Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

lunedì 4 febbraio 2019

Dissipatio H.G. di Guido Morselli

Ebbi notizia di questo romanzo verso la fine degli anni settanta, ma lo lessi per la prima volta credo nel 1985. La storia dell’ultimo uomo sulla Terra non ha certo la pretesa di essere originale. Ci furono innumerevoli film (Occhi bianchi sul pianeta Terra, L’ultimo uomo sulla Terra, fino al recente Io sono leggenda) e innumerevoli romanzi a partire da L’ultimo uomo di Mary Shelley per passare dallo splendido Urania Vita con gli automi (Second Ending) di James White. Quest’ultimo fu una lettura adolescenziale per me rimasta indelebile.
Il tema, insomma, è stato ampiamente saccheggiato già dal XIX secolo (il romanzo della Shelley è del 1826) e in ogni testo veniva puntualmente messa in primo piano la figura prometeica, lacerata, di questo sopravvissuto, erede di una umanità di cui si assume sulle fragili spalle tutta la storia e la responsabilità. Ma l’antesignano per eccellenza dell’uomo solo (con tutte le debite differenze) è naturalmente Robinson Crusoe. Il selvaggio Venerdì non riesce a sconfiggere totalmente la solitudine di chi porta dentro di sé, nelle proprie strutture mentali, la società civile. L’individuo è un prodotto di questa società e la manifesta nei suoi più intimi pensieri. Solitudine è sempre solitudine sociale. Un uomo isolato, è pur sempre isolato da qualcosa che lo trascende e lo informa di sé allo stesso tempo.
Morselli riprende il tema del sopravvissuto e lo porta alle sue estreme conseguenze metafisiche, da quel grande e “alieno” scrittore che è. In questo romanzo Morselli esplora la solitudine definitiva, quella della separazione assoluta dell’Io dalla realtà. Il tema del realismo è molto presente nelle opere di Morselli. Nel suo Diario, in un appunto del 1968 intitolato “Falciola di Terra”, commenta la foto del pianeta Terra vista dalla capsula Apollo come una foto storica, che per qualche opera di rimozione mentale, non viene recepita per nella sua reale portata. Secondo Morselli, vedere il pianeta Terra dal “di fuori” significa che l’idealismo cade nel vuoto. Significa capire che la totalità non è un Concetto come quelli hegeliani, ma una Realtà e che è tutta distesa su questa piccola sfera. Significa capire che vedere il pianeta da fuori è come vedere se stessi, per la prima volta interi, noti e ignoti allo stesso tempo.
Significa capire che ciò che si supponeva reale, ha riscontro nella Realtà. I contorni dei continenti visibili dalla capsula Apollo sono esattamente quelli visualizzati dai cartografi secoli prima del volo spaziale. Abbiamo intuito la Terra ed essa è vera. È come è.
È illuminante. Ma l’uomo, dice Morselli, non sembra cogliere questo aspetto. Il nostro pianeta, così concreto, così reale, è ancora intrappolato in una rete di sogni globale.
Il realismo non è fatto per l’uomo, ma solo per pochi uomini. Così pensa Morselli.
Noi cerchiamo sempre la Realtà e non sappiamo distinguerla. Ma ce l’abbiamo sotto gli occhi.
Essa è esperienza della Terra vista tutta intera. Noi – siamo – quello.

Dissipatio H. G. è l’ultimo romanzo di Guido Morselli. Niente di ciò che ha scritto finora è stato pubblicato. Ha collezionato rifiuti da tutte le case editrici. In vita ha pubblicato, a pagamento, solo un breve saggio su Proust negli anni quaranta e qualche articolo su qualche rivista.
Sulla carta d’identità di Morselli, alla voce “professione” c’è scritto “Agricoltore”. È quello che fa per vivere: gestisce una tenuta di famiglia nei monti sopra Varese. Eppure è un uomo di profondissima e vastissima cultura. Ma sente che per lui non c’è posto da nessuna parte. È una esacerbazione dell’ego o è realtà? Non si sa, ma Morselli ha ormai sessant’anni di vita solitaria e rifiuti sentimentali e editoriali sulle spalle. All’ennesimo rifiuto editoriale, si toglie la vita con un colpo di pistola. È il 31 luglio del 1973. Dire che si è ucciso perché non riusciva a pubblicare, sarebbe ingiusto, sbagliato e riduttivo. Come per Pavese, probabilmente il destino stava nel carattere. Uomini come Morselli sono rari e destinati sempre alla marginalità di chi troppo vede e troppo capisce. Era nato troppo tardi e troppo presto. Dopo la morte comincia il suo successo come scrittore.

