Cronache Babilonesi

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Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

martedì 17 marzo 2015

Orfeo in Paradiso di Luigi Santucci



All’inizio degli anni settanta circolavano molti libri di successo: Il padrino, L’esorcista, Love Story, Anonimo veneziano … e c’era Orfeo in Paradiso.
Ne era stato tratto, nel 1971,  un bellissimo sceneggiato a puntate TV, con uno strepitoso Alberto Lionello (Orfeo), insieme al grande Arnoldo Foà (Monsieur des Oiseaux) e a un curioso Erminio Macario (Don Pasqua).
Per farla breve sulla scorta di questo sceneggiato qualcuno in famiglia compra il libro di Santucci. Io lo scopro in mezzo agli scaffali qualche anno dopo, avrò avuto 14 anni.
La copertina raffigurava un dipinto di Felix Vallotton e il sommarietto sotto il titolo che allora usava negli Oscar Mondadori recitava: “Un appassionante viaggio all’indietro di un figlio che cerca la madre. Un patto faustiano risolto dall’amore”.

La prospettiva del viaggio nel tempo è prettamente fantascientifica e io da adolescente ero un malato di SF. Fu con questi presupposti che mi accinsi alla lettura. A 14 anni non potevo capire la maggior parte delle cose lette, ma la scrittura, la poesia, l’atmosfera che emanava dal libro mi catturò. Quando si incontra quello che io definisco “l’universale” lo si riconosce, anche se non si hanno ancora l’età e i mezzi per comprendere appieno. Ho riletto il libro varie volte negli anni e ad ogni rilettura il testo acquisiva qualcosa in più. Questo è il segno del grande lavoro. Un capolavoro è fatto per essere riletto.
Cinquanta sfumature di grigio è fatto solo per tappezzare le pareti del cesso, probabilmente.

Luigi Santucci (1918 – 1999) è stato uno scrittore profondamente radicato a Milano. Era uno scrittore cattolico. Nella sua opera traspaiono i dubbi e i tormenti di un’anima che si misura con il mistero e la fede:, un po’ come, su un altro piano, le opere di Graham Greene.
Come penetrare il mistero del male e della morte, se tutto è creato da un Dio onnipotente e benevolo? Che risposta dare a chi è affamato d’amore, a chi ha perso l’oggetto del proprio amore?
La storia è semplice e universale. È un’indagine dolente sul significato dell’amore, sul tempo, sulla morte, sulla fede.

Anni sessanta. Un uomo di quarant’anni, in preda a una terribile disperazione per la morte della madre cui era legato da un affetto morboso, decide di uccidersi buttandosi dal tetto del Duomo. In mezzo alle glaciali forme dei santi che stanno sulle guglie, cerca di trovare il coraggio per il grande salto, ma viene fermato da un curioso personaggio che si autodefinisce Monsieur des Oiseaux. Costui gli fa una bizzarra proposta: perché lanciarsi giù verso la morte e non invece, lanciarsi all’indietro in “direzione tempo”?
Coloro che abbiamo perduto sono ancora vivi, laggiù, basta solo fare un particolare esercizio di memoria, compiere nella carne quello che Proust tentò di fare con le parole.
Si lanci, caro il mio Orfeo, in “direzione tempo”, si affidi a me, ci penso io e le farò rivedere il suo amato bene, solo apparentemente perduto.
Orfeo si lancia e atterra … nella Milano del 1893, l’anno della nascita di sua madre.

Qui comincia la storia di Orfeo, vivente e felice in una terra di morti. Tutto quello che vede è già accaduto, il passaggio di un brum, la traiettoria delle foglie che cadano, le vite dei passanti, sono già trascorse, inalterabili.
Orfeo escogita mille trucchi per stringere amicizia con i suoi nonni, ancora giovani e ignari del futuro. Riesce per tutto il libro a essere presente nella vita della madre, dalla nascita della piccola, alle mille vicissitudini della famiglia Grillo. Assiste alla gelosia impotente della nonna, convinta che il nonno la tradisca in continuazione, mentre lui pensa solo alle riunioni di teosofia e spiritismo, in voga in quegli anni. Assiste alla crescita della piccola Eva (nomen omen), quella bambina che diverrà sua madre e che pare destinata, anche se bellissima e di buona famiglia, a un destino infelice, a un cattivo matrimonio nel quale l’unico frutto buono e amatissimo è proprio il figlio Orfeo.

Orfeo vive nel suo personale paradiso fatto di carrozze a cavalli, donnine con il cappellino e l’ombrellino, la sana e positiva Italia umbertina. Tutto gli scorre accanto, tutto è destinato ad accadere in modo inevitabile, perché tutto è già accaduto e lui non può in alcun modo interferire. Ma Eva, la madre, è viva. (“Sei viva. Sei una goccia materia scavata nel tempo”) E lui la può vedere ogni giorno, ha sconfitto la morte e il tempo, cadendo all’indietro grazie ai servigi di quello strano personaggio che è Monsieur des Oiseaux.

