Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

venerdì 6 ottobre 2017

1917 - 2017 Reliquie di una rivoluzione

Tra i relitti ormai semi sepolti di una storia in continua dissoluzione, c’è la cosiddetta Rivoluzione di Ottobre, cento anni fa. Ultima ebollizione di un kaly yuga che sembra infinito, sembrava covare in sé tutte le speranze, tutte le energie, tutto lo slancio di un’umanità che sognava di trascendere se stessa a partire dall’economia. Un volo d’Icaro diventato un pachiderma ottuso e accecato e sgonfiatosi una settantina di anni dopo come un tendone da circo che collassa. Un destino imprevedibile, ripensando alle origini sulfuree dell’evento, meglio anzi “Evento” con la maiuscola.
I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Pareva veramente che la Storia prendesse parvenza, uscisse fuori dall’esistenza larvale insediata nella mente di pochi intellettuali e dei pochi capaci di leggere e scrivere con ubbie umanitarie, e diventasse Realtà, inoppugnabile e inalterabile. Il sogno era destinato a infrangersi quasi subito. Le circostante non erano favorevoli, si è detto, ed è certamente vero. Una monarchia rurale immensa, in cui i contadini erano da sempre abituati a sottomettersi, un regno in cui il fatalismo era visione cosmica dominante, ebbe un moto di ribellione immenso, come se la schiena di uno spaventoso animale, grosso come un continente, si inarcasse all’improvviso. L’universo tremò. Fu glorioso, fu terribile, fu incredibile, fu sconcertante, fu … una rivoluzione. Impensabile. Accadde. Non poteva durare. Il marxismo trovò terreno fertile per diventare man mano un grottesco dogmatismo. Nacquero eroi e traditori, comparse e protagonisti: un popolo che aspirava all’universale cominciò a divorare se stesso. La Rivoluzione d’Ottobre nacque nel sangue, continuò nel sangue, finì in uno sbadiglio. Durò la durata di una vita media umana del ventesimo secolo, 74 anni. Fu, in fondo, la vita di un uomo resa continente, con i suoi monti e le sue valli, i suoi disturbi intestinali e le coliche tremende, costate la vita a milioni. Tutto in nome di una visione economica impossibile e del risentimento, dissero i detrattori. Tutto in nome di un sogno meraviglioso chiamato uguaglianza e condivisione, dissero i sostenitori. Furono vere entrambe le cose. Né uguaglianza né condivisione furono mai messe in atto se non all’inizio, in fenomeni spuri che vennero annientati dalla Rivoluzione stessa, come a Kronstadt, da Trockij.
Fu il brivido mortifero del novecento, il secolo più incredibile della storia umana (rigorosamente minuscola) nato dal furore capitalista che invase tutto, prese tutto, assunse maschere di ogni tipo. Il comunismo stesso è un travestimento del capitalismo, un antidoto ad esso, originato dallo stesso sangue. Così fu il nazional socialismo, il fascismo mussoliniano, le stronzate colonialiste e imperialiste, la ricerca dell’uomo nuovo, la difesa della Razza (un delirio moderno di origine tribale). L’Uomo Nuovo si nascondeva dietro mille maschere: da conquistatore dei mari e degli oceani, venne via via ridotto a consumatore di immagini sui piccoli telefoni portatili di oggi.
Una involuzione creatrice, per parafrasare al contrario Bergson, descrive il franare inarrestabile della storia (minuscola) lungo tutto il novecento.
Oggi non resta nulla, solo qualche reliquia che viene messa all’asta per ricordare tempi avventurosi. Puoi comprare residuati URSS su Ebay per metterteli in casa. Lo spettacolo ha invaso la taiga, sfilate di moda avvengono sulla Piazza Rossa. Le sofferenze di Bulgakov e le telefonate di Stalin sono soggetti interessanti per una nuova serie televisiva su Netflix. Prima o poi la faranno, ci scommetto.
I milioni di morti, tutto quel carico di dolore e angoscia, e speranza e desiderio, sono svaniti nel nulla, come se non fosse mai successo niente.
Anche il prossimo anno, in primavera, il Grande Buddha di Kamakura svetterà sorridendo tra i ciliegi in fiore. Le cattedrali del mondo onoreranno Cristo in croce, senza preoccuparsi eccessivamente se tutto questo abbia un senso o no. I muezzin salmodieranno cinque volte al giorno. Bagnanti vestiti di stracci si purificheranno a migliaia nelle acque fetide del Gange.
Il sangue continua a scorrere. Oggi ci si ammazza per cose infinitamente più futili del Progresso o dell’Uomo Nuovo. Intanto il nostro pianetino continua a orbitare intorno alla sua stella, in silenzio.

