Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

giovedì 12 settembre 2013

Battisti Panella Cosa Succederà Alla Ragazza: io ti vorrei incontrare però non lo vorrei



Negli anni Novanta imperava la techno, l’uso spasmodico delle drum machine, la musica house da un lato, e il grunge, i Nirvana, gli scarponi slacciati e la sciatteria come filosofia di vita, dall'altro. 
Al crollo totale delle ideologie rivolte alla salvezza dell’uomo massa, quello che restava tra le dita dei superstiti del Moderno era la possibilità di illudersi di godere dei vantaggi di un Mercato finalmente Illimitato, oppure la libertà di scivolare nella depressione. Unica certezza: tutto si può comprare, o almeno desiderare. Tutto sarebbe cambiato, nei Novanta, crisi occupazionale a parte, che già allora si faceva sentire. Ecco il post – moderno, senza più blocchi ideologici contrapposti.
Battisti continuava a rimanere nascosto ai comuni mortali e a sfornare dischi biennali, prodotti e arrangiati a Londra. Ogni volta le aspettative dei fan rimanevo frustate a livelli tali che ormai si riteneva Battisti un caso clinico irrimediabile.
Però la sua voce, indescrivibile, onnipresente e indimenticabile una volta che la si è ascoltata, non riusciva a sparire dalla memoria collettiva. A questo fatto fu dovuto il successo effimero ma notevole degli Audio 2 con canzoni e voce talmente simil – battisti periodo Mogol che per molti fu come se Lucio si fosse miracolosamente rimesso in carreggiata.
Da parte di Battisti non vi fu, naturalmente, mai nessun commento sugli Audio 2.
Lui era da qualche parte nella sua villa del varesino a godersi il giardino e lo studio di registrazione ultramoderno. La sua voce vera arrivava soltanto attraverso i dischi bianchi, sempre più folli, solipsisti, incomprensibili.
Ormai il confine tra voglia di superamento dei limiti, mimetismo estremo, ricerca raffinata, desiderio di distruggere la propria immagine del cantautore di Acqua azzurra, acqua chiara, che nonostante tutto i vecchi fan continuavano ad appiccicargli addosso, e patologia, cominciava realmente a diventare labile. Il disco uscito nel 1992 sembra confermare questa diagnosi clinica, almeno in parte.
Il binomio Battisti – Panella sfornò con la Columbia Records (il primo distacco dalla Numero Uno) otto brani che, mentre si rivelavano ancora più ostici dal punto di vista testuale sembravano tornare a una maggiore semplicità armonica e una adesione quasi letterale da parte di Battisti agli stili musicali dei Novanta. I brani, insomma erano canzoni tipiche della decade, ma talmente tipiche da cadere in una specie di iperrealismo: i pezzi dell’album sono pezzi techno e house al cubo, con incursioni nel rap che paiono tutto meno che necessarie, e che tuttavia, come sempre, quando si tratta di Battisti, funzionano.
È come se il disco CSAR fosse uno specchio che riflette in modo assolutamente distaccato il mondo che lo circonda, così come è. Questa è forse la chiave di lettura degli ultimi due album dei dischi bianchi e della vita stessa di Battisti. Distacco e riflessione, nel senso di riprodurre l’immagine che si ha davanti di momento in momento, ma che tuttavia non ci appartiene. Per potere operare in questo modo occorre essere insieme dentro e fuori dal tempo, come i pazzi, i solipsisti o i grandi artisti. Ciascuno giudichi secondo il suo gusto in che posizione collocare Battisti.
Nonostante la freddezza, la mancanza di emozioni nella voce, o forse proprio per questo, CSAR ha molti momenti di pura bellezza e sentimenti rivelatori. Atomi che danzano al suono delle drum machine, freddi ma consapevoli.
Proseguono le vicende della Ragazza, pronta a ricominciare a danzare al suono glaciale degli anni Novanta. La copertina evidenzia questo distacco sempre più profondo dal mondo della Merce, questa noncuranza di attirare qualsiasi fruitore, con una tremolante sigla in stampatello.