Al romanzo fanno da cornice dei precisi avvenimenti storici, ricostruiti mirabilmente da Santucci. Il primo di questi avvenimenti è la cosiddetta “rivolta del pane” del maggio 1898, stroncata nel sangue dallo spietato generale Bava Beccaris. Piazza del Duomo si riempie di morti, i soldati cannoneggiano la folla, ammazzando donne e bambini, in un’Italia giovane, che si presuppone civile. Orfeo assiste allo strazio carnale della povera gente, all’impotenza crudele degli sfruttati. Assiste partecipe, ma fino a un certo punto. Lui sa che ogni singolo destino umano o animale di quell’epoca è incastonato in una traiettoria di tempo immodificabile. Solo lui è al di fuori del tempo, sempre giovane, sempre con soldi in tasca e vestiti appropriati alla moda che cambia, forniti dall’imperscrutabile Monsieur des Oiseaux, che lo sorveglia da qualche parte, invisibile. E per lui, in quella terra di morti, conta solo Eva.

Man mano che gli anni passano, Eva, la madre, diventa una giovane bellissima anche se timida e chiusa. Adesso si tratta di trovarle un marito adeguato. Orfeo, ormai divenuto un amico di famiglia della sua ... famiglia futura, propone e dispone vari candidati adatti alla graziosa Eva. Monsieur des Oiseaux con il quale Orfeo mantiene quotidiani rapporti epistolari lo ammonisce. Badi bene, ogni cosa è già avvenuta. Lei non ha alcun potere di interferire, non ci provi neppure, pena la rottura dei nostri rapporti e dei benefici di cui lei gode ininterrottamente da anni.

Orfeo cerca di non interferire, sa come comportarsi, è diventato un mago dei travestimenti e pur di vedere la madre si traveste da cameriere per assistere alle noiose riunioni di teosofia in cui il nonno trascina la giovane Eva. Così può contemplarla, senza essere notato, offrirle dei pasticcini, assistere alla noia di lei, diciassettenne, in mezzo agli adulti che discutono oziosamente di Dio e del karma. Un professore si lancia in una filippica contro il Grande Assente, Dio, cui lui non crede. Che senso ha Dio se mio figlio di nove anni è morto per la semplice puntura di una spina di rosa? Il grido del professore non ha risposta. A Orfeo non interessano le speculazioni metafisiche, lui può vedere il volto di Eva, lui è già in Paradiso e non ha bisogno di Dio.

Ma il tempo incalza e si avvicina la Grande Guerra.
La spensierata Italia umbertina non esiste più.
Un giorno conosce Don Pasqua, un vecchio prete mezzo spretato, che fa l’erborista e che aiuta i malati con le radici e le erbe. L’incontro con il prete segna il destino dei rapporti tra Orfeo e Monsieur des Oiseaux.
In una delle più belle scene del libro Orfeo si confronta con il prete, rimbeccandolo e dicendo di non credere alle sue scempiaggini. Lui è già in paradiso e non ha bisogno di credere. Il prete afferma di credere che ogni cosa sia profondamente, inevitabilmente, destinata al bene. Ogni parola, ogni erba, ogni atomo ronza verso il bene. Il bene lo vogliamo, il male lo subiamo.
Ma sei io sono un piccolo calabrone, dice Orfeo, per me il bene è succhiare un fiore, ma questo fiore viene distrutto da te erborista per farne una tisana, qual è allora il bene?
Il bene non è forse avere ciò che si desidera? Non è forse riavere ciò che abbiamo perduto?
Noi perdiamo, dice Don Pasqua, solo quello che dovevano perdere, quello che non è nostro.
E che cosa è nostro? Chiede Orfeo.
Solo quello che è nell’amore, dice Don Pasqua. L’amore è questo costante esercizio di vedere chi ami sul letto di morte.
E il resto cos’è? chiede Orfeo.
Egoismo, caro. Santissimo egoismo.  È quella la trappola. Ma ci si può liberare. Non vedi che è un muro alto una spanna?
E poi, cosa succede?
Dopo, loro, fuori dal tempo, lavorano per restituirti tutto.
Tutto, tranne loro, dice Orfeo.
Lo so, cuore mio. Lo so, tutto è come se non avesse risposta. È l’ora delle tenebre.
Qui dovrei farti il catechismo ma non te lo faccio.
E di Satana che ne pensa?
È l’unica parola che non ha radice di speranza. Con lui cade tutto.

Dopo questo colloquio Orfeo riceve una lettera infuriata di Monsieur des Oiseaux che sancisce la rottura dei rapporti tra loro. D’ora in poi lo strano figuro si limiterà a sorvegliare Orfeo a distanza pronto a toglierli il privilegio del passato a ogni suo errore.