venerdì 16 giugno 2017

La più perfetta illusione

Rivedo per caso in TV Canzonissima 70 con la Carrà che canta, “Ma che musica maestro” e ci  ritrovo inalterato lo stesso stupore e la stessa dolce malinconia che provavo bambino quando sentivo il basso rimanere sul fa e l’accordo della strofa cambiare in sol in un saluto sublime a quel mondo che era per me nuovissimo e antichissimo allo stesso tempo.
“Sabato è festa, Domenica è festa, non c’è mai lunedì”…
Quell’accordo che cambiava e quella nota di basso ferma, così anni 70, mi commuovono ancora adesso. E la sua voce così “normale”, così da brava ragazza, mi dava la sensazione che tutto il mondo fosse spalancato di fronte a me, pronto ad abbracciarmi. Dio, com’era rassicurante la Carrà,  in un modo che non può più esistere ora, che le figure che si dovrebbero ritenere rassicuranti sono messaggere di un'inquietudine mortale, tipo Renzi e compagnia.
Il televisore in bianco e nero splendeva nel buio della sala e mamma e parenti o papà e nonna erano intorno e io sentivo di conoscere per certo il significato della parola felicità. Mi avvolgeva ovunque, potevo viaggiarci dentro, era perfetta, inesauribile. La più perfetta delle illusioni, nascosta in una canzoncina idiota. È giusto che proprio lì debba stare.
Il ritornello pacchiano era invece l’orgia della festa di paese, l’albero della cuccagna, l’occhiata lasciva alla moglie bella e formosa del padrone, la sagra di una vita che pare debba mantenere tutte le promesse. Un bambino. Avere ancora quell’eternità di tempo a disposizione. Che anni, che colori, che sapienza. Sapevo tutto. Ho sempre saputo tutto. È dopo che ho cominciato a non sapere più nulla.

giovedì 11 maggio 2017

Appunti di un pessimista felice


La conoscenza non è un dato cumulativo. Accade, a volte. Non è detto, ma può succedere.

La parte di me che dice no, che non vuole fare parte, che detesta il gioco, che vuole scoprire le carte, è forse la parte sbagliata? O non è per caso la parte più vera di me, il mio vero io, quello che sono davvero? E se è così, non è dunque questa parte che dice no, così com’è, la mia vera parte spirituale? Se questa parte di me non si è mai accontentata di facili risposte, se ha pagato sulla propria pelle le rinunce e i fallimenti di chi spera e non trova, non si è forse guadagnata il diritto, questa parte, di vivere la propria vita fino in fondo?
Diventare ciò che si è, non significa forse semplicemente questo?

Ne “L’uso del piacere” di Foucault  si evince che lo scopo vitale della sua vita era sentirsi bagnati “dalla dimenticata scintilla della luce primigenia” e sentirsi in sintonia con quella misteriosa (e forse divina) scintilla interiore che Kant chiamava libertà, Nietzsche chiamava volontà di potenza e Heidegger chiamava il “trascendente puro e semplice”.
(da The Passion of Michel Foucault di James Miller)


Attenzione, attenzione, uomo! O Mensch, gib acht!

TU – NON – SAI – NIENTE: non dimenticarlo mai.
Non farti prendere da stronzate dualistiche, non dualistiche, da guru, para guru, simil – guru, puttanate New Age …

Non cascarci, sarebbe penoso e ridicolo.

Siamo bambini. Vogliamo essere imboccati. Cucchiaiate di verità che da soli non possiamo prendere. Chi ce le da, queste cucchiaiate? Mamma e papà maestri. Quando ci nutriremo da soli? Dopo quante vite?