La storia del romanzo è semplice. Il protagonista di cui non sappiamo il nome (è solo un Io), raggiunto un livello inaccettabile di tedium vitae, decide di uccidersi alla vigilia del proprio quarantesimo compleanno, buttandosi nelle acque di un laghetto sotterraneo di montagna. Nessuno lo potrà salvare, nessuno lo potrà trovare. Sancisce così da subito la sua separazione dal resto del genere umano. Un banale incidente, una craniata imprevista contro la parete della caverna dove si trova, lo fa svenire per un attimo. Al risveglio perde ogni desiderio di uccidersi e riemerge dalla caverna pronto a ritornare alla sua insoddisfacente vita quotidiana. Poiché egli vive in un paesino isolato di alta montagna, non si rende conto subito che c’è qualcosa che non va. Passano infatti due o tre giorni prima che si renda conto che intorno a lui non è rimasto nessuno. I padroni della casa dove abita sembrano volatilizzati. Automobili e pullman sono abbandonati come se chi li guidava si fosse dissolto di colpo, lasciando il veicolo compiere il suo tragitto verso un muro o un fosso. L’elemento fantascientifico/realistico usato da Morselli è molto forte. È la realtà, quella che viene incontro al protagonista, e non un sogno strano.
Decide dunque di scendere in città, in quella Crisopoli in cui si adombra Zurigo, città dalla mille banche: infatti Crisopoli vuol dire “Città d’oro”. In città lo coglie uno spettacolo devastante. Tutto è abbandonato a se stesso. Le macchine sono vuote, gli alberghi vuoti, le case vuote, la Borsa è vuota, le telescriventi ancora si muovono, in automatico, ma nessuno trasmette e nessuno riceve. Il protagonista si aggira in questo mondo immobile, dove, con il passare dei giorni, gli animali prendono possesso delle cose che prima erano degli uomini.
Morselli trasmette il suo lacerante disincanto in queste pagine che sono uno dei più disperati e bellissimi addii che siano mai stati scritti. È un congedo lunghissimo dalle idee, dalle ideologie, dai sentimenti, dalla società umana. Il protagonista è in fondo Morselli stesso, “fobantropo per danno e fastidio”, colui che aveva paura degli uomini e dei rumori. Il romanzo è un congedo, si diceva. Morselli mentre lo scriveva, aveva già in animo che fosse l’ultimo. Ormai lui stesso era giunto alla “fine del mondo” e scrive appunto della fine del mondo conosciuto. Mai romanzo scritto all’ombra della morte, è così pieno di vita. Mai la solitudine umana è stata descritta con così tanta umana pietà, lucidità e la benché minima traccia di autocommiserazione. Ogni gioco è già fatto, il mondo è già alle nostre spalle, tutte è deciso. Quello che resta è purezza e bellezza dei mattini abbandonati a se stessi. Dissipatio H. G. è un capolavoro della estrema solitudine. E come tutti i capolavori, va letto e riletto. E dopo anni di frequentazione, una ulteriore rilettura porta con sé nuove cose: nuove prospettive sulla società, sugli uomini, sull’amore. È insomma, inesauribile, come tutte le vere opere d’arte.

Il protagonista vaga per la città e per le montagne in cerca di qualcuno, senza trovare anima umana viva. Comincia a cercare ipotesi per spiegarsi l’accaduto. Tra le varie ipotesi i “trascorsi eruditi” del protagonista lo portano a ripensare a un testo di Giamblico (III – IV secolo d. C) intitolato appunto Dissipatio Humani Generis dove “Dissipatio” stava per “evaporazione” o “nebulizzazione”. La fine della specie umana, secondo Giamblico sarebbe avvenuta per “un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto a altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto “solvens saeclum in favilla”, assimilabile oggi a un’ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso in uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.”

Il protagonista, nella sua intoccabile solitudine, passa momenti di libertà totale e addirittura sollievo. È libero da questi molesti esseri che hanno costruito reami che descrive così: “Tre angeli neri, gli stessi a cui, in vita, si prostravano idolatri, e ognuno dei tre porta uno scudo, e su uno degli scudi si legge: Sociologismo, sull’altro, Storicismo, sul terzo Psicologismo. A piè del monte, due serpi loricate strisciano sibilando e buttando fuoco. E ognuna sulle scaglie ha una scritta, e su una si legge: Advertising, e sull’altra: Marketing.”
“La cultura porta in sé il solvente per  ciò che la fa vivere e per ciò che la nega. Non ha consistenza, se non ne trova una produttivistica, ma in grazia della sua inconsistenza, checché avvenga di catastrofico, resiste.”

