Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

giovedì 30 maggio 2013

La Bestia



Da un paio di anni le mie giornate sono diventate battaglie contro ansie e strani malesseri. Vertigini, dolori muscolari, tensioni insopportabili al diaframma, alle braccia, coliti la mattina se devo uscire di casa molto presto, movimenti intestinali, nausee, senso di spossatezza. Non ci sono cause organiche.
No, la guerra al mio corpo è stata dichiarata dalla paura radicata nella mia mente.
Ha deciso di sopraffare il mio organismo, per ridurmi in schiavitù.
La cause sono legate a tanti fattori (inutile parlarne qui), sviscerate durante le sedute psicoterapeutiche che ho dovuto iniziare a fare, da quando nel marzo 2011 ho rischiato di fare un incidente sulla tangenziale di Bologna a causa di un improvviso e fulminante attacco di panico.
Siccome sto cercando di guarire, di trasformare questa cosa atroce in una esperienza passata, la Bestia dentro di me reagisce: non ne vuole sapere di sloggiare. Il mio corpo viene bersagliato da segnali di cedimento.
La Bestia è la Paura.


È come se la Bestia inconscia e ferita volesse gridarmi disperata di fermarmi, che sono in pericolo, che tutto intorno a me è instabile, che un tragitto di 500 metri a piedi o tre fermate di metropolitana, o peggio una tangenziale o una galleria o una autostrada, sono un abisso incolmabile di dolore, fatica e terrore allo stato puro. La Bestia mi urla spaventata che il mondo è una gigantesca trappola mortale e che non c’è rifugio da nessuna parte, che l’universo è un posto disperato, vuoto, senza amore, senza conforto, in cui tu sei disperso, come un bambino abbandonato in una foresta al calar della notte.
Il mio corpo è stanco di essere subissato da questa angoscia, stanco di sentirsi circondato, risucchiato in basso.
Siccome io non cedo, né ho intenzione di farlo, la Bestia dentro di me, mi lancia contro strizzature toraciche, vertigini, senso di instabilità sotto i piedi, tensione alle spalle, alle braccia, al petto, alla nuca, la Bestia mi vuole immobilizzare nel suo mondo fatto di paura, dolore e morte.
Ma io non cedo. Ho imparato a combattere arrendendomi. Vuoi che svenga? dico alla Bestia. Va bene, svengo. Poi succede sempre che non svengo e che faccio un passo dopo l’altro e la sera sto molto meglio perché, se sono a casa, la Bestia è tranquilla, mi vuole a cuccia.
Quanta fatica, vivere così. Non posso prendere la Bestia di petto. Ho provato e le conseguenze sono state disastrose. No, la Bestia è furba. Per sconfiggerla devi comportarti come se ti sottomettessi. Allora lei, curiosamente, sparisce, si accuccia da qualche parte. Si manifesta in modo talmente terribile che dovrebbe annichilirmi (in passato ci è quasi riuscita), ma se io cedo, a livello corporeo, cioè mi arrendo ai suoi attacchi, lei sparisce.
Stamattina dovevo uscire prestissimo e ho provato, come al solito, mal di pancia. Passato il mal di pancia è venuta una spossatezza indicibile, gambe pesanti. Ho fatto i miei soliti chilometri di traffico in mezzo alla città, ho sopportato, mentre guidavo, di sentirmi la cassa toracica chiusa in una morsa, come succede quasi sempre ultimamente. Ho parcheggiato, ho preso la metropolitana per andare a sbrigare le commissioni per il mio secondo lavoro, in uno stato di prostrazione. Respirando, respirando, sono andato dove dovevo andare e ho fatto quello che dovevo fare. Sbrigato le commissioni in programma, stavo un po’ meglio, ho ripreso la metropolitana tranquillamente. Una fermata prima di scendere la Bestia mi ha assalito all’improvviso.  Qualcosa in me è crollato, di colpo, all'altezza della nuca, all'altezza del diaframma. Mi sono sentito svenire, mi è venuta la tachicardia e mille spilli hanno cominciato a pungermi le braccia. Mi sono lasciato andare, appoggiandomi alla parete posteriore del vagone, sempre sull’orlo della voglia di mettermi a urlare, buttarmi per terra o chiedere soccorso, mentre le Bestia gridava scappa, scappa, scappa, non ce la faccio più, voglio uscire. Fammi uscire da qui.
