Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

mercoledì 7 marzo 2018

Elezioni 2018 o dell'italianamente possibile

Elezioni 2018.
Voto di "pancia" sì, voto di "pancia" no, la terra dei malandrini non finisce mai di brulicare.
Manifesta impossibilità di ottenere un governo che possa governare, come previsto. La tendenza è quella tutta italiana al pastrocchio dal quale si esce solo facendo ammuina o mandando tutto a pallino. I 5 stelle hanno vinto clamorosamente, ma viene evidenziata ovunque la vittoria della Lega Nord, quello sì voto “di pancia”, come vera grande vittoria. Il Berlusca messo in secondo piano, ma tiene botta facendo l’ago della bilancia nella micidiale e onnipresente “coalizione di destra”, che pretende, italianamente, di avere vinto lei le elezioni. Neanche tanto sotto sotto vorrebbero fare un bel colpo di mano ed estromettere i 5 stelle dal governo: ci proveranno, di sicuro. I centro destri si sentono in diritto, da buoni fascisti, di fare come cazzo vogliono. 
Insomma nei prossimi mesi c’è la possibilità che si ripeta la porcata che già i bei tomi onnipresenti in Parlamento portarono a termine nel 2013. Solo che questa volta non è il PD, partito votato all’estinzione, ma la coalizione di centro destra a cercare il colpaccio. O meglio, è ancora tramite il PD che succederà, un PD versione suicida. Preferirà sparire pur di fare un governo con i 5 stelle? Comunque vada il suo destino politico è segnato.
Sarebbe comico e tragico, ma italianamente possibile che il partito che ha veramente vinto le elezioni si ritrovi solo all'opposizione ...
In fondo è la concusione più naturale. Questo paese è sempre stato di centrodestra, nella sua essenza.
I vecchi ruderi novecenteschi ipertrasformisti, è giusto vadano a stabilirsi nel museo delle cere.
E i 5 stelle forse sono più nel loro luogo naturale all'opposizione ...
Chissà.
Ma sì, divertiamoci un altro po'.
Tanto, come diceva Keynes, nel lungo termine ...

venerdì 2 marzo 2018

A caccia del Reale

Nevica. Fa freddo. Un po’ di aria siberiana è colata quaggiù, verso il centro Europa, a causa del fatto che il riscaldamento climatico globale ha fatto collassare non so quale anticiclone da qualche parte. O forse non era un anticiclone, non ricordo bene.
Il mondo (ma quanta attenzione bisogna avere oggi per pronunciare o scrivere questa parolina?) va avanti con le sue interconnessioni incalcolabili. Il dibattito su cosa sia quello che definiamo reale, va ugualmente avanti come un lungo nastro di concetti che si srotola come strisce di carta da una di quelle vecchie telescriventi anni 70, accumulandosi sul pavimento delle nostre concezioni.

In fondo l’idea principale della sinistra (in comune anche con la destra sebbene con orientamenti differenti e in comune anche con i tre monoteismi) è che l’universo sia essenzialmente antropocentrico.