Ma poi subentra il panico atroce da cui non può fuggire. Gli viene il dubbio che il suo tentativo di suicidio sia andato a segno e che in realtà è lui a essere svanito e quello in cui si trova è un aldilà che è il risultato della sua colpa di volersi “eccettuare” dal resto del genere umano. Ma lo salva dal panico orrendo questo senso della realtà, il “realismo ingenuo” che lo contraddistingue. Osserva i mutamenti della città in assenza degli uomini, l’erba che comincia a farsi largo tra le spaccature del terreno e invade le strade. Cervi, caprioli, cani, gatti, mucche, attraversano le strade una volta trafficate. È allora che il protagonista decide di costruire quel suo strano monumento nella piazza della Borsa, fatto di auto e televisori, come ricordo di coloro che se ne sono andati e anche nella folle speranza che dall’alto, qualcuno veda e atterri e lo richiami alla vita umana, cioè sociale.
Comincia a scoprire anche i mutamenti nel suo corpo. Si lascia crescere la barba, indossa una gonna perché è più pratica dei pantaloni: ormai la distinzione di genere sessuale, essendo rimasto solo lui, non ha alcun senso. Comincia anche a nutrire un altro folle scopo: rivedere il suo vecchio medico, il dottor Karpinsky, l’unico essere umano con il quale, nella vita precedente ha creato un legame vero, di amicizia, durante la sua degenza in una clinica per esaurimento nervoso. Rivedere Karpinsky, per qualche motivo, è un idea che dà forza al protagonista di sopportare la sua ormai impossibile solitudine. Sa che da qualche parte c’è e arriverà a trovarlo e lo aspetta. Il punto è che Karpinsky è morto pugnalato, mentre cercava di sedare una lite tra infermieri e il protagonista lo sa benissimo. Ma il pensiero di rivederlo si fa strada lo stesso.
Un universo senza esseri umani, ha perduto ogni scopo che non sia perpetrare se stesso.
“Se c’è stata l’umanità e ora ci sono io, solo io, decido di assumermi i compiti che ‘loro’ hanno dovuto abbandonare. Che cosa facevano ‘loro’ in sostanza? Che cosa facevano? Beh, è abbastanza semplice: agivano in vista di utilità. Inoltre, ragionavano sulle cose che si vedevano intorno, o che credevano di vedersi dentro. Poi le rappresentavano, parole, segni, suoni. Altro non facevano, sarò un riduttivo (un semplificatore), ma ho idea di non avere tralasciato nulla.”
La figura di Karpinsky assume sempre più rilievo. Assurge al livello di fede, l’unica possibile, in questa desolazione. Fede in un gesto umano, che si è ricevuto nel passato e che si è perpetuato rendendo qualcosa del suo splendore anche nell’estrema solitudine della morte. Il protagonista ne sente la voce, il richiamo. Senta che il dottore gli sta dicendo che lo incontrerà quaggiù, su questa terra piena di vita e vuota di uomini, vuota di amicizia. E il protagonista decide di attendere.
L’ex – uomo, come si definisce, non più uomo né donna ( non avrebbe senso), attende il suo amico, fuori dal tempo, perché il tempo non può essere che umano. “Sto scoprendo che l’eterno, per me che lo guardo da un’orbita di parcheggio, è la permanenza del provvisorio. La dilatazione estrema dell’attimo, e in termini empirici questo vuol dire: stato di differibilità assoluta. Agisco ma non posso preventivare la durata dell’azione, so solo che è incalcolabile; sto caricando la pipa, ma quando sarò pronto per prendere un fiammifero e accenderla? E lo sarò mai?”
Ormai l’attesa di Karpinsky, ultimo Godot per un “ultimo uomo” è l’atto finale.
“Non parlerà. Inutile chiedergli, come gli chiedevo in clinica ‘Mi terrete qui ancora? Non sono guarito?’. Perché lui non viene per rispondere a dubbi, per fare annunci. È il piccolo, semplice uomo di allora. Viene, semplicemente, a cercarmi, e è già in cammino. La mia è una certezza, non propriamente un’attesa, e mi libera da ogni impazienza.
Me ne sto a guardare, dalla panchina di un viale, la vita che in questa strana eternità si prepara sotto i miei occhi. L’aria è lucida, di un’umidità compatta. Rivoli d’acqua piovana (saranno guasti gli scoli nella parte alta della città) confluiscono nel viale, e hanno steso sull’asfalto, giorno dopo giorno, uno strato leggero di terriccio. Poco più di un velo, eppure qualche cosa verdeggia e cresce, e non la solita erbetta municipale; sono piantine selvatiche. Il Mercato dei Mercati si cambierà in campagna. Con i ranuncoli, la cicoria in fiore.
In tasca tengo, per lui, un pacchetto di gauloises.”

Finisce così, con la “certezza” questo testamento sui generis. Certezza della vita o della morte? Non c’è più possibilità di distinguerle. Forse non c’è mai stata.

