Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

mercoledì 22 aprile 2015

La Montagna Incantata di Thomas Mann



 
Prendete una quantità di personaggi da non avere nulla da invidiare a Guerra e Pace, inseriteli in un contesto marginale di un’epoca di grandi rivolgimenti come quella che va dai primi anni del novecento allo scoppio della prima guerra mondiale; fate incontrare, innamorare, litigare, duellare, ridere, morire e piangere i suddetti personaggi; aggiungete a questo punto una riflessione pressoché ininterrotta sul tempo, la morte e la valenza malattia – vita ed eccovi La Montagna Incantata.

Thomas Mann è uno scrittore che, dietro la sua seriosa carica borghese, ama scherzare in modo leggero e contemporaneamente pilotare il lettore sul bordo dell’abisso, come un compagno di scuola dispettoso che con un ghigno fa finta di spingerti giù dalla finestra. Solo che Mann va fino in fondo: spinge veramente giù il lettore che desidera lasciarsi andare, dentro un precipizio inesorabile.

Questo lunghissimo romanzo è la descrizione dell’opera disgregatrice del tempo e la ricerca di ciò che può salvarci.

La storia di Hans Castorp, giovanotto ingenuo ma non privo di mezzi intellettuali, è nota.

Arrivato al sanatorio di Davos, in Svizzera, con il semplice obiettivo di far visita per qualche settimana al cugino Joachim, militare la cui carriera è stata interrotta dalla tisi, Castorp finisce per risiedervi sette lunghi anni, soggiogato dall’incanto del posto, dalla magia della possibilità di una sospensione totale dal tempo, scandito solo dai ritmi regolari del sanatorio.

Detta così, sembra solo la storia di una fuga dalla realtà da parte di un ometto sbiadito che non ha il coraggio di vivere. Nulla però sembra brulicare di vita e stimoli di ogni tipo, come quel ricovero di malati destinati a rimanervi spesso tutta la vita e a morirvi, o a non potere tornare in pianura, pena il riacutizzarsi del bacillo.

Questo limbo a duemila metri di altezza diventa, nel libro, la culla di ogni forma di pensiero occidentale.

Castorp vi perseguirà la saggezza, stimolato dall’incontro con personaggi memorabili, come Naphta, Settembrini, Mynheer Peeperkorn, Madame Chauchat, Bahrens il direttore e tanti altri.

Il tema trattato, con mezzi totalmente differenti, è quello del Deserto dei Tartari, cioè il rapporto dell’uomo con il tempo: ma mentre il capolavoro di Buzzati è spoglio e aspro e desolato, il capolavoro di Mann è rigoglioso, pieno di efflorescenze, un rigoglio che ricorda il proliferare delle muffe su un cadavere.

Ci vorrebbero diversi post solo per riassumere la storia narrata. La parabola di Castorp è un esempio, sui generis, del romanzo di formazione.

Mann utilizza i personaggi di Settembrini e Naphta per esporre tutte le ideologie contrapposte del secolo. Il razionale e liberale Settembrini con il suo ripetuto motto placet experiri, incarna l’ideale del progresso borghese, che non deve mai retrocedere dal far uso della ragione e della nobiltà d’animo per migliorare l’uomo.

Naphta invece incarna il lato oscuro di ogni ideologia. È un gesuita disilluso, che sa che le masse non possono mai emanciparsi da sole, che non crede nell’individuo, ma solo nelle strategie che spiriti superiori devono apporre per guidare l’umanità abietta e smarrita.

Entrambi i personaggi si contendono a colpi di discorsi interminabili, dialoghi fulminanti, esplorazioni vertiginose, l’animo del giovanotto.

Se ci si prendesse la briga di rileggere lo scontro verbale tra i due, protratto per pagine e pagine, si avrebbe un compendio della storia delle idee borghesi dall’Illuminismo in poi.

Mann riesce a farci entrare tutto. Ogni idea concepibile è elaborata e distrutta al fuoco dello scontro ideologico tra progresso borghese e disfatta dell’individuo.

