Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)
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giovedì 19 marzo 2020

C'è bisogno di poeti

Poeti veri, non i mediocri balbettanti  che si leggono sui social con le loro poesiole da terza media su "L'Italia ai tempi del coronavirus" e che possono soddisfare solo gli appetiti estetici dei miserabili analfabeti di ritorno che pullulano in questa povera penisola.
No, ci vorrebbe un nuovo Ungaretti, un nuovo Montale, un nuovo Leopardi, un nuovo Cardarelli. Un nuovo Pasolini.
Ci vuole un poeta che celebri la VITA,  non la sopravvivenza.
Perché la vita è l'angelo tremendo di Rilke, non la poesiola del "Andrà tutto bene." La vita è fragore, tenebra e luce accecante, memoria dissepolta e ecatombe di luce, promessa dell'alba e resurrezione dei corpi. Oppure è danza di fiocchi di neve, celebrazione degli interstizi tra atomo e atomo.
Perché ogni parola è un Dio.

sabato 18 gennaio 2020

Conoscere la disattesa


Gli umani di quest’epoca sono dei disinformati informatissimi. È come se non riuscissero a mettere insieme i pezzi (o non volessero), per cui ognuno vive basandosi su quello che ritiene di aver capito. In questo non ci sarebbe nemmeno qualcosa di strano, se non che  mancando qualsivoglia coesione in questa società che non sia il profitto o l’immagine di sé, gli esseri risultano condannati a una solitudine atroce, della quale nemmeno sono totalmente consapevoli. Da qui arriva l’esigenza di tutti questi corsi di yoga, cucina, cucito, ballo sudamericano, ecc. 
Conoscere veramente l’uomo, significa conoscere la disattesa. L’uomo manca sempre il bersaglio, tanto più quando gli sembra di centrarlo. Questo accade perché l’uomo è un essere manchevole, che attende di essere completato da un Dio, che non si fa vedere da nessuna parte. A volte, però, la Presenza completa ciò che mano umana non potrebbe. E nemmeno ci si accorge di quanti miracoli accadono ogni istante.

venerdì 25 gennaio 2019

Reincarnazione o incarnazione


Non credo che esista qualcosa come la reincarnazione, non esattamente. Nello stesso tempo essa non è una metafora. Si potrebbe dire che essa esiste e non esiste allo stesso tempo. Non esiste come ce la immaginiamo, in ogni caso. Non ha senso dire che io ad esempio nel 1880 ero un monaco francescano o che ho vissuto come contadino al tempo della rivoluzione francese. Chi ha vissuto in quel periodo? Non certo io. Questi ricordi, apparsi in modo fugace, non sono la mia vita, non sono nulla. Se l’anima individuale non esiste, non ci sono le vite passate e nemmeno quelle future. Ci sono solo le vite. Vite innumerevoli che rimangono incastrate da qualche parte del tempo e si ha accesso, a barlumi, ad alcune, e non ad altre. È per questo che il Buddha non ha mai posto l’enfasi sulle vite passate, ritenendolo inutile ai fini della Liberazione e del Risveglio.

lunedì 24 settembre 2018

C'è un canto dentro di me


C'è un canto dentro di me che non potrà mai uscire dalla mia bocca - che la mia mano non saprà scrivere sopra nessun pezzo di carta.
C'è un canto dentro di me che devo ascoltare io solo - che devo soffrire e sopportare soltanto io.
C'è un canto chiuso nelle mie vene come gli adagi celestiali nelle canne argentate degli organi - c'è un canto che non fiorirà come la radice del giaggiolo sepolta sotto la frana.
C'è un canto dentro di me che che resterà sempre dentro di me.
Se questo canto uscisse dal mio cuore romperebbe il mio cuore.
Se questo canto fosse scritto dalla mia mano nessun'altra parola più potrebbe scrivere la mia mano.
Questo canto non sarà detto che nell'ultima ora della mia vita; questo canto sarà il principio d'una felice agonia.
C'è un canto dentro di me che non può uscire fuori di me perché non furono ancor create le parole necessarie.
Un canto senza misura e senza tempo; senza ritmo e senza leggi.
Un canto che non può adagiarsi in nessuna forma e che spezzerebbe qualunque linguaggio.
Un canto che nessuno potrebbe ascoltare senza che la sua anima fosse sgomenta dalla sorpresa e ricolorata da un altro sole.
Un canto più respirato che detto, più presentito che manifestato: suono di luci, raggio d'accordi.
Un canto che non desidera nessuna musica perché sarebbe più melodioso d'ogni strumento conosciuto.
Dentro il mio cuore così grande che a giorni contiene l'universo questo canto è così grande che ci sta a gran fatica. Nei minuti più angosciosi della vita questo canto vorrebbe traboccare dal mio cuore troppo stretto come il pianto dagli occhi di chi piange se stesso. Ma lo respingo e lo ringhiotto perché insieme a lui anche il sangue del mio cuore traboccherebbe con la stessa furia voluttuosa. Lo rinchiudo in me stesso perché non voglio ancora morire.
Son la vittima docile di questo canto divino e omicida. Debbo serrare il cuore come la porta di una carcere e soffocare i suoi battiti soprumani come tanti rimorsi. Ed essere, con tutta la mia tenerezza, il feroce a cui non s' accostano i deboli.
Perché il mio canto sarebbe uno spaventoso canto d'amore e quest'amore brucerebbe tutto quello che tocca.
L'amore che riscalda soltanto è appena tiepido ma il vero amore nel medesimo soffio bacia e distrugge.
Quest' amore sarebbe così splendente d'infocata bramosia che in quel giorno la terra illuminerebbe il sole e la mezzanotte sarebbe più ardente del più bruciato meriggio.
Ma io non canterò mai questo terribile canto che mi consuma senza che nessuno abbia compassione del mio tormento.
Non canterò questo canto meraviglioso che la mia paura rinnega e che fa tremare la mia debolezza.
Non canterò questo canto perché nessuno potrebbe sostenerne l'infinita, la straziante, la dolorosa dolcezza.

