scorta, chi l’anarchia, chi si lascia andare, chi si perfeziona, chi staziona e il circo continua.

Si pretende che ci sia una comprensione finale che non esiste in natura. La mente non ha blocchi finali. Non ci si arriva mai a quel punto e in questo senso, veramente, l’anima è immortale: perché non ha pareti.

Ogni autunno mi sembra di ricominciare a vivere. In fondo io odio l’estate e amo le cose intime e raccolte, la bellezza dei colori autunnali; il grigio tanto odiato da tutti, mi è sempre sembrato un gran bel colore, anche nel cielo.

Se togliessimo veramente tutte le sciocchezze, cosa resterebbe? Penso praticamente nulla.

Sonnambuli. Abbiamo edificato una civiltà senza mai aprire gli occhi.

Non ci sarà mai conciliazione tra “realismo” e “relativismo”, perché entrambe le posizioni sono vere. Non ha senso dire “Dio esiste”, più di quanto abbia senso dire “Dio non esiste”. Questo ormai è un assunto sui cui si può stabilire un punto comune.
“Non esistono fatti ma interpretazioni”, e tuttavia, al di là delle interpretazioni, brillano i fatti. La complessità della vita si dà in primo luogo perché la mente umana è strutturata per strati complessi successivi. La pretesa complessità della vita è, essenzialmente, la pretesa complessità della mente umana.

Siamo alla post filosofia, che dopo il post moderno continua a fare sfracelli nelle menti di chi vorrebbe capirci qualcosa.
Logica fuzzy, matematica dell’infinito. Cantor che smentisce Nietzsche, come dice Borges.
Tutto molto interessante, ma a cosa porta?
Derrida è un mezzo cialtrone (cosa che ho sempre sospettato) e la filosofia analitica ha i suoi limiti.
Eppure niente viene smentito mai completamente. Si deposita, sedimenta e diventa il guano sul quale si scivola mentre si ha una corda al collo.

C’è qualcosa di più umano dell’umano e che è ancora umano. Si rimane animali pronti a mordere anche quando si tratta di analisi filosofiche. Ma questo va bene, nel senso che non è un problema.

giovedì 30 maggio 2013

La Bestia



Da un paio di anni le mie giornate sono diventate battaglie contro ansie e strani malesseri. Vertigini, dolori muscolari, tensioni insopportabili al diaframma, alle braccia, coliti la mattina se devo uscire di casa molto presto, movimenti intestinali, nausee, senso di spossatezza. Non ci sono cause organiche.
No, la guerra al mio corpo è stata dichiarata dalla paura radicata nella mia mente.
Ha deciso di sopraffare il mio organismo, per ridurmi in schiavitù.
La cause sono legate a tanti fattori (inutile parlarne qui), sviscerate durante le sedute psicoterapeutiche che ho dovuto iniziare a fare, da quando nel marzo 2011 ho rischiato di fare un incidente sulla tangenziale di Bologna a causa di un improvviso e fulminante attacco di panico.
Siccome sto cercando di guarire, di trasformare questa cosa atroce in una esperienza passata, la Bestia dentro di me reagisce: non ne vuole sapere di sloggiare. Il mio corpo viene bersagliato da segnali di cedimento.
La Bestia è la Paura.