Castorp si barcamena tra i due mentori, da cui viene affascinato in egual modo, ma (e qui la malizia di Mann sfrutta tutti i registri dell’ironia) trova sempre il modo di elaborare una sua strategia vitale, sorniona e leggera. Lui si limita a placet experiri, a seguire il flusso del tempo senza fermarsi da nessuna parte. Ha oscuramente compreso che solo la malattia, con la sua inevitabile vicinanza con la morte, offre la chiave per comprendere meglio quel fenomeno incredibile che è la vita e il suo rapporto con il tempo. Solo la conoscenza del limite estremo, ci porta nel cuore pulsante della vita.

Non a caso Settembrini definisce affettuosamente Castorp “beniamino della vita”.

Nel romanzo succedono tante, tantissime cose: impossibile registrarle tutte.

Questo romanzo è un’esperienza da vivere, bisognerebbe leggerselo piano piano, gustandoselo, portandoselo dietro come un compagno di viaggio, quasi desiderando che il viaggio non finisca mai.

Così l’ho vissuto io tutte le volte (e sono molte) che l’ho riletto. È un’opera che contiene in sé qualcosa che si autorigenera ogni volta. È come se si accordasse sempre (nonostante sia ambientato in un tempo e in un conteso ormai lontanissimo) con la vita del presente e vi si sovrapponesse, illustrandola. 

È un libro che non ho mai potuto fare a meno di amare.

Le scene memorabili sono tante. L’incontro con Madame Chauchat, indolente nobildonna russa di cui Castorp si innamora;, la contesa tra Naphta e Settembrini che sfocia in un duello alla pistola nel quale l’oscuro Naphta, piuttosto che accettare il pacifismo di Settembrini, si uccide; la morte del cugino Joachim preceduta da una breve agonia, la cui accettazione del proprio destino commuove Castorp; la sessione periodica di visite, nella quale, nonostante l’evidente miglioramento della salute, Castorp si rifiuta di lasciare il sanatorio; La descrizione della vita nel sanatorio con i suoi pranzi e le sue cene sovrabbondanti, la strana gioia mista a sensualità che investe tutti i dimoranti, le feste in cui tutti si scatenano come pazzi, come se non fossero malati; il ritorno, a tre quarti del romanzo, di Madame Chauchat insieme a Mynheer Peeperkorn, un personaggio dalla vitalità smisurata del quale prima Castorp è geloso, ma di cui poi subisce il fascino.

Insomma, questo è uno di quei romanzi – mondo, come vengono definiti da certa critica i mallopponi che cercando di farci entrare tutto, in genere soffocano i lettori.

Qui però Mann costruisce un mondo in cui vorresti perdertici dentro.

Il fulcro dell’opera, secondo me, è il capitolo NEVE, situato poco dopo la metà del romanzo. È il capitolo nel quale il pensiero di Mann viene allo scoperto in tutta la sua ambiguità irrisolta.

Hans Castorp, da quel baldo giovanotto che è, decide di fare un’escursione sugli sci, sulle piste innevate intorno al sanatorio. In quei tempi non esistevano impianti di risalita, skipass e cose del genere. Sci in spalla, si cercava un posto adatto e ci si buttava.

Colto da una violenta quanto brevissima bufera, Castorp si perde in mezzo alla neve e ai boschi. Intorno a lui l’ombra delle montagne aumenta. È pomeriggio inoltrato e se non riesce a tornare prima che faccia buio, la sua situazione diventa pericolosa.

La tempesta si placa e lui trova rifugio dietro un capanno chiuso, nel quale non può entrare, ma che lo ripara dal vento. In preda alla stanchezza si assopisce, in piedi, sugli sci, appoggiato al muro del capanno.

Un sonno profondo lo avvolge e si ritrova a sognare. È un sogno vivido, come fosse la realtà. È su una bellissima spiaggia di sabbia bianca, evidentemente è una delle isole greche. Intorno a lui bellissime giovinette e bellissimi giovani, conversano, giocano, si amano. È un quadro di pace e serenità senza uguali. Tutto è perfetto, la luce meravigliosa del sole illumina un momento di eternità. È un momento assoluto, di felicità completa.

