Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

giovedì 27 dicembre 2012

Budd(h)ismo o dell’illuminazione illusa




Il mio inizio buddista è stato tutto fuorché casuale. Da sempre affascinato dalle religioni orientali, quando ho saputo che una mia amica praticava una specie di buddismo giapponese mi ci sono fiondato, come si dice. Era da un po’ di tempo che la vedevo cambiata, più sicura di sé, meno casinista e più concreta, ma lì per lì non ci avevo fatto troppo caso.
Il motivo per cui mi sono voluto buttare nel buddismo era che, pur ritenendomi ormai irrimediabilmente ateo, avevo una fame di spiritualità non appagata. Volevo qualcosa che desse un senso al tutto e che, in più, funzionasse. Il cambiamento della mia amica e la promessa che situazioni concrete trovassero soluzioni meravigliose, mi fecero decidere al grande passo (per me) di fidarmi di una qualche dottrina.
E così, un bel giorno di maggio 1988 ho iniziato a recitare il mantra e a imparare il libretto del sutra. Gongyo e daimoku e Nam Myoho Renge Kyo. Il Buddismo, senza acca, di origine giapponese.
Per raccontare tutto quello che ho vissuto e sperimentato ci vorrebbero pagine e pagine. Sono rimasto nell’universo della Soka Gakkai, questa apparentemente perfetta organizzazione laica buddista, da praticante indefesso (cioè costante fino al masochismo) fino al 2002.
Devo dire che i primi anni sono stati belli. Conoscevo un sacco di persone, visitavo un sacco di posti nuovi, il mio umore (loro lo chiamano stato vitale) era quasi sempre buono. Stavo bene, veramente. Ero giovane, mi divertivo. La pratica mi dava la possibilità (o l’illusione) di potere risolvere qualunque problema della vita quotidiana mi si parasse davanti.
Più o meno velocemente i miei amici di prima del buddismo sparirono per lasciare il posto a nuovi amici, tutti buddisti, ovviamente. Era una cosa naturale, che chi non condividesse con me la gioia della “verità assoluta”, dopo un po’ sparisse. 
Per come sto descrivendo la faccenda, tutto sembra essere il deliro di un malato e in certo senso può essere così, ma è veramente difficile spiegare la fascinazione assoluta che mi aveva pervaso, per questa pratica. Mi sembrava di aver trovato la risposta a tutte le mie domande: perché la mia vita è così come è? Perché molti si danno da fare e non ottengono mai nulla? Perché al mondo c’è tutta questa sofferenza? Esiste una vita dopo la morte? Ecc, ecc.
Mi sono reso conto di questa fascinazione assoluta soltanto dopo che me ne sono tirato fuori.


Non bisogna credere che non mi accorgessi subito delle magagne dentro l’organizzazione: le perversioni gerarchiche, l’ottuso conformismo e il livellamento verso il basso delle persone. Nessuno doveva spiccare troppo come individuo, perché i meriti erano tutti della pratica. Nello stesso tempo, ogni “responsabile” dell’organizzazione incarnava a vari livelli l’eroismo della dedizione alla fede, la sfida a innumerevoli ostacoli della vita quotidiana e varie altre amenità. Eroismo della mediocrità.
Vedevo tutto questo, da un lato ne ridevo, dall’altro prendevo queste situazioni come una sfida per mettere a tacere la mia propria enorme arroganza, della quale ero diventato acutamente consapevole e di cui mi vergognavo. Chi ero io per giudicare? Sapevo che le persone hanno vari livelli di comprensione e ritenevo che ognuno, grazie alla pratica, potesse diventare felice così come era, pur rimanendo una persona di mediocre intendimento. Nel buddismo c’era posto per tutti, anche per intellettuali sgamati come pretendevo di essere io allora. Mi illudevo, certo, ma ancora non lo sapevo. Mi illudevo su tutto, compreso sul mio essere intellettuale. Nel giro di pochi mesi di pratica la mia presunzione venne azzerata dalla comprensione impietosa della realtà della mia vita. Avevo 26 anni, non avevo né arte, né parte, dovevo lavorare per essere per lo meno indipendente. E basta. Trovare un lavoro fu il primo “beneficio” che attribuii alla pratica. Non era un granché, ma per me andava bene, per il momento. Questa cosa del lavoro mi aveva incoraggiato a darmi, in piena consapevolezza, completamente, al buddismo senza acca.
Ho coinvolto persino mio fratello, uno dei miei più cari amici e mia zia materna. Paradossalmente, a distanza di un quarto di secolo, tutti e tre praticano ancora senza dubbi né incertezze, soprattutto mio fratello. L’amica che me ne aveva parlato invece, ha smesso qualche anno prima di me.