Giovanni Papini

sabato 22 settembre 2018

Considerazioni inattuali di un soma elettronico

In ogni caso la speranza è un tossico e va presa a piccole, piccole dosi.
*
Kafka e David Foster Wallace. Il più recente è una reincarnazione da sit com postmoderna del più antico.
*
Teatro naturale di Oklahoma. Biglietti esauriti, temo.
*
Esegesi finissime mi prudono nella mente ma escono solo scoregge di topo sulla tastiera. Dovrei essere verosimilmente un autore maturo, sulla soglia della vecchiaia, totalmente padrone del mezzo espressivo. Beh, lo sono.  Ma la mia nuvola nera personale offusca il mio splendore.
*
Morire prematuramente oggi è in fondo una vergogna. È segno di debolezza, mancanza di slancio vitale e un tradimento dello sforzo che la collettività tutta compie per reggere questo enorme Bengodi che è diventato il mondo. Ma come, oggi tutti campano fino a 90 anni e oltre e tu vai a crepare a 40 o 50 o 60 anni? Sei uno stronzo.
La sofferenza non deve mai essere sottolineata e la sconfitta, dove avviene, deve essere dimenticata. Chi soccombe deve essere velocemente sostituito.
Gli eroi lottano, con il sorriso, per dimostrare una volta di più quanto è bella la vita. Se perdi, perdi non solo una battaglia, ma il diritto di accesso essere parte del baraccone.
La solitudine del morente, del malato grave, è spaventosamente terribile oggi, al punto che il malato stesso deve fare lo sforzo di comportarsi come se ci credesse alla gioia di cotanta impresa. L'obbligo alla felicità senza patemi deve essere rispettato. È vero che ormai sono pochissimi quelli che si pongono un dubbio sull'esistente. All'ottimismo implacabile dello zeitgeist non si può sfuggire nemmeno con l'ultimo respiro.
Non che la vita sia brutta: la vita è come è.  Non è sul banco degli imputati, la vita: e il cancro, dopotutto fa parte di essa esattamente come ne fanno parte Bruno Vespa, le zanzare, l'Everest, la merda di cane sui marciapiedi.
Solo che non c'è niente di più disperante di un soffocante ottimismo.
*
Se  avessi un'anima immortale, come dice il catechismo, sarebbe un soma elettronico che pulsa nell'aria.
Un'anima con le orecchie a sventola.

lunedì 11 giugno 2018

Populismi 1

Da molti anni ho superato le ubbie politiche. Ho smesso di fremere perché qualche tipo di “verità” venisse alla luce per beffare i suoi detrattori; ho smesso di pensare che le elezioni democratiche potessero realmente servire a cambiare le sorti dei consorzi civili nei quali noi omini consumatori del XXI secolo portiamo avanti in qualche modo le nostre ominidi vite. Ho smesso di credere nella dicotomia destra – sinistra. La sinistra è progressista, la destra conservatrice/reazionaria, secondo la vulgata. La realtà si è incaricata di stravolgere questa concezione più e più volte, senza che chi possiede un senso di appartenenza a una delle due versioni della vita mutasse anche solo di un po’ le sue credenze. Poiché di credenze si tratta, null’altro, forse anche meno, tifoserie, più che altro.
Nessuna verità politica, nessuna ideologia ha resistito al vaglio della storia (minuscola d’obbligo).
Nessuna concezione storicista, dialettica, nichilista, relativista, religiosa, economica, resiste allo sfrenato correre del divenire verso l’orizzonte degli eventi oltre il quale scompare spandendo solo un debole riverbero all’indietro. Noi viviamo sull’accumulo di tutto quello che è stato creduto, sperato, pensato, agito, senza che questo ci impedisca di alzarci la mattina, sederci sulla tazza e cagare, magari ascoltando la radio o guardando sullo smartphone le infinite news del giorno, infinite e sempre le stesse: un paradosso dei nostri tempi.
(continua)

giovedì 7 giugno 2018

Eppure questo slancio non basta più

"Siamo usciti dai mari preistorici un miliardo di anni fa, ci siamo evoluti dalle cellule primitive, abbiamo combattuto per vivere, abbiamo lottato e siamo morti a milioni, abbiamo sconfitto i serpenti sugli alberi, abbiamo pensato Dio, siamo sopravvissuti alle glaciazioni, abbiamo creato macchine che volano su altri mondi e apparecchi per sentire voci distanti migliaia di chilometri.
Anche in me, che sono solo un ex lavoratore non specializzato, anche nel mio sangue, c'è tutto questo. Eppure questo slancio non basta più. Ci vuole qualcos'altro."

Confessioni di un lavoratore non specializzato

domenica 27 maggio 2018

I desideri di un traghettatore di morti

"Quando il corteo funebre passava lento e dolente per le strade Oskar, al volante, tirava fuori la lingua e se la passava sulle labbra ogni volta che vedeva una bella ragazza sul marciapiede.
'Bella figa, vieni a fare giro con noi? Ti faccio vedere una bella cosa.'
Si leccava le labbra mentre seguiva la ragazza con lo sguardo.
'Secondo te bella figa sale su carro da morto, vero?' diceva Franjo, che gli stava seduto a fianco, solo per farlo incazzare.
'Magari solo se è malata o puttana'.
Oskar sapeva che Franjo aveva ragione ma sentirselo dire lo metteva in uno stato di cupa disperazione.
'Noi stiamo qua con i morti e il mondo è pieno di belle ragazze vive. Porca puttana.'
'Non pensare alle donne, Oskar, pensa a tua moglie e ai tuoi figli e vedrai che ti passa'.
'Se penso a mia moglie, di sicuro mi passa.' "

Confessioni di un lavoratore non specializzato

giovedì 24 maggio 2018

L'Italia è tutta qui

"L'Italia è un paese fondato sui bar. Mamma, calcio, bar. E soldi, prima di tutto i soldi, pochi o tanti, da fare possibilmente con il lotto o il totocalcio o il gratta e vinci o la lotteria di capodanno.
L'Italia è tutta qui."