Sotto i colpi inarrestabili di una drum machine e una martellante e ripetitiva linea di basso
si apre il primo brano del disco, la title track Cosa Succederà Alla Ragazza. Armonicamente molto più semplice delle scalate tonali attraversate nei brani dei dischi bianchi precedenti, questo pezzo è una dance sui generis con incursioni percettibili nel Battisti antico. La linea del canto in quello che sembra  il ritornello (difficile da distinguere nella voluta uniformità strutturale e tonale) è una tipica melodia battistiana con impennate in falsetto. Con il cuore in gola assistiamo alla fuga da ogni tipo di compulsive avance della povera Ragazza (È un simbolo? Di cosa? Della Metafisica? Della Gioia? È semplicemente una vicina di casa di Panella?).
I primi versi confondono le acque: L'alba, la barba, la curva della gola, rasoiate che sono orli di gonna. La luce ha ancora sonno ma si dà un tono da ostetrica che è urgente. Apre gli occhi sul mondo partoriente ed è a disposizione l'alba, la barba, presa con le buone. Offrire la gola al tocco leggero, l'alba la lanolina candida gli uccelli appostatissimi nell'aria,
come i chiodi senza quadri, alle pareti; ed è ancora mattina.
Dov’è qui la Ragazza? Chi è che si fa la barba? Immagini folli si susseguono. Forse la ragazza è un travestito che nessuno sospetta essere un uomo? Ipotesi come un’altra.
Qui come per quasi tutto il disco (come pure per il seguente e ultimo Hegel) assistiamo a uno scollamento impressionante tra la folle dinamicità dei testi di Panella e una voluta, eccentrica staticità della musica. Il contrasto tra queste danze immobili e questi voli pindarici crea uno spiazzamento ancora maggiore dei dischi precedenti, nell’ascoltatore.
Viene legittimo pensare che qualcosa stia accadendo, che il trucco cominci a scoprirsi, la stanchezza a insinuarsi. Tutto il disco, tutti gli otto pezzi, sono in bilico tra il capolavoro e il fiasco. Basta un niente e l’impalcatura può crollare sotto il peso del ridicolo, del pretenzioso, del che vuole ancora Battisti?
Invece, miracolosamente, tutto regge. Per un pelo. Con schegge di bellezza ancora più luminose.
Allora ricordarsi di fare delle pose
delle fotografie: che possono sempre servire,
e non se ne parli più.
Gesù, Gesù, che non se ne parli più
Gesù, Gesù, ed è ancora mattina,
tutti sono pronti a bere qualcosa;
e poi si riprende fiato per fare le bolle acustiche.
Che la vogliono olio e limone;
che la vogliono aggiustare: entriamo in un portone...
Che la vogliono un po’ scoperta per accertare;
che la vogliono nell'ascensore,
per implorarla da che piano a che piano,
acquetta, fuochino; la gloria all'ottavo.
Che la vogliono ricoprire di cioccolata,
che la vogliono servire in bocca,
ad una bocca sterminata di forno:
che cosa le tocca, sentire che cosa.
Testo e musica esplodono. Il senso è irrilevante, ormai, oppure tutto diventa senso, anzi, sensi moltiplicati per se stessi. CSAR è dedicato all’esplodere delirante del Desiderio. Un desiderio congelato da una musica che trattiene il proprio centro di calore sotto strati di ghiaccio.