Scoppia la prima guerra mondiale. Orfeo segue Don Pasqua a Caporetto.
Santucci descrive con cura e partecipazione l’immane tragedia che colpì specialmente il popolo semplice. Nel frattempo Eva si è innamorata di un bell’ufficiale che però perde una gamba proprio a Caporetto. Il matrimonio viene annullato dalla famiglia.
Un capitano innamorato da sempre di Eva non viene però ricambiato.
La giovane si innamora di un violinista, ma la famiglia oppone mille rifiuti e il giovane viene allontanato. Ogni tentativo di Orfeo di fare accasare Eva con qualcuno che lei possa amare fallisce miseramente.

Il destino è immutabile. Leandro, il padre di Orfeo, un giovanotto sparuto e insignificante, ma con una discreta posizione, si innamora pazzamente di Eva e la corteggia disperatamente, come se ne andasse della sua vita. Si fa trovare ogni giorno, ogni notte, in preda a una pulsione irrefrenabile, sotto le sue finestre. Eva ha già 24 anni, ormai è “vecchia”, deve sposarsi, la tradizione lo impone. Lei prova un misto di repulsione e attrazione per Leandro, non sa come comportarsi, è disperata.

Orfeo tenta l’ultima carta. Travestito da pittore, con la scusa di fare un ritratto alla bella Eva Grillo, le si rivela. Vuole impedire l’infelicità di Eva, anche a costo di non nascere mai.
Mi riconosci Eva? Non sono pittore, non so leggere la mano. Mi riconosci?
Non sposare Leandro.
Lei lo guarda, poi fa il gesto di aggiustargli il bavero, un gesto automatico tra madre e figlio, un gesto che ha trasceso passato, presente e futuro.
Vai via, gli dice lei.  Se ti prendono, ti faranno male.
Orfeo, disperato si allontana da Eva, mentre Monsieur des Oiseaux si avvicina per portarlo via. Orfeo si gira e vede Eva dare un bacio a Leandro e dirgli avremo un figlio, vero? Un maschio.
Il mondo intorno si sfalda e la realtà della Milano “presente”, degli anni sessanta  riappare, attraverso “il suono di un’ambulanza che lacera l’aria della città come un pazzo lacera un prezioso dipinto”.

Questo è un piccolo libro pressoché inesauribile. Santucci qui, è sicuramente stato toccato da quella Grazia in cui credeva.
Il patto faustiano di godere illimitatamente dell’amato bene senza l’orrendo scempio del tempo che passa e dello scandalo della morte non poteva che essere risolto così, con un gesto di doppia rinuncia. Il figlio rinuncia a se stesso ma la madre rinuncia alla presunta felicità coniugale per avere il figlio, quel figlio. L’amore è riconoscersi, sempre e dovunque, dentro l’immane opera del tempo.
L’amore è lasciare andare, è, come dice Don Pasqua, esercitarsi a perdere mille volte l’oggetto amato perché tenerlo a sé nell’egoismo equivale a non farlo nascere mai.
Dio deve incarnarsi e può incarnarsi, solo nell’amore di una madre.
Non siamo noi forse sempre e comunque in una terra di morti? Siamo sempre il passato di qualcuno che esisterà quando non ci saremo più. Siamo come le galassie lontane, qualcuno ci vede anche se non esistiamo più. E così facciamo anche noi, osserviamo la luce di chi non c'è già più, in un continuo rincorrersi del tempo. Solo Dio è tutto il tempo contemporaneamente. E se è così, Dio decide anche ogni singolo atto di ribellione. L'etica cattolica non ha posto per la libertà vera, in fondo.
Don Pasqua definisce Dio la trappola d'amore.

Eva anziana si fa leggere da Orfeo, poco prima della morte, i magnifici versi del Paradiso di Dante: Vergine madre, figlia del tuo figlio. Madre e figlio sono insieme esempio di rapporto morboso e di amore vero. Ma qual è, in fondo, il vero rapporto che lega le creature al suo creatore?
La risposta di Santucci è aperta, come sempre nelle grandi opere letterarie. Opere così, destano interrogativi che non smettono mai di risuonare nell’anima, per tutta una vita.

13 commenti:

  1. Mi tolgo il cappellaccio.
    A te, a Santucci, all'Amore e a Ritorno al Futuro.

    Grazie

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    1. Troppo buono, come sempre, Caden (o Daee - soo).

