Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

sabato 30 luglio 2016

Ebbrezza d'estate

Resta da capire come mai i cosiddetti terroristi non provino mai ad attentare direttamente luoghi di potere, preferendo fare mattanza di cittadini inermi.
Il motivo è di ordine pratico (i luoghi di potere sono più inaccessibili) e di ordine psicologico (quello che si cerca non è la destituzione di un potere, religioso o politico, ma la distruzione stessa, il delirio mistico della morte).
Un mondo a senso unico come questo fa esplodere le tensioni distruttive che in esso sono contenute.
Gli attori e gli agiti sono marionette, personaggi secondari e sostituibili.
E' per questo che mi sono stupito sentendo del tentativo di colpo di stato in Turchia. Mi ricordo di avere pensato che sembrava di essere tornati ai vecchi tempi, quando i colpi di stato erano di moda, tipo in Grecia. Ma le mode vecchie non funizonano più e il tentativo di colpo di stato contro Erdogan (tutti ormai sanno che si pronuncia " Erdoan") non ha funzionato, come è nello zeitgeist attuale.
Si sprecano le analisi sociopolitiche, quando basterebbe scomodare il demone dell'estate ela giovinezza che è (come si sa) primavera di bellezza.
Nello zeitgeist attuale  la varie figurine sulla scacchiera inseguono certamente obiettivi strategici, ma più profondamente cercano l'ebberezza del controllo e del suo contrario.
L'estate è la stagione più mortifera, quella in cui il culmine della vita porta in sè anche l'inizio della dissoluzione. I giovani esplodono.
Le due guerre mondiali sono scoppiate in estate. Non fai scoppiare una guerra mondiale in primavera o inverno, pare brutto. I giovani scalpitano.
Gli eccessi violenti hanno il loro massimo turgore, qui nell'emisfero boreale, in questa pazza stagione.
L'eccesso di vita è contiguo alla morte, sempre. Dioniso impazzito di ebbrezza, si mette a macellare le genti, in nome dei princìpi più strani.
Analisi un po' troppo junghiana? Sia pure. E' un modo come un altro per dare un nome all'inquietudine che ci sovrasta. Che la si chiami guerra di religione, declino dell'occidente, crisi del sistema capitalistico, il momento in cui un uomo o un gruppo di uomini inizia l'opera di distruzione, quello che si muove, quello che accade, va al di là delle nostre percezioni quotidiane.
Viene in mente lo Straniero di Camus, condannato  a morte per aver ucciso un arabo, senza perché, per un riflesso di sole.
Lo Straniero è moltiplicato per mille, diecimila. Allah è un pretesto. L'Isis è un pretesto perfino per se stesso. L'Assurdo regna e genera i suoi giovani mostri. Dietro di loro, burattinai e burattini a loro volta, personaggi oscuri. Non verremo lasciati in pace tanto presto.



domenica 26 giugno 2016

Metodi efficaci di valutazione politica

Chi sa veramente se la GB ha fatto bene o male a uscire dalla UE. Le opinioni, come al solito, si accavallano e non portano a nulla di concreto.
Esistono però sistemi più semplici e quasi infallibili per valutare la validità di una decisione politica così epocale*: la faccia da becchino di Severgnini, il disappunto plastico della Gruber e il rosicamento di Renzi.

I megaburosauri di Bruxelles non lasceranno smantellare facillmente il loro giocattolone: troppo ci hanno guadagnato finora. Ma qualunque cosa accada, l'unica cosa certa è che l'Italia farà la sua solita politica: accodarsi al vincitore di turno, chiunque sia. E' curioso che in un sondaggio fatto su cosa pensano gli italiani della UE i risultati siano stati negativi in maggioranza. Alle stesse persone hanno poi chiesto se allora sia più giusto uscire da questa fallimentare baracca. La risposta è stata a maggioranza no. Come dire: fa schifo, ma ci restiamo, hai visto mai. Tengo famiglia.

* "Epocale" è termine eccessivo. Tra 50 anni della UE non fregherà più niente a nessuno, impegnati come saranno a non affogare nella merda che stiamo producendo ora.

lunedì 6 giugno 2016

Prove tecniche di eccetera eccetera

Suppongo che le migliaia di affezionatissimi lettori di questo blog (faccina su questo punto) si stiano chiedendo che fine ho fatto. Ci sono, ci sono, miei cari. Cambiamenti repentini di sedi lavorative e tante piccole incombenze quotidiane mi tengono lontano dal magico mondo della Rete. Ma non appena sarò riuscito a organizzarmi meglio (che vuol dire anche ritrovarci un po' di voglia) mi rifarò sentire.
Avevo promesso tutta una serie di (pseudo) recensioni letterarie e io sono uno che le promesse le mantiene. Mica ho specificato l'anno.
Vi auguro, nel frattempo tanta serenità e a presto.