Tutte le pompe ripete lo stesso meccanismo di dissociazione. La base drum, il ritmo house, il basso corposo, i suoni elettronici rarefatti fanno da sfondo per la descrizione di un’orgia pittorica. Non ci sono remore, né limiti. L’espandersi del Desiderio tocca ogni cosa, gli oggetti, le apparenze delle persone, fino ad arrivare all’orgasmo cosmico.
Arriva lo schiumogeno e la gente sussulta di piacere è pronta a tutto,
a consumare lì sopra l'asfalto la scivolata delle relazioni;
lo sguazzo dell'ardire e dell'osare, ed è da tanto tempo che volevo;
e dirmelo potevi dirlo prima: o farmelo capire, o farmelo capire.
Le macchine rampando sulle ruote, le gomme posteriori fanno un giro,
di piazza col pennacchio, soffiato dai roventi radiatori;
lo struzzo, lo spauracchio, il gongolo di gioia,
lo spruzzo e lo sbatacchio, l'immensa scorciatoia, per arrivare al sodo.
Una lady s'incendia un po' per sfizio, e un po' per gaudio immenso anticipato.
E il suo marito in cravatta con la lingua, diventa un calamaro così che non sfigura.
Marameo, marameo fanno i cupidi, i frecciatori dal culetto nudo;
più fitti fitti più dei pipistrelli nella notte stellata, che volano d'estate.
Però più belli, belli più bellini, bianchi color del lilla gridellino;
ma non è notte è giorno: magari è estate forse;
forse magari è estate,
cominciano le corse tutti arrivando i primi:
i primi in una cosa, una cosina dolce, una cosina dolce.
Pare di vedere un quadro di Magritte, Ernst, o Dalì. La vecchia Avanguardia avanza mentre tutte le pompe, con l'acqua nelle vene, si mettono a ballare, e pioggiano di gioia.
La musica irride, sfrontata, questo sguazzare nell’ardire e nell’osare. E finisce in minore, inquietante.

Ecco i negozi, ovvero la celebrazione del Desiderio per eccellenza, quello di acquistare in modo compulsivo cose che non ci servono. Desiderio che è desiderio di Oblio.
Come può la Ragazza esimersi? Non si esime, infatti.
Ecco i negozi e non le sembra più di stare a casa,
ecco cammina nell'uno e l'altro senso,
non avendo al fianco chi l'accompagnerebbe
nelle minime e le massime escursioni.
Ecco i negozi che ingoiano tutti i fracassi,
non affliggono né stomaco né cuore, eccola
qui dov'è la padrona del proprio giro vita,
del proprio girocollo, del proprio giro periplo del corpo.
E lo spazio non è quella questione,
ecco i negozi, si può tacere senza dare il silenzio come spiegazione:
ecco qui, tra le creature scisse, tra chi entra e chi esce,
c'è uno scambio di temperature.
Il pezzo ha un inserto rap all’inizio e alla fine. Un omaggio ai tempi o una presa in giro?
Mimetismo, come sempre. Qua e là nella tessitura della melodia si percepisce una certa malinconia, una dolcezza inaspettata in un “disco bianco” ma che si ripeterà in altri brani di questo album poco assimilabile, ma che lascia scoperto il fianco a improvvisi sentimenti. In mezzo al ghiaccio spuntano timidi fiori.
si passa tra le cose sfuse e vaghe,
come tra lacci d'alghe di tante in tante maghe Circi annegatrici,
dimenticando e poi dimenticando;
così sei fortunata: hai trovato esattamente quello che cercavi:
tre bravi di cayenna, ovvero, un forchettino per i ravanelli.
Così sei fortunata: hai trovato il posto più esclusivo della storia,
le pagine in cui Antonio con Cleopatra, si strapazzano
ancora, come otarie dalle braccia ormai implicite nell'altro,
sopravvissuti ad ogni nave che s'inabissò.
Immersi in un tripudio misto seta,
in una negligenza e oblio di sciarpe,
ed è come non mai non stare a casa.

