Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

sabato 24 agosto 2013

Battisti Panella L'apparenza: tutto è dimostrabile, soprattutto il contrario



Don Giovanni fu un buon successo, nonostante la diversità da tutto quello che Battisti aveva prodotto in precedenza. Fu il terzo album per vendite nel 1986 e in classifica rimase a lungo al secondo posto.
Il pubblico era ancora troppo abituato e affezionato al cantautore, per non accoglierne anche le più spigolose novità. Oltre tutto, anche ai puristi della canzonetta “normale” non poteva sfuggire che, nonostante i testi ostici, le canzoni dell’album erano, semplicemente, belle. Entravano dentro, nell’anima e ci rimanevano a covare emozioni come sempre indefinibili.
L’Apparenza uscì nell’ottobre del 1988 e fu, se possibile, ancora più spiazzante dell’album precedente. Stavolta Battisti non voleva lasciare dubbi: la nuova strada che aveva intrapreso con Don Giovanni era avanti tutta e senza ritorno.
Se nell’album precedente il procedimento compositivo nasceva dalla musica alle quali Panella sovrapponeva i suoi bellettristici  versi, ora i due avevano deciso di agire al contrario. Doveva essere Panella a sottoporre a Battisti i suoi componimenti, a metrica libera, concernenti qualunque cosa volesse.
La musica doveva scaturire dal verso, così com’era.
Era una sfida alla quale i due si applicarono senza risparmiarsi. Panella non si pose limiti.
Battisti nemmeno.    
Gli arrangiamenti, i testi, la struttura dei brani: ogni aspetto de L’Apparenza è uno schiaffo in faccia a chi è ancora legato al ricordo del vecchio Battisti.
La copertina è bianca, spoglia, con una credenza stilizzata disegnata da Battisti stesso.
Resta solo la sua voce, inconfondibile, acuta, mimetica, fredda, esplicativa, a segnalare che Lucio c’è ancora, da qualche parte, nascosto: c’è e ha deciso di parlarci.
Noi possiamo solo ascoltare, fuggire, ignorare, o amare.



L’album si apre con un leggero arpeggio in re minore di tastiera e archi elettronici. Inizia un robusto giro di basso (sempre elettronico), entra la batteria, colpi sintetici di grancassa e rullante e la voce entra in uno smagliante accordo di nona.
Si spalanca la canzone, con un grande gesto teatrale. Entriamo in un regno nuovo.
A portata di mano è un capolavoro formale, di arrangiamenti e strutture.
È incredibile quante modulazioni ci siano soltanto nella prima strofa. Tutto il pezzo ondeggia intorno al modo re minore / re maggiore.
Dov’è la strofa, dov’è il ritornello? Non esistono più. C’è solo una continua variazione su un tema. La prima parte (Dicendo abbiamo tempo, ci giri intorno, stemperi e riempi, come dire, 103 vasetti di liquido con colore diluito, che certamente è meno previdente di una conservazione che alimenti …), quella che ha spalancato il pezzo, musicalmente non si ripeterà più. Ritornerà, invece, scritta al contrario (procedimento raffinatissimo) nell’arpeggio di archi che chiude il pezzo, come a suggellare il ritorno di un tempo ciclico in cui tutto sembra a portata di mano.
Il testo è semplicemente bellissimo, scivola su oggetti quotidiani (E poi il discordo prende una piega architettonica nell’aria con le mani / si collega ai pianti rampicanti, all’euforia da giardino, ai pensili eccitanti, a ornamentale destino e tutto il tempo è vicino, a portata di mano, sul tavolino, sul ripiano, su quanto ti è più caro … ) e arriva a una misteriosissima parte centrale (Ma se cominciassimo, che ne dici? Se entrassimo nel vivo … saliamone i gradini con le punte e pure sconoscendo se calziamo un’epoca, una storia o una leggenda, in cui calati risalendo siamo e l’anta si spalanca). La musica segue una complicata serie di modulazioni per arrivare a spalancarsi di nuovo facendo diventare re maggiore un re minore. Dal buio alla luce.
Analizzare questo pezzo, come testo e come musica, porterebbe via troppo spazio agli altri. Dal punto di vista formale è di una tale complessità e densità eppure tutto fila via liscio, necessario. Gli irripetibili gesti quotidiani, la luce degli incontri, storie e leggende della nostra vita, tutto è a portata di mano, nell’unità illusoria del tempo. È un brano (si può ancora chiamare canzone?) di luci e ombre. Come davanti a una quinta di teatro, recitano i vecchi attori.
Si spalanca la credenza e il tempo ci viene restituito. Aroma di caffè.