Hans cammina su quella spiaggia meravigliosa e si dirige verso un tempio lontano, mentre le ombre della sera calano. All’interno del tempio ci sono delle donne.

Castorp si avvicina in preda a una strana inquietudine. Capisce che sta per assistere a qualcosa che è l’origine della pace meravigliosa che ha visto su quella spiaggia.

Le donne si girano verso di lui e sono vecchie, rugose, con i seni grinzosi e penduli, delle orribili megere. Le vecchie sono intente a divorare, contendendoselo a morsi, il cadavere di un bambino.

Castorp intuisce con raccapriccio che qualsiasi promessa di armonia, nasconde dietro sé, nel profondo, sepolta in modo che nessuno possa vedere, un atto di violenza terribile.

In preda all’angoscia, Hans si risveglia di colpo e si ritrova appoggiato al capanno, in mezzo alla neve. Il sogno sembra essere lungo ore e ore, mentre invece il suo assopimento è durato solo qualche minuto.

La giornata non è ancora finita, il cielo si è rasserenato e lui si accorge di essere vicinissimo al sanatorio, in salvo. Ha visto la chiave di tutto, l’unicità di vita e morte incatenati in un abbraccio senza fine e se n’è tirato indietro.

Lo sapevo che era un sogno.” “Quanto aveva sognato stava impallidendo. Quanto aveva pensato, già quella sera non gli appariva del tutto chiaro”.

Riflettendo sul sogno così inquietante Castorp (e Mann insieme a lui) arriva a una conclusione, insieme accorata e non del tutto sentita: Per riguardo alla bontà ed all'amore l'uomo non deve concedere alla morte la signoria sui propri pensieri.

Questa frase non è del tutto sincera e Mann, probabilmente, lo sapeva: ma non poteva fare a meno di arrivare a quella conclusione. Tutta l’opera di Mann (ma anche la sua stessa vita, la difficoltà di trascendere i propri impulsi omosessuali, i lunghi periodi di depressione, il suicidio del figlio Klaus) è stata tutta un confronto con la morte e il suo rapporto con la vita. Mann fuggiva, con tenacia, ma senza distanziare mai la grande avversaria dietro di sé.

Questo sterminato, bellissimo, esperienziale romanzo, si chiude con l’ingresso del mondo nella carneficina del 1914. La cultura europea arriva alla fine. Il demone della morte ha vinto, almeno apparentemente. Castorp è richiamato alle armi, dovrà abbandonare Davos per affrontare una prova dalla quale probabilmente non uscirà vivo.

Mann termina il romanzo in modo ambivalente, come tutta la sua opera in fondo, sempre in bilico tra Morte e Amore:

“Avventure della carne e dello spirito che hanno potenziato la tua semplicità, ti hanno permesso di superare nello spirito ciò che difficilmente potrai sopravvivere nella carne. Ci sono stati momenti in cui nei sogni che governavi sorse per te, dalla morte e dalla lussuria del corpo, un sogno d'amore. Chi sa se anche da questa mondiale sagra della morte, anche dalla febbre maligna che incendia tutt'intorno il cielo piovoso di questa sera, sorgerà un giorno l'amore?".

Dopo cento anni, ancora stiamo aspettando il sorgere dell'amore.
Mann incarna alla perfezione gli abissi e le luminosità della grande borghesia europea al tramonto. Un tramonto di cui noi, oggi, viviamo la notte, circondati come siamo, da morti viventi sotto forma di zombi – consumatori.

2 commenti:

  1. Complimenti Massimo, una bellissima analisi, che sottoscrivo in pieno.

    Mi hai fatto venir voglia di rileggerlo.

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  2. un resoconto intenso e dettagliato della trama in questione incita sicuramente a una rilettura, a soffermarsi su certi passi evidenziati come quello, che condivido particolarnente, dove il pensiero, legato alla nostra intimità più profonda, non potrà mai essere violato, per nessuna ragione, e da nessun dio.

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