Tutti questi apparati concettuali non producono alcuna consapevolezza che tra un topo ragno, un coleottero e un essere umano le differenze siano quantitative più che qualitative. I castori costruiscono dighe, dopotutto. Dighe che hanno un sia pur minimo impatto ambientale. Tra noi e i castori la differenza è solo apparentemente qualitativa, in realtà è quantitativa.
Noi siamo parte del mondo, una specie tra tante. Siamo più attrezzati a livello intellettuale. Bisognerebbe capire che cos’è l’intelletto e se abbia senso parlare di “idealismo” escludendo il fatto che le categorie dello spirito hegeliane decisamente non riguardano anche la vita sociale dei capibara. Eppure la vita sociale dei capibara esiste. Come pure quella dei cavallucci marini o dei coralli.
L’antropocentrismo è il vulnus alla base di ogni concezione filosofica. L’accumularsi di teorie nella mente di questo povero primate non lo porta più vicino alla verità di un solo millimetro.
L’unico vero momento di ultra percezione, questo povero animale deve averlo avuto in una scena tipo 2001 Odissea nello Spazio. Vede il femore del caribù e gli viene in mente che può darlo in testa al suo simile e prendersi la sua fetta di territorio. Allargarsi. Questo concetto di allargarsi passa poi all’Egitto a Babilonia, a Roma, arriva alle colonie inglesi, nasce l’Idea dello sfruttamento. Servo e Padrone. Hegel ne fa un indigesto papiro. Il capitalismo, in fondo, nasce da quella prima scimmia del cazzo. Ecco, il Reale, sempre lui. Il Reale è il fondo cieco nel quale  nasce l’Idea e l’Idea è sempre strumento di sopraffazione / collaborazione. Il Reale è il monolito nero di 2001.
Il reale non si lascia lacaniamente cogliere, direbbe Slavoj Žižek.
Tutto si riduce a un soggetto supposto sapere, il Grande Altro che condiziona tutto ma di cui possiamo solo supporre l’esistenza. Da una parte il Simbolico, il Reale, e dall’altra parte gli oggetti, irriducibili.
Siamo a caccia del Reale. Dopo la morte di Dio cosa resta? Almeno il Reale. Passiamo da uno spettro all’altro.
Quello che abbiamo è invece il cosiddetto “realismo capitalista”.
È un’idra a cento milioni di teste, la perfetta incarnazione di Shiva il distruttore.
È questo il Reale con cui ciascuno di noi, volente o nolente, deve fare i conti.
Possiamo cambiare la Realtà, o subire il Reale?

sabato 27 gennaio 2018

Appunti su Evola e la Dotttrina del Risveglio

La dottrina del Risveglio di Julius Evola. Buddismo ariano, aristocratico ed eroico.
In fondo la concezione “tradizionale” di Evola ha qualcosa di paradossale. Se addirittura il buddhismo nacque già in un’epoca di decadenza, 2500 anni fa, non si capisce bene quale mai sia stata l’epoca del fulgore delle tradizioni. Giace in qualche era preistorica, in qualche altra dimensione temporale? Risale ad Atlantide di cui parlava già Platone? Non so perché, io che sono un uomo di tipo decisamente “inferiore”, non degno e non pronto ad assimilare le inconcepibili saggezze “tradizionali”, associo spontaneamente la “tradizione” alla fantarcheologia di Peter Kolosimo.
Nonostante tutto, però, il buddhismo spiegato da Evola ha un suo profondo fascino e lancia in qualche modo richiami che arrivano fino alla rivisitazione buddhista in chiave esistenziale di Keiji Nishitani.
Il Buddha, Gautama Siddharta, lo Shakya Muni, non si ferma di fronte a nessun condizionamento, e portato dal suo eroismo guerriero va oltre il divino, oltre il bene e il male, oltre, persino, al “dissolvimento nel tutto” visto anch’esso come un inganno. Egli, il “Buddho”, approda al “vuoto perfetto”, là dove “la mente si spezza”, e opera il perfetto Risveglio al sunyata, l’incondizionato. Tutte le versioni mitiche Mahayana sono un arrendersi molto prima di arrivare in vista della “riva opposta”, sono rimasticazioni destinate all’illusione dell’uomo inferiore.
L’illusione più subdola, dopo quella del Dio personale, è quella del “nirvana”.