martedì 22 maggio 2018

Democrazia ai semafori

"Tutta una parte del mondo era diventata libera. Allora aveva iniziato a spostarsi e il risultato era stato che ai semafori degli incroci si vedevano i polacchi, li chiamavano così, anche se magari non venivano dalla Polonia. Questi volevano ad ogni costo lavarti il tergicristallo in cambio di qualche moneta. Poi i polacchi si erano fatti furbi e da un momento all'altro di polacchi non ce ne sono stati più perché avevano fatto un salto di qualità e la loro vita era migliorata grazie alla democrazia e al lavoro. Dunque ai semafori c'erano finiti gli albanesi, poi i marocchini, poi i romeni e insomma il progresso della libertà nel mondo si poteva capire dal succedersi dei popoli ai semafori."

Confessioni di un lavoratore non specializzato.

lunedì 21 maggio 2018

Mussolini si commuove?

"Chissà, mi chiedevo, se anche Mussolini qualche volta si era commosso guardando le stelle? Che importa. A me Mussolini non piaceva ganto, anzi mi faceva un po' paura. Mussolini poteva anche non commuoversi mai. Io invece mi commuovevo per le stelle. Affacciato al balcone, nel fresco della notte, leggevo le istruzioni per trovare le costellazioni, le seguivo con il dito e mi sembrava di essere dentro quell'immenso cielo e respiravo il cielo e non ero più io, ma soltanto cielo e non so spiegare come tutto fosse così bello, bello da farmi scoppiare di gioia."

Confessioni di un lavoratore non specializzato

domenica 20 maggio 2018

"Il lavoro lo mangi e lo sputi"

"Farsi venire gli esaurimenti per il lavoro, è veramente una cosa che non capisco"
"Nemmeno io la capisco."
"Il lavoro bisogna mangiarselo" continuava lui come se non avessi parlato.
"Il lavoro lo mangi e lo sputi. Lo mangi tu il lavoro, non aspetti che ti mangi lui."

Confessioni di un lavotatore non specializzato

sabato 19 maggio 2018

Non ci sono uomni poco interessanti ...

Non ci sono uomini poco interessanti.
I destini sono come le storie dei pianeti.
Ognuno è unico, non c'è pianeta che gli sia uguale.
E se qualcuno ama stare in disparte,
anche il suo stare in disparte è interessante.
Tutti hanno un mondo segreto.
E in quel mondo c'è un attimo felice,
come pure l'ora più orribile,
ma tutto resta sconosciuto.


Evgenij Evtušenko

giovedì 16 novembre 2017

Dialoghetto tra un uomo massa e il suo angelo

Arrenditi.
Sì, certo, io mi voglio arrendere.
Allora arrenditi.
Mi arrendo.
Arrenditi.
Lo sto facendo.
No, non lo stai facendo.
A me sembra di sì.
E invece no.
Aiutami ad arrendermi, allora, non so come si fa.
Patetico. Non ne puoi fare a meno.
Può darsi, ma così non mi aiuti.
Non meriti aiuto, e nonostante questo l’aiuto ti è sempre stato dato. Sei un ingrato.
Sono una persona confusa, ma ho deciso di arrendermi.
Davvero?
Sì.
Non sei convincente.
Cioè … io vorrei, cioè voglio arrendermi, ma ho paura, ecco.
Sai che novità.
Ma insomma, mettiti nei miei panni.
No grazie. Ci mancherebbe solo questo.
Sei crudele.
Tu sei crudele, con te stesso e con gli altri. Crudele ed egoista.
Non ti pare di essere un po’ troppo duro con me?
Sei ottuso e questo fa perdere la pazienza anche agli angeli.
Mio dio, non so come uscirne, non capisco più niente.
Ma cosa pretendi di capire? Cosa, in nome di quel cielo che nomini sempre a sproposito?
Sono confuso. Un tempo ti avrei risposto per le rime, ma ora non so più nulla di me, di te, di tutto.
Patetico. Chi speri di abbindolare? La dialettica non ha luogo qui. Non fare il furbo.
Io non faccio il furbo.
Pensi di salvarti adducendo la tua debolezza e ignoranza? Non hai cinque anni. Sei condannabile ormai e sarai condannato, se perseveri.
Angoscia e strazio su di me … chiedo perdono. Perdono!  Sono veramente confuso.
Sei solo un arrogante. Impara l’umiltà.
Sì, la voglio imparare.
Non è vero. Tu vuoi fregare il cielo. Come molti cercano di fare. Sei patetico.
Sono in scacco matto. Ho le mani legate. Sono in trappola.
Bene. È un buon inizio.
Cosa posso fare?
Arrenditi.
Ma io ci sto provando.
Non ci devi provare. Devi farlo.
Ma come si fa? Non lo so. Non lo so!
Arrenditi.
Dio mio come devo fare? Mi arrendo!
No. Non lo stai facendo.
Le viscere mi si straziano.
Sei il solito drammatico. Le viscere ti si straziano, poveretto. Ma a cosa ti serve?
Non riesco ad arrendermi, non riesco a capire come devo comportarmi.
Non devi capire. Devi metterti in ginocchio e ascoltare e basta.
Ma lo sto facendo …
Devi tacere! Tacere, lo capisci? Devi fare in te un silenzio come non hai mai udito in tutta la tua vita. Non devi chiedere, non devi volere, non devi cercare niente. Solo metterti in ginocchio e tacere!
Per quanto tempo?
Questa domanda è segno che non hai capito.
Sì. È vero. Non ho capito nulla. E non riesco ad arrendermi. È vero. Non riesco a fare silenzio dentro di me. Ho paura che …
Hai paura che?...
Nessuno mi risponda.
Devi correre il rischio. Devi assolutamente correrlo.
Ma e se nessuno risponde a quel silenzio?
Forse è perché il silenzio è la risposta.
Adesso sei tu che usi la dialettica.
Sei furbo. Un po’, non tanto. Ma questa furbizia ti nuoce. Non hai nessuna alternativa, sappilo.
Dunque …
Dunque arrenditi.

mercoledì 23 marzo 2016

Promemoria


Pierre Delvaux La Venere dormiente


Domenica ho compiuto 54 anni. Una età ragguardevole, un tempo. Mio nonno paterno non ci è arrivato, è morto due mesi prima di compierli. Mia madre non ci è arrivata. Si è fermata molto prima. Proust è morto a 51 anni, Cartesio a 53, DFW a 46, Glenn Gould a 50, Gustav Mahler poco prima dei 51, PKD a 53, Moliere a 51, ecc. ecc.