Ho partecipato, “sfidandomi”  a tutti tipi di svariate attività proposte nel gerarchico mondo della Gakkai: responsabile di gruppo, poi di settore, Soka-Han (una specie di servizio d’ordine interno), ero nello staff della redazione del giornale dell’associazione, ho persino fatto il corso antincendio per accedere alla Sicurezza interna, quella che controllava lo svolgersi di grandi eventi, tipo la Mostra dei Diritti Umani, Il Festival dei Giovani, stronzate così, diciamo.
Senza colpo ferire, ho aderito a tutto quello che in fondo sembrava una specie di Comunione e Liberazione buddhista. Niente male per un ateo con tendenze anarchico insurrezionali. 
Tutte queste attività venivano svolte, non solo da me, ma da tutti quelli che le facevano, con lo spirito di “dare la vita”, un sacrificio che avrebbe riportato ricompense enormi, sia interiori che (soprattutto) materiali. Questo era quello che cercavano tutti. Attraverso la pratica e la “attività” buddista si poteva (anzi, era certo che sarebbe successo), attirare “buona fortuna”, “cambiare il karma”.
Quello che adesso sto scrivendo con tono un po’ sarcastico, era anche una mia convinzione. Intorno a me vedevo gente che dopo aver fatto “attività” ottenevano aumenti di stipendio, guarigioni da malattie, fidanzamenti con ragazze/i favolose/i, dopo anni di solitudine, fatturati più alti nelle loro imprese commerciali e, naturalmente, uno “stato vitale” (umore) più alto.
Io non è che avessi particolari “benefici”, ma quello dell’umore, ecco, quello sì. Per molti anni il mio umore è sempre stato buono, con una continuità che non ho mai più avuto da allora.
Questo mantra ripetuto per molto tempo, provocava una specie di senso di felicità senza motivo, una certa leggerezza, speranza, fiducia. Era una vera e propria droga.
Questo mi spingeva ad andare avanti.
Un’altra cosa che mi spingeva ad andare avanti era che, secondo il mistico ma inesorabile funzionamento della legge di causa ed effetto, smettere di praticare, equivaleva a mettere cause karmiche “negative”, cioè ritrovarsi addosso una sfiga tremenda. Allo stesso modo, non venerare nel modo giusto il Gohonzon (pergamena oggetto di culto raffigurante graficamente Nam Myo Ho renge Kyo), distruggerlo, danneggiarlo, equivaleva a essere condannati all’inferno, inteso come sofferenza senza fine in questa vita e nelle successive.
Sono sempre stato molto sensibile al tema del destino e della sfortuna o fortuna. Mi sono sempre visto in balia di forze superiori che decidevano per me. Con la pratica mi era sembrato di poter controllare queste forze, di poter essere io, una volta tanto a decidere il mio destino, grazie alla forza del mantra. Bastava seguire la via “corretta” e la mia vita sarebbe stata anch’essa “corretta”.
La legge mistica (Nam Myo Ho Renge Kyo) era contenuta in ogni cosa e ogni cosa, compreso la nostra vita, era espressione di questa legge. Era un po’ il concetto della Forza in Guerre Stellari.
Sarebbe stato folle andare contro nientepopodimeno che la Legge dell’Universo.
Credevo a tutto, compreso alla favoletta che buddhismo e scienza, a differenza di cristianesimo e scienza, non fossero in contraddizione tra loro. Non c’era niente di magico nel buddismo, certo, però guarda caso il mantra veniva usato come una formula magica. La Forza (la Legge dell’Universo) è dentro di te, tu stesso sei questa forza, però se non fai le cose correttamente (cioè secondo i dettami dell’organizzazione) questa Forza non si attiva o peggio, ti si ritorce contro.
Ripensandoci, c’era molto di cinematografico e coreografico in tutto quel baraccone filogiapponese.
Io ci stavo dentro abbastanza bene, perché c’era molta energia, perché mi permetteva di conoscere varie persone, alcune anche molto simpatiche e mi dava l’illusione di poter trasformare tutto.
Nei fatti però, ero ancora in balia di vari meccanismi di superstizione.
Volevo disperatamente credere. Volevo anche io quei “benefici incredibili” che sentivo raccontare durante le riunioni.
Nel corso degli anni di pratica ho dovuto invece affrontare tutta una serie di problemi. Avere questo mezzo, questa religione, nonostante la mia sfiducia cronica, mi faceva sentire più sicuro. E in effetti, mi muovevo più agevolmente in mezzo alle correnti della vita. Almeno, questo era quello che pensavo. Naturalmente, non sono in grado di dire se, senza pratica, ce l’avrei fatta lo stesso a superare tanti ostacoli o se, addirittura, certe cose non mi sarebbero nemmeno capitate. Perché quello che è certo è che me ne sono capitate di tutti i colori.