giovedì 9 maggio 2013

Anime low cost




Passare giornate su giornate in azioni vuote, puerili, inutili. Passare giorni interi gonfi come sbadigli di tuono. Passare giorni immemorabili, destinati solo a lasciare una scia umida, invisibile, dietro di te che corri su questo trampolino.
Giornate come la scia di una lumaca gravida di sonno.
Giornate che non torneranno più, il cui unico scopo è fare numero su e giù per il calendario, e in ognuna di queste giornate prive di valore, le molecole avranno palpitato lo stesso, scintillando nel buio.
Giornate come questa, che sai già che se non crepi improvvisamente, ti porterà dritta dritta verso il divano di casa, la televisione, la stanchezza ibernante.
Giornate di un morituro che non saluta nessuno.
E queste giornate sono le giornate di tutti. Tutte le giornate del mondo. Solo il sesso e la morte le rendono uniche. Solo il sesso, la carne dirompente, ti crea una giornata atrocemente bella. Oppure l’amore, due cose scisse che diventano una. Capolavori irripetibili, tentativi continui di ripetizione frustrante. Bagliori di luce intermittenti. Dio che si manifesta a tratti, poi torna nell’oscurità che gli compete.
Invece abbiamo tutti lo sguardo ottusamente fisso al prossimo fottuto e ottuso istante inconcludente. Ci hanno fregato, tutti. Ci siamo fregati il nostro stesso tempo. Forse ne avevamo così tanta paura, che abbiamo preferito schiumarcelo così, senza assaggiarlo.
La vita è atrocemente bella. Per questo è intollerabile.
Se guardi negli occhi un essere umano, scorgi l’anima prigioniera, il Tempo Incatenato.
Noi siamo coloro che dovranno scatenare lo schiavo.
Lo schiavo senza catene, resterà in piedi, ebete, a fissare quello che ha perso, la schiavitù, come il suo prezioso tesoro.
Correrà urlando verso il prossimo ceppo. Gli facciamo torto a volerlo affrancare.
E questo torto glielo facciamo volentieri, solo per sentirlo annaspare.
Più crudeli i liberatori dei carcerieri. I liberatori non conoscono gli uomini, questi ricettacoli di losche abitudini. 
I liberatori sono arroganti. Pasticciano con il quadro comandi. Per questo sbagliano sempre. I liberatori sono tutte canaglie.

Resta solo la vacanza low cost, per fingere di essere vivi. Ci affolliamo in aerei low cost, sfidando altitudini e morte per passare il tempo, facendo milioni di foto in digitale che non riguarderemo mai, forse da vecchi, rimandando tutto alla putredine dei ricordi finti. Sfidiamo paesaggi maestosi, sempre low cost, facendoci venire le lacrime agli occhi dalla bellezza, ma per i motivi sbagliati. I turisti non sono degni della bellezza. La bellezza esige un prezzo da pagare, e questo prezzo, in genere, è la propria anima. Ma se l’anima è low cost, la lacrimuccia di fronte alla cascata vale quello che vale. Esseri indegni che muovono l’economia andando in giro a evacuare nei cessi di tutto il mondo, la stessa merda predigerita.
L’uomo turista del XXI secolo è un animale immondo, parassita della Terra. Dovrebbero proibire alla gente di viaggiare. Gli zombie non dovrebbero avere diritto di volare da un posto all'altro solo per mettersi in costume e farsi fotografare.
Un viaggio dovrebbe essere una trasformazione del proprio essere e invece diventa un prodotto da consumare, come le ciabatte infradito, la merda cosmica, il cibo etnico che non esiste, il sesso youporn consumato in camere d’albergo tutte uguali. Immondizia e morte e senso di inutile demenza assalgono l’essere pensante che vede una fila a un check in.
Merda su merda, nella merda, con la merda.
Ave Merda, piena di Merda, la Merda sia con Te e con la Tua Merda. Dacci oggi la nostra Merda quotidiana e rimetti a noi la nostra Merda, come noi rimettiamo la Merda ai nostri merdoni e non ci indurre nella Merda, ma liberaci dalla Merda, Merda. 

giovedì 17 gennaio 2013

Nietzsche




All’ospedale di Jena mettevi
cocci di bottiglia tutto intorno al letto,
non facevi avvicinare nessuno.

Mangiavi i tuoi escrementi
come un’ostia impura, un viatico
per ritrovar pensieri ormai perduti.

Urlavi la tua maestà al creato sfidando
gli Hohenzollern assieme al gelo che entrava
dai vetri rotti della finestra del reparto.

Ti davano il cloralio
perché eri molto agitato:
smaniavi frammenti di poesie perdute,
lettere a discepoli inventati.
E come potevi stare calmo
con il cuore ricolmo di un dio?
Gridavi la gioia infinita, lo strazio dell’oblio.