Sto ammucchiando Gurdjieff, Ligotti, Kierkegaard, Nishitani, Nietzsche, l’alchimia, U. G. Krishnamurti, la teoria delle stringhe, il morire a se stessi di Angela da Foligno, Bataille, Mishima e sto facendone un frullato indigesto. Qualcuno direbbe che sto giochicchiando con il nichilismo e i suoi derivati. Può essere, sia pure non consapevolmente. Il nichilismo non mi affascina, lo trovo superficiale. Non che d’altro canto io sia affascinato dalle religioni, no grazie.
Si tratta semplicemente della consapevolezza che se qualcosa ci è dato conoscere di questo universo è solo attraverso la totale negazione: l'esatto opposto dell'ingiunzione di Wittgenstein "di ciò che non si conosce occorre tacere". No, occorre parlare. Anzi, è l'unica cosa di cui vale la pena parlare, ciò che non si conosce. C’è nel perseguire la negazione forse la speranza catartica di arrivare junghianamente a una coincidenza degli opposti che procuri pace, illuminazione e felicità? Non è questa l’ennesima illusione?
Forse, semplicemente, queste acrobazie teoretiche placano momentaneamente il desiderio di conoscenza. Non danno senso, ma mettono in luce la vita di piccoli esseri umani come te, che tanto hanno sperato e amato e tanto sono stati delusi. Forse non cerchi la verità, cerchi fratelli.


giovedì 2 marzo 2017

Capitalismo pornografico


Secondo il filosofo coreano – tedesco Byung Chul Han, il capitalismo non è una religione come affermato da molti, ad esempio Benjamin. Tutte le religioni hanno in sé istanze di colpa e di perdono, mentre il capitalismo è sempre e soltanto colpevolizzante. Non è possibile alcuna espiazione in una società nella quale la prestazione e il godimento sono imperativi  assoluti. Fallire nel godimento, fallire nella propria prestazione di uando QUa* “realizzazione” è una colpa della quale nessun dio ci può perdonare. In un regime liberale, in cui la libertà dell’individuo è assoluta, chi non riesce è colpevole senza appello. Da qui la depressione, caratteristica epocale. I poveri sono colpevoli di non essersi impegnati abbastanza. I malati sono colpevoli di non aver saputo badare alla salute. I morti sono colpevoli di non avere scelto la vita. In sostanza, l’esercito dei colpevoli ingrossa le sue file ogni giorno di più. In un siffatto mondo non c’è semplicemente più spazio per l’Eros, cioè per l’Altro. È un mondo afflitto da un eccesso di positività e il rifiuto della negatività. Il rifiuto del limite porta al rifiuto dell’Altro e si può conoscere l’altro solo, in un certo senso, negando il proprio sé. Il rifiuto dell’Altro porta al narcisismo estremo di quest’epoca, nella quale le relazioni sono diventate impraticabili e ognuno si relaziona in fondo solo a se stesso e al proprio sistema di social.

L’incontro con l’Altro viene sempre rimandato, perché ogni incontro con l’Altro è una morte, un annullarsi per poi ritrovarsi, riconciliarsi. E questa società rifiuta la morte completamente. Tutto deve essere sovraccarico della positività dell’ego che non vede altro che se stesso. È per questo che siamo tutti schiavi, in questa società di uomini liberi.

Gli schiavi non sono in grado di rinunciare alla coscienza di se stessi, non sono in grado di portarsi oltre il limite.

“In una società nella quale ciascuno è imprenditore di se stesso” scrive Byung Chul Han “domina un’economia della sopravvivenza: essa è diametralmente opposta alla non – economia dell’Eros e della morte. Il neoliberalismo, con i suoi disinibiti impulsi egoici e prestazionali, è un ordine sociale nel quale l’Eros è completamente scomparso. La società positiva, alla quale è sottratta la negatività della morte, è una società della nuda vita, unicamente dominata dalla preoccupazione ‘di assicurare la sopravvivenza nella discontinuità’. È la vita di uno schiavo. Questa preoccupazione per la vita, per la sopravvivenza, toglie alla vita ogni vitalità. Ciò che è puramente positivo è privo di vita.”

È per questo che il capitalismo attuale è essenzialmente pornografico.

mercoledì 1 marzo 2017

Il silenzio dei pianeti gemelli


 

Anche il più scalcinato dei nerd o il più vetusto appassionato di fantascienza sa che un pianeta orbitante intorno a una nana rossa non può ospitare la vita come noi la conosciamo. Le temperature sono troppo basse, la possibilità che ci sia un’atmosfera adatta è altresì bassa. Tuttalpiù potrebbero esserci dei microrganismi, residui di un rigoglioso passato o qualche fossile, sempre di qualche microrganismo. Certo, sarebbero batteri extraterrestri e dunque una prova che la vita esiste anche fuori dalla Terra. Ma sono solo ipotesi e niente altro. La verità è che è difficile che ci siano anche solo dei batteri. Su Marte che è infinitamente più vicino a noi ancora non è stato trovato nulla, se non le tracce di tracce di tracce di acqua.