Specchi opposti è un altro capolavoro, l’apoteosi dell’indolenza, di chi non riesce a incontrarsi per distrazione, o per altri tipi di distrazione si ama.
Ero distratto, tu ti davi da fare e non c’eri affatto, oppure mi stringevi con un ronzio d’insetto che mi assopiva …
La musica segue perfettamente questo senso di caduta, di lentezza indisposta, aprendosi un po’ spagnoleggiante, richiamando quasi Don Giovanni.
Ci si può raffigurare due stanchi amanti che non riescono più a sorprendersi.
Mi aspetti, per salire mi stai stringendo i fianchi, sei entrata nella stessa distrazione creata perché potesse accadere qualcosa e tutto succede quando tutto riposa … In questo punto la melodia prende una connotazione operistica, sembra un recitativo settecentesco, sussurrato da un burlone prima che ricominci l’arietta.
Quando l’attenzione per essersi esposta narcisista ai suoi sguardi, rovina e se ne accorge appena troppo tardi, nostra fortuna … ero distratto e fatta tu sei di svista.
Il narcisismo è un gioco di specchi, opposti riflessi, limpidi e inebetiti da se stessi. Nel vuoto niente che riflettono non si riesce a ricostruire l’immagine di nessuno.
Nessuno parla, nessuno si incontra. Si prefigura sotto forma di canzone l’apodittica affermazione di Lacan il n'y a pas de rapport sexuel. Panella lacaniano senza spocchia.


Allontanando è un altro brano estremamente complesso dal punto di vista armonico.
È fatto di impennate, ricadute, accordi di settima che danno un impianto assolutamente classico al pezzo. Si dovrebbe fare l’esperimento di eseguirlo al pianoforte, senza parole, così com’è, con uno stile appena appena arpeggiato: ci si accorgerebbe subito che è un brano che potrebbe tranquillamente entrare nel repertorio di uno Schumann.
Tutto il pezzo oscilla intorno alla tonalità di fa minore ma inizia in sol bemolle cioè su una  cosiddetta sesta napoletana: ed è molto di effetto il fatto che al termine di ogni sezione (qui non si parla più di strofe, ormai) la musica ricada in un re maggiore, distante della tonalità originale.
Queste osservazioni possono magari infastidire chi non è addentro ai termini musicali, ma servono solo a sottolineare che qui non siamo più di fronte a un compositore di canzonette, ma a un artista totalmente padrone dei suoi mezzi.
Il testo di Panella è semplicemente sublime.
E poi di che parliamo?
Di come per favore hai fatto se non ti dispiace replicarlo
quel gesto quell'insieme di cose e di non cose
che accadono una volta e quindi possono
ripetersi a richiesta e non per caso
In cambio ti rifaccio il mostro mi tolgo le foglie dalle dita
il vento pettinato ritorno ai connotati riprendo i miei colori
a mano libera e meglio puoi vedermi allontanando …
Allontanarsi, distrarsi, è la chiave per comprendere l’apparenza: l’album, ma anche la vita.