Ripensamenti sul realismo. La realtà non è semplicemente sperimentabile se non con la mediazione dell’Io e questo lo sapeva già Kant. Da allora non è cambiato molto. Noi non sappiamo altro che i contenuti della nostra coscienza, i quali si formano al contatto con il reale. Non si tratta dunque di non desumere che una realtà esistente fuori dalla coscienza non si dia: si tratta di comprendere che solo la coscienza può mediare la percezione di questa realtà e siccome nel mediarla la modifica, ecco che ciò che è reale è ciò che è contenuto nella coscienza. La cosa in sé rimane lo scandalo oltre il quale non si può andare.
La pretesa dei "nuovi realisti", con il corollario delle scoperte scientifiche, non approda da nessuna parte. Gli orrori cosmici alla Lovecraft si rivelano incubi della coscienza, come al solito.
Anche la pretesa del povero Morselli rimane tale. Certo che la “falciola di terra”, la visione del pianeta sul quale viviamo tutti, significa che qualcosa fuori di noi è, e rimane, fuori dal nostro controllo: ma nello stesso tempo, da noi stessi che contempliamo questo nostro pianeta da cui proveniamo, proviene la coscienza di contemplarlo. Tra esterno e interno c’è uno scambio continuo. Soggettivo e oggettivo si compenetrano a tal punto che non si possono “realmente” distinguere. Un sasso che mi colpisce sulla testa proviene da fuori di me, ma diviene un tutto con la mia coscienza. Dopotutto il sasso ha colpito me. Il sasso è in relazione con me. Senza di me, questo sasso non avrebbe avuto il significato che invece ha colpendomi. Nello stesso tempo, senza questo sasso la mia soggettività non sarebbe stata ulteriormente evidenziata.
Se l’uomo sparisse in una dissipatio morselliana, la “realtà” rimarrebbe un assunto indimostrabile. Ci sarebbe la realtà dei caprioli o degli insetti, o delle mucche o delle lucertole, esseri che la “falciola di terra” non potrebbero nemmeno vederla e se la vedessero, non ne comprenderebbero il significato. Dove c’è infatti un significato c’è determinazione e dove c’è determinazione c’è Io. Quindi pare proprio che dall’Io non se ne esca. L’idealismo continua a trionfare finché l’IO non si spezza. Allora ciò che rimane è l’Inconcepibile: il Reale senza soggetto. Cioè, presumo, Dio.
Non è un caso che ciò che Morselli voleva dimostrare nel suo ultimo disperato romanzo, e cioè il trionfo della cosa in sé in assenza dell’uomo, gli si tramuta tra le mani in un confronto glaciale tra un Io disperatamente solo e un mondo imperscrutabile: confronto, reso ancora più imperscrutabile proprio dall’assenza di un IO collettivo. Rimane solo l’Io individuale, destinato a dissolversi nel tutto, cioè a essere solipsisticamente Tutto. Ciò che voleva essere il trionfo del realismo è stato il trionfo della non dualità. Noi siamo il mondo che contempliamo e nello stesso tempo ciò attraverso il quale il mondo si contempla. Io, bisogna ricordare, non è (solo) individuale, ma è collettivo. Un uomo che guarda è tutti gli uomini. Un uomo che muore è tutti gli uomini. Un uomo che agisce è tutti gli uomini. Io sono tutti gli uomini e non solo il mio me stesso empirico, contingente. È sempre stato così. Da qui nasce la compassione, l’azione e il risveglio. Il sospetto è che Morselli, con tutta la sua aspirazione al realismo, lo avesse capito benissimo.

venerdì 25 gennaio 2019

Reincarnazione o incarnazione


Non credo che esista qualcosa come la reincarnazione, non esattamente. Nello stesso tempo essa non è una metafora. Si potrebbe dire che essa esiste e non esiste allo stesso tempo. Non esiste come ce la immaginiamo, in ogni caso. Non ha senso dire che io ad esempio nel 1880 ero un monaco francescano o che ho vissuto come contadino al tempo della rivoluzione francese. Chi ha vissuto in quel periodo? Non certo io. Questi ricordi, apparsi in modo fugace, non sono la mia vita, non sono nulla. Se l’anima individuale non esiste, non ci sono le vite passate e nemmeno quelle future. Ci sono solo le vite. Vite innumerevoli che rimangono incastrate da qualche parte del tempo e si ha accesso, a barlumi, ad alcune, e non ad altre. È per questo che il Buddha non ha mai posto l’enfasi sulle vite passate, ritenendolo inutile ai fini della Liberazione e del Risveglio.