Nel 1992 ho avuto una broncopolmonite che mi ha lasciato come strascico una forma di asma allergica. Ci ho messo quattro mesi a scoprire che era asma, quattro mesi in cui mi svegliavo tutte le notti alle 4 e tossivo fino a vomitare. Ci ho messo un anno a trovare il farmaco giusto e attenuare e poi annullare gli attacchi. Sembravo uno zombie, ero verde in faccia. Io andavo avanti imperterrito a praticare e paradossalmente in quella situazione ero riuscito perfino a sentirmi di umore felice, a fidanzarmi con una collega diciannovenne (avevo 31 anni), ad avere un’energia pazzesca nonostante certe volte non riuscissi a respirare. Insomma andavo avanti come un treno e attribuivo questa cosa alla pratica. Naturalmente sia la polmonite che l’asma erano un manifestarsi del karma delle vite passate, pensavo, ed ero fortunato che fosse successo. Mi avrebbe permesso di saldare i miei debiti karmici e ottenere la buddhità, l’illuminazione in questa vita.
Mi capitava un problema sul lavoro e grazie alla pratica lo risolvevo. Mi capitava una magagna di qualche tipo con la padrona di casa e, tac, un po’ di mantra e risolvevo tutto.
Insomma, come si dice, nonostante le difficoltà ci stavo proprio dentro. Era il mio buddismo. Senza acca.
Certo, alcuni nodi proprio non volevano sciogliersi. Ad esempio, trovarsi a fare lavori di cui non ti importa nulla, solo per sbarcare il lunario. Avere relazioni sentimentali nelle quali non riuscivo mai a sentirmi totalmente coinvolto. Questo problema delle allergie che da allora mi preclude tutta una serie di alimenti, non mi faceva sentire a posto.
Ma ero certo che prima o poi avrei risolto tutto, in qualche modo.
Avevo fiducia nel buddismo. Magari non tanta in me, ma nel buddismo sì. Devo dire che, ripensandoci, in me c’era proprio un lato fanatico. C’è una sorta di fanatismo nel modo con il quale affronto le cose, spesso assolutista, vita o morte, sforzi inenarrabili di volontà e auto coercizione, nel fare le cose, allora nel praticare, oggi nel rispettare impegni magari non richiesti, che spesso si traducono in risultati frustranti e mediocri. Sì, c’è stato un tempo in cui avrei potuto dare la vita per una idea. Come se dovessi dimostrare qualcosa a qualcuno che, per altro, se ne fotte di quello che faccio. Un continuo agitarsi per niente. Era così allora. Volevo essere fedele a una immagine, l’immagine del bravo buddista. È vero, in qualche misura sono stato fanatico. Devo ammetterlo. Se le cose avessero preso una piega diversa, il mio fanatismo religioso si sarebbe sviluppato ancora di più. La mia fortuna è che le circostanze mi abbiano bloccato il fanatismo religioso sul nascere.
Perché ci tenessi tanto a voler rispecchiare una immagine ideale, non lo so ancora bene. Forse questa è la radice di ogni fanatismo. Mamma guardami! Papà, guardami! Dio, guardami! E così via.
Forse era l’aspirazione a una vita eroica, sopra le righe, non banale, insomma tutta una serie di cazzate adolescenziali irrisolte ecc, ecc. L’origine della stupidità maschile. Se trasformata è positiva. Nella storia dell’umanità raramente questa aspirazione mi sembra sia stata trasformata in modo positivo.
Cosa ha fermato questo processo che mi avrebbe portato ad essere ancora adesso nell’organizzazione e a raccontarmi la favoletta dei benefici e dello scopo della pace nel mondo?
Due fattori.
Uno, era una specie di tarlo interiore. Tutta la parata dell’organizzazione era un continuo sforzo di annullare la cosiddetta parte oscura della vita, a minimizzare il dolore, l’angoscia, le sconfitte, a incitare alla “vittoria totale” sull’oscurità, la “vittoria contro i demoni”, a cancellare le impressioni negative, a glissare continuamente sui comportamenti ipocriti dei membri e dei responsabili. Tutti parlavano allo stesso modo, pensavano allo stesso modo, ti guardavano stupefatti se dalla bocca ti usciva una critica. Ma bisogna guardare prima se stessi, dicevano. Vero. Ma questa cosa impediva di cogliere il vero problema. Come si può ottenere il risveglio interiore, l’illuminazione, se si è spinti continuamente verso un conformismo pressoché assoluto? Non è questa una contraddizione con la dottrina buddhista di Gautama che dice che ognuno deve risvegliarsi da solo? Inoltre, man mano che passavano gli anni, da una certa libertà naif di fare ed essere, si era scivolati in un vero e proprio culto della personalità del Maestro, il presidente della Soka Gakkai, Daisaku Ikeda.