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  2. mi hai fatto fare un viaggio splendido nelle spire di una storia che ora più che mai desidero leggere ... hai ragione quando scrivi che certe opere sono fatte per essere rilette, anche a me è successo con *Cent'anni di solitudine* di Marquez ...probabilmente in certe opere noi vediamo la proiezione di ciò che in fondo abbiamo sempre conosciuto ma che non avremmo saputo spiegare altrimenti, qualcosa di familiare e inafferrabile al contempo.

    l'interrogativo finale - Ma quale è, in fondo, il vero rapporto che lega le creature al suo creatore? - per me si risolve in un dialogo silenzioso con la natura quando mi immergo nei boschi e contemplo i crepuscoli infiniti ...
    allora sento la distanza farsi parte di quel flusso senza tempo che è l'amore ...

    grazie per questa bellezza, Max!:-)

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    1. Senza la soluzione del problema del male (soluzione impossibile se si crede in un Dio d'amore) l'interrogativo finale non può che essere ambiguo.
      Grazie e te Carla, per essere passata di qua!

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  3. Bel post, anche se le questioni che poni ( e che pone Orfeo) sono ancora molto lontane, a mio avviso, dall essere impostate da un punto di vista autenticamente umano

    cercherò il libro in bibliotech

    da

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    1. Ciao da. E' interessante la tua osservazione, ma non credo di avere capito bene cosa intendi. Potresti spiegarti meglio?

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    2. Quello che mi domando è se -all'infuori del regno della necessità- le manifestazioni di Amore, Ego, Tempo, Dio, il Male, la Morte,non assumessero connotati inusitati, tali da non poter neanche più essere, da noi contemporanei, immaginati.

      Anzi per molti è impensabile la prospettiva dell'uscita dalla maligna dimensione di quel regno, dove il Male è in radice a tutte le cose.

      In fondo il Tempo è l'intervallo che ci divide dalla soddisfazione di un bisogno, si potrebbe dire che il Tempo si connota a partire dal modo in cui riusciamo a soddisfare quel bisogno.

      L' Egoismo non è che l' ombra di un individuo asservito a ciò che esso stesso crea semplicemente vivendo, stretto dalle proprie necessità, contribuendo a una specifica oggettività storica.

      Dio non è forse la forma capovolta di ciò che potrebbe essere e non è?

      Certo queste non sono risposte, sono solo altre domande, se ci saranno mai risposte all' Amore o alla Felicità o alla Morte esse verranno da uomini che vivono già una vita pienamente umana, cosa che a me pare non ci sia data.

      Ciao Massimo

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    3. Per un cattolico una vita pienamente umana giace oltre la morte. Questo è il mondo del peccato originale.
      Per un non credente la faccenda è diversa, al male c'è solo un rimedio parziale nella buona volontà del singolo, senza speranza di ricompensa.
      Credo anch'io che una vita pienamente umana non sia ... umana.

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    4. Rien faire comme une bête....

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    5. Sì, è la risposta definitiva ... ma la società attuale, non c'è niente che tema di più che questa soluzione. Piuttosto preferisce la guerra, la fame, lo sterminio di massa, lo sfruttamento di uomini e risorse, la morte di milioni: qualunque cosa, pur di non fermarsi mai. La contemplazione è una roba da guru new age, per occidentali fintamente annoiati. Ci si "rilassa" per poi "ricaricarsi" in vista dell'unica cosa che conta: agitarsi come dei coglioni cercando profitto o peggio, cercando il profitto di qualcun altro che nel frattempo se la gode, o così gli sembra. Schiavi di schiavi.

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  4. Un saluto qui, non ho altri indirizzi. Ciao :-)

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    1. Ciao Carla, credo che il mio indirizzo sia inserito nel profilo del blog.
      In ogni caso è massimo.villiva@gmail.com

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  5. Un post straordinario!
    Penso che amerò sempre questo libro e questo Autore: uno dei nostri pochi scrittori, a mio modesto avviso, di livello europeo... almeno per quanto riguarda il '900.
    Col dire questo intendo riferirmi soprattutto alla musicalità delle sue frasi ed all'originalità degli intrecci: qualcosa che mi incanta sempre...
    Inoltre, Santucci è stato uno dei pochissimi, forse l'unico (in Italia) che sia riuscito nell'impresa di trattare temi filosofici estremamente complessi, in modo apparentemente leggero, quasi giocoso.
    La tua recensione rispecchia quello stile, quell'eleganza ma nello stesso tempo l'ansia esistenziale del Nostro.
    Lo sceneggiato, quel che oggi chiamano "fiction", bah!, anche se forse significa qualcosa di simile, puntava molto appunto sull'ansia di Orfeo.
    L'unica cosa che non mi convince (benchè io non sia un cattolico, spero, "inquadrato"), è l'affermazione: "L'etica cattolica non ha posto per la libertà vera, in fondo."
    Ma si tratta solo di una mia opinione sulla quale, se vorrai, potremmo discutere. Un'opinione che ovviamente, non toglie niente alla competenza da te dimostrata nel post.
    Buona giornata!

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