Best sellers 2018


Scorrere la lista dei best seller editoriali 2018 è come infilarsi un dito nel culo spalmato di peperoncino. Un bruciore infernale. Ci si appella a ogni forma di distacco per poter sopravvivere a tanta pochezza. La parola “felicità” c’è in almeno venti titoli su cinquanta. Le protagoniste editoriali femminili sono la maggior parte. Questo fatto, contrariamente a tutte le apparenze, non è indice di una società più paritaria, ma di un mondo altamente femminilizzato nel quale le donne sono in ogni caso insoddisfatte e sofferenti, al pari degli uomini. Ecco perché urgono i libretti su “come fare”. Codesti libretti di istruzione per ottenere questa imprescindibile felicità, primo premio del villaggio turistico globale, abbondano. Facce sorridenti ovunque. Il risultato è una tristezza mortale. Non c’è consolazione. Il punto più basso non è ancora stato toccato. Forse non si toccherà mai. La depressione è una via d’uscita onorevole, dopotutto. Essere soddisfatti è da minchioni. Tutti lo sanno, ma fanno finta che sia brutto pensarlo.
L’universo sa quello che fa. Adesso c’è bisogno di mediocrità. Ce n’è un bisogno enorme. La grandezza non è più gestibile se non come finzione cinematografica. La gente ha bisogno delle proprie pietruzze colorate, abbellite tecnologicamente. Poi ci sono ancora le minoranze che portano avanti la grande corrente della cultura mondiale, ma in modo brillante, in fondo è un business patinato pure quello. Se ne traggono bei documentari da mandare in onda su Rai 5.
Uccidersi non vale tanto la pena, siamo già tutti abbastanza morti così.
Lasciamo fare alla natura.

venerdì 2 novembre 2018

Homo sapiens ignarus

Siamo circondati dall'inattendibilita'. L'uomo non sa nulla, o meglio, sa troppo di quel poco che sa, è le sue facoltà si otturano molto ma molto facilmente. Siamo esseri ignari. La chiaroveggenza non si può trasmettere da un essere all'altro perché il demone  della dialettica intorbida subito le menti. È per questo che molti sono i chiamati e pochi gli eletti. Gli eletti sono esseri solitari. E anche loro possono perdersi a metà strada. L'ignoranza è la caratteristica più precipua della nostra specie. Che degli esseri come noi calchino il suolo di questa terra e proliferino, è veramente un mistero. È la potenza suprema dell'ignoranza È già un risultato enorme sopravvivere ai nostri pasticci. Come diceva Heidegger, ormai solo un dio ci può salvare. Se c'è da qualche parte.
Noi piccoli individui abbiamo il nostro bel daffare a cavare da noi stessi qualcosa che sia autenticamente nostro. Ennesima illusione.

venerdì 5 ottobre 2018

Divagazioni tra YouTube e Chopin

E adesso dovrei scrivere delle brutture del capitalismo, o dei deliri della società dello spettacolo, oppure trattare il grande tema delle contraddizioni del governo giallo verde. Ma lo sbadiglio incipiente e il clima già un po autunnale mi inclinano al vaffanculo.
Preferirei parlare delle mie serie tv preferite, su tutte il Dr. House. Poi ho scoperto Revenge, che avevo snobbato qualche anno fa, quando mi consideravo troppo figo per guardare certe cose.
In ogni caso le serie tv comprendono un po tutti gli argomenti, primo tra tutti le brutture del capitalismo, che se si è molto ricchi, proprio non si vedono..
Oppure sarebbe interessante cercare di capire il proliferare di video su YouTube di gente che ti insegna come sviluppare la tua vita spirituale. Il tutto con video accattivanti in cui si vede una mano che con una matita disegna a velocità acceletata i concetti che la voce fuori campo esprime, così, giusto per renderli più godibili e accessibili alla cosiddetta gente comune. Ma dopo un po questi video sembrano tutti uguali e allora viene voglia di virare su qualcos'altro.
Ad esempio il concorso Chopin per pianisti, trasmesso in grande stile dalla Polonia. Si vedono ragazze e ragazzi che suonano in maniera impressionante le sonate, i preludi, le mazurche ecc.
Si percepisce la tensione, ti accorgi che che è una cosa serissima, che si giocano la vita sulla tastiera, un po come fece Chopin stesso, abbandonando la Polonia a vent'anni e deciso a vivere della sua musica. Per qualche strano fraintendimento si tende ad associare Chopin con la delicatezza, le sfumature, una certa molle effeminatezza, ma questo è un errore. Chopin fu a tutti gli effetti un eroe romantico, anche se fuori dai canoni roboanti di Listz o Byron.
Certo, le sue atmosfere sono delicate e piene di tutta la gamma delle emozioni umane. Si dice che il suo  tocco  alla tastiera raggiungesse dei livelli di  pianissimo quasi inudibili. Detestava  Beethoven perché troppo volgare.Amava Mozart e Bach. Chopin fu quelli che si dice un vero genio  uno dei pochi che si può realmente definire tale. Quello che ha prodotto è unico. Prima di lui non c'era nulla di simile. Se ne accorse Schumann, suo coetaneo, che in alcune composizioni pianistiche come gli Studi Sinfonici, si ispirò a lui. Perfino nel serioso Brahms ci sono echi chopiniani nei pezzi pianistici.
Certo, la sua musica è associata al languore nostalgico. Eppure Chopin fu un musicista profondamente virile e se anche nei ritratti appare etereo e cagionevole di salute, era anche una persona dotata di un carattere molto forte, duro con sé stesso. Sapeva tenere testa agli editori reclamare i soldi dovuti con fermezza. Solo la fine della relazione con George Sand fu il colpo che lo indusse a non desiderare più lottare per vivere. Seppe affrontare la morte, a 39 anni, con coraggio, senza recriminazioni. Volle distruggere le opere incompiute per rispetto al pubblico. Il "piccolo Fritz", come lo  chiamava George Sand, aveva un cuore senza paura: senza paura e malato di nostalgia.