Esempi illustri, come pure esempi qualunque, vanno e vengono in una specie di staffetta senza fine.

Si va avanti a superare quelli che se ne sono andati e poi toccherà a noi e l’universo continuerà nella sua opera di di disgregazione. Ogni anno un pezzo si stacca, una molecola decade, il sogno luminoso dell’eterno amore e eterna giovinezza sbiadisce ancora un po’ di più, la trama ormai scolorita fino alla semi trasparenza. Ci si vede la realtà attraverso. Ed è la realtà ad avere sempre più importanza.

Comincio a sentire l’onnipresenza della morte e nello stesso tempo la vita diviene sempre più evidente, potente, vibrante. Meno spazio alle finzioni e più alla cosa – in – sé.

Galleggiamo nel vuoto, come bolle distanti, silenziosi e stranamente sempre più felici, nonostante tutto, di quella felicità fatta di barlumi di sole anche dentro il buio.

Avere sempre più passato dietro di noi, anche se irrecuperabile, anche se non ci si pensa mai, è una forza. Si cammina, come diceva Proust, sui trampoli dei propri anni e più ce ne sono, più lontano lo sguardo si porta. Il nero orizzonte si fa vicino, ma intorno c’è anche la sterminata evidenza della vita, la grandiosa epifania del tutto. È uno spettacolo commovente e sublime. È la gioia della stella che splende bruciando se stessa.

martedì 15 marzo 2016

Confutare il confutabile


Jack Vettriano The Road to Nowhere


Vogliamo mettere il sottile piacere di confutare il confutabile? Di rinnegare le antiche credenze? Di tradire la fiducia del gregge?

È incomparabile, ripaga la solitudine che ne hai in cambio. Ho mandato all’aria i buddisti, i comunisti, gli anarchici, i chakra, le cazzate di ogni tipo. Sono libero.

Certo, non ho la pretesa di avere ragione su niente. Nemmeno credo che non ci sia un grano o anche più di verità in tutto ciò che ho confutato: semplicemente la verità contenuta in qualsivoglia ideologia, non è sufficiente per nutrirmi.

Certo, è bello credere di potere cambiare la società prima che il sole esploda: ma il modo in cui si attua il cambiamento fa tutta la differenza.

Anzitutto, ho una antipatia istintiva per chiunque affetti una pretesa superiorità morale.

Io, peccatore e uomo miserabile, non vedo intorno a me tutte queste persone irreprensibili.

La civiltà del libero mercato rende tutti inevitabilmente un po’ ipocriti.

L’ipocrisia nasce dal cercare di nascondere che si è in vendita al miglior offerente, 24/24.

E proprio io, che sono un miserabile peccatore, sono meno in vendita di tutti, da sempre.

Proprio io, che non ho certezze, non sono in grado di averne, non ho mai voluto veramente vendermi. Non ce l’avrei fatta. Non ce l’ho fatta: non per superiorità morale, ma per semplice inettitudine. Sono salvo per incapacità congenita.

C’è sempre meno da parlare di questo mondo: è ormai una noia indescrivibile, una noia complessa, ma sempre noia. Non c’è verità, non ci sono fatti, non c’è giusto, sbagliato, non ci sono uomini e donne, ma apparati di consumo. Di cosa raccontare? Automi spermatici.

L’uomo è un prodotto dei tempi, è una nozione che non è mai stata tanto vera come in quest’epoca. E per forza: non siamo mai lasciati a noi stessi, mai, per un solo istante, da New York a Rejkiavik, da Ouagadougo a Rio, da Monaco a Cinisello Balsamo. Siamo sempre in compagna di Tv, tablet, PC, Twitter, WhatsApp, Facebook, sempre connessi con qualcosa, sempre a fotografare qualcosa, sempre a guardare, guardare, guardare, guardare...

Senza vedere.

Non ci lasciano soli un istante. Non ci lasciamo soli un istante. Da qui deriva la catastrofe collettiva e permanente.

 
Eternamente condannato a essere tra quelli che vengono dopo, quando tutti i giganti se ne sono andati, e camminare tra quelle immani suppellettili del pensiero, dell’arte, dell’amore passato. Eternamente condannato a inginocchiarmi di fronte a esse, eternamente condannato a cercare un orizzonte libero dalle loro ombre, al quale affacciarmi.

Distaccato da me stesso, dagli altri, dalla vita, testimone di una biologia in declino. E inspiegabilmente, a volte, felice.

 
La tecnica. Come se davvero contasse qualcosa. Non servono tecnologia, ideologia, progresso. Serve un cielo nuovo in cui riflettersi. Non ha importanza tutto questo balletto su coppie gay, adozioni, uteri in affitto, migrazioni, capitalismo. Serve solo un po’ di silenzio. Il brusio ininterrotto di questa umanità spaventosa, arriva fino a un certo punto poi svanisce. Rimane lo spazio, immenso, nero. Dove questi idioti non possono arrivare.

La specie umana si modifica. Perde in intelligenza e guadagna in capacità di utilizzare congegni di cui non sa l’origine e il funzionamento. È un idiota a sette miliardi di teste.