Si aggiunga inoltre che sette pianeti che orbitano così vicini gli uni agli altri sono sottoposti a variazioni orbitali che impediscono la stabilità temporale occorrente per formare la vita.

Queste cose gli scienziati della NASA le sanno benissimo.

Viene da chiedersi il perché, allora, di questi roboanti annunci dell’ ente americano di scoperte epocali, “pianeti gemelli della Terra”, simpatici Doodle di Google e compagnia bella. È probabile che abbiano bisogno di fondi. Niente altro. Devono finanziare una eventuale spedizione su Marte nel 2030 che probabilmente non ci sarà mai, oltre a mantenere un baraccone costosissimo.

Intanto consoliamoci con l’illusione che lo spazio sia in fondo null’altro che l’estensione del nostro giardinetto, in cui nel futuro manderemo milioni di umani tutti armati di PayPal e app. gratuite per inviarsi stronzate attraverso gli anni luce. Il silenzio degli spazi infiniti di Pascal non può atterrirci finché abbiamo ancora credito telefonico.uando QUa*

mercoledì 1 febbraio 2017

C'è un 2017 e io ci sono dentro

Il 29 dicembre, al Lago delle Lame, in culo ai lupi, sopra Chiavari, verso le quattro e mezza del pomeriggio ho una specie di mancamento e un forte e improvviso episodio di tachicardia subito dopo aver portato su per le scale le borse per prendere possesso della camera. Come appoggio per terra le borse mi si mette a frullare il cuore. Dopo una ventina di minuti le pulsazioni non accennano a diminuire. Ho subito pensato, chi cazzo me l’ha fatto fare di venire quassù a fare il solito capodanno biodanza con i soliti amici new age. Io non sono new age.
Non me n’è mai fregato nulla della new age. È solo un modo per passare il capodanno. Nel frattempo abbiamo chiamato al telefono un medico di zona  che mi ha detto di prendere del Lexotan e che è colpa dell’ernia iatale. La guardia medica non esce. Le pulsazioni sono così veloci che non riesco semplicemente a contarle. È una tachicardia parossistica. A questo punto chiamiamo l’ambulanza. Nel frattempo mi dicono di non preoccuparmi, di stare tranquillo, è una semplice crisi d’ansia (ma io non mi sentivo ansioso prima che il cuore cominciasse a frullarmi nel petto). Arrivano i paramedici e con un apparecchietto mi prendono le pulsazioni. 183 al minuto. Pressione 175/105. Meglio andare al pronto soccorso più vicino e attrezzato, quello di Lavagna. Un’ora e mezzo di tragitto  tra tornanti e freddo polare. Sono stranamente sereno e pronto a tutto. Mi dico e se dovessi morire? Pazienza, mi dico. Sorrido. Non è da me, io sono un fifone. Sorrido alla paramedica, una ragazza molto giovane che è con me sull’ambulanza. Mi guarda un po’ incerta come se pensasse “e se questo mi schiatta qui?”. A quasi ogni tornante sbatto lievemente la testa contro i finestrini laterali dell’ambulanza. Sono sdraiato e sono legato solo per le gambe. Mi sporgo quel poco che riesco ma vedo molto poco del paesaggio fuori. Ormai è buio.
A tre quarti di percorso incrociamo, non so dove in mezzo a quel delirio di strada, un’altra ambulanza che ha un ECG portatile. Quella dove sono io non ha nulla di nulla. Altri paramedici spalancano il portellone ed entra un freddo glaciale. Mi fanno l’elettrocardiogramma. Il cuore risulta molto accelerato (nel frattempo è sceso a 155 pulsazioni) ma a posto. Devo urinare urgentemente e siccome non hanno il pappagallo mi fanno pisciare sul bordo di una strada con un vento e un freddo terribile. Mi sento salire la febbre, ho i brividi. Arrivo al pronto soccorso di Lavagna con 150 pulsazioni al minuto. Passo lì tutta la notte sotto un neon che non si spegne mai e gente dolorante. Ala fine per farmi dormire almeno un’oretta mi danno una flebo di calmante. Il cuore scende a 120/110 pulsazioni al minuto. Pressione 148/110.