Fammi uscire, ti prego, non voglio morire qui, ora, così, fammi sdraiare, fammi rivedere il cielo, fammi andare a casa, ti prego, ti prego, ti prego, ho paura, non ce la faccio più a vivere così.
Sentivo le urla della Bestia nell’orlo della mia mente. Ma stavo lì, mi lasciavo andare e mentre la parte Bestia della mia mente gridava, un’altra si manteneva tranquilla, aspettando che la metro arrivasse alla fermata e le porte si aprissero. Respiravo un po’ affannosamente, non so se qualcuno si sia accorto di qualcosa.
Ho camminato lentamente cercando di rilassarmi.
Non è facile vivere sempre in guerra. Certo, potrei risolvere con degli psicofarmaci.
Ma per ora non voglio. Me li tengo come soluzione estrema.
Gli psicofarmaci non risolvono il problema, lo smorzano addormentandolo.
No, io voglio rimanere lucido, voglio affrontare questa sofferenza. Spero sempre che un giorno avrò la forza di guardare la Bestia dritto negli occhi. Allora so che lei si trasformerà e ci abbracceremo, finalmente una sola cosa. La Bestia vuole scappare da una vita che sa essere ingiusta, ma se la fuga è impossibile, la Bestia deve usare questa forza bestiale in un altro modo che distruggermi.
Voglio trovare il modo che la Bestia si diverta invece di devastarmi.
Panico deriva da Pan, il dio che scatenava l’orrore, ma anche gioia di vivere oltre i limiti.
Pan è Dioniso. Il Dio ebbro.
Il panico è qualcosa di estremamente vitale. È atroce convivere con esso, vorresti essere lobotomizzato, non provare nulla, per non sentire quegli spasimi.
Ma se ci si guarda intorno, se si vede come tutti accettiamo a capo chino che la nostra vita venga umiliata, spossessata, alienata, ci si stupisce che la gente non si metta a urlare. Invece sembrano tutti così rassegati, oppure corazzati, oppure al loro va bene che tutto sia così com'è. Sono adattati o sono zombie o entrambe le cose? Non voglio giudicare.
Il panico è una reazione comprensibile di una vita che si sente ancora viva.
La Bestia ha anche le sue ragioni. Ma io devo e voglio trovare il modo che queste ragioni divengano ebbre di gioia, piuttosto che mortifere.
Desidero riavere indietro la mia vita. Desidero sentire ancora la tranquillità di esistere, fare quello che devo e voglio fare, desidero avere fiducia in me e nel mondo. Il mondo non crolla, è sempre qui e sarà qui per miliardi di anni, con il dolore, ma anche con la gioia. Io ci sono e sono vivo.
 Sto cercando di usare la Bestia come un maestro che mi sta insegnando qualcosa di importante su me stesso. È l’unica strategia possibile. Se riesco ad addomesticare questa Bestia potrò, in qualche misura, magari un giorno aiutare anche le persone (e sono tante, credo) che vivono con questo problema.

28 commenti:

  1. Conosco la Bestia, mi ha morso quando avevo 26 anni e nella depressione (malattia mamma) ho commesso l'errore di credere che i psicofarmaci mi potessero dare una mano.
    Si, una mano sopra la testa che ti spinge sempre più giù...
    Poi mamma mi disse che io ero la sola che poteva uscirne e così è stato, ce l'ho fatta anche se con qualche umana difficoltà.
    Quello che ti posso dire nella mia esperienza è che effettivamente non è sterile il suo lascito, infatti è come se ora conoscessi l'indirizzo della Bestia, le sue abitudini e soprattutto che faccia ha.
    Saprai riconoscere quando lei vuole entrare e spontaneamente saprai tenerla fuori da te, non crederai a te stesso!
    E' proprio vero che "se la conosci, la eviti".
    Buona serata, Maura.