Le teste aumentano sempre di più. È un immenso organismo che divora tutto in nome di una visione sfocata, una fame atavica di vita che non conosce ostacoli. Edifichiamo civiltà su ipotesi azzardate e queste durano millenni. Siamo la trappola perfetta di Dio.



sabato 24 ottobre 2015

Allegro non troppo e molto maestoso



Prendiamo ad esempio l’inizio del primo movimento del concerto per pianoforte in Si bemolle minore di Čajkovskij. Tutti lo conoscono, anche i più ignoranti, anche quelli totalmente a digiuno di musica classica. Tutti lo hanno sentito di sfuggita almeno una volta. Ebbene, è un brano meraviglioso, pieno di un pathos struggente, di un'energia vitale pura e incorrotta, è un aprirsi a vasti continenti di aria fresca, una cavalcata piena di malinconica gioia attraverso la steppa, un empito che riempie l’anima di qualcosa di grandioso, inesprimibile. Il pianoforte gioca con le settime diminuite, si esibisce megalomane in scorribande egocentriche da un capo all’altro della tastiera per poi venire risucchiato dagli umori della pianura sconfinata, su cui corre a cavallo il conte Tolstoj in cerca di gloria. È un brano prodigioso in cui è contenuto tutto l’ottocento russo, i grandi romanzi, le taighe, i mugik, il cielo sconfinato e gli echi lontani dei grandi salotti aristocratici.

Ebbene, un pezzo così stupefacente e grandioso, è in realtà solo l’Introduzione al concerto.

Tutto quello che avverrà dopo, sia pure bellissimo e scintillante, sarà una cosa completamente diversa, come se appartenesse a un’altra opera.

Čajkovskij qui ha compiuto qualcosa di inaudito. Ha letteralmente dissipato un tema bellissimo, lo ha buttato lì, lo ha evocato, lo ha volutamente sprecato, ne ha fatto dono, come un rapido schizzo, come fanno gli artisti zen che calano il pennello sulla tela noncuranti di quello che c’è prima e di quello che ci sarà dopo.

Čajkovskij ha giocato sul dispendio assoluto, sullo squilibrio, come ebbro, noncurante.
Dopo un'Introduzione così, cosa mai avrebbe potuto esserci? Qualunque cosa sarebbe sembrata fuori posto, dimessa. È l'abitudine a più di 130 anni di esecuzioni che ci fa sembrare questo concerto perfetto così com'è. È l'abitudine al suo squilibrio, che è in realtà un approccio a qualcosa di più vitale e profondo.

Com’era prevedibile, la bellezza di questo concerto non fu compresa, all’inizio. Che c’entrava quel brano introduttivo buttato lì così e mai più ripreso? Per tacere del resto, troppi accordi strani, troppe architetture traballanti: si pensi alle divagazioni scintillanti improvvisate nel mezzo di una melodia pacifica come quella del secondo movimento, ad esempio. Agli occhi dei benpensanti sembrava la composizione di un ubriaco.

Ma Čajkovskij si rifiutò di cambiare una sola nota. E fece bene.

Quando guardiamo alle cose della vita cercando sempre la giusta proporzione, cercando il modo migliore di fare e disfare, dovremmo ricordarci della profonda bellezza di questo brano iniziale, sprecato, bruciato in pochi minuti e mai più ripetuto in tutta un’opera.

Forse ha qualcosa da insegnarci.

PS. L'esecuzione di Lang Lang è stupefacente. Questo ragazzo è un folletto meraviglioso.

lunedì 21 settembre 2015

Benvenuti a MasterShit


Sono passati già sette anni dall’inizio della cosiddetta Crisi Mondiale del 2008. Da allora ci sono state guerre, epurazioni, imbecillità a carrettate in TV, oltre a un aumento esponenziale del cosiddetto cambiamento climatico. Gli anni dopo il 2010 (compreso) hanno registrato un clima caldissimo e/o bizzarro. Noi andiamo avanti imperterriti a sparare le nostre cazzate.

Nel 2011 abbiamo raggiunto i sette miliardi di abitanti umani su questo azzurro e marrone pianetino. Hanno esultato alla notizia, non si capisce bene perché: forse più siamo, più ci divertiamo, pensano i benpensanti. È come una grande festa, una bisboccia planetaria. Venghino, signori, che più gente entra, più bestie si vedono, diceva l’imbonitore all’ingresso dello zoo.

Ma sono contento.

Ho 80 euro in più in busta paga grazie alle giravolte dell’ennesimo ciarlatano al governo. Governo che, per inciso, in Italia è già il terzo instaurato senza che nessuno l’abbia eletto.

È l’ultimo modello di democrazia: perché far fare al cittadino la fatica di votare? E infatti il cittadino ormai è abituato: a votare non va quasi più.

La demenza sta esplodendo, dilagando, travolge ogni confine.

C’è un nuovo simpatico stato islamico del quale nessuno sentiva la mancanza, e tutto grazie alle solerti attenzioni internazionali degli Usa che hanno eletto il pianetino azzurro – marrone a loro giardinetto con gazebo incluso.

Se il mondo, prima del 2008 era inesplicabile e grottesco, da sette anni a questa parte è diventato funesto e beffardo, come una maschera di pulcinella addosso a un feroce saladino, armato di scimitarra.

In Italia, c’è stato un cambiamento: per ora, Berlusconi (almeno questo, santo dio!) ce lo siamo tolto dai coglioni. Solo che quello che c’è al suo posto, non solo non è meglio, ma ha proprio l’aria di essere quello che tirerà l’inculata finale.

In compenso sono esplosi i programmi di cucina e il fenomeno Real Time.  La TV è il centro della vita del peone. Non c’è e non ci può essere altro, tranne forse i social, per cercare di fare quattro chiacchiere o al limite scopare, come diceva il Guccini una volta.

Mangiare è la prima occupazione del cittadino moderno.

È una curiosa variazione del pese dell’Albero della Cuccagna Globale di medievale memoria, in cima al quale c’è ogni ben di dio e i peones ci si arrampicano gioiosi.