L’uomo è un ponte sull’abisso:
le sue sponde, un corpo fragile

Tutto ciò che ti colpiva
inevitabile scendeva
al centro del tuo essere.
E il tuo cuore sanguinava
Sils-Maria
Sils-Maria
Pas encore

Volevi disperatamente
essere il divenire, trasmutare l’avvenire.
Sulle cime dei monti gridavi,
invocando la crudeltà del mondo,
affinché sciogliesse la tua tenerezza
Hai seppellito la malinconia
sconfitto l’ipocrisia filistea
insieme ad ogni metafisica.

L’uomo è un ponte sull’abisso:
le sue sponde, padre e madre

Danzavi la notte sul letto
con il fallo eretto
la danza di Dioniso disturbando
il reparto con il canto
dell’eterno ritorno
Per loro eri soltanto
malato di troppa solitudine,
un ex professore smarrito
ai confini dell’impero.
Sils-Maria
Sils-Maria
Pas encore

Contro il sentimento paralizzante
della dissoluzione e incompletezza
sgorgava incontenibile
la veemenza orribile della vita
che forma esseri aspiranti alla gioia,
per subito distruggerli
in un cerchio di fiamma vorticosa.
Una corrente spaventosa
ha spezzato il tuo canto.

L’uomo è un ponte sull’abisso:
le sue sponde, forza e debolezza

Solitaria scimmia umana,
legionario del pensiero,
danzante sotto i cieli
di una Grecia mentale
pervaso da musiche
non udibili da orecchio umano,
sei sfuggito per sempre
al peso che grava
su ogni stellare ritorno. 
E dopo l’ultima sfavillante giravolta,
ricadesti nelle mani delicate di mamma,
quelle mani che ogni volta
spezzavano la tua volontà di potenza,
come si spezza il pane d’abbondanza.
Infaticabile, inevitabile, fedele
L’utero che ti generò ti riaccolse:
quale ritorno custodì la tua notte.

Sempre un dio ci strazia,
che non può mai morire:
Dio del Ritorno
Dio della madre
Dio dell’oscuro antro
Dio della rinascita
Dio dell’affannosa lotta.

(settembre 2005)