giovedì 27 settembre 2018

Deserto d'acqua di J. G. Ballard

Diverso tempo fa mi era venuta la balzana idea di "recensire" i libri più importanti e formativi della mia vita: non necessariamente i più belli, ma quelli che avevano dato l'impronta al mio gusto e al mio sentire letterario, i libri che mi hanno fatto risuonare qualcosa dentro, in un'eco che dopo svariati decenni ancora non si è spenta. I libri di una vita, insomma. 
Svariati impegni, problemi e circostanze imprevedibili mi hanno distolto da questo intento. Ma siccome sono uno che cerca sempre di mantenere le promesse, ecco, per la gioia dei miei 1/2 lettori, il terzo della serie (dopo Orfeo in paradiso e La montagna incantata). Grazie per l'attenzione.

All’incirca nell’estate 1977, mi trovai tra le mani questo Urania già vecchio di qualche anno e un po’ stropicciato. È stato ripubblicato di recente con il titolo Il mondo sommerso, più fedele all’originale The drowned world. Ero nella casa che avevamo all’epoca in una valle bergamasca poco turistica. Circondato da boschi e montagne, sulla terrazza, nel fresco dell’estate, lessi questa epopea del calore sfibrante, questa fine del mondo differita, questo salto all’indietro temporale verso le giungle del nostro passato filogenetico.
Allora mi attrasse l’aspetto catastrofista della storia, con il mondo prigioniero di un clima triassico tropicale, la grande metropoli di Londra trasformata in una laguna in cui elicotteri dell’ONU vanno e vengono tra i palazzi in rovina in cui vivono iguane giganti che il rumore delle pale fa spaventare e tuffare in acqua. Nell’immensa città fantasma lagunare emergono ogni tanto radure metafisiche alla De Chirico fatte di piazze e colonnati, dove squarci improvvisi in mezzo alle liane fanno balenare il riflesso intollerabile del sole sull’acqua, che rende tutto nero, invisibile.
Il retro di copertina recitava: “zanzare grosse come libellule entrano dalle finestre del Ritz di Londra” o qualcosa del genere.
Personaggi dal perfetto aplomb inglese che potevano essere essere tratti da qualche serie TV tipo Avengers, con Patrick MacGoohan e Diana Rigg, passeggiavano tra le rovine di un mondo perduto e sfinito, pronti a tutto. Per la prima volta lessi frasi tipo “le giungle autofaghe di Max Ernst” che mi spinsero a vedere chi mai fosse questo Max Ernst e che mi appassionarono da allora alla pittura surrealista. E in effetti tutto il romanzo sembra una grande carrellata di quadri surrealisti.
Ballard è riuscito a creare un connubio perfetto tra un realismo impeccabile (nella descrizione degli oggetti, delle case, del fango, delle iguane, del sudore che bagna i corpi senza speranza di sollievo) e il surrealismo della giungla che viene sempre più a coincidere con la giungla interiore. Un lento suicidio per regressione amniotica è l’ossessione di tutto il romanzo. Con quel Urania tra le mani qualcosa in me comprese che mi trovavo davanti a una grande esperienza letteraria. Il mio cervello adolescente fu letteralmente stimolato a produrre visioni di lagune formatesi tra grattacieli altissimi, di piazze misteriosamente salvate dalla marea del fango nelle quali appaiono statue bianche, marmoree, a testimonianza che il passato dell’umanità non è altro che sogno.
Soprattutto da questo romanzo imparai la luce.
In pochi romanzi come in questo la luce domina tutto.
A distanza di più di quarant’anni, se chiudo gli occhi rivedo ancora quella luce abbacinante che si riflette su una piazza bianca circondata da colonnati, con le ombre nettissime e tutto intorno la giungla immensa, sterminata, dalla quale emergono palazzi ricoperti di felci gigantesche. La luce si riflette su pavimenti di marmo bianco appena sporcati dal fango di impronte umane dirette verso l’ignoto, in qualche punto della giungla circostante. In questa luce il calore è semplicemente inconcepibile. Eppure anche qui, in questo inferno di luce, l’uomo pensa e sogna.
I sogni sono infatti la chiave d’apertura della storia.