Esperti ci introducono nel regno del benessere spettatoci, cioè partecipare solo visivamente alla Grande Abbuffata delle élite. Guarda, cittadino, guarda e sogna. Con qualche pacchetto economico puoi fingere per un pomeriggio di essere ricco, mangiando cucina povera, che fa molto più chic. Nel frattempo tu, peone, ti trasformi nella brutta copia del tuo padrone. Sembra tutto indistinguibile, ma se guardi bene, il peone lo becchi sempre.

Vorrebbe ma non può, non sa. Si scopre la sua inadeguatezza a entrare nell’Universo dell’Imprenditoria Planetaria, quelli che fatturano realmente: i degni possessori di SUV, villette al mare e montagna, compartecipazioni in società off shore e così via. Eroi del nostro tempo. È la modernità stile camorra, che tra l’altro è molto televisiva.

Gli eroi dei nostri tempi sono loro.

Se gli eroi dei nostri tempi sono dei lardosi chef o dei nevrotici ristoratori, vuol dire che la Grande Crisi Globale è riuscita (almeno in Italia, ma non credo solo qui) a fare tornate il peone alle basi della vita.

Mangiare, bere, scopare, cacare.

A quando, infatti, una bella trasmissione sulla merda?

Ci sono tanti tipi di merda: sciolta, dura, marrone, scura, a torciglione, a torta di fango, a pallette. Dimmi come caghi e ti dirò chi sei.

Esperti che evacuano in cessi sistemati gli uni accanto agli altri e i concorrenti giudicano dal colore e dal profumo delle preziose deiezioni, di quali leccornie si siano cibati gli eroi del nostro tempo. Ai vincitori il titoli di MasterShit.

A pensarci bene, questa trasmissione TV esiste già, si chiama vita media.

 Giudichiamo tutti contenti del nostro diritto di poterlo fare, le cagate che il potere ci propina e siamo anche solerti a voler fare distinzioni.

Viviamo nell’illusione che la merda non sia tutta uguale.

Immagino quello che succederebbe se un innocente bambino esclamasse “ma questa è tutta cacca!”

Ma non vogliamo traviare la gioventù, il nostro passaporto per il futuro.
Bisogna imprimere nel cervello delle nuovissime generazioni che c’è merda e merda.

Il peone si consoli, non è più solo: stanno arrivando i rinforzi.

Tra altri sette anni saremo la nazione europea con più immigrati, in una superficie compelssiva di soli  301.000 km2.

Ci piacerà un sacco. Ne sono convinto. Non vedo l’ora che la zona vicino alla quale abito, diventi una piccola banlieue, colorata, vivace, piena di brio, spumeggiante, un inno alla vita che spazzi via la malinconica vecchiaia delle periferie. Era ora, santo Dio, ne sentivamo tutti il bisogno. Venite fratelli, prego, mi casa es vuestra casa, volente o nolente.

Un paio di settimane fa mi hanno aperto la macchina per rubarmi la batteria.
È un piccolo, gradevole antipasto di ciò che saranno degli anni Venti del XXI secolo.

lunedì 24 agosto 2015

Piccolo schema riassuntivo di metafisica spicciola



È possibile che il mulinare delle concezioni metafisiche-religiose elaborate dalla razza umana nel corso delle ere, possa essere classificato in uno schema come quello esposto qui sotto: faccio gentilmente notare che il presente schema non ha la pretesa di essere esaustivo. Faccio altresì notare che mescolo volutamente concezioni occidentali e concezioni orientali, perché da un certo punto di vista c’è poca differenza tra i due sistemi. Se l’Oriente ha un approccio più yin, femminile e meno individualista e l’Occidente è più yang, maschile concquistatore e feroce assertore di ideali di progresso, il risultato in termini di guerre, stragi, nefandezze politiche di ogni tipo, conflitti religiosi e disprezzo per la singola vita umana è pressochè lo stesso. Un eccesso di yin genera lo yang e viceversa. Nei secoli dei secoli. Amen.