La canzone che dà il titolo all’album attacca con la voce sola che introduce subito una specie di tango molto stilizzato (sono molti i barlumi spagnoleggianti e classicheggianti di questo album). L’Apparenza è un ballo magico tra il protagonista narrante e una figura di donna onirica, irraggiungibile, una apparenza, appunto. Ma è una donna? È un simbolo? Tutto l’album ruota intorno a questo centro invisibile: il centro invisibile dove hanno origine i concetti, le parole, i suoni e tutte le esperienze.
Anche in questo brano tonalità armonicamente distanti tra loro (giri di do minore e sol maggiore) interagiscono con fluidità e semplicità. Il testo di Panella è un vortice di immagini che vibrano in trasparenza: andrebbe sottolineato tutto, talmente è bello, musicalmente perfetto.
Il ballo con l’apparenza, ci sfugge e ci strapazza come tutti le visioni di parole e cose.
Quindi facendo finta che non sai parlare
ti metti un dito in bocca, l'anulare.
Dirigi una quinta qualsiasi
sposti tre vasi come le tre carte
mi metti a parte di una confidenza senza vocali e senza consonanti
tiri con gli occhi chiusi sull'atlante l'indice come un pulsante
accende una nazione in cui mi sa
che a quest'ora è notte piena o molto nuvoloso
pieghi la schiena cali il tuo sipario di capelli
sopra l'armamentario voluttuario, quindi ti sollevi in mulinelli
dall'indaco e il blu di Prussia profondissimi.
Ti rilassi bussando tristemente assorta sopra una porta
che non c'è per niente la spingi che era aperta
mi racconti come un capogiro i fatti i posti pieni di respiro
mi presenti un regalo, ed attraverso ci vedo le tue mani contenenti.
Lo scarti prima sciogli questi fiocchetti inestricabili
ti imbrogli e fai cadere e credere
in un danno incalcolabile e l'aria vulnerabile raccogli
Incolli l'invisibile
e d'improvviso scrolli in gocce questa scena
fai la feroce coi baffi che non hai da puma
sulle guance gonfiate fai la precoce.
Che scarica un gran volume d'indolenza incendiaria
quindi sei l'avversaria di un arioso colosso pugilatore
poi mormori indecenze senza parole a un confessore
lo respingi in sequenza d'inseguimento
infili il balcone ti scansi di lato fai la ricognizione
se ha fatto centro il precipitato.
Rientri con cavalli fragorosi e salti di delfini tra marosi.

Per altri motivi esemplifica ancora di più il concetto di apparenza. Un giro di accordi per quarte sotto un robusto ritmo quasi rock, introduce un testo che più ostico e ostile di così non si può (e invece si può benissimo: Panella andrà ancora più avanti).
Ah! questa poi
sento di star per vivere.
e nello stesso momento
tremila riluttanti col lunghissimo mento
e i denti scricchiolanti avidamente
tremila debuttanti sfondano contemporaneamente
le quattro pareti nemmeno tanto ingenuamente
perché non c'erano segnali di divieti.
Le metafore digestive, cibarie, materiali, si susseguono ininterrotte, tutte a evidenziare il nucleo della prosa: Ah! come siamo vivi come tutto accade per tutt'altri motivi.
Mettiti nei tuoi panni dove sei più aleatoria. Non ci siamo, da nessuna parte, tutto è un gioco di specchi, apparizioni, distrazioni, mimesi, false piste. Ah! come sono vivace come uno che tace.
Viene in mente la folgorante frase del Dhammapada: Non c’è strada e non c’è viaggiatore su di essa.
Il pezzo finisce in una atmosfera sospesa, fluttuante nella nebbia, pronto a introdurre il brano successivo che si riallaccia fluido per tonalità.