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    1. Grazie Maura, grazie infinite per l'incoraggiamento e queste parole sagge. Una buona serata anche a te.

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  2. hai ragione...il panico è voglia di vivere, ma una vita diversa...forse dovresti solo domandarti cos'è quello che non ti piace della tua esistenza, e che forzatamente "devi" fare... se riesci a venire fuori dal "devi", ritroverai la tranquillità che agogni...so di aver scritto un' ovvietà alla Catalano...ma spesso le risposte sono più semplici di quanto immaginiamo.

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    1. Cara S. quelle che scrivi sono tutt'altro che ovvietà. Purtroppo le risposte semplici a volte non sono facilmente applicabili.

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  3. Comunque, l'erba può aiutare. Provaci.

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    1. L'ho constatato, almeno temporaneamente, ma, essendo illegale, dovrei bazzicare gente equivoca per procurarmela. Ho già abbastanza casini.

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  4. Caro Massimo, magari l'avrai pure dedotto leggendo qualche cosetta scritta in Galassia, ma l'attacco di panico lo conosco molto intimamente pure io; ne conosco l'orrore, la manifestazione paradossa, la capacità di prevaricazione di ogni logica. Non c'è poi da scavare in chissà quali meandri della psiche per scoprire che quel che manifesta ed esprime altro non è che il terrore del morire, preferibilmente per asfissia, mentre quella morsa di mano invisibile ti serra la gola.
    Si tratta di chimica neurocerebrale disordinata, lo sai bene, per questo io, alla luce della mia personale storia di ansia devastante, ritengo che il rifiuto aprioristico dell'aiuto farmacologico (professionalmente calibrato e controllato), certamente accompagnato da tecniche di presa di coscienza e consapevolezza di ciò che ci sta accadendo, sia un inutile presa di posizione, che rischia talvolta di risultare controproducente. Probabilmente tutto dipende dalla gravità e frequenza degli attacchi, suppongo, che è cosa molto soggettiva. Io, in auto, non potevo neppure più salirci, dato che la bestia arrivava puntualmente pochi minuti dopo aver girato la chiavetta d'accensione, ed a nulla valeva riconoscerla e sbugiardarla: ero il suo ostaggio, mi faceva tremare in modo incontrollabile le gambe, mentre una sorta di incendio interno mi annebbiava la vista, mi voleva morta.
    Non c'era occasione di vita "normale" e sociale in cui l'attacco non trovasse pretesto di manifestarsi: una seduta dal dentista, entrare in un negozio, il tentativo di dormire, ricevere amici a cena. Che inferno.
    La terapia giusta, prescritta dallo specialista competente, mi ha permesso di uscirne, mentre la pretesa di "analisi", provata prima, mi ha resa soltanto un po' più povera.
    I miei solidali auguri. :)

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    1. Cara Morena, non rifiuto a priori l'aiuto farmacologico. Temo solo di non poterne più fare a meno dopo. Conosco troppa gente che ne è schiava e dopo un farmaco ne deve provare un altro e cambiare dosaggio e subire effetti collaterali ecc. ecc.
      Quasi quasi è meglio l'erba.
      Quando dici che ne sei uscita, intendi che non hai più il problema e che sei riuscita anche a sospendere i farmaci?
      Grazie per gli auguri, ricambio di cuore.