Nossignore, non dimentico che Evola sotto la pretesa di un razzismo “spirituale” e non meramente “biologico” si rese complice,  per arrogante noncuranza, delle atrocità naziste.
Non dimentico le sue simpatie per le SS e non dimentico le stronzate della destra, la ripugnante superiorità provata nei confronti della misera plebe che arrancava e subiva. “Tipi umani” inferiori e superiori secondo le dottrine tradizionali. È vero però che il buddhismo stesso non celebra l’uguaglianza degli esseri e anzi, nei testi canonici esistono delle vere e proprie gerarchie umane, per cui addirittura uccidere un certo “tipo umano” (esempio, un assassino) comporta meno karma negativo che ucciderne un altro.
Ricordo di averlo letto in un opuscolo di studio della Gakkai – Nichiren Shoshu. Poteva essere il 1991. Ricordo persino che trovai che fosse un pensiero realistico  e che prestasse il fianco a molti fraintendimenti.
Sentieri impensabili attraverso le pianure desolate della Verità.
I quesiti fondamentali sono sempre quelli: che cosa è “veramente” vivere? Come farlo al meglio? Cosa deve fare un essere umano per essere degno di tale qualifica? Esiste un senso morale non condizionato? La morte, come viverla? È un passaggio o la fine? In entrambi i casi non acquista più senso. Non ha proprio importanza, dal punto di vista del “senso” che tutto continui o finisca. Se continua, è solo una continuazione del mistero. Se finisce, finisce nel mistero.

Il Risveglio, la cosiddetta illuminazione, non è altro che l’annientamento del demone della dialettica. La mente non può contenere il sé né l’universo. La comprensione è essenzialmente Visione.

In fondo sarebbe bello rinascere nella Terra Pura. Una grande tentazione. Perfino Nichiren, sembrerebbe, gli ultimi anni della sua vita auspicava una pura terra in cui approdare con il daimoku, un interregno tra una rinascita e l’altra dove vi fosse pura beatitudine. Tutto l’opposto del duro Risveglio del Buddha storico, la consapevolezza del sunyata. Samsara e nirvana sono una cosa sola.
Felicità e disperazione due facce della stessa medaglia.

La Tradizione nella concezione di Evola è una specie di impalcatura metafisica che sostiene le trasformazioni umane: quell’insieme di “valori” che rimane essenzialmente immutato e che serve a mantenere il contatto tra l’essere umano e il sopra naturale. Per soprannaturale si intende ciò che va oltre le categorie di essere e non essere.
È per questo che il panorama è vasto, va dallo gnosticismo al buddhismo zen, allo zoroastrismo, al taoismo, al confucianesimo, al tantrismo, all’alchimia, alle vie della mano destra e sinistra ecc. ecc.
Che poi questa impacatura metafisica sia "reale" è tutto da verificare.
Evola rimane difficoltoso nel 2017 con il suo razzismo, il suo pensiero gerarchico, aristocratico e anti democratico. Per Evola io sarei un uomo di tipo inferiore, un plebeo. Me ne farò una ragione,
Tuttavia rimane un pensatore con cui fare i conti, aòmeno per quanto riguarda la sua spiegazione del buddhismo delle origini.
Non so se quello che afferma risponda a completa verità: tutte le ricerche ermetiche e mistiche potrebbero essere liquidate come mere stronzate, ma la concezione che qualcosa sussiste per un po’ dopo la morte e poi svanisce mi risuona. Solo chi ha operato una trasformazione di sé non muore dopo la morte del corpo ma entra … nel Nirvana, il non condizionato. Qualcosa di inconcepibile accade intorno a noi e non lo vediamo. Attribuiamo un senso positivo a potenze infere e non ci accorgiamo di quelle superiori. L’uomo moderno è confuso.
Rimane da chiarire l’anti evoluzionismo di Evola. In che modo negare il fatto “scientifico” dell’evoluzione? La specie umana deriva innegabilmente da mutazioni di altre specie. Ma cos’è allora l’autocoscienza, cos’è la trascendenza?
L'anti evoluzionismo è semplicemte inaccettabile.