Ikeda era onnipresente, si studiavano i suoi discorsi, si vedevano i suoi filmati, si compravano i suoi libri. Quando è venuto a Milano nel 1992, sono riuscito a vederlo e ad assistere a una specie di psicosi collettiva. Quando è apparso ho avuto la sensazione di averlo sempre visto, nel senso che sembrava uno che vedevo tutti i giorni, da tanto mi sembrava presente. Anche altri hanno avuto la stessa sensazione. Ikeda aveva detto poche parole, nessuna memorabile e se ne era andato. L’effetto era incredibilmente gigantesco, per quello che si era realmente svolto. Era una cosa mistica, dicevano. No, ho pensato io, anni dopo. Era la stessa cosa che succedeva quando parlavano Hitler e Mussolini. Una fascinazione legata al bombardamento propagandistico cui eravamo costantemente sottoposti.
Ikeda di qua, Ikeda di là. Il mio Maestro. Eterno Maestro. E me lo ero pure fatto andare bene, tanto che mi ero emozionato tantissimo in quell’occasione. L’ho rivisto a Firenze nel 1994 e la gente aveva avuto la stessa reazione. Invece di assistere allo spettacolo che avevano allestito, la gente fissava lui. Con adorazione. Come se avessero visto Gesù camminare sulle acque. Un uomo eccezionale, dicevano. Un Buddha vivente. E anch’io lo credevo. Il mio Maestro.
Ma Maestro di che? Il tarlo mi rodeva. Come si può ottenere la consapevolezza, l’illuminazione, se l’unico modo è passare attraverso l’adorazione pubblica di un uomo? Se io sono un Buddha e il Maestro è un Buddha, forse ci sono Buddha di serie A e quelli di serie B, o C ecc, ecc.
Ma poi quali erano questi insegnamenti? Combatti. Vinci. Non arrenderti mai. Combatti i nemici della giustizia. Non abbandonare mai la Soka Gakkai. Naturalmente. Allucinante.
Io credevo a tutto, ma il tarlo lavorava, dentro, inesorabile. Io, dove ero finito, lì in mezzo? Massimo dov’era? Cosa stavo diventando? Era reale tutto questo?
Questi interrogativi erano per lo più inconsci. Desideravo disperatamente credere. Perché lo desideravo? Perché era l’unico modo per sentirmi parte di qualcosa. Perché mi sembrava l’unico modo per risolvere i miei problemi insolubili e insoluti. L’amore, il lavoro, i soldi, la salute. Se lasciavo la Gakkai, cosa sarebbe stato di me?
Avevo cominciato da qualche anno a lavorare nell’editoria, uno dei miei più grossi “benefici”. Volevo credere che tutto si sarebbe definitivamente trasformato nella mia vita. Successo professionale, sentimentale, famiglia, figli.
Poi, all’inizio del 2000, subentrò il secondo fattore, decisivo, esterno, questa volta.
L’organizzazione aveva deciso di dare un’impennata al numero delle conversioni. Bisognava aumentare assolutamente di numero, fare proseliti.
Ho dimenticato di dire che uno dei modi, forse il principale, per ottenere “benefici” era quello di parlare agli altri della pratica. Si chiamava “fare shakubuku.”
Si era avviata una attività gigantesca, centinaia di riunioni, ribaltamento degli organigrammi, coinvolgimento selvaggio dei giovani che venivano letteralmente “addestrati” ad essere duri e inflessibili nel propagare l’insegnamento. Si era ritenuto che essere severi (molto severi) fosse la forma giusta di compassione per gli esseri. Nessuna debolezza di carattere poteva essere tollerata.
Ognuno di  noi era spronato a mettersi obiettivi personali giganteschi, “impossibili”, sfidando ogni debolezza, ogni demone, ogni oscurità.
Il numero di membri da raggiungere in tutta Italia (35000 persone) era molto alto, dato che eravamo in poco più di ventimila e la scadenza era il 18 novembre 2000.
Per ottenere quell’obiettivo di adesioni di persone nuove in meno di un anno occorreva uno sforzo enorme. Riunioni su riunioni su riunioni, si batteva il chiodo sulla fede, sul non risparmiarsi, sul “dare la vita”, sulla disciplina. I “vecchi” responsabili, abituati a una maggiore elasticità vennero rimossi da un giorno all’altro, scatenando un putiferio indescrivibile. I “nuovi” responsabili si dettero a comportamenti che si possono solo descrivere come fascisti. Prevaricazioni, urla, accuse di tradimento, di “sporcare l’insegnamento”, visite a casa per convincere il membro di turno a smettere di frequentare Tizio o Caio perché “traditori”.
Ci furono casi di vere e proprie molestie o di calunnie terrificanti. Un responsabile venne accusato di maltrattare la moglie, accusa poi rivelatasi infondata, ma sufficiente per essere cacciato via dall’organizzazione.