La metro eccetera è la punta “commerciale” dell’album e, con La Sposa Occidentale, uno dei due o tre brani (il terzo è Don Giovanni) più passati alle radio del duo Battisti – Panella: come dire che persino le teste più quadre possono tentare di fruirne.
E in effetti il pezzo è una messa in musica di un momento quotidiano banale, e il testo pannelliano non incede nei soliti giochi linguistici, ma seziona con precisione chirurgico – poetica il viaggio da una stazione all’altra di un treno metropolitano. Tutto un mondo viene contenuto in queste immagini. Nulla accade e tutto si muove. Anche nel vagone il Desiderio serpeggia.
La musica è quasi una cantilena infantile sostenuta da un basso inesorabile. È un giro armonico che potrebbe durare all’infinito come il viaggio che va dove “vanno tutti i presentimenti, eccetera”.
La metro dei riflessi, gli sguardi verso il vetro,
gli appositi sostegni verticali,
le mani che fatali li discendono,
e quelli orizzontali, in alto i polsi e gli orologi
viaggiano da soli.
La metro, i seduti di fronte sono semplicemente gli avanzati
dal viaggio precedente che andava dove vanno
tutti i presentimenti, eccetera.
In un soffio di porta, fa l'ingresso la bella incatenata a testa alta;
invece i viaggiatori sono entrati
col capo chino, e l'umiltà dei frati.
Bella incatenata dai sui stessi ormeggi:
la cinghia della borsa,
e stringhe mosce, e fasce di camoscio e stratagemmi
dei morbidi tormenti d'organzino.
Si fa la trigonometria,
nei finestrini corrispondenti agli occhi alessandrini,
di lei che guarda fissa un suo sussulto fuso nel vetro,
che le ricorda tanto un suo sussulto.
La metro piomba nella galleria come un eccetera eccetera,
che continua tremante veranda di lettura,
da un attico mittente, tutta giù a fendente.
E più di tutti i giornali e i giornaletti
ha successo una scritta:
“In caso di necessità rompere il vetro,
e tutti i trasgressori saranno … eccetera”.
La metro si avvicina alla stazione prossima e rallenta.
I posti a sedere, ad occhio e croce: diciamo trentasei;
le scale sono mobili, ma le pareti no,
e fermi i corridoi; la folla passa e sale.
La metro accelera, eccetera, eccetera,
e puntini di sospensione.

Con un ritmo incalzante, quasi anni Settanta, e una schitarrata alla Patrick Hernandez arrivano I sacchi della posta. Musica spagnoleggiante (non poteva mancare in un album di Battisti), un testo intrigante come non mai. Persone, cose e paesaggi vorticano insieme, si prendono si lasciano con movimenti tra Boccioni e i cartoni animati. Tutto i tempo è condensato con il “non si sa che sia, col non si sa”.
Pare di vedere i sacchi della posta danzare sugli sbarcatoi, mentre “i quarti di buesse sanguinose soggiogano ragazzi incappucciati” in un groviglio alla Bacon.
In questo pezzo lo scollamento glaciale tra musica e parole serve a evocare in un tutt’uno visioni danzanti, furori avveniristici, quadri e riquadri, oggetti e corpi. Pura avanguardia letteraria e aggiungerei pittorica al ritmo di disco dance.
Perché non scende e uno, perché non sale e due,
i sacchi della posta, questa è l'ora, quasi da soli saltano, sugli sbarcatoi.
I quarti di buesse sanguinose soggiogano ragazzi incappucciati,
gli appuntamenti sono plateali: vedi venirsi incontro due vocali.
I cagnolini vanno avanti al trotto, i cani grossi hanno scontri di botto,
col non si sa che sia, col non si sa.
I minutini, gli attimi, gli instanti tengono a bada tutti, tutti quanti,
ma le mezz'ore perse sono già funeste,
son teste emerse e rifugiate leste,
nelle finestre, nelle finestre.
A prima vista tutto è secondario,
poi le scarpe sono la precisa volontà del viso,
cominciano i miraggi: atti notori, col nastrino in gola,
fanno i graziosi mentre fan la spola.
Patenti a fisarmonica, a soffietto hanno da dire e da ridire su tutto,
licenze ancheggiatrici fanno adescamento;
quindi i certificati sono pellirossa tutti illustrati.
Arrivederci e uno a risentirci e due,
le parti per il corpo articolato, si piegano, si snodano polpose,
e succulente ossee nervose.
Il ginocchio, il polso, l'anca, il pennone, intorno al quale il muscolo fa vela;
lo zigomo, la tempia, il metatarso; poi le scarpe, con i lacci o senza;
la faccia, arrivederci arrivederci.