martedì 15 gennaio 2013

Piccoli pensieri nazisti




Quello che voglio è l’estasi.
Quello che voglio è -  tutto.
Quello che voglio è – essere Dio e strapazzare il cosmo.
Quello che voglio è – venire in faccia alla dea Kali.
Quello che voglio è la potenza assoluta dei miei cavalli neri.
Quello che voglio è condannare ai lavori forzati tutti i possessori di tatuaggi.
Quello che voglio è sodomizzare tutte le neo mamme felici della pubblicità, sentirle implorare sì fammelo ancora e ancora.
Quello che voglio è bruciare tutte le televisioni del mondo, ridurre l’umanità alla  schiavitù del bis pensiero. Amate lo spreco? E io vi faccio sprecare! Paghi 3, compri 1, anzi, paghi 4, prendi 0! E devono essere felici, perdio, tutti felici! Totale abolizione del malumore. Allegria nei condomini pieni di spazzatura, fine dell’inutile raccolta differenziata. Abolizione della differenza tra rifiuti e produttori di rifiuti.
Prima che brucino le televisioni:
Quello che voglio è l’invasione in diretta del programma di Barbara d’Urso da parte di una banda di zingari puzzolenti e sdentati che ruberanno ogni suppellettile e pisceranno e cagheranno ovunque, compreso addosso alla malcapitata conduttrice, la quale deve essere obbligata a sorridere lo stesso, anche quando le sevizieranno in diretta il barboncino.
Quello che voglio è l’esilio perpetuo in Rwanda di Fazio e della Littizzetto. Devono vivere con la popolazione e come la popolazione. Gli deve essere impedito di far parte di qualsivoglia ONG o ONLUS caritatevole. Devono divenire essi stessi oggetto di carità.
Quello che voglio è lo smantellamento delle cosiddette nazioni. Così come siamo, feudi e pascoli sono più che sufficienti.
Quello che voglio è il cannibalismo definitivo. Il miliardo e mezzo di obesi esistenti sul pianeta venga utilizzato come cibo per il miliardo di persone denutrite. Quando il miliardo di persone denutrite diverranno obese per essersi sovralimentati con i ciccioni, si ripeta il trattamento fino alla fine del ciclo cosmico. Lungi dal farsi prendere dal falso timore di qualche violazione dei diritti umani, i fautori di tale progetto verranno insigniti del premio Nobel per la pace. Non si offendano i ciccioni. Essere mangiati non è la cosa peggiore che può capitare. Succede già a milioni di creature, compreso polli e maiali di cui vi ingozzate.
Quello che voglio è l’abolizione dei viaggi. La gente deve essere obbligata a marcire in casa. Chi vuole viaggiare deve essere disposto a donare come minimo un rene. I viaggi più lunghi avverranno a dorso di cammello o in dirigibile: i viaggi più brevi a piedi. Con l’impossibilità di muoversi facilmente, la gente sarà costretta a iniziare a pensare a cos'è veramente la propria vita, a cosa è diventata. 
Ne potrebbero nascere conseguenze curiose.
Quello che voglio è la demolizione del ridicolo culto dell’infanzia. Vaffanculo ai bambini, al cinema per bambini, ai programmi per bambini, ai giochi per bambini. Si ripristinino i cortili, dove i marmocchi si possano scannare in pace tra di loro, senza alcun intervento di qualsivoglia adulto. Potrebbero perfino divertirsi.
Quello che voglio è che una badilata di merda colpisca in faccia ogni singolo politico italiano,  ogni mattina, per dieci anni. Dovunque siano, qualunque cosa facciano. Devono trovare controproducente occuparsi della cosa pubblica.
Quello che voglio è che Jovanotti venga messo in condizione di non nuocere mai più all’ecumene con altre canzoni. Trovargli un lavoro come lavoratore dei campi a cottimo sarebbe un’opzione soddisfacente. Naturalmente deve svolgersi dall’altra parte del globo.
Quello che voglio è la soluzione definitiva del conflitto mediorientale. All’uopo occorre ricostruire l’Impero Romano.
Quello che voglio è un programma eugenetico spietato e preciso. Chiunque abbia in sé il gene della politica deve essere sterminato.
Quello che voglio è che Monti e la Fornero siano condannati a lavorare in un fast food per il resto dei loro giorni e che gli venga commutata la pensione in hamburger. E che siano obbligati a mangiarli fino alla morte. E anche un po’ dopo.
Quello che voglio è che la BCE sprofondi sotto terra. Con tutti dentro. Chi sopravvive deve essere nutrito di cartamoneta. Via flebo.
Quello che voglio è l’apertura di speciali campi di lavoro per i proprietari di SUV.
Quello che voglio è l’abolizione non del calcio, ma dei calciatori.
Ai più bravi deve essere consentito di saltellare in un cortile e avere le noccioline gratis. I soldi dei loro contratti devono essere devoluti in opere di bene come la distribuzione obbligatoria di preservativi nel Terzo Mondo.
All’uopo potrebbe essere utilizzata la Littizzetto, già esule in Rwanda. Dovrebbe insegnare l’uso comune del preservativo agli africani, con esempi pratici su come infilarne uno. Unirebbe l’utile all'inguardabile.
Quelli che non vogliono usare il preservativo devono essere subito inviati nella Santa Sede e lì obbligatoriamente ospitati, con tutta la famiglia. Naturalmente Città del Vaticano sarà preventivamente murata e isolata. L’obiettivo, ambizioso, lo riconosco, è fare implodere la Santa Sede, mentre adempie, finalmente, alla sua missione di soccorrere i più deboli.
Perché la vita, si sa, è sacra. 