Io lavoravo all’epoca, come editor di un mensile. Praticamente facevo il giornale da solo, non so neanche come (adesso non sarei più in grado di fare una roba del genere). Dovevo badare al lavoro che mi impegnava 10-12 ore al giorno e poi correre a fare riunioni buddiste.
In cuor mio, mi sentivo un eroe, pronto a sfidare il destino.
Non sentivo nemmeno la fatica. Allucinante, a pensarci adesso.
Una parte di me, da bravo soldatino, accettava i cambiamenti dell’organizzazione e anzi, ero contento che ci fosse maggior disciplina. Volevo dar prova del mio valore. Giocavo al samurai.
A un certo punto però, il disastro in cui versava l’organizzazione non era più possibile non vederlo.
Per tutto il 2000 e tutto il 2001 vennero “epurati” un sacco di vecchi alti responsabili. Si creò così un vero e proprio scisma, due organizzazioni in una. Quella “ufficiale” e quella dei “vecchi” responsabili. Un casino assurdo del quale i membri più in basso nella scala gerarchica (tra i quali c’ero io e migliaia di altre persone) sapevano poco o nulla.
Quando due “nuovi” responsabili (in realtà ci conoscevamo di vista più o meno tutti) vennero a casa mia per informarmi che alcuni dei miei più cari amici erano dei “traditori”, venni preso alla sprovvista. Ci si aspetterebbe che io avessi preso subito le loro difese, ma non fu così e me ne vergogno ancora adesso. La verità è che non sapevo a chi credere.
C’era un “insegnamento corretto” stabilito dall’Eterno Maestro Ikeda, che era nero su bianco nei discorsi che leggevamo tutti i giorni. Non bisognava avere riguardo per i “traditori”. Dovevano essere “denunciati”. Non farlo equivaleva a essere complici e quindi “tradire” il Buddismo e finire nell’inferno di incessante sofferenza.
Io non sapevo come comportarmi. Era una situazione paradossale. Sembrava di essere ai tempi delle purghe staliniane. È difficilissimo da spiegare. In una situazione normale, avrei semplicemente buttato fuori quei due deficienti che si sono presentati a casa mia. Ma qui non c’era nulla di normale. Quei due rappresentavano l’ufficialità dell’organizzazione. Rappresentavano la versione “corretta” dell’insegnamento. Non dare retta a loro, significava vanificare i miei sforzi di mettere cause positive nella pratica. Significava attirarsi ancora la “sfortuna”. E se avessero avuto ragione?
Rimasi in sospeso. Volevo sentire anche l’altra campana.
Il risultato fu che le due fazioni in lotta mi considerarono entrambi un “traditore”.
Mi sentivo tirato da una parte all’altra e volevo cercare di trovare un dialogo, un punto comune, ma sembrava che fossero impazziti tutti.
Il 10 settembre 2001 ci fu una grande riunione a Milano, nella quale uno dei miei amici, avrebbe dovuto essere accusato pubblicamente di essere un “traditore”, una vera e propria autoaccusa di tipo maoista. L’uomo si mette sul palco e di fronte a tutti ammette le sue colpe. Io non potevo credere alle mie orecchie. Questo si autoaccusava di avere alterato alcune frasi di un discorso di Ikeda o qualcosa del genere, ma che l’aveva fatto per rendere più chiaro l’insegnamento ecc, ecc.
Successe il finimondo.
Si sentiva gente urlare una contro l’altra, bravi buddisti che volevano la pace nel mondo erano sul punto di mettersi le mani addosso, e venivano trattenuti da gente che urlava, una signora anziana era per terra, sul pavimento, svenuta. Chiamarono un’ambulanza.
Venni via dalla riunione con una sensazione tremenda, come se mi crollasse addosso il mondo.
Il giorno dopo, guarda caso, un pezzo di mondo vecchio effettivamente crollò, un po’ per tutti.
Da quel giorno il mondo per me non è stato più lo stesso e non tanto, non solo, per le Torri Gemelle.
Non volevo lasciare la pratica sulla quale avevo investito così tanto la mia vita, ma tutta la follia che vedevo intorno a me mi sembrava ogni giorno più intollerabile. Tutto stava crollando. Dove mai poteva trovarsi l’illuminazione in mezzo a quella miseria?
L’inizio del XXI secolo ha coinciso per me, con il crollo di tutte le ultime illusioni.
Per qualche mese sono andato avanti con le mie “attività” buddiste. Correva voce che Ikeda sapesse tutto della situazione italiana ma che non volesse prendere posizione per evitare il disfacimento dell’organizzazione.
Ma non sarebbe stato meglio, pensavo, disfare tutto, cacciare via questi delinquenti fascisti e ricominciare daccapo? Invece niente. Dall’Eterno Maestro neanche una sillaba sulla questione.