Non posso essere obiettivo su Però il rinoceronte. Lo considero uno dei più bei pezzi di tutta la produzione Battisti – Panella, insieme a I ritorni. È come una canzone d’amore dovrebbe  essere, nella quale l’amore è “un gesto pazzo come rompere una noce on il mento sopra il cuore”. Il ritmo house cadenzato non riesce a raffreddare (nonostante l’impianto complessivo dell’album viri da tutt’altra parte) la dolcezza del canto. Qui la Ragazza splende in tutta la sua bellezza, le scene quotidiane di corteggiamento e Desiderio sono temperate da una dolcezza struggente inusuale per un “cinico” come Panella. Tutto è fidanzamento, possesso felice, attimo in cui la Ragazza te la vedi davanti, in una immagine radiosa che non scorderai mai finché campi. Bellezza e vita. Inevitabili in Panella gli accostamenti al cibo. Panella parla di “disinganno mai allevato e grosso come un bue mangiando poco”: il tormento del Desiderio che viene acceso dall’avanzare e retrocedere dei riti.
Un testo straordinario, una canzone commovente.
Dopo una introduzione mimeticamente postmoderna, Battisti è come se cedesse alla dolcezza. Se si facesse l’esperimento di suonare la melodia privandola dell’accompagnamento house si udirebbe qualcosa di molto simile a un antico stornello, gonfio di emozioni, che echeggia sotto i ponti di Roma stile Il barcarolo.
Se non si cuoce a fuoco lento rimane cruda dentro.
Al dunque quando può le piace sentirsi al centro dei carciofi tenerelli.
Cosa sa, cosa sa che gli animali sono esseri scorrevoli;
però il rinoceronte ha il freno a mano,
l'amore è un gesto pazzo 
come rompere una noce con il mento sopra il cuore,
e si dovrebbe vivere lontani per essere creduti se si dice:
Qui è nato un disinganno mai allevato
e grosso come un bue, mangiando poco,
e si dovrebbe vivere lontani e dire: ho visto qual è il colmo di me stessa,
sfilandomi un maglione sulla testa, per ora si interessa all'infusione,
che dona brillantezza ai suoi capelli e la parola chiave è “rosmarino”.
Il gusto si fa estivo a mezze maniche, esaminando la Venere di Milo,
i riti i riti, ma che riti d'Egitto, tutto è fidanzamento, la colazione in tazza,
il pranzo, poi la cena e gli intermezzi,
basta non le si dica "Indovina chi sono", e “non te l'aspettavi”
ecco cose così tra gentili e tristi cose di burro in forma di conchiglia.
“Sono io quella ragazza” dice puntando il dito come viene viene,
in uno sprazzo acrilico a colori mimetici soltanto di sé stessi,
e di un papero, a sbuffo accidentale, contro un mazzo una messe di cielo,
o rosso mormorio di un acquitrino.
“Sono io quella ragazza”, infatti è lei.
Per lei un sovrano avrebbe rinunciato a nascere, e un cammello si è lanciato
in una cruna d'ago, smascherando l'acrobata di sabbia in sé sopito.
“Sono io quella ragazza” dice, “il giorno prima come il giorno dopo,
e il giorno in mezzo me lo metto al dito, così sarà un anello e non un peso”.
E per lei, qualche atleta contenzioso si è battuto, smantellato da solo,
crollando coi talenti e i gusti intatti.
“Sono io quella ragazza”, infatti è lei.