martedì 8 gennaio 2013

The Master: riflessioni molto a margine



In genere, quando un film lascia perplesso, disorientato e con un certo grado di insoddisfazione il pubblico medio dei cinema, si può essere quasi sicuri che il film in questione ha qualcosa di diverso dagli altri.
Sia o meno un cosiddetto capolavoro, ci si trova di fronte a un'opera che agisce a vari livelli.
Le recensioni entusiastiche della critica e la garanzia di una interpretazione magistrale (garanzia peraltro pienamente mantenuta) hanno attirato gli spettatori a vedere The Master.
Il direttore Paul Thomas Anderson, è quello di Magnolia, il film della tipa che sniffa coca mentre canta in coro, ma in geniali scene parallele, con Jullianne Moore, Tom Cruise, Jason Robards e altri, il bel pezzo Wise Up di Aimee Mann. Quello della pioggia di rane, quello della sequenza di apertura dove si dipanano sei storie intrecciate, e quasi non si capisce un cazzo. Un film californiano, intellettuale, Magnolia: pretenzioso, eppure umano. 
Gli americani sono specialisti nello sfornare film e romanzi di questo tipo. Il vulcanismo intellettuale, che adopera emozioni mettendole in un frullatore, che accumula esperienze una accanto all'altra: una continua Commedia Umana post moderna.
Da Don de Lillo a David Foster Wallace a Jonathan Franzen, passando per Bret Easton Ellis, and so on, il cinema americano è sempre letterario. Questo stesso tipo di visione post moderna, questi enormi database emozionali, si sono riversati pari pari nelle numerose serie TV di qualità. 
Insomma, gli americani, sanno costruire situazioni umane al massimo grado possibile di complessità, provocando a comando emozioni e nello stesso tempo evocando incredibili nuovi punti di vista. Un esempio tra tutti: la serie del Dr. House.
Che c'entra, si dirà, con The Master? 
Poco, da un certo punto di vista. Molto, se si comprende l'origine di questo modo californiano di fare cinema: ritrarre la vita, in modo di creare una sorta di IperVita, dove c'è tutto e non può esserci meno che tutto. C'è talmente tutto, che a volte pare quasi di sentire la risata di sottofondo degli sceneggiatori che dicono: "ma sì, mettiamoci anche questo, il figlio trans non operato che ha un rapporto incestuoso con la sorella: it's cool, vediamo che cazzo succede."
PTA vuole però qualcosa di più. 
In questo ambizioso film egli vuole in primo luogo ritrarre due fallimenti del Grande Sogno Americano. Due fallimenti di segno opposto. 
Il film è ambientato nel 1950.
Il pazzo, allucinato, deforme, bestiale Freddie Quell (un assoluto Joaquin Phoenix), reduce della IIGM, cerca una improbabile salvezza e guida nel guru di una nuova psico setta, Lancaster Dodd (un altrettanto assoluto Philip Seymour Hoffman).
Dodd (ricalcato solo in parte su R. L. Hubbard) è un uomo curioso, un leader carismatico, una figura paterna per eccellenza, un mistificatore che cerca di credere a quello che fa, protettivo ma a sua volta protetto, guidato e quasi plagiato dalla dolcissima moglie, più invasata e dittatoriale di lui nella gestione della setta. Una coppia di potere come ce ne sono in ogni dramma che si rispetta, dove i ruoli evidenti non sono conformi ai ruoli reali. E' lei a governare sulla stanchezza del guru, è lei a suggerire quelle correzioni dottrinarie necessarie, cui Dodd si adegua, divorato dal senso di colpa di non essere realmente all'altezza del suo ruolo, agli occhi della moglie. E' sempre lei quella che nelle sedute pseudo ipnotiche, aiuta di più Quell.
Dodd trova in Freddie Quell una follia dionisiaca, selvaggia, senza rimorsi, senza ombre. Quell è un istintivo puro, un uomo che sente e non pensa, che non si conosce e che pure capisce: un fallito con pulsioni criminali su cui non ha controllo.
L'incontro tra i due si trasforma in una apparente relazione maestro e discepolo, nel quale segretamente il maestro invidia la libertà del discepolo.