Un secolo di idioti

Ossessione delle diete, di curarsi con l’alimentazione, la tendenza tutta XXI secolo del cibo, cosa mangiare, dove, quanto, quando; frasi tipo “era ancora giovane” detta di uno morto a 84 anni …
Tutto questo rivela una speciale follia che è propria di questo tempo.
Abbiamo l’ossessione della salute, della forma fisica, della cura “definitiva” per ogni male della vita, che sia però il più possibile naturale perché occorre durare senza pagarne le conseguenze.
Felicità senza tristezza, piacere senza dolore, amore senza odio, medicine senza effetti collaterali, vita senza morte, questi sono gli ideali di questo secolo diafano, svuotato di nerbo, dove tra un esploratore artico e un commesso di un supermercato non ci sono molte gradazioni di differenza, giusto magari il livello di istruzione, poca cosa, in un’epoca in cui tutti possono illudersi di sapere tutto compulsando dieci ore al giorno un fottuto smartphone.
Il secolo dell’Alzheimer, delle scarpe da ginnastica multicolore, di You Tube, nel quale possiamo trovare la rivelazione dell’ultimo segreto esoterico. Il secolo della morte in alta definizione, qualcosa che avrebbe dato da pensare a Heidegger.
Il secolo che sa tutto e il contrario di tutto, in cui ogni smarrimento è codificato e le persone sono talmente attaccate alle loro maschere che sotto, virtualmente, non c’è più niente.
Il secolo in cui non si ha più il coraggio di soffrire se la propria sofferenza non viene “illustrata” da qualche faccina.
Il secolo in cui si guarda avanti guardando indietro, a una ipotetica natura che non c’è mai stata. Un secolo rousseauiano, pieno di male senza cattiveria. La cattiveria ce l’hanno solo quelli dell’Isis.
Come sono lontani i tempi dell’Uomo in rivolta di Camus. Contro cosa rivoltarsi?
Ora il grande enigma è la coscienza. Rendiamo edotta la popolazione che non esiste alcun sé dietro i nostri occhi, ma che il Samadhi è a portata di mano. Abbiamo a disposizione tutta la saggezza passata e presente e futura, abbiamo un guru per ogni stagione e ogni aspetto della vita. Abbiamo mille strade da seguire e tutte promettono miracoli.
Abbiamo informazioni, non c’è nulla sul quale non siamo informati, sul quale non possiamo formarci opinioni subito contraddette da qualcun altro. Fazioni in lotta sullo stesso versante della follia, come un coro di pazienti lobotomizzati che urla fuori sincrono dalle finestre di un manicomio grande come un pianeta.
Un secolo di idioti.

giovedì 16 novembre 2017

Dialoghetto tra un uomo massa e il suo angelo

Arrenditi.
Sì, certo, io mi voglio arrendere.
Allora arrenditi.
Mi arrendo.
Arrenditi.
Lo sto facendo.
No, non lo stai facendo.
A me sembra di sì.
E invece no.
Aiutami ad arrendermi, allora, non so come si fa.
Patetico. Non ne puoi fare a meno.
Può darsi, ma così non mi aiuti.
Non meriti aiuto, e nonostante questo l’aiuto ti è sempre stato dato. Sei un ingrato.
Sono una persona confusa, ma ho deciso di arrendermi.
Davvero?
Sì.
Non sei convincente.
Cioè … io vorrei, cioè voglio arrendermi, ma ho paura, ecco.
Sai che novità.
Ma insomma, mettiti nei miei panni.
No grazie. Ci mancherebbe solo questo.
Sei crudele.
Tu sei crudele, con te stesso e con gli altri. Crudele ed egoista.
Non ti pare di essere un po’ troppo duro con me?
Sei ottuso e questo fa perdere la pazienza anche agli angeli.
Mio dio, non so come uscirne, non capisco più niente.
Ma cosa pretendi di capire? Cosa, in nome di quel cielo che nomini sempre a sproposito?
Sono confuso. Un tempo ti avrei risposto per le rime, ma ora non so più nulla di me, di te, di tutto.
Patetico. Chi speri di abbindolare? La dialettica non ha luogo qui. Non fare il furbo.
Io non faccio il furbo.
Pensi di salvarti adducendo la tua debolezza e ignoranza? Non hai cinque anni. Sei condannabile ormai e sarai condannato, se perseveri.
Angoscia e strazio su di me … chiedo perdono. Perdono!  Sono veramente confuso.
Sei solo un arrogante. Impara l’umiltà.
Sì, la voglio imparare.
Non è vero. Tu vuoi fregare il cielo. Come molti cercano di fare. Sei patetico.
Sono in scacco matto. Ho le mani legate. Sono in trappola.
Bene. È un buon inizio.
Cosa posso fare?
Arrenditi.
Ma io ci sto provando.
Non ci devi provare. Devi farlo.
Ma come si fa? Non lo so. Non lo so!
Arrenditi.
Dio mio come devo fare? Mi arrendo!
No. Non lo stai facendo.
Le viscere mi si straziano.
Sei il solito drammatico. Le viscere ti si straziano, poveretto. Ma a cosa ti serve?
Non riesco ad arrendermi, non riesco a capire come devo comportarmi.
Non devi capire. Devi metterti in ginocchio e ascoltare e basta.
Ma lo sto facendo …
Devi tacere! Tacere, lo capisci? Devi fare in te un silenzio come non hai mai udito in tutta la tua vita. Non devi chiedere, non devi volere, non devi cercare niente. Solo metterti in ginocchio e tacere!
Per quanto tempo?
Questa domanda è segno che non hai capito.
Sì. È vero. Non ho capito nulla. E non riesco ad arrendermi. È vero. Non riesco a fare silenzio dentro di me. Ho paura che …
Hai paura che?...
Nessuno mi risponda.
Devi correre il rischio. Devi assolutamente correrlo.
Ma e se nessuno risponde a quel silenzio?
Forse è perché il silenzio è la risposta.
Adesso sei tu che usi la dialettica.
Sei furbo. Un po’, non tanto. Ma questa furbizia ti nuoce. Non hai nessuna alternativa, sappilo.
Dunque …
Dunque arrenditi.