Inaspettatamente, dopo tutta questa violenza, i “vecchi” responsabili epurati e i “nuovi” trovarono un accordo e si rimisero a dirigere l’organizzazione in modi e toni più lievi e sereni. Ma ormai il danno era fatto. Tantissime persone si allontanarono dall’organizzazione. Io continuavo con sempre meno convinzione e sempre più rabbia dentro. Ormai mi facevano schifo tutti, sia i “buoni” che i “cattivi”. Alla fine nel cominciare quel disastroso progetto di proselitismo del 2000 erano stati d’accordo tutti. Ora facevano finta di perdonarsi, perché nel buddismo non esiste torto o ragione, dicevano, ma l’unità di entrambi, che solo una mente illuminata può percepire.
Ma Ikeda non aveva detto che non si poteva accettare nessun compromesso con i “traditori”?
Le contraddizioni erano enormi.
Decisi di scrivere a Ikeda direttamente, spiegando le mie ragioni, esponendo i miei dubbi, come a un padre, come a una persona illuminata che potesse capire. Tanti hanno fatto la stessa cosa. Scrivevano e una solerte giapponese traduceva e inviava a Tokyo, dove risiedeva l’Eterno Maestro.
È inutile dire che la mia lettera, anzi, nessuna lettera inviata da nessuno, ha mai ricevuto risposta.
Da quel momento ho smesso di andare alle riunioni. Non mi sono più fatto vedere per molto tempo, da nessuno di loro.
Pur recitando ancora il mantra, ogni tanto, non ho più voluto sapere niente di dottrine e insegnamenti “corretti”.
Ho cominciato ad avere grossi problemi di lavoro, ma ho resistito all’idea di considerarli una “punizione” per avere abbandonato l’organizzazione. Erano piuttosto, un misto tra le conseguenze delle mie azioni passate, basate sulla mia insicurezza, e semplici eventi causali, legati alla vita in generale. Non colpe, ma fatti da vivere. Ho aperto gradualmente gli occhi su tutta questa follia ed è stato incredibile, come un secondo “vero” risveglio.
Ho cominciato a informarmi, su Internet, su altri testi buddhisti, a leggere o rileggere libri che avevo accantonato perché mi parevano non in linea con il furore ottimista della pratica.
Ho cominciato a sperimentarmi come essere “libero”. Sapevo che una libertà assoluta non si può dare al mondo, ma avevo compreso che il processo di “liberazione” dalle illusioni, è l’esperienza più importante e anche, perché no, esaltante che può compiere un essere umano.
Mi è presa una specie di frenesia demistificatoria. Ho cominciato a fare le pulci a ogni credenza, ogni settarismo, ogni ideologia. Ho assecondato in un certo senso la mia “normale” sfiducia” nell’uomo e nel mondo, ma ben presto mi sono accorto di quanto anche questa sfiducia fosse una credenza come un’altra, una valutazione non completamente razionale. Non credo che abbia senso essere pessimisti, più di quanto abbia senso essere ottimisti. Sono entrambi pregiudizi. La realtà è sempre più complessa.
Ho vissuto in piedi, da solo, sulle mie gambe, da allora. Non ho avuto più la tentazione di attaccarmi a qualcosa o qualcuno, lo so che non c’è nessuno là fuori. Se c’è una Forza, è dentro di me. Se non c’è, è come se ci fosse lo stesso. Da quando non ho più “illusioni” l’ansia, la paura, è diventata la mia compagna più inseparabile. Convivo con l’ansia, ma almeno vivo nella verità o, per lo meno, non vivo nella menzogna.
La mia vita (nel senso che appartiene a me) è cominciata a 40 anni. Non è un granché come vita, ma è tutto quello che c’è. Sto imparando. Ho fatto, in questi 10 anni molte cose interessanti, altre un po’ meno. Cerco di fare un passo alla volta.
Per anni ho sentito un rancore atroce contro l’organizzazione per essere stato preso in giro, ma poi ho capito di aver preso in giro me stesso. Forse, semplicemente, non potevo fare altro. Non è una consolazione, ma purtroppo è la verità. Adesso va bene, è passata anche questa, posso perfino riderci sopra.
Studiando un po’ e informandomi sulle psicosi di gruppo, le psicologie dei movimenti di massa, il fenomeno del cosiddetto carisma, ho compreso che quello che avevo vissuto era né più, né meno, un lavaggio del cervello. Questo pericolo è onnipresente in qualunque relazione sociale, perché la mente umana, anche quella della persona meno sprovveduta, è facilmente influenzabile e ingannevole. Credo anche che questo sia proprio il problema principale della razza umana. Desideriamo tutti vivere in qualche illusione. Senza illusioni, la nuda vita è atroce.
Ma l’illuminazione non può essere illusa. Se c’è risveglio, deve essere proprio un destarsi dal sonno e vedere le cose, per la prima volta, con nuovi occhi. Farsi toccare dal sole della realtà, anche a costo di bruciarsi un po’.