Per nome è un lunghissimo paesaggio carnale, la descrizione interminabile di un corpo femminile visto come un’apparizione (ancora l’apparenza) come le visioni che si hanno sul limitare del sonno, corpi e particolari di corpi amanti e amanti. Per nome non si può chiamare l’obiettivo del suo cruciale sbarco. Organo genitale femminile? Qualunque altra cosa? Non ha importanza. Importante qui è la beatitudine della contemplazione.
La musica è tornata alla semplicità, sembrerebbe quasi un Battisti vecchia maniera, se non fosse per quel ritmo ostinato sotto, ininterrotto dall’inizio alla fine.
Qui ciò che conta è la dolcezza interminabile di un mattino di sole passato a letto.

Con Dalle prime battute Battisti ritorna alla complessità armonica degli altri brani. Anche qui come in Allontanando si parte da un re maggiore, per arrivare a giri armonici distanti: in questo caso mi bemolle maggiore e do maggiore.
Assistiamo alle disincantate avventure dell’umorista turista che alle prime bracciate dell’orchestra riconosce il posto. Dai primi segni di vita e alla vista dell’insigne pietra mistica, a un attento esame superficiale riconosce l’artistica località banale.
È bello ascoltare come Battisti gioca musicalmente con le rime interne dei versi introducendo cesure dove non ci sono.
Panella gioca con il trito rito di viaggiare per diporto, con la banalità dei saluti e dei concerti di circostanza, con il vano rito delle cartoline (che ormai non esistono quasi più). Ciò che rimane quando i turisti svaniscono è il paesaggio, ridente labbriforme costa, che se la ride della vanità degli oggetti e degli uomini – dado che si giocano le loro possibilità rimanendo ben piantati sulla faccia nascosta del proprio metro quadro di spurie certezze.

Lo scenario chiude l’album e sancisce il passaggio verso nuove nebulose di là da venire.
Qui Panella non potrebbe essere più programmatico e, paradossalmente, chiaro negli intenti. Dopo aver giocato con l’apparenza per tutti i brani precedenti, qui scopre le carte.
Dici che non capisci ma io so che tutti capiscono tutto e t'intestardisci …
Lo scenario è quello creato dalle nostre menti che non vogliono vedere la realtà delle cose.
Ma qual è questa realtà?
Forse è questo che tu non vorresti riuscire a capire:
che favorevole è come essere contro
e in mezzo c'è una zona di silenzio
difficile anche un po' recalcitrante
dove un parere vale quello che vale,
è l'ombra trasparente o niente che traspare
silenziosamente tutti tra sé e sé pensano le stesse cose.
Dici che non capisci e questo ti convince a non capire
però non ci riesci, non ti sai trattenere e ti dispiace ti dispiaci tu.
Avendo voglia tempo e la serata adatta tutto è dimostrabile
soprattutto il contrario con un'abile manipolazione dello scenario.
Mentre è un combattimento quello che dici
sono nemmeno abili mosse,
tra quello che dici e come vorresti che fosse.
Noi umani siamo uno, dispersi e indivisibili nell’essenza.  Al fondo delle cose si cela il desiderio che ci confonde. Manipoliamo scenari per dimostrarci reali, quando la nostra realtà è celata in piccole cose irreali. Noi siamo apparenza e solo in essa ci mostriamo.

Battisti introduce queste “abili manipolazioni dello scenario” con un misteriosissimo giro di basso per semitoni ascendenti. È come se la musica oscillasse prima di trovare una tonalità definita. Il pezzo si chiude con uno strano scampanellio su un accordo di sesta napoletana, cioè un semitono più alto della tonalità originale: quasi a indicare che tutto è instabile, apparente. Tutto è dimostrabile, soprattutto il contrario. 

16 commenti:

  1. semplicemente bravo

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  2. Molto bella. 103 sono le Odi di Orazio, quam minimum credula postero, un domani da non credere. E molto altro.

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  3. bellisima e partecipata recensione di un disco complesso ma sublime.Grazie Lucio

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  4. Meravigliosa opera dell'ingegno e dell'arte.
    Mirabile "A portata di mano" come dici, per testo e per musica.
    Il più misterioso, "L'Apparenza", dopo attentissimo e insistito ascolto, contiene secondo me una spiegazione così delicata e vera, completa e concreta di ogni parola e ogni gesto narrato.. ma qui non c'è lo spazio sufficiente per esplicitarla

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  5. mi hai fatto venire voglia di riascoltarlo....descrivi ad arte le spinte e le visioni di una tale stesura che il trasporto è ...tangibile.