Con Così gli déi sarebbero si ritorna alla “normalità” Battisti – Panella: cioè uno straordinario mescolamento pop avanguardista di musica e parole. Le acrobazie di Panella non finiscono di stupire, come non finisce di stupire la capacità di Battisti di aderire perfettamente al testo creando una musica che riflette totalmente l’atmosfera iperrealista  delle frasi, sembrando una canzone “normale” pur essendo anni luce distante da quanto mai sentito in precedenza. Ogni volta il miracolo si ripete, sempre in bilico tra il ridicolo, la caduta nel vuoto informe e il capolavoro: un equilibrismo che da Duchamp a Cage l’avanguardia di ogni forma artistica ripete con alterne fortune …
Panella evoca il paradiso della Merce, l’unico posto ormai dove esistono gli déi, nell’immaginario di ogni consumatore (direi meglio, consumatrice) accanito, talmente accanito/a da ridursi a un delirio di vitalismo inarrestabile. C’è da fare una cosa, si fa, che problema c’è? La follia della Ragazza trasforma la merce scelta in una frenesia da cartone animato.
Dal punto di vista armonico e ritmico il pezzo è molto interessante con le sue discese dal falsetto a toni normali e una incursione veloce nel passato battistiano con un accenno al giro di Nessun dolore attaccato quasi casualmente al resto e  che sembra non c’entrare nulla: invece, come al solito, funziona.
Le condizioni sono atmosferiche comunque,
comunque meteorologiche, e lei si è invaghita del bitume:
carbonio con idrogeno composto, bollente ed odoroso, grasso in fusti,
colato e rimpastato, misto a scisti.
Così le salta in mente, all'improvviso, che esistono gli dei, e dagli dei
proviene, per esempio, la numerosa serie dei profumi;
e lei se esistono gli dei sarebbe prediletta dal maestoso
ordigno in argentato, sovrumano
tubo di scappamento con solenni alucce o pinne da raffreddamento.
E, cosa c'è da fare, vorrebbe lei portare questa sera, come stola,
un raccordo anulare, un'intera fila alle poste oppure la crostiera amalfitana.
Si prende il nastro della merce scelta, si ammorbidisce e si fa svolazzare,
si smussa e lei così lo può indossare, vorrebbe lei per caso liquefare
un palazzo in cui l'innamorato sguazza nel delirio, ridotto ad un cetaceo.
Si attiva un lanciafiamme, un forno ad onde, oceanico,
un sesquipedale, prospero per la pipa universale.
C'è da fare la spesa si fa, da andare dal dentista ci si va,
e il trapanatore sarà un titillatore piumato.
Così come bambina, mancandole la esse, lei diceva "Nettuno, Nettuno"
così gli dei sarebbero un intimo difetto di pronuncia.
C'è da fare una piazza, si fa: si prende una balena con fontana inclusa e
traballanti cocomeri per occhi a tutti quanti, ed alberi spioventi dalle orecchie.
E voci emerse sulla testa a delta e i mignoli,
gli eterni mignoletti, suonati da pestanti martelletti.
Così lei, può passare di là.
Perché se c'è da fare, una cosa si fa.