venerdì 6 ottobre 2017

1917 - 2017 Reliquie di una rivoluzione

Tra i relitti ormai semi sepolti di una storia in continua dissoluzione, c’è la cosiddetta Rivoluzione di Ottobre, cento anni fa. Ultima ebollizione di un kaly yuga che sembra infinito, sembrava covare in sé tutte le speranze, tutte le energie, tutto lo slancio di un’umanità che sognava di trascendere se stessa a partire dall’economia. Un volo d’Icaro diventato un pachiderma ottuso e accecato e sgonfiatosi una settantina di anni dopo come un tendone da circo che collassa. Un destino imprevedibile, ripensando alle origini sulfuree dell’evento, meglio anzi “Evento” con la maiuscola.
I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Pareva veramente che la Storia prendesse parvenza, uscisse fuori dall’esistenza larvale insediata nella mente di pochi intellettuali e dei pochi capaci di leggere e scrivere con ubbie umanitarie, e diventasse Realtà, inoppugnabile e inalterabile. Il sogno era destinato a infrangersi quasi subito. Le circostante non erano favorevoli, si è detto, ed è certamente vero. Una monarchia rurale immensa, in cui i contadini erano da sempre abituati a sottomettersi, un regno in cui il fatalismo era visione cosmica dominante, ebbe un moto di ribellione immenso, come se la schiena di uno spaventoso animale, grosso come un continente, si inarcasse all’improvviso. L’universo tremò. Fu glorioso, fu terribile, fu incredibile, fu sconcertante, fu … una rivoluzione. Impensabile. Accadde. Non poteva durare. Il marxismo trovò terreno fertile per diventare man mano un grottesco dogmatismo. Nacquero eroi e traditori, comparse e protagonisti: un popolo che aspirava all’universale cominciò a divorare se stesso. La Rivoluzione d’Ottobre nacque nel sangue, continuò nel sangue, finì in uno sbadiglio. Durò la durata di una vita media umana del ventesimo secolo, 74 anni. Fu, in fondo, la vita di un uomo resa continente, con i suoi monti e le sue valli, i suoi disturbi intestinali e le coliche tremende, costate la vita a milioni. Tutto in nome di una visione economica impossibile e del risentimento, dissero i detrattori. Tutto in nome di un sogno meraviglioso chiamato uguaglianza e condivisione, dissero i sostenitori. Furono vere entrambe le cose. Né uguaglianza né condivisione furono mai messe in atto se non all’inizio, in fenomeni spuri che vennero annientati dalla Rivoluzione stessa, come a Kronstadt, da Trockij.
Fu il brivido mortifero del novecento, il secolo più incredibile della storia umana (rigorosamente minuscola) nato dal furore capitalista che invase tutto, prese tutto, assunse maschere di ogni tipo. Il comunismo stesso è un travestimento del capitalismo, un antidoto ad esso, originato dallo stesso sangue. Così fu il nazional socialismo, il fascismo mussoliniano, le stronzate colonialiste e imperialiste, la ricerca dell’uomo nuovo, la difesa della Razza (un delirio moderno di origine tribale). L’Uomo Nuovo si nascondeva dietro mille maschere: da conquistatore dei mari e degli oceani, venne via via ridotto a consumatore di immagini sui piccoli telefoni portatili di oggi.
Una involuzione creatrice, per parafrasare al contrario Bergson, descrive il franare inarrestabile della storia (minuscola) lungo tutto il novecento.
Oggi non resta nulla, solo qualche reliquia che viene messa all’asta per ricordare tempi avventurosi. Puoi comprare residuati URSS su Ebay per metterteli in casa. Lo spettacolo ha invaso la taiga, sfilate di moda avvengono sulla Piazza Rossa. Le sofferenze di Bulgakov e le telefonate di Stalin sono soggetti interessanti per una nuova serie televisiva su Netflix. Prima o poi la faranno, ci scommetto.
I milioni di morti, tutto quel carico di dolore e angoscia, e speranza e desiderio, sono svaniti nel nulla, come se non fosse mai successo niente.
Anche il prossimo anno, in primavera, il Grande Buddha di Kamakura svetterà sorridendo tra i ciliegi in fiore. Le cattedrali del mondo onoreranno Cristo in croce, senza preoccuparsi eccessivamente se tutto questo abbia un senso o no. I muezzin salmodieranno cinque volte al giorno. Bagnanti vestiti di stracci si purificheranno a migliaia nelle acque fetide del Gange.
Il sangue continua a scorrere. Oggi ci si ammazza per cose infinitamente più futili del Progresso o dell’Uomo Nuovo. Intanto il nostro pianetino continua a orbitare intorno alla sua stella, in silenzio.

