Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

giovedì 1 agosto 2013

Battisti Panella: piccolo preambolo ai cinque bianchi



Facendo un giro per la Rete (frase orrenda che lascia intravedere significati altrettanto orrendi) si possono leggere un gran numero di commenti, alcuni assai articolati e interessanti, sull’intera vicenda Battisti – Panella.
Chiunque si prenda la briga di scriverne lo fa per lodare quella che per lui o lei è stata in ogni caso un’esperienza fortemente vitale di fruizione artistica.
Si potrebbe dire che i 40 pezzi dei 5 album B - P, hanno avuto nella musica leggera, qualcosa della forza di impatto che poté avere l’Ulisse di Joyce nella storia della letteratura: qualcosa di imprescindibile, ma che pochi hanno voglia veramente di affrontare.
È musica che non può e presumibilmente non vuole, avere accesso alle masse, però trasfigura la musica di massa, così come l’Ulisse trasfigurò il romanzo borghese.
L’accostamento romanzo – canzone popolare è meno strano di quello che sembra. Per le moltitudini umane, l’unico accesso alle cosiddette narrazioni, è sempre avvenuto attraverso le canzoni. Ogni canzone è un frammento del grande monotono o imprevedibile romanzo del mondo: un manuale di istruzioni per l’uso poetico della vita, parafrasando Perec.
I cinque album hanno avuto dalla loro l’inconfondibile voce acuta di Battisti, negroide, rassicurante: è sempre lui, quello di Acqua azzurra, acqua chiara, lasciamoci guidare, vediamo dove ci porta.
E dove portava questa voce acuta, inconfondibile? … e ripeschiamo l'oh dello stupore col quale incorniciamo il fragile leggero di quel che non diciamo / e poi di che parliamo?
Dal 1986 al 1994, ogni due anni, questa follia a due si ripeteva tra le aspettative deluse da chi si aspettava un ritorno alla tradizione e crollo verticale delle vendite.
Battisti non c’è più. È un’icona impazzita. Lo fa apposta. È un furbo. Chi si crede di essere.
Poi Battisti, nel 1998, muore. Sparisce per sempre, davvero.
Per moltissima gente è un colpo inaspettato, come la scomparsa di un parente, un amico.
Tutti gli devono qualcosa, anche chi non lo ha amato. Solo che Battisti è Battisti – Mogol. Che altro?
I cinque bianchi rimangono come sfingi, con i loro enigmi. E non solo, costituiscono la fase finale della sua produzione.  Lucio Battisti non è andato oltre Hegel. Queste cinque bizzarrie discografiche sono, volenti o nolenti, il suo testamento
Tutta quella musica.