mercoledì 23 marzo 2016

Promemoria


Pierre Delvaux La Venere dormiente


Domenica ho compiuto 54 anni. Una età ragguardevole, un tempo. Mio nonno paterno non ci è arrivato, è morto due mesi prima di compierli. Mia madre non ci è arrivata. Si è fermata molto prima. Proust è morto a 51 anni, Cartesio a 53, DFW a 46, Glenn Gould a 50, Gustav Mahler poco prima dei 51, PKD a 53, Moliere a 51, ecc. ecc.

Esempi illustri, come pure esempi qualunque, vanno e vengono in una specie di staffetta senza fine.

Si va avanti a superare quelli che se ne sono andati e poi toccherà a noi e l’universo continuerà nella sua opera di di disgregazione. Ogni anno un pezzo si stacca, una molecola decade, il sogno luminoso dell’eterno amore e eterna giovinezza sbiadisce ancora un po’ di più, la trama ormai scolorita fino alla semi trasparenza. Ci si vede la realtà attraverso. Ed è la realtà ad avere sempre più importanza.

Comincio a sentire l’onnipresenza della morte e nello stesso tempo la vita diviene sempre più evidente, potente, vibrante. Meno spazio alle finzioni e più alla cosa – in – sé.

Galleggiamo nel vuoto, come bolle distanti, silenziosi e stranamente sempre più felici, nonostante tutto, di quella felicità fatta di barlumi di sole anche dentro il buio.

Avere sempre più passato dietro di noi, anche se irrecuperabile, anche se non ci si pensa mai, è una forza. Si cammina, come diceva Proust, sui trampoli dei propri anni e più ce ne sono, più lontano lo sguardo si porta. Il nero orizzonte si fa vicino, ma intorno c’è anche la sterminata evidenza della vita, la grandiosa epifania del tutto. È uno spettacolo commovente e sublime. È la gioia della stella che splende bruciando se stessa.