Cosa farà di nuovo chiude l’album in tono dimesso, come di congedo. È un brano notturno, nel vero senso della parola in quanto descrive la notte insonne della povera Ragazza che pensa e ripensa e fa bilanci e soppesa in un inventario “morale” la sua giornata. Il pezzo sembra il contraltare di Cosa succederà alla Ragazza. Dopo essere scampata a mille equivoci, dopo tutte le scivolate delle relazioni adesso è sola con sé stessa e si fa tenerezza, o meglio fa tenerezza a noi che la osserviamo. Il testo è bellissimo.
È un pezzo musicalmente strano, sembra non decollare mai, arriva a un certo punto poi crolla, preferisce rimanere accoccolato a fianco della donna che ripiega mesta il maglioncino. Emerge improvvisa, verso la fine, una strofa rap che sembra del tutto gratuita, ma che spezza l’uniformità del canto. Il risultato è una tristezza dolce e ritmata che illumina di consapevolezza tutto un mondo, forse tutto il mondo.
Le quattro meno un quarto della notte,
il sonno se n'è andato all'improvviso,
si ferma il borbottio delle guanciotte,
l'ombra è severa ma addolcisce il viso.
Cosa non farà più, cosa farà di nuovo, cosa farà di meno,
seduta in mezzo al letto lei promette cosa non farà più.
Cosa farà di nuovo, cosa farà di meno,
con un leggero margine d'incerto,
con la sincerità di tutto il cuore leggero, pesante, volubile.
Crede le dolcezze sono come le amarezze, pesi falsi senza pietà.
È una misericordia, un'operetta pia
considerare adesso con che garbo
ha piegato, ripiegato e messo via il maglioncino
su un bracciolo, un gambo.
Cosa che rifarà, che rifarà di nuovo, non sa se più, se meno,
seduta in mezzo al letto nel rispetto timido che ha di sé.
E le dolcezze sono, son come le amarezze
con un cordiale ed umile sospiro
si sente sangue del suo stesso sangue
e corpo del suo corpo in un bel giro d'edera intorno a sé,
con strette blande, non si resiste più
e non è più questione tra il giulivo e il triste.
Seduta in mezzo al letto lei promette cosa non farà più,
cosa farà di nuovo, cosa farà di meno,
con un prudente margine d'incerto.
Le tre e quarantacinque della notte,
il sonno se n'è andato all'improvviso,
le dolcezze sono come le amarezze: strette blande senza pietà.
Nella notte, sonno sperso, ombra austera, caro il viso,
con che garbo,con che umile sospiro:
cosa non farà più, cosa farà di nuovo, cosa farà di meno.

La canzone rimane sospesa, come se non terminasse veramente, in attesa dell’alba, pronta a ricominciare tutto daccapo.  Forse ci sarà qualcosa di nuovo o forse solo la ripetizione dell’Identico, il tempo ciclico del consumo della merce o una nuova strana libertà.

4 commenti:

  1. Non ho mai seguito Battisti, ma per merito dei tuoi post sto cominciando ad ascoltare qualcosa per la prima volta. Ciao Massimo!

    RispondiElimina
  2. Il tuo ricordare gli Audio 2 mi fa venire in mente questo (anche se forse lo hai già detto in precedenti post e se così chiedo scusa): è come se Battisti (insieme a Panella) avessero voluto rendersi inimitabili, avessero compiuto un "lavoro" (opera d'arte) definitiva, impercorribile da altri; infatti, mi sembra che (nel limite della musica leggera italiana) nessuno abbia tentato di imitarlo o emularlo - cosa che, invece, riusciva e riesce copiosamente anche oggi (vuoi con apprezzabili o pessimi risultati, per carità) riguardo al cosiddetto "primo" Battisti.

    RispondiElimina
  3. Ascoltate endkadenz dei Verdena. Riprendono alcune sonorità e stili dei dischi bianchi di Battisti-Panella. Molto interessante e curioso.
    Grazie per questi approfondimenti. Penso che Csar sia, invece, il disco più attuale, almeno musicalmente, del Battisti "bianco". Le melodie spaccano di brutto.

    RispondiElimina
  4. macche' travestito. E' l'Italia, quella che trovi in piazza dalla mattina alla sera. Non e' neppure verismo, ma una vera polaroid, o un documentario su tutto il peggio che puo' accadere alla ragazza in un mondo di m...
    L'accenno alle foto, che poi non se ne parli piu' (gesu gesu!): era in anticipo di trent'anni.

    RispondiElimina