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  6. L'Apparenza, si diceva...
    girava in tv il video con immagini tratte da L'uomo invisibile. Non ho trovato in rete una analisi del testo che ne affronti i dettagli ma ho l'impressione che tutto quello che vi si racconta possa essere visibile, che forse sia stato visto per davvero.
    Il gesto - che appare - e il suo signficato. Solo alcuni, ad esempio.
    Il regalo, che è invisibile (attraverso ci vedo le tue mani contenenti) ma è presentato per davvero, può cadere, rompersi, con "un danno incalcolabile e l'aria vulnerabile raccogli"... E tutti i pezzi del racconto, fino a quel rientro precipitoso in casa, dopo aver sbirciato dal balcone cosa prima è stato lanciato di sotto (ha fatto centro il precipitato) ...
    e allora "rientri con cavalli fragorosi e salti di delfini fra marosi"
    Per giocare così seriamente con l'apparenza serve che l'attore viva la propria finzione (e non finzione) come tremendamente vera.
    E serve che lo spettatore voglia entrare nella finzione, con l'affetto smisurato che gli fa comprendere e assecondare ogni gesto.
    Il padre, la sua bambina.
    Forse.

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    1. Forse. Per quel che serve. Però l'iimmagine de "l'apparato volutturario" mal si addice alla descrizione di una bambina.
      A meno che non descriva un caso di pedofilia. Il precipitatopoi non è un oggetto, ma evidentemente una persona che cade di sotto perché l'Apparenza (la Madonna? ;-)) si scansa di lato.
      L'enigma rimane e ci accompagna

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    2. Forse.
      L'enigma è arte somma di Panella...
      Toglierei però di mezzo anche il sentore minimo della pedofilia... Non vi è "apparato voluttuario" ma "armamentario" voluttuario e parla di indaco e blu di prussia profondissimi.... nulla di più simile a una trusse di ombretti rossetti matite... forse rubati ai "grandi"
      E che l'enigma ci accompagni sempre.

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    3. Io mi ricordo di una bellissima analisi di questa canzone su luciobattisti.info, in cui si sosteneva che si trattasse di accenni a quadri realmente esposti nella stessa sala di un museo.
      Ahimé, non mi ricordo il museo e l'articolo non riesco più a trovarlo su quel sito...
      L'enigma cammina con noi.
      Ciao, Andrea.

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  7. Un album meraviglioso... e una bellissima recensione.

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  8. Belissima recnsione, come leggere un libro ed immaginare personaggi e situazioni. Anche detto da un purista come me, che ha amato il Battisti canonico ed ancora di più quello che è venuto dopo...indimenticabile artista sempre presente tra chi lo ha amato ed imprescindibile anche per chi lo ha aspramente criticato per queste sue scelte artistiche ed ora lo rimpiange circondato dal vuoto e dalla nullità che aleggia purtroppo nel nostro attuale panorama musicale.

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  9. Dopo tanti anni ho riascoltato questo capolavoro che considero attuale e immortale forse incompreso dalla maggior parte delle persone, peró quelli che conoscono" l'anima latina" di Lucio.....

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  10. Tutti i commenti sono accettabili, la recensione di Massimo e lodevole.....ma spazio all'immaginario. Io nell'Apparenza (il brano) ci vedo una raffinatissima descrizione di un incontro tra due corpi che consumano un atto d'amore. Sublime.

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  11. Condivido con altri commentatori: album superbo, più lo sento a distanza di anni, più mi commuove il modo in cui fa maramao ai canoni banali della musica commerciale, italiana e non. Bellissima recensione che ne rende merito.

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