Dunque. Ogni concezione metafisica elaborata dal pensiero umano ricade più o meno in uno di questi cinque aspetti:
1. Animismo e senso di comunione con gli esseri senzienti e insenzienti. Forte tendenza a cogliere nessi causali inusuali tra gli eventi: è la fase della superstizione. In genere si riscontra nelle popolazioni primitive, ma anche nelle grandi metropoli del XXI secolo.
2. Monoteismo. Avvento della concezione di fede.
Fede in un unico Dio, oppure in un unico principio dispensatore di senso. Le tre grandi religioni monoteiste diventano la chiave per interpretare gli eventi sociali, politici, economici. Anche il marxismo e il liberismo. La fede è, da un altro punto di vista, una fregatura perché ti costringe a chiudere gli occhi sulle troppe incongruenze della realtà.
In compenso però, è un ottimo tranquillante per lo spirito.
3. Maggiore percezione della complessità delle relazioni causali. Introduzione dei concetti di karma, reincarnazione, ecc. Ricerca della liberazione dalla sete di vivere che ci incatena alla catena causale, vista come responsabile della sofferenza. Affermazione del concetto di responsabilità individuale. In genere questa concezione subisce una variazione nel senso che non si cerca più la liberazione, ma l’utilizzo consapevole della catena causale per avere vantaggi in questa vita e rinascite favorevoli. Queste fasi sono presenti nelle più avanzate civiltà orientali e culminano nel Mahayana buddhista con lo sviluppo della figura del bodhisattva, colui che vuole guidare tutti gli esseri alla salvezza attraverso la consapevolezza. Gradualmente queste idee degenerano ritornando a una specie di monoteismo sui generis (come l’amidismo giapponese) o peggio ancora, di spiritualismo magico. Nell’Occidente moderno subentrano invece, come sistema di analisi delle relazioni causali, l’astrologia e l’economia politica.
4. Razionalismo e culto del pensiero scientifico. Questa fase è presente in Occidente a partire dall’Illuminismo ed è culminata nel positivismo ottocentesco. Sradicamento dell’idea di Dio a favore dell’evoluzionismo. Tuttavia, dopo la crisi degli ideali religiosi e sociali che ha raggiunto l'apice nel secondo dopoguerra mondiale, non solo il concetto di Dio, ma anche il primato della scienza è venuto meno. Tutto si è ridotto a un pastone dove ogni tipo di credenza, superstizione e scientismo si mescolano. Ogni concezione e il suo contrario diventano possibili. Il dubbio divide elegantemente il suo regno con il dogmatismo.
E questo regno è quello dei diritti umani. Ognuno, almeno in Occidente, rivendica il diritto di pensare e credere come gli pare. Nessuno osa altresì mettere in dubbio questo diritto. Grosso modo corrisponde all’epoca attuale. È la fase dell’ottimismo della ragione, che però è anche la fase della superstizione, della fede e di una presunta responsabilità individuale, indistinguibile però da un comune senso di colpa. È tutto mescolato insieme.
Un mix ubriacante.
5. L’ultimo aspetto è quello del nichilismo.
Nulla di quanto affermato dall’uomo ha senso e tutte le concezioni filosofiche e religiose sono semplici deliri antropocentrici. L’unica soluzione possibile è l’estinzione di questa malattia perniciosa per il mondo che è diventata l’essere umano.
È chiamata anche fase del vaffanculo  a tutto.
È importante notare che le grandi masse umane non sono praticamente mai toccate dal quinto aspetto, e come potrebbero? La massa è sospesa in una specie di limbo nel quale le concezioni dell’esistenza sono fissate su un misto di antiche credenze ereditate pedissequamente dalla propria cultura d’origine, mescolate a fanatismo e superstizione o, nel caso dell’Occidente capitalista, indifferenza. Grosso modo si pensa che esiste Dio, l’aldilà, il paradiso, l’inferno, oppure la reincarnazione, che è un concetto molto più affascinante. Tutte le spiegazioni sui perché dell’esistenza sono racchiuse, più che nei testi sacri, nelle parole di qualche carismatico leader. E, in ultima analisi, non ci si pensa più di tanto.

Gli aspetti sopra menzionati vengono vissuti dunque sempre da alcuni singoli individui, che solo dopo molto tempo riescono a influenzare le masse. Attualmente sono i grandi mezzi di comunicazione che si fanno carico di trasmettere l’insieme di credenze che costituisce l’aspetto della società moderna: questo sistema di credenze è costituito dai valori etici, tra cui il libero mercato, l’espansione economica, il diritto al benessere.
L’umanità nel suo complesso vive nel quarto aspetto.

A questi valori etici la parte della società al riparo dal bisogno aderisce con convinzione.
Negli ultimi due decenni sono diventati progressivamente importanti anche valori come i diritti umani e il rispetto delle diversità, segno di una maggiore apertura umanitaria della società mercantile. Ormai è nel nostro DNA di occidentali europei il fatto che bisogna rispettare le minoranze, almeno a parole. Questi valori rischiano di essere fortemente incrinati dalle massicce migrazioni di poveri verso il Vecchio Continente e l'Occidente in generale. Qui si vedrà se ci si crede veramente. Ne vedremo delle belle.

Al culto del benessere e del diritto ha corrisposto un inarrestabile declino del pensiero filosofico. I pensatori di professione, i sistematici: gli Spinoza, i Kant, i Cartesio, gli Hume, gli Hegel, non esistono più. Neanche coloro che gettano dubbi e spalancano abissi, gli Schopenhauer, i Nietzsche, esistono più. La società non ne sente il bisogno. Forse non ne ha mai sentito il bisogno.
E, in fondo, di abissi spalancati ce ne sono già abbastanza.

 
È altresì importante notare che gli aspetti sopra menzionati sono interconnessi tra loro e privi di punto d’arrivo. Vale a dire che il quinto aspetto non è necessariamente culminante. In genere, anzi, dal quinto aspetto si ritorna in genere al quarto o al secondo o al terzo o addirittura al primo, senza soluzione di continuità.

È per via di questo saliscendi che in genere viviamo un’esistenza abbastanza stupida, io, noi, tutti, sicuramente anche tu, caro lettore, oscuro abitante di quest’epoca.
In questo siamo fratelli, anche se non lo ammetterai mai.
Se invece, caro lettore, dovessi appartenere a qualche futuro lontano, tipo il 2100, coraggio.

venerdì 5 giugno 2015

Collettività e cattiva coscienza



Le questioni collettive mi ripugnano per un difetto della mia costituzione psichica. Tuttavia mi rendo conto che sono io stesso un animale sociale, immerso fino ai capelli nella collettività, in un umore fatto di amore e repulsione.

Poiché la mia ripugnanza della politica e dei fenomeni collettivi, nasce in buona parte dalla frequentazione nel passato di gente che invece ci sguazzava a proprio uso e consumo, non posso fare altro che osservare e cercare di capire.

Quello che sono riuscito a vedere come collante della collettività è qualcosa di molto simile a una sorta di cecità, un impulso cieco a fare, a stabilirsi al centro della corrente. È una sorta di agitazione che impedisce al genere umano di fermarsi un attimo. Cerca soluzioni a problemi che esso stesso (il genere umano) si crea. L’assoluta autoreferenzialità umana è sconcertante.
Nietzsche la chiamava volontà di potenza e sebbene questa definizione suoni mitologica e poco scientifica rende bene l’idea.

Le questioni collettive mi ripugnano, dicevo. Se cerco di indagare a fondo in questa ripugnanza, trovo una pulsione all’isolamento molto forte in me.
Certo, ho anch’io una vita sociale, degli affetti, sono spesso cordiale, almeno da qualche anno a questa parte.