Il film è un lungo dipanarsi attraverso quello che sembra il lento processo di guarigione di Quell, che orfano totale, orfano della vita da sempre, cerca un padre e una madre immaginari. La Grande Madre da amare incestuosamente, la donna fatta di sabbia da penetrare sulla spiaggia, l'algida irraggiungibilità della moglie di Dodd, incinta per quasi tutto il film. Chi è il bambino che porta in grembo? Nel'ultimo colloquio dei tre, alla fine del film, lei non sembra essere più incinta. Perché? Dopo quel colloquio Quell abbandonerà tutti e due e riprenderà la sua vita di pazzo vagabondo, ma qualcosa gli sarà rimasto dentro. 
Era Quell stesso, simbolicamente, il bambino?
L'abilità d PTA sta proprio nel non dare risposte. 
Nessuno vince, nel film. Il sogno americano è naufragato già negli anni cinquanta, pare dire PTA.
Perché naufraga? Perché nessuno vince e non c'è salvezza, e la felicità non è possibile se non, a tratti, nella vita pulsionale, mortifera di Quell. 
Tornare alle vite passate è un esercizio inutile, di fronte alla costante alienazione di noi stessi, da noi stessi. 
L'uomo non è, come pretende la dottrina di Dodd, un "essere originariamente perfetto". Anzi, viene il sospetto che il Master comprenda anche troppo bene che Quell, nella sua originaria follia pulsionale, è lui, l'essere "originariamente perfetto". Come tale non può guarire. Dalla vita non si guarisce.
E' quello che dice la moglie di Dodd nell'ultimo colloquio (significativamente l'unica scena dove i tre protagonisti vengono inquadrati insieme): "Lui non guarirà mai."
L'attrazione fatale, omoerotica e filiale, tra Dodd e Quell viene interrotta dalla rivendicazione di libertà dell'asociale, inutile Quell. 
Quell è l'uomo che, non resistendo a nessuna tentazione, vince sulla tentazione di avere qualcuno che lo guidi.
Lui è natura, incarna le forze basse, ma potenti della natura. 
Tutto quello avrebbe desiderato è un padre e una madre che avessero potuto renderlo umano. Questo è anche il suo sogno, raccontato all'inizio del film allo psichiatra dell'esercito: il semplice sogno di lui, suo padre e sua madre insieme, a tavola, che bevono e ridono.
Quando la ricerca della Famiglia Originaria in casa Dodd si rivela infruttuosa, Quell ritorna nel grembo della natura, nel grembo della Grande Madre - donna di sabbia, nei grembi di donne conosciute per caso. E questa è la rivincita di Quell su Dodd e contemporaneamente il suo fallimento come umano.
Il titolo del film rimanda a Dodd. E' su di lui, il Maestro, il Padrone,
il maschio che non può che fallire, che verte il tutto: il suo ruolo di guida non può essere che fasullo.
Come indicano le numerose inquadrature di navigazioni, flutti, orizzonti marini, oppure deserti sterminati di sabbia e sassi, siamo tutti in cammino, siamo tutti soli, a caccia di qualcosa, che nessun maestro ci può dare.
Il maestro è pure lui alla ricerca. Il maestro non può fare nulla per te. Il Padrone non può che dominarti ed essere dominato lui stesso.
Molto ci sarebbe da dire anche sulla colonna sonora, strepitosa. liquida, informe, suggestiva, basata su dissonanze che sfociano in accordi solenni, come galleggianti sull'acqua. Pare provenire da dietro il mondo.
Non so se il film è un capolavoro, solo il tempo lo dirà. Di sicuro, è un film che partendo da un tipo di cinema molto americano, forse troppo intellettuale, arriva al cuore delle domande essenziali che si pone l'uomo da sempre, arriva al cuore della condizione umana, sfiora la poesia con distacco, guarda da lontano arrivare e ripartire la Nave dei Folli, sulla quale siamo imbarcati tutti.
Emergiamo dalla natura e pretendiamo di conoscerla, ma ogni pretesa oggettiva, naufraga - è il caso di dirlo - contro il fatto che noi, lungi dall'essere "originariamente perfetti", siamo natura. Coscienti e incoscienti allo stesso tempo. Scaturiti da una guerra continua e sempre in mare aperto, a navigare, in cerca di piacere e amore. In attesa del prossimo Maestro da cui farci ingannare.