giovedì 17 marzo 2016

Il lato stanco del web


Vladimir Kush

Il blog è morto, dicono. I blog sono obsoleti e molti rimangono inattivi per mesi, per noia, mancanza di tempo, disinteresse, troppa lentezza nel gestirli.
C’è sicuramente qualcosa di vero in queste affermazioni, che peraltro non sono nuove.
Forse, semplicemente il blog rappresenta il lato stanco del web.
E la stanchezza, come sottolinea il filosofo tedesco – coreano Byung Chul – Han in un gustoso libriccino intitolato La società della stanchezza, è una reazione alla “società della prestazione” nella quale viviamo.
Superata la società del controllo, superato Foucault insieme a tutti gli altri ammennicoli francesi, ci ritroviamo precipitati dentro una “società della prestazione” che ci costringe a essere imprenditori di noi stessi, anche solo per lavorare in un call center o capire, in mezzo a valanghe di offerte, dove andare a posare il culo nella prossima vacanzina low cost. I disturbi e i disagi di cui soffriamo non sono più legati, secondo BCH, alla reazione contro la negatività causata dall’alterità, ma per eccesso di positività.
In altre parole, fino al secolo scorso l’alterità caratterizzava il nostro modo di porci nel mondo: noi, loro, competizione, identità, ecc. ecc. Oggi l’alterità è stata sostituita dalla differenza, dall’accoglienza, dall’ibridazione totale, dalla dittatura dell’Eguale.
Questo porta a un eccesso della positività. Da qui deriva il senso di rigetto, di rifiuto, che coglie molti individui sulla strada della vita.
Le nostre vite sono immerse nell’etica della sovrapproduzione. Tutto diventa possibile e tutto quindi deve poter essere fatto. Nella giungla delle possibilità sterminate (illusorie, aggiungo io) l’individuo si smarrisce, si deprime. Non sa cosa fare, e istintivamente, come autodifesa, non ha più voglia di fare niente.
Questo è il paradosso e il dramma delle nostre società opulente, informatiche, mediatiche, spettacolari: l’individuo soccombe di fronte all’imperativo morale di appartenere a se stesso. La società della positività non ha nulla da invidiare a livello di violenza sistemica, nei confronti dell’obsoleta società del controllo. L’apparente libertà (ma in realtà l’abbandono terribile) schianta l’individuo, lo lascia irrisolto, depresso, demotivato, di fronte a banconi sterminati di offerte allettanti.
In questo modo, sempre secondo BCH, libertà e costrizione coincidono all’interno dell’individuo stesso. Si arriva al paradosso che nell’attuale società della prestazione è l’individuo stesso a divenire nello stesso tempo sfruttatore e sfruttato.
Questo accade, aggiungo io, anche nei casi in cui si vive ai margini di questa società della prestazione. Siamo tutti (in un certo senso) uguali, desideriamo le stesse cose, subiamo le stesse mancanze, da qualunque parte proveniamo, Italia, Siria, Giappone, Togo, Marocco, Messico … le differenze sono ormai solo quantitative (leggi: guadagno) più che qualitative. C’è poi la questione della diversa percezione della felicità da parte di popolazioni diverse, ma questo discorso porterebbe troppo lontano.
Anche le reazioni di avversione nei confronti dei massicci flussi migratori non sono, se si bada bene, dovute all’intrusione dell’Altro cattivo e Straniero (queste maiuscole levinasiane ormai sono stucchevoli) nelle nostre vite beate, ma al terrore di dovere ulteriormente “competere” per le stesse cose. Le migrazioni sono ondate “positive” alle quali non possiamo ormai opporre questioni reali di “identità”, “nazionalità”, ecc. ecc.
La soluzione a questa “stanchezza”? Una vita più contemplativa, dice BCH. Bisogna lasciare spazio alla stanchezza, non vederla come un impedimento alla Vita Activa di cui parlava Hanna Arendt. La vita attiva è spesso una trappola. E il web, aggiungo io, è disseminato di queste trappole. Da qui ne consegue che la stanchezza epocale che stanno attraversando i blog, lungi dall’essere un problema, è forse una reazione “sana” al ciclo demente di sovrapproduzione di stronzate che ci circonda.
L’eccesso di individualizzazione ha portato a tutti i problemi che ci sono adesso.
L’individuo – massa (tutti diversi, ma tutti uguali) DEVE realizzare i propri desideri, a scapito della specie e della collettività.
Le ideologie novecentesche partivano invece dall’assunto contrario: l’individuo deve sacrificarsi in nome dell’idea, dell’utopia, della razza, della collettività, della specie.
I risultati li conosciamo. Era la “società del controllo”.
L’ideologia del XXI secolo (tutto è possibile per tutti e chi non riesce è perché non vuole veramente) ha portato alla sovrappopolazione, al riscaldamento globale, a una forma inedita di alienazione al contrario.
Senza contare che la quantità di morti ammazzati, pur se non in maniera così eclatante come nel XX secolo, non cessa di diminuire.
La stanchezza, in quest’epoca di pazzi e idioti, potrebbe dare luogo a una nuova etica.
Non è detto che succeda, beninteso.
BCH, usa un’espressione molto significativa delle conseguenze della società della prestazione: “L’eccessivo aumento delle prestazioni porta all’infarto dell’anima.”
La stanchezza dei blogger, unita a una consapevolezza sempre maggiore, costituisce uno sguardo commovente, a volte “epico” su questa nostra epoca delirante.
 


martedì 15 marzo 2016

Confutare il confutabile


Jack Vettriano The Road to Nowhere


Vogliamo mettere il sottile piacere di confutare il confutabile? Di rinnegare le antiche credenze? Di tradire la fiducia del gregge?

È incomparabile, ripaga la solitudine che ne hai in cambio. Ho mandato all’aria i buddisti, i comunisti, gli anarchici, i chakra, le cazzate di ogni tipo. Sono libero.

Certo, non ho la pretesa di avere ragione su niente. Nemmeno credo che non ci sia un grano o anche più di verità in tutto ciò che ho confutato: semplicemente la verità contenuta in qualsivoglia ideologia, non è sufficiente per nutrirmi.

Certo, è bello credere di potere cambiare la società prima che il sole esploda: ma il modo in cui si attua il cambiamento fa tutta la differenza.

Anzitutto, ho una antipatia istintiva per chiunque affetti una pretesa superiorità morale.

Io, peccatore e uomo miserabile, non vedo intorno a me tutte queste persone irreprensibili.

La civiltà del libero mercato rende tutti inevitabilmente un po’ ipocriti.

L’ipocrisia nasce dal cercare di nascondere che si è in vendita al miglior offerente, 24/24.

E proprio io, che sono un miserabile peccatore, sono meno in vendita di tutti, da sempre.

Proprio io, che non ho certezze, non sono in grado di averne, non ho mai voluto veramente vendermi. Non ce l’avrei fatta. Non ce l’ho fatta: non per superiorità morale, ma per semplice inettitudine. Sono salvo per incapacità congenita.