Posso dire di avere toccato con mano la radice del fanatismo e della stupidità. Posso dire che ogni momento di vero “risveglio” interiore, ogni piccola presa di coscienza, è un miracolo per me.
Ho ricominciato a scrivere, cosa che avevo accantonato per 14 anni. Troppo preso a far scaturire ad ogni costo la gioia per soffrire su una pagina bianca.
Ho suonato il pianoforte in contesti per me favolosi e impensabili, prima. Se avessi praticato sarebbero stati “benefici” incredibili da raccontare. Ma non stavo praticando.
Un altro aspetto della mia psiche è che, dietro la mia scorza razionale, sono soggetto a credere alle superstizioni. Fortuna e sfortuna, karma, destino, ecc, ecc. Ovviamente praticamente sempre in senso negativo. È stato il desiderio di proteggermi da un senso di sfortuna innato, quello che mi ha spinto a praticare il buddismo senza acca.
Nel marzo del 2004 ho suonato al Teatro Strelher con Milva e Alda Merini, di fronte a 800 persone e in una occasione così grande, mi sono rifiutato di recitare il mantra propiziatorio.
Io non volevo più essere schiavo della fortuna o della sfortuna. È andato tutto benissimo lo stesso.
Non dovrei dirlo.
La mia anima superstiziosa è tuttora difficile da convertire. Illusione e illuminazione si mescolano insieme. 

3 commenti:

  1. mi è molto piaciuta questa esperienza di vita e come è stata descritta dall'autore. Anch'io mi sono avvicinata tramite amici a questo buddismo giapponese, anche se da subito ho capito che non mi corrispondeva perché gli obbiettivi che si proponevano e per i quali si doveva recitare il mantra, erano fondamentalmente egoisti. Inoltre non si toccavano temi come ad esempio il dover essere vegetariani ponendosi quindi il problema del rispetto per tutte le forme di vita. Un altro punto dolente che ho potuto constatare anch'io come Massimo, è il culto della personalità del maestro. Credo che il detto buddista che consiglia di uccidere il budda qualora lo si incontri, si riferisca proprio a questa propensione malsana della psiche umana, causa di tanta sofferenza che proprio il buddismo si propone di superare.

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  2. Il mio commento è diviso in due parti perché ho superato i 4.000 caratteri

    Ciao, sono una giovane donna di 29 anni, sono molto incuriosita dalla pratica buddista della Soka Gakkai. Da diversi mesi partecipo agli zadankai e sto pensando di ricevere il Gohonzon. Il tuo articolo è toccante ed è scritto molto bene. Mi sono avvicinata al buddismo con spirito critico e con spirito di ricerca. Mi sto informando, sto cercando di prendere consapevolezza di tutti gli aspetti dell’organizzazione che mi piacciono e di quelli che al contrario non condivido. Sto leggendo qualche saggio scritto da sociologi, antropologi e studiosi di storia delle religioni sulla diffusione dei nuovi movimenti religiosi e in particolare sulla Soka Gakkai. Avendo studiato antropologia culturale, mi sono avvicinata alla Soka Gakkai anche con spirito di ricerca. Le prime volte che sono andata agli zadakai continuavo a ripetermi che in fondo era antropologicamente interessante, ho persino scritto qualche progetto di ricerca antropologica, ma la verità è che allo stesso tempo ero alla ricerca della mia spiritualità. Non riuscivo ad ammetterlo a me stessa, ma per la prima volta nella mia vita mi stavo realmente avvicinando ad una pratica religiosa e per la prima volta provavo un coinvolgimento emotivo forte. Ho cominciato a pensare che una volta completato questo percorso di approfondimento e studio (dove studiare non vuol dire solo leggere testi pubblicati dalla Soka Gakkai) avrei potuto decidere se abbracciare totalmente la pratica e prendere il Gohonzon oppure no. Nel corso degli ultimi mesi ho cambiato spesso idea a riguardo, ma proprio in questo periodo mi sto sentendo più vicina alla pratica. Mi chiedo: “se a distanza di mesi qualcosa mi spinge sempre a frequentare il gruppo e a praticare, tanto vale provare ad ‘abbandonarsi’ del tutto.” La fede è un abbandono. Posso dire di ‘credere’ nel vero senso della parola, di provare quella tanto ricercata fede? In realtà no. La verità è che secondo me ognuno deve trovare il suo percorso per essere felice, ma bisogna farlo con consapevolezza. Se deciderò di prendere il Gohonzon non sarà di certo per fare di un ‘maestro’ giapponese che non conosco il mio idolo indiscusso (i miei veri maestri sono le persone che stimo, che mi stanno vicine e che in questo momento percepisco come punti di riferimento); non sarà di certo per illudermi di poter risolvere tutti i problemi della mia vita con una bacchetta magica. I praticanti che ho conosciuto affrontano problemi come tutti gli altri e come tutti gli altri li risolvono. Però lo fanno con spirito positivo, con quella fiducia in se stessi e nella loro potenzialità interiore, accompagnati da quella vocina che gli ricorda che possono essere felici qualunque cosa accada (in fondo il Gohonzon è simbolicamente lo specchio di noi stessi, non è un oggetto da venerare). Dunque nel loro caso la pratica buddista funziona davvero (e questo non vuol dire che debba essere la strada adatta a tutti).