Ecco, la musica: a ogni tentativo di analizzare i cinque album viene data, comprensibilmente, maggiore enfasi all’importanza (direi all’impatto) dei testi e viene invece messa in secondo piano l’estrema complessità, raffinatezza e compattezza del linguaggio musicale.  Invece i due aspetti sono assolutamente inscindibili.
I testi di Panella sono vertigini linguistiche, le musiche di Battisti sono gli abissi adatti per precipitarvi. Ascoltandoli da “lontano”, distrattamente, questi brani sono perfettamente mimetizzati da pezzi commerciali. Richiamano canzonette pop, dance, techno, house: addirittura in certi momenti sembrano pezzi di Battisti che imitano sé stessi.
Questo curioso fenomeno accade soprattutto nell’ultimo, il più ostico, il più verticale dei cinque album: Hegel.
Fin dal primo brano, “Almeno l’inizio”, Battisti sembra prendere in giro il sé stesso degli anni Settanta. Sotto un glaciale impianto techno, la melodia cantata è una di quelle che potrebbe trovare posto in album tipo “Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera …”. Solo il testo, mulinando sopra la base senza trovare riposo, ci fa capire che siamo in altro mondo, nuovo, inafferrabile.
Mimetismo e implacabile volontà di decostruzione della propria immagine: pochi artisti sono stati animati più di Battisti da tale impeto nel rinnegare il proprio sé precedente.
Per comprendere il fenomeno dei cinque album bianchi, bisogna evitare di commettere un errore: sottovalutare Battisti, come uomo e come artista.
Battisti ha sempre cercato di superare i limiti, portando il rock e il blues in Italia, legandolo a una melodia che fosse però mediterranea. Con Mogol riuscì ad arrivare a vertici di pura poesia in musica: passi leopardiani, pascoliani, uniti a musiche apparentemente facili, in realtà originate da ispirazioni profonde e un solidissimo bagaglio tecnico: veri lieder per l'uomo moderno.
Tecnica e istinto in Battisti sono fusi come solo in pochissimi compositori di “canzonette”, e non solo.
Battisti, insomma, è un uomo che sa.
Sa quello che vuole, sa quello che non vuole, ha avuto l’enorme fortuna di poter decidere per sé stesso (come, in un ambito classico, Glenn Gould, a cui si accomuna per la tendenza a un ostinato autoisolamento: anche il paragone tra Gould e Battisti è meno folle di quello che sembra), è in possesso di un enorme talento e un'altrettanta enorme dose di tenacia e tecnica.
Se si comprende il pressante e incessante desiderio di trascendere i limiti del proprio stile e del proprio linguaggio (sforzo presente in tutti gli artisti degni di questo nome), non può in alcun modo sorprendere il percorso vitale e produttivo di Lucio Battisti.
Esempio di uomo che ha deciso di dedicare la sua vita alla ricerca stilistica, al di là delle mode, del profitto, delle opinioni politiche, in cerca di una strada che sia solo sua, in preda a un furore solipsistico che nonostante tutto riesce a trasfigurarsi in universale, Battisti calpesta la sua vecchia immagine di cantautore, sceglie il silenzio assoluto, senza compromessi. Solo l’arte deve parlare.
Si possono senza dubbio ravvisare alcuni tratti patologici, caratteriali, in questa intransigenza, ma sarebbe un errore limitarsi a questi aspetti clinici.
Paranoia, isolamento, dipendenza assoluta dalla famiglia, il rinchiudersi claustrofobico nel proprio mondo costruito a immagine e somiglianza di sé: certo, c’è anche questo, ma c’è soprattutto un artista che crede di avere qualcosa da dire, che è consapevole di avere la fortuna di poterlo dire, c’è la voglia di non perdere più tempo con quello che non è essenziale.
Solo l’arte deve parlare.
Guy Debord ha scritto, nella Società dello spettacolo: “L'arte nell'epoca della sua dissoluzione [...] è allo stesso tempo un'arte del cambiamento e l'espressione pura del cambiamento impossibile.”
Battisti, l’eroe delle canzonette, dei giardini di marzo, dei fiori rosa, fiori di pesco, della gallina coccodé, ha cercato questo cambiamento impossibile.
Non si pensi che l’abbia fatto in modo naif.
Battisti era un uomo colto, autodidatta. Si narra che conoscesse Marx e Schumpeter, che amasse studiare filosofia, che avesse una prodigiosa capacità di comprendere e utilizzare le nuove tecnologie.
L’incontro con Panella non fu casuale. Entrambi si cercavano, per fare esplodere i propri geni irrisolti.
Si legge spesso che dopo Mogol, Battisti si sia arenato in pose involute.
È vero il contrario. Solo il genio illumina il genio.
È il genio strano di Battisti che ha illuminato i testi di Mogol e ha permesso al genio di Panella di esprimersi.
Sia Mogol che Panella, sono, a dispetto di tutto, dei sopravvissuti.
Rapetti, fondatore di improbabili scuole spilla quattrini per cantanti , non ha più fatto un testo memorabile dopo Lucio.
Panella, con tutto il suo vorticoso e indiscutibile ingegno, dopo Battisti è andato verso più facili e redditizi lidi. Rimane sempre un abile acrobata delle parole, ma al servizio di chi non può, e non potrà mai più dare corpo e anima alla sua vera voce: la voce della mimesi, la voce della decostruzione, la voce del viso, del corpo e dello sguardo, la voce del sentimento quando ogni sentimento finto cade giù.

Ascoltiamola, questa voce. Apriamo cuore e orecchie. Inizia il viaggio nei cinque bianchi.

10 commenti:

  1. Ottimo inizio.
    Sbaglio, o la copertina di Don Giovanni era verdolina?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, in effetti era un po' meno bianca delle altre ...
      Comunque grazie per l'incoraggiamento.

      Elimina
    2. direi variazioni sul tono ocra, verde lo escludo proprio!

      Elimina
  2. Con Mogol Battisti ha scritto per piacere ai contemporanei, con Panella per essere eterno

    RispondiElimina
  3. Bellissimo pezzo...
    non ho nulla da aggiungere(si fa per dire), se non che Battisti vada annoverato come il "nuovo", come le "forme a sè", all'apperenza preceduto da nessuno, seguito da nessuno;
    Un viaggio intimo, personalissimo, quello dell'ascoltatore in richiami che solo può sentire e solipsisticamente non comunicare a nessuno.
    Ogni tentativo di parlarne ad altri è sempre rovinoso: nuovo perchè eterno, posto in ognuno di noi.
    Grazie di cuore per aver sottolineato il valore delle note, il capitolo più dimenticato dei capitoli dimenticati.

    RispondiElimina
  4. mi permetto di suggerire questo libro sull'argomento:

    http://www.battisti-panella.it

    RispondiElimina
  5. Credo che per "capire" l'ultimo Battisti occorra prima amarlo. Così mi è capitato quando ho scoperto la musica lirica. Prima amare, poi capire. A differenza del primo Battisti, che ti faceva innamorare al primo ascolto, qui è l'ascoltatore che deve sforzarsi di comprendere. E non si resterà delusi. L'artista non deve camminare dietro al suo pubblico, deve camminare davanti. Così diceva Lucio.

    RispondiElimina
  6. Credo che per "capire" l'ultimo Battisti occorra prima amarlo. Così mi è capitato quando ho scoperto la musica lirica. Prima amare, poi capire. A differenza del primo Battisti, che ti faceva innamorare al primo ascolto, qui è l'ascoltatore che deve sforzarsi di comprendere. E non si resterà delusi. L'artista non deve camminare dietro al suo pubblico, deve camminare davanti. Così diceva Lucio.

    RispondiElimina