C’è sempre meno da parlare di questo mondo: è ormai una noia indescrivibile, una noia complessa, ma sempre noia. Non c’è verità, non ci sono fatti, non c’è giusto, sbagliato, non ci sono uomini e donne, ma apparati di consumo. Di cosa raccontare? Automi spermatici.

L’uomo è un prodotto dei tempi, è una nozione che non è mai stata tanto vera come in quest’epoca. E per forza: non siamo mai lasciati a noi stessi, mai, per un solo istante, da New York a Rejkiavik, da Ouagadougo a Rio, da Monaco a Cinisello Balsamo. Siamo sempre in compagna di Tv, tablet, PC, Twitter, WhatsApp, Facebook, sempre connessi con qualcosa, sempre a fotografare qualcosa, sempre a guardare, guardare, guardare, guardare...

Senza vedere.

Non ci lasciano soli un istante. Non ci lasciamo soli un istante. Da qui deriva la catastrofe collettiva e permanente.

 
Eternamente condannato a essere tra quelli che vengono dopo, quando tutti i giganti se ne sono andati, e camminare tra quelle immani suppellettili del pensiero, dell’arte, dell’amore passato. Eternamente condannato a inginocchiarmi di fronte a esse, eternamente condannato a cercare un orizzonte libero dalle loro ombre, al quale affacciarmi.

Distaccato da me stesso, dagli altri, dalla vita, testimone di una biologia in declino. E inspiegabilmente, a volte, felice.

 
La tecnica. Come se davvero contasse qualcosa. Non servono tecnologia, ideologia, progresso. Serve un cielo nuovo in cui riflettersi. Non ha importanza tutto questo balletto su coppie gay, adozioni, uteri in affitto, migrazioni, capitalismo. Serve solo un po’ di silenzio. Il brusio ininterrotto di questa umanità spaventosa, arriva fino a un certo punto poi svanisce. Rimane lo spazio, immenso, nero. Dove questi idioti non possono arrivare.

La specie umana si modifica. Perde in intelligenza e guadagna in capacità di utilizzare congegni di cui non sa l’origine e il funzionamento. È un idiota a sette miliardi di teste.

Le teste aumentano sempre di più. È un immenso organismo che divora tutto in nome di una visione sfocata, una fame atavica di vita che non conosce ostacoli. Edifichiamo civiltà su ipotesi azzardate e queste durano millenni. Siamo la trappola perfetta di Dio.



mercoledì 24 febbraio 2016

L'Era dell'Autocensura




“Se ne deduce che egli (Pasolini) pensa ad una società in cui pochi schiavi eterosessuali, a cui è proibito l'aborto, dovranno continuare a partorire degli eletti di classe superiore a cui sia invece consentita la libera e aristocratica pratica dell'omosessualità”

Umberto Eco, 1975

 

“Nella nostra società non è del tutto vero che gli omosessuali siano discriminati e perseguitati. [..] vengono discriminati gli omosessuali poveri. Gli omosessuali ricchi hanno diritto alle loro "pratiche preferite". [...] non sarebbe il caso di smettere di dire "noi omosessuali", per cominciare a dire "noi omosessuali proletari" e, all'occorrenza, "noi proletari"?”

Umberto Eco, 1975

 

Qui Eco, malgrado (credo) lui stesso, ha espresso una vera profezia sul futuro che ci aspetta. All’epoca tutto questo aveva il sapore di una battuta. Nel 1975 Eco poteva ancora permettersi queste uscite sul Corriere.

Dopo, morto Pasolini, è stato preso dai sensi di colpa, presumibilmente.

In seguito, il dissolversi del comunismo e dei partiti, aprirono una nuova era. I susseguenti vent’anni di berlusconismo avrebbero talmente tanto assorbito ogni aspetto della realtà, che non ci sarebbe stato più posto per altro. Individuato un nemico che vada bene a tutti, l’intellettuale si rilassa.
Una cosa però, è certa: quella libertà che avevano allora i cosiddetti intellettuali (tutti quelli che se la volevano prendere), di dire qualunque cosa pensassero veramente, giusta o sbagliata che fosse, non esiste più.
Il Soviet Europeo non ha nemmeno bisogno di censure: ci pensano gli addetti stessi ad autocensurarsi, con una auto programmazione cerebrale senza precedenti.
Il motivo è, di base, uno solo: la pagnotta.
Questa pagnotta ha veramente un grande valore, mi sa.
Un giorno, tra tanti anni, se chi ci sarà (tolto il tempo impiegato per sopravvivere) ne avrà voglia, studieranno questo curioso fenomeno.
Chiameranno quest'epoca, l'Era dell'Autocensura.