Una squadra di ricercatori scienziati guidata da militari dell’ONU sta esplorando il sistema di enormi lagune che ricopre la città che un tempo fu Londra. Siamo alla fine del ventunesimo secolo o giù di lì e una serie di alterazioni nel sole hanno fatto aumentare la temperatura globale. Le calotte polari si sono sciolte e il livello dei mari si è alzato di decine di metri trascinando con sé innumerevoli quantità di detriti e fango che hanno seppellito tutte le città costiere e su cui è cresciuta una giungla immensa, grande come l’intero pianeta. Le temperature all’equatore raggiungono ormai gli ottanta gradi e la vita umana è possibile solo entro il circolo polare artico con gli abitanti che divengono sempre più sterili e meno numerosi. Il genere umano è votato all’estinzione: “l’albero genealogico dell’umanità si stava sistematicamente potando  da solo, risalendo alle radici e sarebbe giunto un momento in cui un secondo Adamo e una seconda Eva si sarebbero trovati soli in un nuovo Eden”.
Le temperature sono in costante aumento. È come se la natura avesse deciso di espellere l’uomo da sé, per fare proliferare antiche forme di vita, come i rettili e gli insetti.
In questo nuovo Triassico i militari e gli scienziati dell’ONU, esplorano ciò che rimane delle città sommerse dell’Europa “come tante Venezie riluttanti ad accettare l’inevitabile matrimonio con il mare”.
Il biologo Robert Kerans, membro della spedizione, è nato nel circolo polare artico, non ha mai conosciuto l’antica civiltà umana, per lui i ruderi e le rovine dei grattacieli non rappresentano nulla più di un curioso sfondo lagunare. Da mesi alberga all’ultimo piano del Ritz, ormai al pelo dell’acqua e flirta con Beatrice Dahl, una strana figura di donna che vive in un mega attico con vista su laguna e rovine, che passa il tempo prendendo il sole in terrazzo, nelle primissime ore del mattino, quando è ancora possibile resistere. Sia Kerans che Beatrice, hanno trovato la loro dimensione esistenziale nelle lagune e quando il colonello Riggs, capo della spedizione, annuncia che di lì a pochi giorni se ne dovranno andare, accusano il colpo. Alcuni degli uomini della spedizione hanno cominciato a fare strani sogni, dai quali si risvegliano alterati. Insieme allo scienziato Bodkin, Kerans indaga sugli strani sogni dell’equipaggio. Sembra che questi sogni riguardino un sole enorme, che pulsa e che sovrasta una giungla immensa, un sole che lancia un richiamo e il pulsare della luce si sovrappone alle pulsazioni cardiache. Il sogno è un richiamo fortissimo, che rende durante il giorno catatonici gli uomini, in particolare il tenente Hardman.
Quest’ultimo, alla notizia che la spedizione sta per ripartire per il circolo polare, ruba un barchino e scompare nella giungla. Inutilmente Riggs e gli altri cercano di riprenderlo. Le sue tracce si perdono verso sud, verso il grande sole che ha visto nei sogni.
Con la scomparsa di Hardman, anche Kerans comincia ad avere il sogno vivido del richiamo del sole. Bodkin, anche lui uno dei “sognatori” dà del fenomeno una spiegazione prettamente junghiana. L’inconscio si sta adattando alla regressione che è in atto nella natura, mettendo l’individuo in uno stato di profondo desiderio di annullamento in questo passato primordiale. Il grande sole del Triassico richiama giù giù dentro l’oceano dal quale siamo nati in un tempo immemorabile, in vista di una nuova rinascita o una completa dissoluzione.
Tutto il romanzo è una lunga, lenta discesa dei protagonisti verso la disgregazione, trattenuti a stento dai pochi che ancora sono attaccati alla propria umanità. Riggs è uno di questi, un militare tutto di un pezzo che per senso del dovere è inattaccabile ai sogni. Strangman, un pirata che con la sua truppa di mercenari  una mattina invade la tranquilla laguna dove Kerans, Beatrice e Bodkin si sono ritirati, abbandonando Riggs e gli altri per seguire il proprio destino regressivo, è un altro.
Feroce, egomaniaco, vitalista, Strangman detesta la giungla ed è attratto dalle vestigia del passato dell’uomo. È un collezionista, un bandito. È un colonizzatore e un pirata, un amante della cultura e un assassino. La sua crudeltà si manifesta nel massacro dei grandi alligatori che infestano la laguna e nel mondo in cui schiavizza i neri che fanno parte dell’equipaggio del suo battello a ruote.
Ma Strangman fa di più. Svuota una delle lagune, riporta alla superficie piazze e palazzi corrosi e pieni di alche che perdono così agli occhi di Kerans e Beatrice il loro splendore per rivelarsi marce e fetide come la morte. È la decisione finale. Non possono tollerare la vista del passato umano, ormai perduto. Vogliono andare avanti, verso sud, verso il sole pulsante.