Sono sempre stato uno che se mi si chiedono in prestito dei soldi e ce li ho, li do e mi dimentico di richiederli. Sono uno che, almeno fino a poco tempo fa, se qualcuno mi avesse chiesto di accompagnarlo dalla parte opposta della città alle sei del mattino, lo avrei fatto (e l’ho fatto). Se qualcuno mi chiede una mano, non riesco a ignorarlo, anche se è un estraneo, mica perché sono bravo, no: è una semplice impostazione mentale. Ne ho passate tante e lo so come ci si sente a essere abbandonati al proprio destino. Non voglio essere proprio io quello che abbandona. È solo ultimamente che ho imparato a mettere dei paletti, come si dice, a proteggermi: forse perché con l’età, la fatica di sprecare il tempo comincio a sentirla di più che il senso di colpa di dover dire di no.
Ecco dunque che, sebbene mi ripugni la collettività, ho una buona tolleranza per gli individui che mi attraversano la vita. Io mi faccio sempre da parte, tengo aperta la porta, evito di sovrappormi, non mi è mai importato di essere il centro della scena.
Sono quello che si dice una brava persona.

Se da un lato sono sempre stato disposto a mettermi in secondo piano per evitare al mio ego di straripare, da un altro punto di vista il mio mettermi in disparte è sempre stato segno di un imbarazzante disamore per la vita. Manco di vitalità e ce ne vuole una buona dose per desiderare tanto di intervenire nel “collettivo”. Penso proprio che nel regime sovietico sarei stato mandato nei campi per scarso amore per il popolo.

Da giovane avevo un po’ di entusiasmo e quando frequentavo la mia bella e brava associazione buddista per la pace nel mondo, credevo sul serio che l’umanità potesse progredire e trovare una dimensione collettiva di pace.
Adesso, la sola idea che qualcosa del genere possa essere possibile, mi deprime.
Niente mi mette più tristezza nel pensare alla società umana come a una propaggine di un telefilm della serie Don Matteo o un’ininterrotta sequenza di giornate da oratorio.

La salvezza dell’individuo giace nella collettività, non c’è dubbio. Un uomo solo, vale nulla: ma l’individuo nel salvarsi, perde anche quel piccolo irriducibile tarlo che può a volte trasformarsi nel male, ma può anche generare un cambiamento di prospettive.
Il progresso (qualunque cosa sia, negativa o positiva) non si è svolto facendo marciare tutti in fila per tre. Sono gli individui solitari che hanno creato tutto. Gli organuli delle cellule, fanno nutrire le stesse, ma hanno origine da una specie d’infiltrazione parassitaria di un microrganismo in un altro. Allo stesso modo la società progredisce (qualunque cosa voglia dire) grazie agli apparenti outsider.

Questa è certo una concezione tutt’altro che originale, lo so.

Può darsi che la collettività mi faccia schifo, semplicemente perché non sono adeguato a farvi parte. Sono come un bambino disadattato che gioca da solo in un angolo di cortile.
Detto per inciso, mi è capitato molto spesso di sentirmi così durante la mia merdosa infanzia.

E allora tutto questo peana di cazzate sulla collettività, trova la sua giustificazione.
Mi rode la mia cattiva coscienza.
Sento che non faccio, non penso e non sono quello che dovrei, come cittadino di quest’epoca.
Non sono a favore delle cose che migliorano il mondo.
A me fa cagare chi pretende di migliorare il mondo.
Non riesco proprio ad amare chi s’impegna per il sociale, chi ama i cuccioli, chi si prende cura dei bambini africani, degli handicappati, di tutta la miseria del mondo. Non riesco proprio ad amare chi ha fiducia nel progresso e nella crescita, chi ritiene la sua presenza nel mondo indispensabile. Non solo non riesco ad amarli, mi fanno paura.

La stessa cosa si applica alla politica, anche se qui l’appello alla collettività e al progresso è funzionale al mestiere del politico.  Ormai però il re è talmente nudo che gli si vedono gli organi interni, le trippe intente a digerire tutto quello che si sono mangiati delle vite della collettività.
L’uomo è assurdo sia quando commette il male, sia quando fa il bene.
Se fa il bene, l’orrore aumenta, perché in genere il bene è beata giustificazione di qualcosa che è male per qualcun altro. Si edificano chiese sopra i cimiteri, banche sopra il sangue nei campi, progresso sopra il cervello delle persone, si fa la beneficienza a chi, in fondo, si considera inferiore. Il sommo bene tende a escludere dall’amore universale chi ne fa vedere i difetti. Chi vede le crepe nel meraviglioso edificio collettivo una volta era messo a morte, oggi è semplicemente ignorato. Tutto deve procedere bene, in nome della collettività: per le lamentele ci sono i talk show.

È per questo motivo che in quest’epoca meravigliosa i film e i libri devono preferibilmente avere un bel finale. È l’ideologia cristiana, dopotutto, dalla quale deriva anche il senso di progresso dell’ideologia comunista. Cattolicesimo, protestantesimo, marxismo e capitalismo hanno eretto i loro altari all’happy end.
Solo che chi come me ha quel tarlo, l’happy end, lo teme.

A che serve sproloquiare così, dicono i bene pensanti.  
Cerca piuttosto di fare qualcosa di costruttivo per chi verrà dopo, i posteri.
I posteri, queste luride merde. C’è qualcosa di più infido dei posteri?
I posteri non possono fare mai altro che tradirti.
Io sono un postero del Manzoni e lo schifo. Sono un postero di tutte le ideologie e le temo. Sono un postero del postmoderno e mi sento svenire al pensiero.
Dei posteri non è mai fregato niente a nessuno. I posteri se ne fregheranno completamente di noi, avranno cose molto più importanti da fare.

Ripenso ai temi che scrivevo al liceo. Non li ricordo. Però ero bravo. Avevo le idee chiare.
C’era tanto da capire, allora. Perché non sapevo ancora un cazzo. Ora che so tante cose, non riesco più a capire niente.
Ho perso il centro e il baricentro. Barcollo.
Mi riprendo e vado avanti, senza fermarmi, come tutti.
Voglio semplicemente adempiere la mia missione: vivere bene ed essere felice, senza dispiacere troppo agli dei.