Non si preoccupi, dicono, il cuore va bene, lei è solo molto agitato (e vorrei vedere loro), abbiamo trovato la troponina un po’ alterata ma sarà dovuta alla tachicardia durata ore e alla febbre. Se tra qualche ora è scesa ancora la dimettiamo. Verso le sei del mattino (ormai sono dodici ore che sono lì) mi alzo, vado dalla dottoressa e chiedo a che punto è la troponina. Glielo dico subito, risponde la dottoressa di turno con un sorriso. Qui sorridono tutti, mi piace. Guarda su un monitor, smette di sorridere e fa una smorfia dispiaciuta. La troponina si è ancora alzata, la dobbiamo ricoverare.
L’ospedale di Lavagna è piccolo, pulito e accogliente. I medici sono bravissimi. Verso le sette e mezza – otto del mattino, mi fanno ecocardiogramma e coronarografia. Dall’ecocardiogramma risulta tutto a posto, ma dalla coronarografia salta fuori un’ostruzione al 70% della coronaria sinistra. Lo sforzo di salire quelle scale con tutti i bagagli ha fatto scattare la tachicardia e la crisi coronarica. Durante la coronarografia mi mettono male il pappagallo e piscio tutto quanto sul lettino. Sembra un destino. Non so se ridere o vergognarmi. Il cuore è rimasto intatto, dicono, ma ancora poche ore e l’infarto sarebbe stato inevitabile.
Mi applicano uno stent medicato e iniziano la terapia farmacologica.
L’ostruzione è stata rimossa, le pulsazioni sono tornate normali. Sono felice di essere vivo, qui e ora. Non contano il passato né il futuro. Il pomeriggio del primo giorno dell’anno guardo fuori dalla finestra del reparto terapia intensiva. Nuvole violacee si gonfiano nel tramonto. Non so come sia Lavagna, non ci sono mai stato prima. Vedo solo il cielo, so che c’è il mare da qualche parte. Stare ancora su questo cazzo di pianeta mi inebria. Mi sento così felice.
Passo la successiva settimana di ricovero sempre in questo stato di strana serenità. 
Adesso la vita cambia per forza, mi sono detto. Era troppo tempo che tiravo la corda delle emozioni, delle insoddisfazioni. Ora basta.
Tornato a Milano, alla visita di controllo ECG al Monzino mi sono ancora agitato, dunque mi hanno prescritto beta bloccanti, in aggiunta alla terapia già iniziata in ospedale a base di antiaggreganti, cardioaspirina, pillola per la pressione e per il colesterolo, senza dimenticare il protettore gastrico.
Fino a pochi giorni prima del 29 dicembre facevo 6 piani a piedi senza nemmeno il fiatone.
Secondo il cardiologo del Monzino, potrò con calma ritornare a farli, più o meno.
Ho avuto una sofferenza cardiaca minima, che ha coinvolto una parte microscopica del cuore, che è rimasto come prima. Ci sono state una serie incredibile di circostanze fortunate visto anche il tragitto in ambulanza lunghissimo che poteva essere fatale. Mi hanno trovato il colesterolo alto (252) ma nei giorni successivi a Natale poteva essere un rialzo casuale. L’anno prima ce l’avevo a 190, più o meno nella norma.
L’ostruzione alla coronaria si è formata in anni e se non avessi avuto la tachicardia sarei andato avanti ancora anni senza accorgermene. Una volta superato l’80/85 %, l’ostruzione mi avrebbe provocato un infarto e data la posizione del deposito, se fossi sopravvissuto mi avrebbero dovuto fare un Bypass, senza contare che nel frattempo potevano formarsi altre ostruzioni e invece avevo solo quella alla coronaria sinistra che si è risolta. .
Nel frattempo ho perso 5 chili il che, dato che sono sempre stato di costituzione molto magra mi fa apparire come se ne avessi perso almeno 15.
Ma tutto questo ora non importa.
È come si dice: dopo una cosa così vuoi vivere meglio. Senza stronzate, più puro e libero.
Vuoi veramente cambiare, non solo adottare uno stile di vita più rilassato, ma cambiare veramente, in profondità. Non è semplice. Non si sa da dove iniziare. Ma non c’è alternativa che arrendersi alla vita.
La testa non ci arriva: non può arrivarci.
Per ora il blog rimane un po' fermo,  perché non ho nulla di essenziale da dire e ho alcune cose essenziali da fare, tipo imparare a vivere meglio.