Da questo momento Strangman attacca Kerans, trascinandolo in uno strano festino orgiastico con i suoi mercenari neri. Kerans viene legato a un baldacchino e portato in giro come il dio Nettuno sconfitto, per le strade asciutte e fangose poi lasciato legato nel baldacchino rovesciato su un fianco finché non sorge il sole. Nel calore terribile del mezzogiorno, Kerans riesce in qualche modo a liberarsi e a raggiungere l’ombra. Bodkin riemerge dalle strade e lo si rivede in cima alla diga con dell’esplosivo. L’acqua riprende possesso della città e la laguna fa il suo ritorno. Riggs ricompare all’orizzonte per cercare di recuperare i recalcitranti nuovi Adami e Eve, ma Kerans spara e fugge in mezzo alla giungla. La sua strada è verso sud. Cominciano le piogge e lui vaga per la foresta. Incontra Hardman nelle rovine di una vecchia chiesa. L’ombra di quello che un tempo fu il tenente Hardman, figura spettrale che non ha niente di più umano, biascica ordini insensati e ha quasi completamente perso la vista. Passano diverse notti insieme al riparo ma un mattino Kerans si accorge che Hardman è scomparso di nuovo. Incide con la canna della rivoltella un messaggio sul muro “certo che nessuno l’avrebbe mai letto. Ventisettesimo giorno mi sono riposato e mi dirigo verso sud. Tutto va per il meglio. Kerans.”
È la fine.
“Così abbandonò la laguna e si addentrò nuovamente nella giungla. Nel giro di qualche giorno si perse completamente, seguendo le lagune che si susseguivano verso sud nella pioggia e nel calore sempre più intensi, attaccato dagli alligatori e dai pipistrelli giganti, un secondo Adamo alla ricerca dei paradisi dimenticati del sole rinato.”
L’incontro con la potenza della natura indifferente che inghiotte l’io civile dell’uomo che tenta di resistere, di darsi un ordine, trova il suo senso proprio nel lasciarsi andare; all’opposto c’è l’ordine (Riggs) o il disordine consentito (Strangman). Tutto questo è  così umano, così lontano dal regno oscuro della morte e dell’istinto, è la cosiddetta normalità, il sano realismo. Anche Strangman, il criminale, ha una valenza positiva in mezzo a tutto questo richiamo mortifero. Mai come in questo romanzo il conflitto tra Eros e Thanatos è assurto a pianeta intero. Il cambiamento climatico è l’innesco per un’esplosione dell’inconscio che travolge tutto. Non a caso il surrealismo è usato da Ballard per cercare di rappresentare questo Triassico del futuro che dilaga tra il Ritz e Leicester Square, tra condizionatori d’aria e pompe idrovore, idrovolanti, impianti ad alta fedeltà, elicotteri, tutta la confortante tecnologia così reale, e le giungle autofaghe di Max Ernst o le figure spettrali di Delvaux.
Ballard è uno scrittore pittorico, moderno in senso novecentesco. Per lui Freud è un faro nel buio, cui si aggiunge Jung e il fascino degli archetipi. In lui il borghese medio britannico, non ancora solo consumatore, viene sconvolto da quello che emerge da se stesso, dal confronto del proprio io civile con la parte di sé che vuole dissolversi nel mondo. Tutti i messaggi dell’inconscio hanno un unico scopo, un’unica direzione: la dissoluzione del sé, la nascita di qualcosa di nuovo, di inconcepibile, dalle rovine della morte.
E non è forse questo quello che fa la grande letteratura? Ci fa viaggiare in mezzo alle rovine, al gran sole triassico, o sotto il gelo siberiano, o tra le stelle, o tra i relitti di un antico amore, sempre a fianco della morte, sempre in cerca della vera vita.




martedì 25 settembre 2018

Microdefinizioni

Filosofia e religione: due suppellettili del ridicolo
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Assoluto: aspirazione per egomaniaci romantici
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Nadia Toffa: la dimostrazione che avere il cancro non rende più intelligenti
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Crescita perpetua: ideale degli ubriachi
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Eroismo: convivere con le emorroidi, le palpitazioni e le vergogne in tutto il proprio splendore
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Economia: sbadiglio di tuono
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Istante: ultima illusionè di una creatura fatta di tempo
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Sesso: cavalcata tra malinconie