    Io non credo che la felicità possa essere trovata solo ed esclusivamente tramite questa pratica buddista e ho conosciuto anche diversi praticanti che la pensano come me. Ognuno deve trovare la propria strada, il proprio metodo. In fondo è anche questione di metodo. È facile dire che basta essere ottimisti nella vita per essere felici, ma nel momento in cui io recito Nam Myoho Renge Kyo o faccio qualche altra cosa che mi ricorda quotidianamente, con regolarità, che sono indistruttibile, un effetto positivo nella mia vita lo riscontro.

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  3. Magari un giorno arriverò a credere che realmente questo mantra è più potente degli altri, o magari no. Ma in tutti i casi non cercherò mai di invadere lo spazio altrui o di convincere persone che hanno trovato la felicità in altro modo (da atei o tramite altri percorsi religiosi). La verità è che mi sono sempre considerata agnostica ed è la prima volta che una pratica religiosa mi coinvolge emotivamente. Anche io, come è successo a te in passato, sento il bisogno di trovare una mia spiritualità (i miei genitori sono entrambi atei ed è la prima volta che mi lancio nella ricerca di un percorso religioso).
    Mi sto convincendo che l’importante è fare le cose con consapevolezza. Per esempio io sono consapevole del fatto che in questo momento della mia vita, un momento di incertezze e in cui mi sento fragile, il bisogno di sentirmi parte di un gruppo è forte. Questo è sicuramente uno dei motivi che mi porta ad avvicinarmi ad un gruppo religioso così ben organizzato (con tutti i pregi e i difetti, i pro e i contro che ogni organizzazione poi inevitabilmente comporta). Ne prendo consapevolezza. Ho fatto un passo in avanti. Magari un giorno non ne avrò più bisogno, o magari sì. Magari la mia fede sarà incrollabile, oppure no. Ma in fondo quale è il nostro scopo in questa vita attuale, breve e imprevedibile? Essere felici. Dunque non rimpiangere il passato. In passato e per tanti anni far parte di una organizzazione religiosa come la Soka Gakkai ti ha reso felice, dunque è stato bene così. Ti è servito a qualcosa, hai fatto un tuo percorso, hai capito meglio te stesso mentre eri dentro e quando poi ne sei uscito. Adesso non sei più buddista e magari stai trovando la felicità altrove. Bene così. L’importante è trovare il modo per essere felici e, quando si sceglie una strada, percorrerla con consapevolezza. Il mio consiglio è di non provare rancore (se per caso lo provi) ripensando al tuo passato, ai tuoi compagni di fede e a quello che hai fatto. In quel momento ne avevi bisogno. In fondo tutte le organizzazioni hanno i loro pro e contro (è questa la verità, l’illusione sta nel credere che esista una organizzazione perfetta). Tu che hai avuto modo di ricoprire dei ruoli di responsabilità all’interno della Soka Gakkai, hai potuto vivere in prima persona quelle contraddizioni che si ritrovato in tutte le organizzazioni. Inoltre hai vissuto in pieno gli anni di crisi dell’organizzazione (che per fortuna poi sono stati superati). In fondo tu in quegli anni sei stato coraggioso, ti sei esposto, hai provato a prenderti delle responsabilità e semplicemente adesso hai capito che quella organizzazione non fa per te. Questo non vuol dire che hai perso tempo. Inoltre non tutti i buddisti sono chiusi e ‘settari’ come pensi. Ci sono tante persone che si sono avvicinate alla pratica e la pensano come me. Per esempio a me non verrebbe mai in mente di pensare che se hai lasciato la pratica potresti avere delle ripercussioni negative. Una mia cara amica è stata membro per tanti anni, mi fece shakubuku in passato, ma io non ero molto interessata. Ora che io sto partecipando agli zadankai lei non si considera più buddista, ha abbandonato la pratica ed è una persona serena e felice. Vuol dire che ha trovato un’altra strada. Dunque auguro anche a te tanta serenità e non rimpiangere mai qualcosa che comunque in passato ti ha aiutato. Lo stesso vale per l’amore. Ci possiamo innamorare di persone che poi ci deludono e che decidiamo di lasciare, ma perché provare rancore se ci hanno comunque regalato felicità? Andavano bene allora, non vanno più bene oggi. La vita cambia e noi cambiamo con lei. La vita è troppo breve per il rancore ;) Grazie

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