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    2. Sì. Ho seguito una terapia prescrittami da un neuropsichiatra che mi ha curata per due anni consecutivi. Per inciso, prima di approdare a lui ero disgraziatamente capitata tra le grinfie di un perfetto idiota (e mi duole sottolineare che lavorava in una struttura pubblica)il quale mi prescrisse il solito xanax ( dopo tre giorni dall'assunzione una pillola di xanax lascia ancora tracce nell'organismo). La prima cosa che fece il nuovo specialista fu di eliminarlo totalmente e prescrivermi nuova cura con dosaggi via via riducibili, trattandosi di farmaci in gocce. Non mi hanno mai causato alcun problema di dipendenza, né effetti collaterali. Quando mi sentii "fortificata", fui io stessa ad interrompere sia le sedute di controllo, sia l'assunzione di qualsiasi ansiolitico, previa comunicazione al medico. Lui non tentò di farmi desistere dalle mie intenzioni. Sono passati quindici anni, non ho mai più assunto gocce né subito attacchi di panico gravi e destabilizzanti. Dal dentista (ché la bestia, infida, mi preferiva in situazioni di fragilità e leggera apprensione), poi, quando la sentivo cominciare ad armeggiarmi dentro, la tenevo cheta riempendomi ogni interstizio della mente con l' "Om".
      Quando è da un po' che ti sei liberato dagli attacchi di panico perché è stata ripristinata la giusta chimica neuronale, si riaffaccia piuttosto, di tanto in tanto, la memoria degli attacchi stessi: puoi avvertire allora la paura che ritornino. Ecco che ciascuno - allora sì - a quel punto avrà il suo personalissimo sistema di metterla a zittire.

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    3. Ti ringrazio tantissimo per questo commento, Morena. Non hai idea di quanto mi abbia incoraggiato.
      Un abbraccio.

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    4. È un anno che rimando una seduta dal dentista proprio perché so già che mi verrà un attacco di panico non appena mi siederò su quella poltrona.
      Sugli psicofarmarci la penso come Morena, se non lo si vuole non si diventa dipendenti. Basta essere consapevoli che li sta assumendo per fronteggiare un momento di malessere acuto e non per curarsi, ché in effetti non curano, ottundono solo i sintomi.

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  5. non ho vissuto direttamente questa esperienza, ma tramite mia moglie, che a distanza di dieci anni va ancora avanti con lo xanax (i medici di base e gli specialisti della sanità pubblica questo passano...) ma soprattutto con la capacità che ha acquisito di controllare l'evento. quando lo sente arrivare sa cosa deve fare e come si deve disporre per non farsi sopraffare totalmente dalla paura. un bicchiere d'acqua, una sedia e la consapevolezza che passerà in pochi minuti se non ci si lascia andare.

    da

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    1. Grazie per la tua esperienza, da. Nonostante ormai ho realizzato di essere un mezzo squilibrato, non ho mai preso uno psicofarmaco in vita mia e sono molto, molto restio a iniziare. La marijuana me gusta, ma è complicato averla e comunque non mi pare il caso di avviare una qualche dipendenza ...

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  6. Io ho sofferto di attacchi di panico per un breve periodo; evidentemente non avevano un'entità grave poiché sono riuscito a tenerli a bada senza alcuna terapia. Spesso insorgevano il giorno dopo una forte ingestione d'alcool. Ovviamente ho calmierato l'abitudine al bere (non sempre, tuttavia, riesco ad essere ligio alle consegne che mi sono dato). Una sola volta la mia compagna ha chiamato l'ambulanza; ricordo che quella sera mi sono rincoglionito di xanax e fughe di Bach. La musica celeste può essere un ottimo calmante. I miei auguri Massimo.

    A.

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    1. Io se bevo sto meglio ... è questo è molto, ma molto pericoloso. Per me la lucidità ha un valore, per ora.
      Sarebbe facile fuggire da tutto questo ubriacandomi o impasticcandomi ... certo, a mali estremi ... ma per ora riesco a resistere. Un giorno alla volta, come si dice.
      Bach, Brahms, sono miei amici da sempre.
      Eppure domenica mi sono commosso fino alle lacrime ascoltando un vecchio pezzo dei Pink Floyd, Comfortably numb. Volavo felice sopra le mie angosce.