venerdì 16 giugno 2017

La più perfetta illusione

Rivedo per caso in TV Canzonissima 70 con la Carrà che canta, “Ma che musica maestro” e ci  ritrovo inalterato lo stesso stupore e la stessa dolce malinconia che provavo bambino quando sentivo il basso rimanere sul fa e l’accordo della strofa cambiare in sol in un saluto sublime a quel mondo che era per me nuovissimo e antichissimo allo stesso tempo.
“Sabato è festa, Domenica è festa, non c’è mai lunedì”…
Quell’accordo che cambiava e quella nota di basso ferma, così anni 70, mi commuovono ancora adesso. E la sua voce così “normale”, così da brava ragazza, mi dava la sensazione che tutto il mondo fosse spalancato di fronte a me, pronto ad abbracciarmi. Dio, com’era rassicurante la Carrà,  in un modo che non può più esistere ora, che le figure che si dovrebbero ritenere rassicuranti sono messaggere di un'inquietudine mortale, tipo Renzi e compagnia.
Il televisore in bianco e nero splendeva nel buio della sala e mamma e parenti o papà e nonna erano intorno e io sentivo di conoscere per certo il significato della parola felicità. Mi avvolgeva ovunque, potevo viaggiarci dentro, era perfetta, inesauribile. La più perfetta delle illusioni, nascosta in una canzoncina idiota. È giusto che proprio lì debba stare.
Il ritornello pacchiano era invece l’orgia della festa di paese, l’albero della cuccagna, l’occhiata lasciva alla moglie bella e formosa del padrone, la sagra di una vita che pare debba mantenere tutte le promesse. Un bambino. Avere ancora quell’eternità di tempo a disposizione. Che anni, che colori, che sapienza. Sapevo tutto. Ho sempre saputo tutto. È dopo che ho cominciato a non sapere più nulla.