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  7. Ma per lo xanax serve la ricetta?

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    1. Beh, per gli psicofarmaci direi che la ricetta ci vuole sempre. Se poi qualcuno ha uno spacciatore personale di xanax ...

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    2. Che vita grama...

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  8. Ma i fiori di Bach?

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    1. Non servono a una mazza, almeno per quanto mi riguarda. E' un po' fuffa new age.

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    2. Bene, così mi risparmio la fatica di provarli.
      Hai provato l'oppio? Me lo consigli?

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    3. No, l'oppio non l'ho provato. La marijuana rilassa, ma alla lunga la roba illegale porta casini.
      A volte, un bicchiere di vino aiuta. Ma è meglio non prenderci gusto. Ci manca solo che si finisce alcolisti.

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  9. Una descrizione talmente precisa e accorata da risultare al tempo stesso interessante e commovente. Ammiro la risoluzione a non assumere farmaci o droghe, nostante lo scotto che comporta. Le dinamiche descritte sembrano rientrare in una logica "ragionevole": eseguita la missione "pericolosa" ecco che arriva un po' di sollievo, ed anche il fatto che l'alcol sia in grado di fornire una dose immediata (ancorché effimera) di coraggio depone per una certa normalità di fondo - soltanto "sproporzionata" rispetto ad una valutazione "razionale". Certo disturbi di questo tipo possono forzare ad uno sguardo "originale" sulle cose del mondo, l'ideale sarebbe farne una fonte di elaborazione artistica, o letteraria, sembreresti averne gli strumenti. Ti auguro ogni bene.

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    1. Grazie, Elio_c per il tuo bellissimo commento.
      E' vero che c'è una certa dose di fascino estetico in certe magagne psicofisiche, ma non so cosa darei perché restino solo un ricordo.
      Certi giorni è proprio dura. Altri sono una specie di benedizione.
      Auguro ogni bene anche a te.

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  10. sono commosso da questa lucidissima autoanalisi, da questa razionale accettazione di sè, della vita e del mondo
    accettazione ma non cedimento,questa tua forza che non vuole cedere, che vuole continuare a combattere sapendo che le battaglie si possono perdere ma ci si può risollevare -
    di mestiere faccio il medico, mi accade di incotrare molte persone con questi problemi
    ti chiedo il permesso di far leggere loro le tue righe, credo che davvero possano essere davvero di aiuto a qualcuno, che possano essere terapia come e più di uno psicofarmaco
    con simpatia
    marco

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    1. Grazie per il tuo commento, Marco Eugenio. Non so dirti come sia incoraggiante. Certo, se credi che leggere queste righe possa essere di aiuto a qualcuno, fai pure.
      Ne sarò felice.
      Con simpatia ricambiata
      Massimo

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  11. " Voglio trovare il modo che la Bestia si diverta invece di devastarmi.
    Panico deriva da Pan, il dio che scatenava l’orrore, ma anche gioia di vivere oltre i limiti.
    Pan è Dioniso. Il Dio ebbro.
    Il panico è qualcosa di estremamente vitale".

    Un mio amico mi ha fatto riflettere su una cosa, tempo fa: gli attacchi di panico potrebbero essere visti come la meraviglia del vivere, dell'esser vivi che ci colpisce improvvisamente e ci sopraffà. Meraviglia dell'esser-ci.
    Dice che lui ha trovato tanto conforto in Heidegger. Da quando penso questa cosa riesco a gestire meglio le mie emozioni. Dai, coraggio, non sei solo a combattere questa estenuante lotta con la Bestia, ma appunto con, non contro. Un abbraccio leggero, che ti trasmetta leggerezza.

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    1. Grazie infinite Biancaneve, ricambio l'abbraccio.

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